22) Sono Tornato

“Sono Tornato” è un film di Luca Miniero. Con Massimo Popolizio, Frank Matano, Stefania Rocca, Gioele Dix, Guglielmo Favilla. Commedia, 100′. Italia, 2018

Sinossi: Remake del film rivelazione tedesco, campione d’incassi, la versione italiana immagina il ritorno ai nostri tempi di Benito Mussolini in persona e si prepara a far discutere e riflettere. La commedia si muove tra l’ilarità che suscita il personaggio, visto come parodia di se stesso, e l’inquietudine che nasce di fronte alla sua capacità di guadagnarsi ancora un seguito.

Recensione :

Credo che lo stesso Timur Vermes, nonostante l’ottimismo e l’originalità assoluta dell’idea, non avrebbe mai potuto immaginare che il suo romanzo d’esordio “Lui è tornato”, pubblicato in Germania nel 2012, si sarebbe trasformato in un caso editoriale di portata internazionale. Tradotto in 41 lingue, è uscito in Italia per Bompiani nel maggio del 2014.

Occorreva un certo coraggio unito a una buona dose di follia per immaginare il ritorno di Adolf Hitler nella Germania moderna, ma l’azzardo ha pagato, aprendo la strada a tutta una serie di riflessioni e di dibattiti che fanno ben sperare sulla salute, almeno mentale, del nostro mondo.

Nel 2015 è uscita la trasposizione cinematografica tedesca di “Lui è tornato” accolta, se è possibile, dal pubblico e dalla critica con ancor maggiore entusiasmo. L’occasione di riproporre uno schema analogo in salsa italiana, con protagonista questa volta Benito Mussolini, era troppo ghiotta per lasciarsela scappare, ma i rischi dell’operazione erano alti. A cogliere la sfida è stato il regista Luca Miniero, con il suo “Sono tornato”.

Sebbene tendiamo a considerare il Fascismo un capitolo chiuso della nostra storia, talvolta è viva la sensazione che parte di quell’ideologia sia tutt’altro che morta e sepolta. La paura del diverso, l’insofferenza nei confronti dell’immigrazione, il ritorno della parola “razza” fanno temere che anche nell’Italia di oggi l’abilità oratoria e propagandistica di un Benito Mussolini potrebbero fare seguaci.

Riprendendo fedelmente, nella prima parte, la struttura del film tedesco, “Sono tornato” immagina un ritorno del Duce nella Roma del 2017. Dopo l’iniziale smarrimento, “l’uomo della Provvidenza” accoglie questo evento come una seconda possibilità di realizzare il suo sogno di grandezza.

Mussolini è Mussolini, non nasconde mai la propria identità, eppure appare agli occhi di chi lo circonda o come un bravo attore o come un povero pazzo. Senza rinnegare nessuna delle azioni passate, con discorsi razzisti, antidemocratici e spietati, che non propongono soluzioni ma si limitano semplicemente a criticare, affascina e conquista l’interesse delle persone e dei media, che fanno a gara per avere ospite il Duce.

Massimo Popolizio indossa i panni di Mussolini in modo solenne, serioso, con uno stile e un linguaggio teatranti, trasmettendo allo spettatore tutta la tragicità e la comicità della situazione. Una scelta recitativa che se da una parte esalta il talento, il carisma e la presenza scenica dell’attore, dall’altra fa però perdere al personaggio quelle componenti grottesche che nella trasposizione tedesca erano state i punti di forza. continua su

http://paroleacolori.com/sono-tornato-il-remake-chiave-italiana-del-film-tedesco-di-successo/

Annunci

21) Grace Jones: Bloodlight and Bami

“Grace Jones : Bloodlight and Bami” è un film di Sophie Fiennes. Con Grace Jones, Jean-Paul Goude, Sly & Robbie. Documentario, 116′. Gran Bretagna, Irlanda, 2017

Al cinema il 30 e 31 gennaio 2018

Sinossi:

Né un biopic né un film concerto, nonostante ospiti una dozzina di hit interpretate da Grace Jones sui palchi di tutto il mondo, da “Slave to the Rhythm” a “Pull Up to the Bumper”, fino alle più recenti, personali “Hurricane” e “William’s Blood”. Piuttosto, un diario, un pedinamento autorizzato, la cui produzione ha abbracciato un arco temporale di circa dieci anni, riuscendo ad avere accesso agli aspetti più privati della storia familiare della performer.

