31) Tempesta di neve e profumo di mandorle (Camilla Lackberg)

lackberg

“Tempesta di neve e profumo di mandorle” è una raccolta di racconti scritti nel 2007 da Camilla Lackberg e pubblicata nell’ottobre 2015 da Marsilio Editore.

Il talento di uno scrittore si evince spesso dalla capacità di emozionare il lettore con poche e incisive righe. Scrivere un racconto non è facile e in molti casi una loro raccolta non ha la fortuna commerciale di un romanzo.
Se però lo scrittore in questione si chiama Camilla Lackberg allora molti dei dubbi iniziali sono spazzati via. Questa raccolta di racconti sono probabilmente un’opera giovanile dell’autrice svedese, eppure si nota anche in questi scritti il suo talento e forza narrativa di tenere il lettore incollato alla lettura.
Quattro brevi racconti e il quinto che è più lungo, da cui prende il titolo della raccolta, sono accomunati da uno stile delicato, malinconico e cupo che però non rendono la lettura faticosa semmai agile, veloce e incalzante.
Cinque storie in cui l’autrice pennella con maestria le sfumature e contraddizioni dell’animo umano e di come una persona sottoposta a un’ingiustizia, violenza psicologica possa reagire anche in modo violento pur di ottenere di nuovo la liberta o una disperata felicità.
Se nel primo racconto “Sognando Elisabeth” il lettore è scosso e partecipe di come l’amore possa sfociare in un folle e tragico dramma. Invece nel secondo e, a mio avviso, più riuscito racconto “Il Caffè delle Vedove” il lettore condivide e sostiene la ribellione silenziosa e spietata delle donne costrette a subire, per anni, violenze e soprusi da parte dei rispettivi mariti. Leggendo questo testo non puoi che pensare che forse “troppi caffè possano davvero ucciderti”.
Camilla Lackberg, negli altri tre racconti quasi di carattere sociologico – introspettivo, ci mostra come anche nella civile Svezia sia presente il difficile problema del bullismo a scuola e di come la famiglia non sia per nulla modello di amore e sostegno bensì un luogo, dove invidia, gelosie e soprattutto avidità possano portare anche a compiere efferati omicidi.
Una raccolta di racconti che ha il pregio di leggersi in poco tempo e con interesse per merito di una struttura narrativa agile, di un ritmo efficace e avvolgente garantendo sempre un intenso e convincente pathos narrativo.
Camilla Lackberg si conferma una scrittrice dotata di una sensibilità acuta e profonda oltre che di talento capace di usare la propria creatività sempre in maniera diversa e originale.

“Mord och mandeldoft”” is a collection of short stories written in 2007 by Camilla Lackberg and published in October 2015 by Marsilio Editore.

The talent of a writer is often shown by the ability to excite the reader with a few incisive lines. Writing a story is not easy and in many cases their collection does not have the commercial success of a novel.
But if the writer in question is called Camilla Läckberg then many of the initial doubts are swept away. This collection of stories are probably an early work of Swedish author, but also you can see in these writings his talent and narrative power to keep the reader glued to read.
Four short stories and the fifth that is longer, from which it takes its title of the collection, are linked by a delicate style, melancholy and gloomy but do not make the rather laborious reading agile, fast and relentless.
Five stories in which the author skillfully sweep the nuances and contradictions of the human soul and how a person subjected to an injustice, psychological violence can also react in a violent way in order to get back the freedom or a desperate happiness.
If in the first account “Dreaming Elisabeth” the reader is shocked and participant of how love can lead to a mad and tragic drama. But in the second and, in my opinion, the most successful story “The Coffee of the Widows” the reader agrees with and supports the silent and ruthless rebellion of women forced to undergo, for years, violence and abuse by their husbands. Reading this text you can not but think that perhaps “too much coffee can really kill you.”
Camilla Läckberg, in the other three stories almost sociological – introspective, shows us how even in civil Sweden is present the difficult problem of bullying in school and the family is not at all the love and support model but a place where envy , jealousy and greed above all can also lead to accomplish heinous murders.
A collection of stories which has the merit to be read in a short time and with interest about an agile narrative structure, an effective pace and the charm guaranteeing an intense and compelling narrative pathos.
Camilla Läckberg confirms a writer with an acute and profound sensitivity as well as talented able to use their creativity in a different and always original.

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30) Remember

remember

Il biglietto d’acquistare per “Remember” è: 1) Neanche regalato 2) Omaggio 3) Di pomeriggio 4) Ridotto 5) Sempre.

“Remember” è un film del 2015 diretto da Atom Egoyan, scritto da Benjamin August, con Christopher Plummer, Martin Landau, Bruno Ganz.

L’Olocausto è probabilmente la pagina più terribile e nera della storia recente dell’umanità. Immaginare di sterminare una razza è qualcosa di sconvolgente, oltre che diabolico. I campi di concentramento, come Auschwitz, sono il mostruoso emblema di come l’uomo possa perdere la ragione e diventare bestiale. Molti aguzzini tedeschi, al termine del conflitto mondiale, consapevoli che qualsiasi tribunale li avrebbe giudicati colpevoli di crimini di guerra e condannati, fuggirono dalla Germania rifugiandosi negli Stati Uniti, assumendo false identità e, in alcuni casi, rubando l’identità di ebrei tristemente morti nei lager.
Gli ebrei sopravvissuti hanno raccontato l’orrore subito dando vita, nel corso dei decenni, la caccia ai criminali nazisti per trascinarli in Israele e processarli. Sfortunatamente, alcuni SS sono riusciti a farla franca.
Atom Egoyan, dopo il deludente e scialbo “Devil’s Knot” di due anni or sono (qui la mia recensione https://ilritornodimelvin.wordpress.com/2014/05/11/105-devils-knot), torna al cinema con una storia di vendetta e giustizia covata lungamente.
I protagonisti di questo particolare thriller, “Remember”, sono due simpatici vecchietti ebrei di nome Zev (Plummer) e Max (Landau): il primo affetto da demenza senile e da poco vedovo e il secondo bloccato su una sedia a rotelle. Entrambi sono reduci dal campo di concentramento di Auschwitz in cui sono state sterminate le rispettive famiglie. Max ha trascorso la sua esistenza, dopo la fine della guerra, a cercare i criminali nazisti e, in particolare, Rudy Kurlander, l’assassinio dei suoi cari.
Max, desideroso di vendetta, convince Zev a intraprendere un viaggio on the road attraverso l’America, per scovare e uccidere Kurlander, non potendo egli subire un equo processo. Max stila una dettagliata lettera affinché Zev non si perda nei suoi vuoti di memoria e possa mantenere la promessa. Inizia così una caccia all’uomo da parte di Zev, che è una via di mezzo tra “Lo Smemorato di Collegno” e un “Memento” in tarda età, pronto a tutto pur di ottenere giustizia.
Lo spettatore accompagna l’anziano uomo nella sua ricerca, condividendo emozioni e sensazioni provate durante gli incontri con gli altri “reduci” della guerra e dell’orrore nazista. Un film che presenta diverse chiavi di lettura, una storia ricca di sfumature e di toni tra il comico, il drammatico e l’introspettivo che tiene vivo l’interesse dello spettatore fino alla fine.
Una struttura narrativa convincente e agile sorretta da un testo ben scritto, lineare che evidenzia un’ironia feroce e a tratti macabra che riesce a spiazzare lo spettatore nel sorprendente finale.
Un film basato sulle emozioni e sullo spirito di vendetta che l’uomo può covare per una vita, che gioca in maniera efficace e furba sul concetto di memoria e sui ricordi che sono alla base dell’Olocausto.
La regia di Atom Egoyan, anche se di taglio televisivo, si rivela incisiva, efficace e solida nel condurre lo spettatore in questo viaggio della memoria e della vendetta, riuscendo a costruire un prodotto dal ritmo costante e mantenendo alto il pathos narrativo. Forse il finale frettoloso è la parte meno riuscita del film, ma non riesce ad intaccare gli elementi positivi e convincenti del film. continua su

http://www.mygenerationweb.it/201601312894/articoli/palcoscenico/cinema/2894-anteprima-remember-la-vendetta-non-si-dimentica-mai

Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci, nonostante tutto”

http://www.ibs.it/ebook/de-agr-vittorio/amiamoci-nonostante-tutto/9788891176837.html

The ticket purchase for “Remember” is: 1) Not even gave 2) Tribute 3) In the afternoon 4) Reduced 5) Always.

“Remember” is a film of 2015 directed by Atom Egoyan, written by Benjamin August, with Christopher Plummer, Martin Landau, Bruno Ganz.

The Holocaust is probably the most terrible and black page in the recent history of mankind. Imagine to exterminate a race is something shocking, as well as evil. The concentration camps like Auschwitz, are the monstrous symbol of how man can lose his mind and become bestial. Many German captors, at the end of the war, aware that any court would judge them guilty of war crimes and sentenced, fled from Germany taking refuge in the United States, assuming false identities and, in some cases, stealing the identity of Jews sadly dead in the camps.
Jews Survivors told horror immediately creating, over the decades, the hunt for Nazi criminals to drag them in Israel and stand trial. Unfortunately, some SS managed to get away.
Atom Egoyan, after a disappointing and dull “Devil’s Knot” of two years ago (hence my review https://ilritornodimelvin.wordpress.com/2014/05/11/105-devils-knot/.), Returns to film with a story of revenge and justice brood long.
The protagonists of this particular thriller, “Remember”, are two nice old Jewish name Zev (Plummer) and Max (Landau): one suffering from dementia and recently widowed the second stuck on a wheelchair. Both are veterans of the concentration camp of Auschwitz where they were exterminated their families. Max spent his life after the war, to look for Nazi criminals and, in particular, Rudy Kurlander, the murder of his family.
Max, looking for revenge, convinced Zev to embark on a road trip across America, to hunt down and kill Kurlander, he can not undergo a fair trial. Max draws up a detailed letter to Zev not lost in his memory lapses and can keep the promise. Thus began a manhunt by Zev, which is a cross between “The Forgetful of Collegno” and “Memento” in old age, ready to do anything to get justice.
The viewer accompanies the old man in his quest, sharing emotions and feelings during the meetings with the other “veterans” of the war and the Nazi horror. A film that has different interpretations, a story full of shades and hues from the comic, the dramatic and introspective that holds the interest of the viewer to the end.
A compelling narrative structure and agile supported by a well-written text, linear highlighting fierce irony and sometimes macabre that can unsettle the viewer in the surprising final.
A film based on the emotions and the spirit of revenge that man can smolder for a living, playing in an effective and smart on the concept of memory and memories that underlie the Holocaust.
Directed by Atom Egoyan, although cutting television, proves decisive, effective and solid in leading the audience in this journey of memory and revenge, managing to build a product with a steady pace and maintaining a high narrative pathos. Perhaps the final hasty is the least successful of the film, but is unable to affect the positive and compelling film. continues on

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Vittorio De Agro presents “Let us love, despite everything”

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29) Cabala

Cabala

“Cabala” è uno spettacolo teatrale ideato e diretto da Caterina Gramaglia e Rosa Morelli, Con Edú Nofri (poli strumentista) Video : carolina Ielardi Fonica e luci: Martin Palma, con Caterina Gramaglia e Edu Nofri
La Trilogia della Memoria composta dagli spettacoli: Cabala, White Room e Le Lacrime della Memoria di e con Caterina Gramaglia saranno in scena fino al 7 Febbraio al Teatro Spazio Uno di Roma

La Cabala è l’insieme degli insegnamenti esoterici e mistici propri dell’ebraismo; in questo nuovo allestimento, partendo da un primo studio della Cabala, del suo significato semantico e codici, Caterina Gramaglia sul palco insieme a Edù Nofri, esplora le sue radici, mettendo in luce l’evento, tragico, che ha riscritto la storia della comunità ebraica romana: 16 ottobre 1943, data del rastrellamento del ghetto. Attraverso parole, musica e immagini, si animano le Sefirot (dall’ebraico סְפִירָה “enumerare”) riconoscibili come sfere dell’albero della Cabala. Raphael Volterra, otto anni, è il narratore dei tristi fatti di quel giorno di settantadue anni fa.

Questa è la sinossi di “Cabala”, che gentilmente l’amica Caterina mi ha fatto leggere qualche settimana fa, annunciandomi il suo nuovo lavoro teatrale.
Confesso che all’inzio ho avuto un momento di smarrimento e perplessità, dovuto al fatto, di” essere diversamente ignorante”, non conoscendo cosa fosse la “Cabala” e in più generale ignorando del tutto la cultura e usanze ebraiche.
Essendo però un convinto estimatore dell’artista Gramaglia e, avendola apprezzata e seguita in giro per l’Italia negli ultimi due anni, così ieri sera sono andato comunque a vedere il suo spettacolo.
“Cabala, ” che se sulla carta potrebbe intimorire l’uomo della strada, è invece uno spettacolo intenso, vibrante ed emozionante fin dalle prime battute in cui le autrici mescolano con sapienza e bravura testi sacri, tradizione e il ricordo tragico del rastrellamento degli ebrei di Roma del 1943, realizzando una visione d’insieme intensa senza mai essere pesante o per pochi.
Caterina Gramaglia, accompagnata in maniera magistrale e toccante dalla musica di Nofri, fornisce prova della sua poliedricità, sensibilità e umanità, interpretando diversi personaggi tutti accomunati da una parte dalla paura e dall’altra sorretti della loro fede.
Lo spettatore entra fin da subito in sintonia con l’atmosfera e il clima dello show, coinvolto ed emozionato dai monologhi toccanti e profondi che non possono lasciare indifferenti.
E’ armoniosa e azzeccata la combinazione tra la poetica della parola e la magia della musica regolata con i giusti tempi e ritmi, creando a un pathos intenso e partecipato.
La messa in scena è di ottimo livello, convincente e in linea con un testo ben scritto e curato in ogni dettaglio.
L’allestimento scenico nella sua semplicità è comunque adeguato e in tono contribuendo a rendere lo spettacolo interessante anche dal punto di vista visivo.
L’uomo durante la seconda guerra mondiale ha dimenticato cosa fossero la razionalità e la compassione, ma ciò non fermò la speranza e la fede in Dio del popolo ebraico chiamato alla prova più difficile di sempre. Vedere “Cabala” è un ottimo modo per ricordare e riflettere sul nostro passato e soprattutto per non ripetere l’orrore che fu.