Recensione:

Chi è Grace Jones? Perché mai dovrei andare al cinema a vedere un film su questa donna? Sono alcune delle domande che, da ignorante completo in campo musicale, mi sono fatto quando ho ricevuto l’invito per assistere all’anteprima stampa di “Grace Jones: Bloodlight and Bami” di Sophie Fiennes.

Come qualsiasi capra su questa Terra, ho chiesto aiuto all’amico Google per colmare i vuoti. Appurato che Grace Jones è stata prima una top-model, poi una icona del pop e infine anche un’attrice, che ha segnato in modo profondo gli ultimi trent’anni, ho sperato che il film della Fiennes potesse aiutarmi a rendere meno imbarazzante il mio status di nerd senza speranza.

Purtroppo – per me e per la comunità nerd – “Grace Jones: Bloodlight and Bami” fallisce in questa missione pedagogica e culturale, con il suo non essere né un documentario classico né un omaggio all’artista. La regista compie l’errore di pensare che nessuno, oggi, possa ignorare chi sia Grace Jones, dando molto per scontato. continua su

http://paroleacolori.com/grace-jones-bloodlight-bami-un-ritratto-anticonvenzionale-della-performer/

20) Paradise

“Paradise ” è un film di Andrey Konchalovskiy. Con Yuliya Vysotskaya, Christian Clauss, Philippe Duquesne, Peter Kurth, Jakob Diehl. Drammatico, 130′. Russia, Germania, 2016

Sinossi:

Olga, aristocratica russa e membro del Fronte di Resistenza francese, viene arrestata per aver nascosto due bambini ebrei. Sofisticata e astuta, prova a sedurre il suo aguzzino per sfuggire alla tortura ma la morte dell’uomo per mano dei partigiani la condanna ai campi di concentramento. Assegnata allo smistamento degli oggetti appartenuti alle vittime dello sterminio, Olga viene riconosciuta da Helmut, un alto ufficiale tedesco che aveva abbagliato qualche anno prima in Toscana. Il sentimento dell’uomo per Olga, le garantisce presto la libertà e un salvacondotto per la Svizzera. Ma le cose andranno diversamente e Olga si guadagnerà un posto in paradiso.

Recensione:

Chi scrive ammette di provare una certa stanchezza davanti alla proliferazione di film incentrati sul tema dell’Olocausto e sulle crudeltà perpetrate dal nazismo. La stanchezza non ha a che vedere con l’argomento in sé, sempre attuale e degno, quanto con il fatto che il cinema ha prodotto negli anni ogni tipo di lungometraggio, documentario e corto a tema, finendo per consumare, in un certo senso, la potenza visiva di questa immane tragedia.

Allora perché “Paradise” di Andrei Konchalovsky, presentato in concorso alla Biennale di Venezia 2016, merita di essere visto e applaudito, come hanno fatto alla proiezione pubblico e critica?

Un motivo è sicuramente di natura drammaturgica. Il film è costruito in modo originale, con tre storie legate dal fil rouge della guerra e dell’occupazione tedesca in Francia, raccontate in prima persona alla telecamera dai protagonisti.

Ci sono un funzionario di polizia francese collaborazionista, una nobile russa arrestata perché accusata di nascondere degli ebrei e infine un giovane ufficiale nazista convinto sostenitore dell’ideologia hitleriana. Non sappiamo dove si trovino né con chi stiano parlando, e solo andando avanti con la storia scopriamo come si sono evolute le loro storie.

Tre personaggi che hanno fatto scelte diverse, eppure che inseguono, ciascuno a suo modo, un ideale Paradiso in terra, sforzandosi di seguire il proprio cuore e di rimanere fedeli ai propri principi. continua su

http://paroleacolori.com/paradise-orrore-della-guerra-in-tre-destini/

19) Made in Italy -Il Film

“Made In Italy” è un film di Luciano Ligabue. Con Stefano Accorsi, Kasia Smutniak, Fausto Maria Sciarappa, Walter Leonardi, Filippo Dini, Tobia De Angelis, Gianluca Gobbi. Drammatico, 104′. Italia, 2018

Sinossi:

Reggio Emilia. Riko lavora in una ditta che insacca salumi. Ha una moglie, Sara, qualche avventura extra coniugale e un figlio ormai cresciuto che cerca l’autonomia dai genitori. Riko è fondamentalmente  un uomo onesto (così lo considerano gli altri) messo a confronto con un presente in cui la precarietà sembra essere diventata l’unica norma: nei sentimenti, nel lavoro, nel domani.

Recensione:

Il caro Ligabue ha atteso sedici anni per tornare dietro la macchina da presa e firmare il suo terzo lungometraggio, “Made in Italy”.

I motivi di questa lunga assenza li ha spiegati lui stesso nelle note alla regia: la morte del padre durante la fase di post-produzione di “Da zero a dieci” lo aveva segnato – inconsciamente ha associato le due esperienze; la musica è la sua principale attività; fare film è estremamente faticoso.

Nelle note, il Liga ha anche spiegato perché, alla fine, ha messo mano a un nuovo progetto. Prima di tutto quella di “Made in Italy” è una storia che doveva essere raccontata; poi il personaggio di Riko (Accorsi) veicola un sentimento, l’amore frustrato verso l’Italia, che è anche il suo; e per finire la genesi del film è anomala: sono nate prima le canzoni che hanno formato un album che ha dato il là a una sceneggiatura (con una prevedibile colonna sonora).

Se sui motivi che hanno tenuto Luciano Ligabue per così tanto tempo lontano dal cinema non mi sento assolutamente di esprimere un giudizio, voglio farlo su quelli che lo hanno portato a scrivere e dirigere “Made in Italy”.

La scelta di raccontare la storia d’amore tra Riko e Sara (Smutniak), una coppia come tante, che però vive un momento di grande crisi dopo 18 anni e un figlio, convince poco. Soprattutto risulta forzato, a tratti persino retorico, il volerla utilizzare per mostrare le contraddizioni e le difficoltà sociali, morali ed economiche che attraversano il nostro Paese.

Nonostante Ligabue abbia descritto il film come una storia a sé e non come il ritratto di un’intera generazione (precaria a livello affettivo e lavorativo), la sua visione risulta elitaria e favolistica. L’urgenza di raccontare un disagio è condivisibile, le modalità con cui lo fa non tanto. continua su

http://paroleacolori.com/made-in-italy-un-film-di-luciano-ligabue/

 

18) Downsizing

Il biglietto da acquistare per “Downsizing” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Downsizing” è un film di Alexander Payne. Con Matt Damon, Jason Sudeikis, Christoph Waltz, Hong Chau, Kristen Wiig, Alec Baldwin, Neil Patrick Harris. Commedia, 140’. USA, 2017

Le dimensioni contano… anche per salvare il mondo dal disastro ambientale ed ecologico.

Non cominciate a sorridere maliziosi, cari lettori, ma sono i centimetri a dominare la scena in “Downsizing” di Alexander Payne, film d’apertura di Venezia74.

Il mondo sta morendo, lo gridano rabbiosi gli ambientalisti, lo sostengono inascoltati gli scienziati Le scellerate politiche dei governi, il sovraffollamento, la diminuzione delle risorse potrebbero rivelarsi legatali per l’umanità.

Ma ci sono speranze per fermare questo suicidio collettivo? Tanti i progetti e i buoni propositi, pochissime le azioni concrete.

Alexander Payne insieme all’altro sceneggiatore Jim Taylor hanno deciso, con ironia e creatività, di affrontare questa delicata questione scrivendo una favola moderna che mescola fantasia e amara realtà.

In un futuro non molto lontano uno scienziato norvegese, dopo lunghi studi, ha scoperto la formula per rimpicciolire gli esseri viventi. Una scoperta che potrebbe salvare la Terra dal disastro, se l’umanità – posta di fronte al bivio se rimanere un gigante nel mondo morente oppure diventare un nano, ma in un mondo florido – decidesse di sottoporsi al trattamento in tempi rapidi.

Per convincere la comunità scientifica della bontà ed efficacia della propria invenzione lo scienziato si presenta davanti ai colleghi rimpicciolito, insieme a un gruppo di uomini e donne felici di essere le prime cavie umane.

Tra questi c’è Paul Safranek (Damon), che nella vita ha sempre anteposto il dovere ai propri sogni. Stanco di un quotidiano fatto di ristrettezze economiche e rimpianti professionali, l’uomo decide insieme alla moglie Audrey (Wiig) di sottoporsi al trattamento di riduzione.

All’ultimo momento, però, Audrey cambia idea e abbandona il “piccolo” Paul, che anche nella nuova comunità finisce per sentirsi quasi come un corpo estraneo.