Vittorio De Agrò e Cavinato Editore presentano “Essere Melvin”

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28) L’Abbiamo Fatta Grossa

l'abbiamo fatta grossa

Il biglietto d’acquistare per “L’abbiamo fatta Grossa è : 1) Neanche regalato 2) Omaggio 3) Di pomeriggio 4) Ridotto 5) Sempre

“L’Abbiamo Fatta Grossa” è un film del 2016 di Carlo Verdone, scritto da Carlo Verdone, Pasquale Plastino, Massimo Gaudosio, con Carlo Verdone, Antonio Albanese, Massimo Popolizio.

Nel nostro immaginario cinematografico, con il genere noir siamo soliti pensare a una storia buia, opaca, notturna in cui il protagonista è, generalmente, un ex fascinoso poliziotto, divenuto investigatore privato, costretto a indagare su misterioso omicidio e teso a salvare una bella donna, di cui fatalmente s’innamorerà. Ebbene, dimenticatevi questo cliché, se e quando deciderete di vedere il nuovo film di Carlo Verdone.
Infatti, l’artista romano, insieme agli sceneggiatori Plastino e Gaudosio ha deciso di riscrivere le regole genere del noir in maniera creativa e originale per il panorama italiano, mescolando insieme una colorata e solare commedia.
I puristi dei rispettivi generi staranno già scuotendo la testa. Ebbene, possiamo dire che il risultato finale di quest’operazione genetico-creativa non è riuscito perfettamente e lascia nel pubblico più di una perplessità. Ciononostante, non si può non lodare lo sforzo di Verdone, come lui stesso ha dichiarato in conferenza stampa, “di voler sterzare” dai canonici schemi narrativi dei suoi film, tentando di scrivere una nuova pagina della lunga e ricca carriera artistica che gli appartiene.
Così lo spettatore fa la conoscenza prima di Yuri Pelagatti (Albanese), attore di teatro preda di amnesie sul palcoscenico a causa della dolorosa separazione dall’amata moglie Giorgia e, in seguito, di Arturo Merlino (Verdone), aspirante scrittore di romanzi noir e, nella vita, squattrinato e improbabile investigatore privato che, al massimo, ha come incarico recuperare il gatto del vicino.
Yuri, deciso a sapere se la moglie lo tradisca con il suo avvocato, ingaggia lo scettico Arturo affinché inizi un pedinamento della moglie.
Durante il pedinamento Arturo si ritrova ad ascoltare e registrare, per errore, una conversazione tra un uomo e una donna, pensando che fosse la moglie di Yuri con l’amante.
Un equivoco che porta i due protagonisti a farsi coinvolgere in un’avventura rocambolesca che attraversa tutta Roma, quando vengono in possesso di una preziosa valigetta. Ben presto l’elegante e misterioso proprietario della valigetta (Popolizio) la reclama a sé, pronto a qualsiasi azione lecita e non. I due protagonisti finiranno travolti dagli eventi e considerati alla stregua dei criminali da punire per la cieca e sorda giustizia italiana.
Come dicevamo all’inizio, l’idea di costruire un “noir comico”, sebbene sia stata un’iniziativa lodevole e coraggiosa, presenta fin da subito grossi limiti e pecche sia nella struttura che nell’intreccio narrativo, dando l’impressione di un confuso pasticcio.
Il ritmo è lento, macchinoso e non aiuta la storia a carburare, solo raramente si colgono momenti brillanti e riusciti sul piano comico. La parte noir è debole e poco credibile, lasciando spazio a situazioni poco realistiche e approssimative.
Il film, nonostante i limiti sopra citati, riesce a mantenere una certa vivacità e interesse da parte dello spettatore per merito del talento e della personalità della coppia formata da Verdone e Albanese.
Una coppia artistica inedita ma che ha mostrato in scena affiatamento, coesione e capacità di dettarsi reciprocamente i giusti tempi comici e la suspense necessaria….continua su

http://www.mygenerationweb.it/201601302890/articoli/palcoscenico/cinema/2890-la-coppia-verdone-e-albanese-al-cinema-l-hanno-fatta-grossa

Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci, nonostante tutto”

https://ilritornodimelvin.wordpress.com/acquista-libro-amiamocinonostante-tutto-vittorio-de-agro/

The ticket purchase for “We made Grossa is: 1) Not even gave 2) Tribute 3) In the afternoon 4) Reduced 5) Always

“We Made The Big” is a film of 2016 by Carlo Verdone, written by Carlo Verdone, Pasquale Plastino, Massimo Gaudosio, with Carlo Verdone, Antonio Albanian, Massimo Popolizio.

In our imaginary film, with the film noir genre we usually think of a story dark, opaque, night in which the protagonist is usually a fascinating former policeman, now a private investigator, forced to investigate the mysterious murder and intended to save a beautiful woman , which inevitably fall in love. Well, forget that cliché, if and when you decide to see the new film by Carlo Verdone.
In fact, the Roman artist, along with screenwriters Plastino Gaudosio and decided to rewrite the rules of the noir genre in a creative and original for the Italian scene, mixing together a colorful and solar comedy.
Purists of the respective genres will already be shaking his head. Well, we can say that the end result of this operation genetic creative did not succeed and leaves the audience more of a concern. Nevertheless, one can not but praise the effort to Verdone, as he himself said at the press conference, “I want to steer” the canonical narrative patterns of his films, trying to write a new page in the long and rich career that belongs to him.
So the viewer gets to know before Yuri Pelagatti (Albanian), stage actor prey to amnesia on stage because of the painful separation from his beloved wife Giorgia and, later, Arturo Merlin (Verdone), an aspiring writer of crime novels and in life, penniless and unlikely private investigator who, at best, has the task to retrieve the neighbor’s cat.
Yuri, decided to find out if his wife is unfaithful to his lawyer, he hires the skeptic Arturo to start a stalking of his wife.
During shadowing Arturo finds himself playing and recording, by mistake, a conversation between a man and a woman, thinking it was the wife of Yuri with her lover.
One misconception that brings the two protagonists to get involved in an adventure that crosses all Rome daring, when in possession of a valuable briefcase. Soon the elegant and mysterious owner of the suitcase (Popolizio) the claim in itself, ready for any action lawful or not. The two players will end up overwhelmed, treated as criminals to be punished for the blind and deaf Italian justice.
As we said at the beginning, the idea of ​​building a “noir comedy”, although it was commendable and courageous initiative, has since undergone major limitations and flaws in both structure interweaving narrative, giving the impression of a confused mess.
The pace is slow, cumbersome and not help the story to carburetor, only rarely capture brilliant moments and managed in terms comedian. The noir part is weak and lacks credibility, allowing for situations unrealistic and rough.
The film, in spite of the above limits, can maintain a certain vivacity and interest by the viewer thanks to the talent and personality of the couple formed by Verdone and Albanian.
A pair artistic unpublished but showed staged harmony, cohesion and ability to mutually dettarsi the right comic timing and suspense needed …. more on

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Vittorio De Agro presents “Let us love, despite everything”

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27) Nudi e Crudi

nudi e crudi

“ Nudi e Crudi” è uno spettacolo teatrale di Serena Sinigaglia, tratto dal romanzo di Alan Bennett, tradotto e adattato per la scena da Edoardo Erba, con : Paolo Calabresi, Maria Amelia Monti e Nicola Sorrenti. E’ in scena fino al 7 Febbraio al teatro “Ambra Jovinelli” di Roma.
La casa è tra le cose più sacre che abbiamo nella vita. Si fanno tanti sacrifici per ottenerla. Accettiamo di sottoscrivere un mutuo infinito pur di essere padroni di qualcosa e con il nostro compagno/a ci dedichiamo anima e corpo per arredarla e renderla confortevole.

E quando un ladro la profana, spogliandola di qualsiasi oggetto prezioso, non ci procura solo un danno economico, ma soprattutto una ferita nell’anima.
Subire un furto è uno shock, un trauma che spesso ti porta a cambiare le tue abitudini e approccio alla vita.
E’ quello che succede ai coniugi Ransome che tornati a casa, da una serata teatrale, la trovano completamente svuotata senza neanche la carta igienica. Così ci racconta il narratore della serata, il poliedrico ed eccentrico Nicola Sorrenti introducendo lo spettatore dentro la spoglia scena e presentando i due protagonisti.
Maurice (Calabresi), avvocato inglese di mezz’età, sebbene sia un uomo preciso, schematico e compassato abbia una reazione isterica e nevrotica di fronte a tale tragicomica situazione. Mentre RoseMary (Monti), donna tranquilla e moglie devota, coglie in questa disavventura l’opportunità di poter cambiare qualcosa nella sua noiosa e prevedibile vita.
I Ransome sono una coppia di mezz’età, sposati da lungo tempo e conducono un’esistenza scontata, monotona e sempre uguale chiusi dentro una bolla di perbenismo e bigottismo stridendo con la vivacità e modernità della nostra società.
RoseMary con la scusa d’acquistare beni di prima necessità può finalmente affacciarsi alla vita e scoprire quante opportunità di conoscenza ci siano magari leggendo il giornale al bar o guardando la Tv durante il pomeriggio o come nel quartiere ci siano nuove realtà commerciali, gestite da extracomunitari.
I Ransome sono diventati una coppia prigioniera del loro stesso formalismo e di fatto incapaci di comunicare e di avere un contatto fisico.
Il furto, in qualche modo, è una scossa per la coppia costringendola a riflettere su stessa e sul proprio stile di vita.
E’una commedia agro dolce, quella scritta da Alan Bennett, a mio avviso, più adatta alla mentalità e società inglese rispetto a quella italiana. E’ un testo poco adattabile ai costumi e abitudini nostrane essendo così forzato e poco empatico.
L’adattamento di Edoardo Erba seppure ben scritto non convince fino in fondo nel suo sviluppo e intreccio narrativo.
La scelta registica di affidare all’estro e talento di Nicola Sorrenti, il ruolo di narratore-guastafeste dello spettacolo se da una parte esalta la versatilità e il trasformismo oltre che il talento dell’attore, dall’altra appesantisce il filo e ritmo narrativo con un eccesso di spiegazioni e dettagli, rendendo non sempre incisive e frizzanti le scene successive.
La coppia formata da Calabresi-Monti si dimostra solida, esperta e di talento eppure solo in parte riesce a creare un ponte emotivo e di simpatia con il pubblico. I loro personaggi rimangono troppi freddi e rigidi e non basta la loro acclamata comicità per umanizzarli e farli sentire vicini allo spettatore.
Tra i due piace e diverte di più Maria Amelia Monti, apparsa più a suo agio nel ruolo e capace di dare più brio e freschezza al suo personaggio.
Il finale, sebbene sia agrodolce, è per merito dell’intensa prova di Maria Amelia Monti, che lo spettatore prova l’unica emozione della serata, facendolo riflettere su come un matrimonio per funzionare debba essere vissuto e sentito anche fisicamente, se non rischia di diventare una lenta morte.

Vittorio De Agrò e Cavinato Editore presentano “Essere Melvin”

http://www.ibs.it/code/9788899121372/de-agrograve/essere-melvin-tra.html

Naked and Raw” is a play Serena Sinigaglia, from the novel by Alan Bennett, translated and adapted for the stage by Edoardo Erba, with: Paolo Calabresi, Maria Amelia Monti and Nicholas Parsons. E ‘on stage until February 7 to theater “Amber Jovinelli” of Rome.
The house is one of the most sacred things we have in life. They sacrifice so much to get it. We agree to take out a mortgage infinite order to be masters of something and with our partner / to devote ourselves body and soul to furnish it and make it comfortable.

And when a thief is profanity, stripping it of any precious object, not only gives us an economic loss, but also a wound in the soul.
Suffer a theft is a shock, a trauma that often leads you to change your habits and approach to life.
And ‘what happens to spouses Ransome who returned home from an evening of theater, they find it completely emptied without even toilet paper. So tells the narrator of the evening, the eclectic and eccentric Nicholas Sorrenti introducing the viewer into the bare stage and presenting the two protagonists.
Maurice (Calabresi), middle-aged British lawyer, although it is a precise man, schematic and measured to have a hysterical reaction and neurotic faced with this tragicomic situation. While RoseMary (Monti), quiet woman and devoted wife, grasps this mishap the opportunity to change something in his dull, predictable life.
The Ransome are a middle-aged couple, married for a long time and lead a life for granted, and always the same monotonous locked in a bubble of respectability and bigotry screeching with modernity and vitality of our society.
RoseMary under the guise of buying basic necessities can finally look out the life and discover how many opportunities there are knowledge while reading the newspaper at the bar or watch TV in the afternoon or in the neighborhood as there are new commercial, operated by non-EU .
The Ransome became a couple prisoner of their own formalism and made it difficult to communicate and have physical contact.
The theft, in some way, it’s a shock to the couple forcing her to reflect on itself and its own lifestyle.
It is a sweet and sour comedy, written by Alan Bennett, in my view, more suited to the mentality and English society than Italian. It ‘a little text adapted to the customs and habits homegrown being so forced and not very empathetic.
The adaptation of Edoardo Erba although well written does not convince all the way in its development and storyline.
The decision to entrust the fantasy and directing talent of Nicholas Parsons, the role of narrator-pooper of the show on one hand enhances the versatility and transformation as well as the talent of the actor, the other weighs down the wire and narrative rhythm with excessive explanations and details, making it not always incisive and crisp scenes later.
The couple formed by Calabresi-Monti proves solid, experienced and talented yet only partially succeeds in creating an emotional bridge and sympathy with the public. Their characters remain too cold and stiff and not just their acclaimed comedy to humanize them and make them feel closer to the viewer.
Between the two like and enjoy more Maria Amelia Monti, he appeared more at ease in the role and able to give more liveliness and freshness to his character.
The final, although it is bittersweet, it was thanks to the intense test of Maria Amelia Monti, the viewer tries the only emotion of the evening, making him think about how a marriage to work should be experienced and felt even physically, if not likely to become a slow death.