Quando, dopo un anno circa, Paul accetta l’invito del vicino Dusan (Waltz), la sua esistenza subisce una svolta. Scoprirà infatti che anche nel mondo dorato dei piccoli esistono ingiustizie sociali e povertà da combattere.

“Downsizing” lascia allo spettatore l’amara sensazione che gli sceneggiatori, nel tentativo di dire troppo, abbiano finito per scrivere una storia prolissa, caotica, incisiva solo in parte. continua su

http://paroleacolori.com/downsizing-un-matt-damon-piccolo-piccolo-contro-disastri-ambientali/

17) L’allegria degli Angoli (Marco Presta)

“L’allegria degli angoli” è un romanzo scritto da Marco Presta e pubblicato da Einaudi nel gennaio 2016.

Sinossi:
Lorenzo è un geometra, ma ha imparato a proprie spese che di geometrico a questo mondo c’è veramente poco. Le rette parallele, nella realtà, finiscono spesso per incontrarsi, e il quadrato costruito sull’ipotenusa, probabilmente in modo abusivo, non equivale mai alla somma dei quadrati costruiti sui cateti. Vive con la madre, circondato da un piccolo gruppo di amici, tra cui Massimo, pervaso da un’insana passione per gli articoli da bagno, e Fabio, detto “Il Tranquillizzatore” per la sua capacità di confortare tutti con prevedibili ma graditissime frasi di rito. Lorenzo è serenamente disperato, perché gli manca una cosa fondamentale: il lavoro. Così si piega a fare di tutto, persino la statua vivente in una piccola piazza del centro. Trasformandosi da mite geometra a faraone immobile, dal suo angolo comincerà a vedere il mondo. Osserverà il microcosmo che gli sfila davanti: turisti euforici, connazionali annoiati e un cane bruttissimo, ad esempio. E s’innamorerà, molto, di una ragazza che non fa proprio per lui, d’altra parte “all’interno d’ogni amore deve esserci un circuito stampato, fragile e complicato, che lo rende unico e incomprensibile”. Piloterà nell’ombra qualche vita che gli è cara, nel frattempo. Ma soprattutto, alla fine, lui, proprio lui, messo all’angolo e spalle al muro, farà un gesto imprevisto che ha la forza di un’esplosione: uno di quei gesti che possono inaugurare una nuova vita.
Recensione:
“«L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.»
(Articolo 1 della Costituzione italiana)
I nostri padri fondatori scrivendo il primo articolo della nostra carta costituzionale volevano rendere chiaro ed inequivocabile come il diritto al lavoro, dovesse essere la prima pietra per ricostruire l’Italia Repubblicana post facista.
Oggi guardando i dati Istat sulla disoccupazione giovanile, gli interventi governativi degli ultimi sul mondo del lavoro (Jobs Act), e l’indebolimento e snaturamento identitario del sindacato, ci chiediamo se l’Art 1 della nostra vecchia Costituzione sia stato non solo disatteso, ma dimenticato nella memoria e nello spirito.
Oggi non ci sorprendiamo più se un giovane laureato non trova lavoro, abbia davanti a sé due opzioni: accettare contratti part time o precari con condizioni economiche indecenti od emigrare all’estero per non perdere la propria dignità.
Oggi paradossalmente anche per poter lavorare gratuitamente è necessario compiere una complessa selezione.
Un tempo il “pezzo di carta” era il mezzo per garantirti il sogno del posto fisso, oggi i primi ad essere scartati sono proprio i laureati.
“L’allegria degli angoli” è la storia di Lorenzo, trentaduenne geometra disoccupato, volenteroso e disponibile ad accettare qualsiasi lavoro, pur di non dipendere economicamente dalla vecchia ed amorevole madre.
Lorenzo è un uomo onesto, preciso, educato, non ha paura di sporcarsi le mani, reiventandosi pittore, trasportatore ed infine improbabile artista di strada nelle vesti di un Faraone muto.
Non c’è alcuna vergogna nello svolgere un lavoro onesto anche se può risultare all’apparenza imbarazzante o umile.
Marco Presta affronta con uno stile ironico, semplice, accorato ma mai retorico una storia comune a tanti giovani nel nostro Paese, trasmettendo emozioni ed amare riflessioni al coinvolto lettore.
Lorenzo come i suoi fraterni amici, vorrebbero avere un ‘occasione per dimostrare il loro talento e passione, ed invece si ritrovano a trascorrere le giornate ad oziare o sperando in un lavoro mordi e fuggi.
Come si può anche solo pensare all’amore ed alla possibilità di costruire un futuro con una donna, se non sì è nelle condizioni economiche di poterla invitare neanche a cena?
“L’allegria degli angoli” è anche una commedia romantica ai tempi della crisi, fotografando in modo efficace e divertente l’impaccio dei giovani a relazionarsi con l’altro sesso senza potersi “nascondere” dietro una chat di un social network
“L’allegria degli angoli” è un racconto sincero, intenso nel descrivere la volontà e la determinazione di un giovane uomo di non svendere il proprio orgoglio e dignità seppure di fronte alla prospettiva di un posto di lavoro, ma “diversamente legale”.
In un momento storico e sociale in cui è più facile e comprensibile abbandonarsi al pessimismo rinunciando ai propri sogni, occorre invece andare controcorrente e fidarsi del proprio istinto scrivendo il proprio futuro magari iniziando a corteggiare una ragazza bella quanto impossibile.

16) Tutti gli uomini di Victoria

Il biglietto d’acquistare per “Tutti gli uomini di Victoria” è: Di pomeriggio (Con Riserva)

“Tutti gli uomini di Victoria” è un film del 2016 scritto e diretto da Justine Triet, con: Virginie Efira, Vincent Lacoste, Laurent Poitrenaux, Laure Calamy, Alice Daquet.

Sinossi:
Victoria è un avvocato penalista che deve districarsi quotidianamente tra tanti drammi: dal calo del desiderio sessuale, compensato con incontri casuali e fugaci, agli assalti di un ex marito che prova a sfruttare, anche economicamente, i risvolti scabrosi della loro passata relazione. Accetta di difendere un suo amico, affidandosi a due improbabili testimoni, uno scimpanzé e un cane dalmata, vince e inciampa in un nuovo dramma.

Recensione:
Victoria è una bella quarantenne, un brillante avvocato, ha due figlie ed un ex marito.
La sua vita è scandita dai successi professionali, da un ‘intensa vita sessuale, eppure si ritrova a vivere una profonda crisi esistenziale ed emotiva.
Victoria è stanca fisicamente? Depressa? Insoddisfatta?
È difficile per lo spettatore maschile comprendere appieno quale sia la vera natura della crisi che ha travolto l’esistenza della nostra protagonista.
Probabilmente “Tutti gli uomini di Victoria” è una pellicola più adatta al pubblico femminile e soprattutto a tutte quelle donne in carriera che devono fare i salti mortali per conciliare vita professionale e quella privata.
Victoria è sempre stata una donna “alfa”, decisa, determinata in ogni settore della vita.
Amava fare sesso con partner diversi ed occasionali conosciuti sul web.
Adesso però Victoria appare chiusa dentro una bolla diventando satura di sesso ed incapace di provare veri sentimenti con qualsiasi partner maschile.
Per una curiosa legge del contrappasso di dantesca memoria, la vita di Victoria rischia di sgretolarsi a causa di alcuni uomini che contemporaneamente affollano le sue giornate.
Victoria è assediata dalle nevrotiche richieste del suo cliente Vincent (Poupaud), caro amico ed in passato ex amante , accusato di tentato omicidio dall’attuale fidanzata ed allo stesso tempo deve difendersi dallo spirito vendicativo dell’ex marito David (Calamy), che ha trovato un inaspettato successo editoriale raccontando in un blog segreti professionali della donna.
L’unica oasi felice per Victoria sembra rappresentata da Sam (Lacoste), tenero e attento babysitter delle sue figlie.
Quando però il rapporto tra Sam e Victoria diventa più profondo ed intimo, per la seconda tutto diventa più difficile da gestire non riuscendo a comprendere quali siano le vere priorità da salvaguardare ed inseguire.
“Tutti gli uomini di Victoria” rievoca sul piano drammaturgico in qualche modo due celebri pellicole “Harry a pezzi” di Woody Allen e “Donne sull’orlo di una crisi di nervi” di Pedro Almodovar, ma non riuscendo però ad avere la forza, l’ironia e la verve di questi due cult. continua su

http://www.nuoveedizionibohemien.it/index.php/appuntamento-al-cinema-36/

15) Bigfoot Junior

Il biglietto d’acquistare per “Bigfoot Junior” è : Ridotto

“ BigFoot Junior” è un film d’animazione del 2017 diretto da Ben Stassen e Jeremie Degruson, basato sulla sceneggiatura originale “Bigfoot Junior”, scritto da Bob Barlen e Cal Brunker.