Vittorio De Agro and Cavinato Publisher present “Being Melvin”

http://www.ibs.it/code/9788899121372/de-agrograve/essere-melvin-tra.html

26) Joy

joy

Il biglietto d’acquistare per “Joy” è: 1)Neanche regalato; 2)Omaggio; 3)Di pomeriggio; 4)Ridotto; 5)Sempre.

Un film di David O. Russell. Con Jennifer Lawrence, Bradley Cooper, Robert De Niro, Elisabeth Rohm, Edgar Ramirez, Virginia Madsen, Isabella Rosellini. Biografico, 124′. 2015

Donne accorrete, è arrivato il mocio! Chissà quante esponenti del gentil sesso – e non solo, col passare del tempo – avranno ringraziato questo prezioso strumento quando si è trattato di pulire casa e lustrare i pavimenti.

Ci sono invenzioni che salvano l’umanità, e altre che salvano dalle nevrosi e migliorano la vita di tutti i giorni. Il mocio, senza dubbio, rientra nella seconda categoria.

Ma chi è stato a ideare questo semplice eppure a suo modo rivoluzionaria strumento di pulizia? Una donna, ovviamente; una giovane e determinata americana di nome Joy Mangano (Lawrence), cresciuta col sogno di rendere la propria esistenza sensata e utile, inventando qualcosa che l’avrebbe resa famosa e ricca, come nonna Mimi le augurava da sempre.

Eppure si sa, la vita molto di rado si sviluppa come abbiamo sognato. Così Joy si trova, a venticinque anni, a lavorare come hostess di terra, occupandosi nel frattempo dell’eccentrica famiglia, crescendo due figli tra mille difficoltà economiche e ospitando anche in cantina l’ex marito, aspirante cantante.

Una realtà opprimente e soffocante per l’ambiziosa Joy, che non vuole però arrendersi a questa situazione. Grazie al suo ingegno e anche a un pizzico di casualità la donna disegnare il prototipo del primo mocio. Rendendosi poi conto di come la sua invenzione possa essere davvero rivoluzionaria per l’economia domestica, Joy riesce a coinvolgere nel progetto la sua famiglia e a farsi finanziare la prima produzione dalla ricca vedova Trudy (Rossellini), attuale fidanzata di suo padre Rudy (De Niro), impenitente playboy.

La vera svolta per la neo azienda arriva però quando Joy, su consiglio dell’ex marito, presenta il mocio a Neil Walker (Cooper), abile e sagace venditore televisivo, che intuendo le potenzialità dell’invenzione decide di puntarci, ordinando cinquantamila pezzi.

“Joy” inizia come una commedia, brillante e dai toni grotteschi e surreali. Allo spettatore il film non può non riportare in mente “Tenenbaum”di Wes Anderson, soprattutto mentre si assiste alle divertenti scene con protagonisti i membri della famiglia Mangano, scene costruite su dialoghi incisivi e frizzanti.

Dopo una partenza briosa il testo perde però quota e fluidità, diventando un tipico biopic. Probabilmente gli autori volevano proporre una versione moderna di Cenerentola, rinverdendo al contempo il culto del sogno americano. In questo caso Cenerentola/Joy non trova il suo lieto fine nell’amore col Principe azzurro, ma nell’inizio del suo successo finanziario e nell’amicizia con Neil.

Anche se alcuni elementi sono positivi, si tratta di un’occasione sprecata per il regista David O. Russell, visto il potenziale artistico e i primi venti minuti del film. La regia stessa è in chiaroscuro: nella prima parte mostra talento e creatività, mentre nella seconda si rivela stanca e molle, incapace di cambiare marcia al film che diventa così monotono e prevedibile.

La messa in scena, di taglio televisivo e solo in parte di buon livello, è appesantita da un ritmo narrativo che procede a fasi alterne, solo a tratti incisivo, coinvolgente ed efficace.

Jennifer Lawrence butta con coraggio e passione il cuore oltre l’ostacolo, cercando di dare al suo personaggio anima e corpo. In parte la giovane e talentuosa attrice americana ci riesce anche, confermando carisma e personalità – tanto che la performance le è valsa il terzo Golden Globe della sua carriera. Eppure la sua Joy lentamente perde mordente, finendo per suscitare solo noia nel pubblico. continua su

Al cinema: Joy

Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci, nonostante tutto”

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The ticket purchase for “Joy” is: 1) Not even a present; 2) Tribute; 3) In the afternoon; 4) Low; 5) Always.

Directed by David O. Russell. Jennifer Lawrence, Bradley Cooper, Robert De Niro, Elisabeth Rohm, Edgar Ramirez, Virginia Madsen, Isabella Rosellini. Biographical, 124 ‘. 2015

Women flock, it’s a mop! I wonder how many members of the fairer sex – and not only, as time goes on – have thanked this valuable tool when it comes to clean house and polish the floors.

There are inventions that save humanity, and other neuroses that save and improve the lives of every day. Mop, without doubt, falls into the second category.

But who it was to devise this simple, yet in its own way revolutionary cleaning tool? A woman, of course; a young and determined American named Joy Mangano (Lawrence), who grew up with the dream of making their lives meaningful and useful, inventing something that would make her famous and rich, like Grandma Mimi wished her always.

Yet we know, life rarely develops as we have dreamed. So Joy is, twenty-five years, working as a hostess of the earth, working in the meantime, the eccentric family, raising two children with great difficulty economic and hosting in the cellar’s ex-husband, an aspiring singer.

A reality overwhelming and suffocating for the ambitious Joy, who does not want to give up but to this situation. Thanks to his talent and also a bit of randomness woman draw the prototype of the first mop. Realising then realize how his invention can be really revolutionary for the household, Joy can involve in the project finance his family and be the first production from the rich widow Trudy (Rossellini), current girlfriend of her father Rudy (De Niro ), unrepentant playboy.

The real turning point for the new company, however, comes when Joy, on the advice of her former husband, has the mop Neil Walker (Cooper), clever and shrewd salesman television, that realizing the potential of the invention decides to staking, ordering fifty thousand pieces.

“Joy” begins as a comedy, bright and soothing sounds grotesque and surreal. The film the viewer can not help but bring to mind “Royal Tenenbaums” by Wes Anderson, especially when you attend the funniest scenes starring the members of the family Mangano, scenes built on dialogue and sparkling teeth.

After a lively start, however, the text loses altitude and fluidity, becoming a typical biopic. Probably the authors wanted to propose a modern version of Cinderella, while reviving the cult of the American dream. In this case Cinderella / Joy does not find his happy ending in love with Prince Charming, but in the beginning of his financial success and friendship with Neil.

Although some elements are positive, it is a wasted opportunity for the director David O. Russell, saw the artistic potential and the first twenty minutes of the film. The direction is very mixed results: in the first part shows talent and creativity, while the second turns soft and tired, unable to shift gears to the film that becomes monotonous and predictable.

The staging, cutting television and in part to a good standard, is weighed down by a narrative rhythm that goes on and off, only occasionally incisive, engaging and effective.

Jennifer Lawrence throws with courage and passion the heart beyond the obstacle, trying to give his character, body and soul. In part, the young and talented American actress succeeds also, confirming charisma and personality – so much so that the performances earned her third Golden Globe of her career. Yet his Joy slowly loses bite, only to elicit only boredom in the audience. continues on

Al cinema: Joy

Vittorio De Agro presents “Let us love, despite everything”

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25) The X-Files-MiniSerie

x files 2

X-Files: dove eravamo rimasti?