Sinossi:
Il duo di registi Jeremy Degruson e Ben Stassen (Il castello magico), firma una nuova emozionante avventura animata con protagonista il temerario figlio di Bigfoot. Bigfoot Junior si chiama Adam e non ha mai conosciuto suo padre. Quando un giorno scova una pista che può condurlo dal genitore scomparso, il ragazzino spettinato – zaino in spalla e scarpe comode – si inoltra nel folto della foresta alla ricerca di una creatura magica e leggendaria. Bigfoot non combacia con i racconti dell’orrore che lo dipingono un gigantesco mostro famelico, ma si rivela un padre affettuoso e giocherellone, impaziente di mostrare al figlioletto gli smisurati poteri dei “Piedoni”. Perché mai, allora, ha abbandonato la sua famiglia? Per proteggerla da un’organizzazione senza scrupoli intenzionata a utilizzare il suo DNA per condurre abominevoli esperimenti scientifici. Quello che Adam non sa è che gli uomini dell’organizzazione lo hanno seguito per stanare e catturare Bigfoot Senior.

Recensione :
Avviso agli spettatori attempati che probabilmente accompagneranno i propri figli a vedere questo film d’animazione : Dimenticate la simpatica e frizzante pellicola “Bigfoot e i suoi amici “del 1987 diretto da William Dear.
“Bigfoot junior” del duo registico Stassen- Degrusson si distacca narrativamente dalla classica ed abituale storia sul Bigfoot, volendo dare una nuova veste , prospettiva e profondità emotiva a questo popolare personaggio.
Come può un Gigante Peloso risultare simpatico e tenero per i bimbi d’oggi?
La risposta creativa e convincente dei due sceneggiatori nel complesso è stata trovata nell’offrire anche al Bigfoot il diritto di formarsi una famiglia e vivere forse..felici e contenti.
Il forse è dovuto al fatto che la cupidigia ed avidità possono spingere l’uomo anche a compiere atti terribili come privare un figlio del proprio padre per dieci anni.
L’incipit di “Bigfoot” è infatti inaspettatamente drammatico ed intenso per lo spettatore mentre osserva la disperata fuga nella giungla di un giovane scienziato da parte dei brutti e misteriosi uomini. con il primo, pur di non farsi catturare, disposto a buttarsi fatalmente nello strapiombo.
Chi era questo scienziato?
Lo scopriamo nella scena successiva, facendo un salto temprale di dieci anni , quando conosciamo il giovane Adam , cresciuto dalla dolce quanto coraggiosa mamma Shelley .
Adam non ha mai conosciuto suo padre, ufficialmente morto quando era solamente un bambino.
Adam è costretto a subire atti di bullismo a scuola da parte di tre suoi compagni, e durante una di queste vessazioni, si rende conto di possedere dei strani poteri: un udito sensibilissimo, una ricrescita dei capelli immediata e dei piedi improvvisamente giganti.
Adama tornato a casa, spaventato da questi misteriosi cambiamenti, scopre per caso che suo padre è ancora vivo. Deluso dalle bugie di mamma Shelley , decide di scappare di casa per conoscere la verità sull’abbandono paterno.

E’ un inizio drammaturgico molto forte e struggente a livello emozionale per un film d’animazione, temperato da un convincente stile registico e da una scrittura equilibrata nei toni e nei dialoghi.
Rendendo così la visione delicata, gradevole senza mai risultare potenzialmente opprimente e triste per un giovane spettatore. continua su

http://www.nuoveedizionibohemien.it/index.php/appuntamento-al-cinema-35/

14) Rocco Chinnici -E’ così lieve il tuo bacio

“Rocco Chinnici-E’ così lieve il tuo bacio” è un film tv di Michele Soavi. Con Sergio Castellitto, Cristiana Dell’Anna, Manuela Ventura, Virginia Tella, Bernardo Casertano, Paolo GianGrasso, Bruno Torrisi, Maurizio Puglisi, Massimo De Santis, Giovanni Carta.

Tratto dal libro “È così lieve il tuo bacio sulla fronte” di Caterina Chinnici

Perché la Rai insiste a mandare in onda film e serie Tv su uomini e donne uccisi dalla mafia? Perché impiegare due ore per riscoprire la storia un po’ impolverata di un magistrato, di un poliziotto, di un politico, di un imprenditore invece di dedicarsi ad altro? Perché format del genere dovrebbero essere trasmessi anche nelle scuole?