A Cura di Polifemo

Le prime due puntate della nuova edizione di X-Files trasmesse da FOX non rappresentano una novità mostruosa, anzi. Diverse sono le auto-citazioni ed è chiara la volontà autoriale di non spostare poco o punto di ciò che è, indubbiamente, un prodotto ben rodato. Senza dubbio, però, esistono alcune differenze importanti. La prima è la resa delle riprese in alta definizione, che consentono una valorizzazione della fotografia, specie degli esterni “naturalistici”, una migliore “lettura” della capacità espressiva degli attori nonché di un maggior impatto degli effetti speciali. Rispetto alle precedenti stagioni, questo X-Files è più disperato, tetro e crudele, uno specchio – direi – del Paese senza speranza che l’America è divenuta dopo l’11 settembre.
Oltre allo sviluppo della trama lo dimostra il frequente ricorso ai primi piani degli attori, specie di Mulder e Scully, che onusti di esperienza e di precedenti lavori anche di notevole qualità hanno una marcia in più di quando erano “pischelli” e senza una ruga. Duchovny – Mulder è più disincantato, ironico, ma sempre coraggioso e imprevedibile. Anderson – Scully ha qualche ruga in più (essere stata la psicologa di Hannibal o il cacciatore di serial killer in Nord Irlanda qualche grattacapo lo causa…), non sembra essere contenta delle scelte fatte in passato ma indossa dei tailleurini decisamente migliori degli straccetti da scampoli di grande magazzino che indossava nella serie primigenia.
I volti di X-Files sono una sorta di biglietto da visita della serie. La ricerca della “maschera” che comunica subito la propria natura è sempre stata chiara, anche per tagliare la narrazione e dargli più sostanza: come, per esempio, quando Dana Scully parla con la suora che dirige l’orfanotrofio finanziato da una fondazione equivoca capiamo subito che la “capa ‘e pezza” è loffia… E non mancano, inoltre, i marchettoni alla aziende: la marca del SUV di Scully è bene in vista, quella di pc e cellulari pure. Del resto, non si vive di soli UFO…
Passando alla trama, la prima puntata serve per trovare un motivo per riaprire gli X-Files. Mulder sta inguattato da qualche parte, Scully lavora presso un ospedale cattolico il cui nome suona come “Nostra Signora delle Disgrazie”, Skinner è sempre in FBI, solita stanza e, penso, solita carica di vice direttore. Il governo degli Stati Uniti è sempre pieno di zozzoni che complottano alle spalle dei cittadini ignari e anche gli alieni sembrano essere sempre in agguato.
Stavolta, però, è la televisione – che, come ricorda Enzo Iannacci, “ha la forsa d’un leun!” – nelle sembianze di un Giacobbo d’oltre mare, titolare di successo di un programma su complotti e misteri di grande successo, che innesca il ritorno in campo della coppia per indagare su caso misterioso di una giovane donna che viene rapita dagli alieni sovente e vanta DNA alieno e una buona dose di telepatia. Niente spoiler e vai con la seconda, dove Dana e Fox, riavuto il tesserino federale, indagano su giro di manipolatori di DNA. Unico spoiler concesso, si rivede l’Uomo Che Fuma, non tanto in salute ma vivo e sempre sfumacchiante (ma non dovevamo vederci più?).
In attesa di sapere questa miniserie dove andrà a parare, qualche parola sulla nuova rotta della fiction USA. L’11 settembre è stato un grande trauma per il Paese, così come la guerra nel Vietnam. Ma se nel caso del conflitto orientale il disorientamento creato dall’uso della menzogna da parte del Governo prima e della sconfitta militare poi hanno notevolmente abbassato l’autostima degli yankees al punto di vergognarsi quasi di essere, appunto, americani, “nine-eleven” li ha fatti cadere dal loro castello di incertezze nel fossato limaccioso dell’incertezza totale. Il verbo “to trust” è molto presente nella vita degli americani. Una frase di Giovanni (VIII: 12-30), “La verità vi renderà liberi”, è quella che vi accoglie quando entrate nella sede della CIA, a Langley. Credere in chi governa e credere che chi li governa dica sempre la verità è ossessione drammatica per loro ma una gioia per noi che ne apprezziamo le conseguenze di tale ossessione sul piano creativo.
Ari-To be continued…

24) Point Break

point break

Il biglietto d’acquistare per “Point Break” è : 1) Neanche regalato 2) Omaggio 3) Di pomeriggio 4) Ridotto 5) Sempre

“Point Break” è un film del 2016 di Ericson Core, scritto da Kurt Wimmer,con: Edgar Ramirez, Luke Bracey, Teresa Palmer, Ray Winstone, Delroy Lindo.

Nella vita è sempre difficile ripetersi, quasi impossibile superarsi. Se poi applichiamo questa considerazione al mondo del cinema, possiamo senza alcuna esitazione definirla una certezza.

Raramente un “remake” di un film cult riesce ad ottenere lo stesso successo dell’originale e soprattutto spesso né “infanga” la memoria e lo spirito con risultati assai modesti.

Il cinema vive da qualche tempo un periodo di vacche magre per quanto concerne la creatività e idee nuove e i produttori non sapendo cosa inventarsi hanno deciso di scomodare i film cult degli anni 80/90 ripresentandogli in versione 2.0, sperando di ottenere un ugual successo.

L’ambizione è legittima, ma il più delle volte gli sceneggiatori ingaggiati fanno la fine di novelli Icaro.

Neanche due anni fa ci provarono con “Robocop” provocando reazioni di scherno e delusione da parte dei fan indignati.

Ora è il turno di “Point Break” farne il remake del film cult di Kathryn Bigelow del 1991 con protagonisti un giovanissimo Keanu Reaves e il compianto Patrick Swayze:.

Un film che ha segnato un’epoca per i contenuti, le interpretazioni e soprattutto per la forza dirompente di libertà e coraggio che trasmetteva non solo nella scrittura, ma soprattutto nell’atmosfera e riuscito intreccio narrativo.

Venticinque anni dopo lo spettatore si ritrova a vedere un “Point Break” 2.0 che è solamente una brutta e sbiadita copia dell’originale avendo anche la pretesa “filosofica” del testo e soprattutto attraverso i dialoghi di mostrare il disagio delle nuove generazioni nei confronti della moderna e avida società.

Questa versione di “Point Break” è sicuramente bella da vedere, con una discreta fotografia e presentando delle ambientazioni naturali che non possono non essere gradite e avvincenti agli occhi dello spettatore.

Un film che punta tutti sulla potenziale adrenalina e intenso pathos che lo spettatore dovrebbe provare vedendo le scene mozzafiato, in cui i protagonisti sono chiamati a superare i propri limiti per trovare il loro personale “Nirvana” sportivo per mezzo delle “Otto prove di Ono Ozaki”.

Sulla carta potremmo dire che si tratti di riedizione “cool” delle leggendarie sette fatiche di Ercole, eppure durante la proiezione più che il Mito greco allo spettatore vengono in mente le comiche e goffe imprese di “Kung Fu Panda”.

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Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci,nonostante tutto”

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The ticket purchase for “Point Break” is: 1) Not even gave 2) Tribute 3) In the afternoon 4) Reduced 5) Always

“Point Break” is a film of 2016 of Ericson Core, written by Kurt Wimmer, with: Edgar Ramirez, Luke Bracey, Teresa Palmer, Ray Winstone, Delroy Lindo.

In life it is always difficult to repeat, almost impossible to overcome. If we then apply this view to the world of cinema, we can without any hesitation to call it a certainty.

Rarely a “remake” of a cult film manages to achieve the same success of the original and especially thick or “muddy” the memory and spirit with very modest results.

The film lives for some time a lean times with regard to creativity and new ideas and the producers did not know what to invent decided to disturb the cult film of the years 80/90 ripresentandogli in version 2.0, hoping to get an equal success.

The ambition is legitimate, but more often the writers are hired late weds Icarus.

Not even two years ago they tried with “Robocop” causing reactions of ridicule and disappointment from fans outraged.

Now it is the turn of “Point Break” make the remake of the cult film by Kathryn Bigelow 1991 starring a young Keanu Reaves and the late Patrick Swayze :.

A film that marked an era for the contents, interpretations and especially the explosive force of freedom and courage which broadcast not only in writing, but also the atmosphere and successful storyline.

Twenty-five years after the viewer finds himself in a see “Point Break” 2.0 that is only an ugly and faded copy of the original having also claiming “philosophical” of text and especially through the dialogue to show the discomfort of the younger generation towards Modern and greedy society.

This version of “Point Break” is certainly beautiful to look at, with a good photograph and presenting the natural settings that can not be like and compelling to the viewer.

A film that points all on potential adrenaline and intense pathos that the viewer should try seeing the breathtaking scenes, in which the protagonists are called to overcome their limitations to find their personal “Nirvana” sports through the “Eight tests Ono Ozaki “.

On paper, we might say that it is re-edition “cool” of the legendary seven labors of Hercules, yet when projecting more than the Myth greek viewers are reminded of the comic and clumsy business of “Kung Fu Panda”.

continues on

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Vittorio De Agro presents “Let us love, despite everything”

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23) Aspettando…. The X-Files

x files

Aspettando  stasera su Fox  il ritorno di  X-Files, evento televisivo dell’anno,il nostro amico e fan Polifemo  fa il punto della situazione.

X-Files: dove eravamo rimasti?

Secondo la mia personale memoria ricordavo che l’ultima puntata dell’ultima stagione di X-Files coincidesse con la vittoria dell’ultimo scudetto della A.S. Roma, cioè il 17 giugno 2001. In realtà mi sbagliavo poiché l’ultima puntata, “The Truth parte seconda”, è stata trasmessa esattamente un anno dopo. Probabilmente ho fatto un’associazione freudiana di scenari impossibili tra complotti e scudetti. Ma torniamo in sella all’argomento. L’idea di riesumare la coppia di agenti dell’F.B.I., Dana Scully e Fox Mulder, potrebbe sembrare una mera operazione commerciale: ma facciamo un necessario riesumè – per restare in tema… – della serie.
Wikipeggiando si scopre che The X-Files – cioè il titolo originale della serie – è nata da una idea da Chris Carter, regista e sceneggiatore statunitense sessantino, che ha anche la paternità della serie Millennium. X-Files è stata trasmessa dalla Fox tra il 1993 e il 2002. In Italia ne dobbiamo la conoscenza grazie a Italia 1 che la ha trasmessa dapprima in seconda serata e poi, notando il crescente successo di pubblico, in prime time la domenica sera.
La serie è partita un poco in sordina. Episodi narrativamente autoconclusivi, con temi ricorrenti al limite del mitologico ma comunque basati su una tecnica di racconto molto yankee sia per i luoghi dove gli episodi si svolgono che per i soggetti verso i quali i due investigatori devono indagare.
Le particolarità della serie sono diverse. La prima è il fatto che i protagonisti sono due agenti dell’F.B.I., l’ente che indaga in tutto il territorio nazionale: ciò permette ai due di poter svariare per tutti gli Stati Uniti a piè di lista. Poi, il fatto di mettere insieme un uomo e una donna completamente diversi per carattere, famiglia di provenienza, studi formativi nonché per “appetiti” culturali. Questo è un trucco narrativo per poter tagliare alcuni passaggi noiosi e mantenere le tecniche di indagine più snelle, come in CSI, dove si conosce la proprietà del DNA di un capello sulla scena del delitto un’ora dopo il suo ritrovamento. Lui, Fox Mulder, è un geniaccio sognatore, con una sindrome da complotto che se lo porta via. Figlio di uno scienziato dal passato torbido (scopriremo più avanti) e di una madre “allegra” (anche qui lo si saprà dopo…), Mulder ha assistito al rapimento della sorella da parte di alieni e ciò lo pone in modo molto positivo verso l’idea dell’esistenza degli extraterrestri: “Voglio credere” è il manifesto con relativo UFO (per i digiuni dell’argomento è l’acronimo in inglese di Oggetti Volanti Non Identificati) che campeggia nella sua stanza fantozziana – cioè nel sottoscala – della sede dell’F.B.I. dove ha la sua base. Scully – tra loro si chiamano rigorosamente per cognome, come noi facevamo a scuola… – è, invece, la figlia di un ufficiale di marina tutto di un pezzo. Laureata brillantemente in medicina, ha una sorella (che morirà al posto suo in una celebre puntata) ed è istruttore dell’F.B.I. a Quantico. Noi telespettatori sappiamo subito che lei ha ricevuto l’ordine di investigare, allo scopo di invalidarne i risultati, su un progetto non ufficiale denominato X-Files, una sorta di “mucchio selvaggio” di misteriosi e irrisolti casi ai quali il Bureau non è riuscito a dare concrete spiegazioni. Titolare di questi casi è il nostro Fox che fin dalle prime battute ci sembra un poco fissato con tutto quello che non sembra trovare spiegazioni logiche e concrete.
In realtà, la serie ha una sottotrama che vive in forma alternativa e pian piano prende forza con diversi personaggi di contorno che porteranno X-Files verso un successo planetario. Gola Profonda, l’Uomo Che Fuma, i Lone Gunmen, il Vice Direttore Walter Skinner, Mr. X e altri personaggi ancora, ambigui oppure cattivissimi, intelligentissimi oppure onestissimi, senza tacere di loro, gli omini verdi, subdoli e spietati. Già, perché alla fine tutta X-Files è finalizzata allo sviluppo di una trama che racconta un complotto per consentire una prossima invasione di una razza aliena grazie anche al concorso di un gruppo di umani infiltrati nel cuore di diversi governi mondiali. Il sistema è semplice: gli extraterrestri hanno sviluppato una generazione di ibridi umano-alieni e anche una sorta di batterio ambivalente, virus mortale per tutti ma vaccino per i suddetti potenti (e relative famiglie…). In tal modo lo sterminio di gran parte della razza umana – con pochi sopravvissuti pronti a servirli – consentirà una comoda e riuscita invasione agli omini verdi.
Le stagioni si susseguono con immutato successo. Al termine della quinta stagione viene inserito un vero e proprio film, X-Files – Il Film, che ha lo scopo di far conoscere a un pubblico più ampio la serie e portare più avanti la serie stessa nella teoria del complotto con un tempo minore delle consuete 24 puntate che, normalmente, formano la stagione completa. Dalla sesta alla nona stagione è tutto un susseguirsi di colpi di scena, doppi e tripli giochi, morti improvvise e riapparizioni da infarto! Ma X-Files finisce male, o meglio, in maniera velatamente incompiuta poiché si viene a sapere che: gli Alieni invaderanno la Terra il 22 dicembre 2012; nessuno si potrà opporre; che il governo-ombra non è sconfitto e che per i due agenti la vita non sarà mai semplice, anzi. Ma Mulder, che è un ottimista, prima del buio dice a Scully che “Si può ancora sperare…”. Fox, praticamente un romanista!
To be continued…