Se i criminali, in tv, hanno un grande successo – basta pensare a fenomeni mediatici come “Suburra” o “Gomorra” – non è altrettanto semplice spingere, soprattutto i giovani, ad appassionarsi alle vite di persone “normali”. Come Rocco Chinnici, a cui è dedicato il nuovo tv movie Rai.

Il consigliere Chinnici fu ucciso il 29 luglio 1983, all’età di cinquantotto anni, davanti alla sua abitazione a Palermo. Antonino Madonia, sicario assoldato dal boss Totò Riina, azionò il detonatore che fece esplodere una fiat 126 verde imbottita con 75 kg di esplosivo. Insieme a Chinnici persero la vita il maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, l’appuntato Salvatore Bartolotta e il portiere dello stabile di via Federico, Stefano Li Sacchi. L’unico superstite fu Giovanni Paparcuri, l’autista.

Ma chi era Rocco Chinnici? E perché venne ucciso in modo così brutale ed eclatante, prima delle stragi di Capaci e via d’Amelio?

Chinnici era un magistrato, un onesto lavoratore, un padre affettuoso anche se all’antica, un marito innamorato. Si alzava ogni mattina all’alba per studiare le carte dei processi nel suo studio; era presente per la figlia Caterina, sottoponeva ogni suo possibile fidanzato a una chiacchierata piuttosto formale, nonostante gli impegni era il rappresentate di classe dei genitori.

Secondo lui i magistrati si dividevano in tre categorie: i lavativi, quelli che tirano a campare e i collusi. Ma come pochi altri non accettò lo stato delle cose a Palermo, sfidando il sistema di collaborazione tra mafia e colletti bianchi e intuendo l’esistenza di un terzo livello di controllo e potere, che aveva come centro Roma.

Rocco Chinnici fu anche il primo magistrato ad andare nelle scuole palermitane a parlare di mafia, credendo fortemente nell’importanza della formazione dei giovani. E anche in quella della condivisione delle informazioni con i colleghi. A lui si deve di aver gettato le basi di quello che, dopo la sua morte, sarebbe diventato il “Pool Antimafia” guidato dal giudice Antonio Caponetto, e di aver fatto interessare il giovane magistrato Giovanni Falcone alla mafia. continua su

http://paroleacolori.com/sergio-castellitto-e-rocco-chinnici-luomo-che-creo-il-pool-antimafia/

13) Agnelli

Il biglietto da acquistare per “Agnelli” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Agnelli” è Un film di Nick Hooker. Documentario, 96′. USA, 2017

Il 23 gennaio 2003 moriva a Torino l’Avvocato, all’anagrafe Giovanni Agnelli. Quel giorno l’Italia repubblicana diceva addio al suo ultimo re, la quintessenza di potere, ricchezza, fascino, carisma made in Italy.

A 14 anni dalla sua scomparsa, il canale americano HBO ha voluto realizzare un documentario, visto con gli occhi di uno straniero, sulla figura privata e pubblica dell’Avvocato.

“Agnelli” di Nick Hooker è stato presentato in anteprima mondiale alla Settimana degli Autori di Venezia 74.

Se in Italia un progetto di questo genere si è colpevolmente dimenticato di girarlo, questo documentario racconta in modo asciutto, diretto, accurato e senza cadere nel retorico o nel celebrativo il personaggio attraverso le interviste a familiari, amici, manager, amanti, giornalisti, ma anche al cuoco e al giardiniere di fiducia di Agnelli.

L’impianto drammaturgico è lineare, chiaro e fluido, con la vita divisa in cinque capitoli: L’ascesa della Fiat, La dolce vita, La presa del potere, Il colpo di stato, Edoardo.

Fin dal principio è evidente l’intento narrativo del regista: mostrare quanto i successi e le difficoltà della famiglia Agnelli e della Fiat siano strettamente collegati allo stato di salute dell’Italia.

Se da noi questo legame è stato sempre oggetto di critiche e polemiche, per un americano la Fiat è stata semplicemente la prima grande industria italiana capace di competere con successo nel mondo, dando l’impulso alla rinascita degli anni ‘50 continua su

http://paroleacolori.com/agnelli-un-documentario-racconta-la-figura-dellavvocato/