22) The Eichmann Show – Il Processo Del Secolo

The Eichman

Il biglietto da acquistare per “The Eichman show – Il processo del secolo” è: 1)Neanche regalato; 2)Omaggio; 3)Di pomeriggio; 4)Ridotto; 5)Sempre.

Un film di Paul Andrew Williams, scritto da Simon Block. Con Martin Freeman, Anthony LaPaglia, Rebecca Front, Zora Bishop, Andy Nyman. Drammatico, 95′. 2016

Al cinema il 25-26-27 gennaio

La televisione è tutt’altro che istruttiva. La televisione manda in onda programmi diseducativi e volgari. La televisione è il nuovo oppio dei popoli. Da convinto teledipendente quale sono, mi è capitato molte volte di ascoltare – con fastidio, lo ammetto – frasi come queste, pronunciate da chi si sente culturalmente diverso. Superiore, per certi versi.

Eppure chi sostiene che la televisione sia una cattiva maestra sempre e comunque probabilmente non conosce la storia del processo al gerarca nazista Adolf Eichman, svoltosi in Israele nell’aprile del 1961.

Alla fine della seconda guerra mondiale molti ex aguzzini tedeschi riuscirono a scappare e a rifugiarsi, sotto falsa identità, in Sud America. Lo stato di Israele, nato di recente, non dimenticò però gli orrori commessi sugli ebrei e avvalendosi del Mossad, i servizi segreti, iniziarono una spietata caccia ai criminali nazisti.

Un blitz del 1960 portò alla cattura di Adolf Eichman, esecutore della “Soluzione Finale”. L’uomo fu poi condotto in Israele per essere processato come criminale di guerra. Il Primo Ministro israeliano Ben-Gurion decise di predisporre un processo pubblico, che avesse un’ampia risonanza mediatica.

Per realizzare un vero e proprio show convocò il produttore americano Milton Fruchtman (Freeman), subito convinto delle straordinarie potenzialità comunicative dell’evento, che avrebbe permesso a Israele e ai sopravvissuti dei campi di sterminio di raccontare al mondo le atrocità subite e la lucida follia del nazismo.

Come regista dello show fu scelto il talentuoso e carismatico Leo Hurwitz (LaPaglia), che stava vivendo un momento di declino professionale dopo essere stato inserito nella lista McCarthy con l’accusa di agire contro gli interessi dell’America.

A molti potrà sembrare paradossale che il film di Paul Andrew Williams scelga di mettere in risalto il dietro le quinte della produzione televisiva piuttosto che il processo in sé, ma ciò che interessa è far capire come fu possibile realizzare uno show all’interno di un procedimento penale.

Lo spettatore segue la preparazione della coppia Fruchtman-Hurwitz, chiamata a fronteggiare problemi tecnici e ritrosie da parte dei giudici, molto restii ad ammettere in aula le telecamere. Il processo doveva sì essere mediato, ma anche dimostrare la capacitò dello stato ebraico di far funzionare la giustizia, garantendo un trattamento equo a Eichman.

La scommessa professionale e personale in cui si lanciò Fruchtman era enorme: da un lato si impegnò a catturare l’attenzione del mondo, scuotendo la coscienza di persone ancora quasi ignare della tragedia dell’Olocausto; dall’altro dovette subire pressioni e minacce alla sua famiglia da parte di fanatici nazisti.

Per Hurwitz, invece, il processo rappresentava l’opportunità di un riscatto professionale ma anche l’occasione di comprendere e mostrare attraverso le riprese se in Adolf Eichman fosse presente un minimo di umanità. continua su

Al cinema: The Eichmann Show – Il processo del secolo

Vittorio De Agrò e Cavinato Editore presentano “Essere Melvin”

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The ticket to buy for “The Eichman show – The trial of the century” is: 1) Not even a present; 2) Tribute; 3) In the afternoon; 4) Low; 5) Always.

Directed by Paul Andrew Williams, written by Simon Block. Martin Freeman, Anthony LaPaglia, Rebecca Front, Zora Bishop, Andy Nyman. Drama, 95 ‘. 2016

To theaters on January 25-26-27

Television is anything but instructive. Television broadcasts programs morally harmful and vulgar. Television is the new opiate of the people. From couch potato convinced that I am, I happened to hear many times – with annoyance, I admit – phrases like these, uttered by those who feel culturally different. Higher, in some ways.

Yet those who argue that television is a bad teacher always probably does not know the story of the trial of Nazi Adolf Eichmann, held in Israel in April 1961.

At the end of the Second World War many former torturers Germans managed to escape and take refuge under a false identity, in South America. The state of Israel was born recently, but did not forget the horrors committed on Jews and making use of the Mossad secret service, they began a ruthless hunt for Nazi criminals.

A blitz of 1960 led to the capture of Adolf Eichmann, executor of the “Final Solution.” The man was then taken to Israel to be tried as a war criminal. Israeli Prime Minister Ben-Gurion decided to prepare a public process, which had wide media coverage.

To make a real show called the American manufacturer Milton Fruchtman (Freeman), once convinced of the extraordinary communicative potential of the event, which would allow Israel and the survivors of the concentration camps to tell the world the atrocities suffered and lucid madness Nazism.

As director of the show was chosen the talented and charismatic Leo Hurwitz (LaPaglia), which was experiencing a time of declining professional after being listed as McCarthy on charges of acting against the interests of America.

To many it may seem paradoxical that the film Paul Andrew Williams chooses to highlight the behind the scenes of television production rather than the process itself, but what is interesting is to understand how it was possible to create a show within a process criminal.

The viewer follows the preparation of the couple Fruchtman-Hurwitz, called to deal with technical problems and reluctance by the courts, very reluctant to admit the cameras in the courtroom. The process had to be mediated yes, but also demonstrate fail to see the Jewish state to operate the justice, ensuring a fair treatment to Eichman.

The professional and personal bet in which he launched Fruchtman was enormous: first undertook to capture the attention of the world, shaking the conscience of people still almost unaware of the tragedy of the Holocaust; the other was subjected to pressure and threats to his family by fanatical Nazis.

For Hurwitz, however, the process represented an opportunity to ransom professional but also an opportunity to understand and show through filming if Adolf Eichman was present a minimum of humanity. continues on

Al cinema: The Eichmann Show – Il processo del secolo

Vittorio De Agro and Cavinato Publisher present “Being Melvin”

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