21) Certi Momenti (Andrea Camilleri)

camilleri

“Certi momenti” è un romanzo di Andrea Camilleri pubblicato nel Novembre 2015 da Chiare Lettere.

La vita di ognuno di noi è composta da singoli e precisi momenti, tali da renderla unica e importante.
Se ci fermiamo un momento e volgiamo lo sguardo all’indietro, potremmo immaginare di vedere i momenti decisivi o almeno significativi della nostra esistenza come fossero delle vecchie foto in bianco e nero.

E queste suddette foto sono raccolte nell’album della nostra memoria regalandoci sempre emozioni e riflessioni forti.
Quante mani abbiamo stretto, quanti incontri fortuiti e quante persone abbiamo incontrato nella nostra vita lavorativa e personale?
E’ possibile fare un bilancio e stirare un elenco di quali momenti possano essere catalogati più importanti?
Sì, se lo fa Andrea Camilleri che non solo è il Maestro artistico che noi tutti conosciamo, ma soprattutto Maestro di vita e cantastorie di un secolo appena trascorso.
Camilleri non è la prima volta che apre ai suoi lettori il baule dei suoi ricordi per raccontare aneddoti succosi della sua vita. Eppure ma come questa volta il Maestro scrive di sé e delle sue esperienze personali con una delicatezza e semplicità rara che toccano le corde emotive del lettore e soprattutto affascinando come un nipote piccolo che ascolta i racconti di un vecchio nonno.
Camilleri con uno stile caldo e nello stesso tempo asciutto ed essenziale porta il lettore in un viaggio nel tempo facendoli conoscere personaggi famosi come il regista PierPaolo Pasolini o l’editore Livio Garzanti, e scrittori come Antonio Tabucchi e Primo Levi tratteggiandoli da una prospettiva diversa e personale che non può stupire e far sorridere.
Eppure sono i momenti privati che probabilmente hanno maggiore forza e intensità narrativa per il lettore per come Camilleri riesca a trasmettere la straordinarietà di uomini e donne, in apparenza normali e umili, ma che in vero possedevano una bontà d’animo, personalità e carisma, che non solo toccarono la vita dell’autore siciliano, ma rimangono impressi anche nel lettore.
Come ad esempio nel caso della”Confessione” in cui Camilleri, futuro sposo, avendo bisogno di essere cresimato , ha l’opportunità di conoscere un vecchio vescovo che lo colpirà per la sua natura semplice e profonda.
Sorridiamo del “momento” della Federala, dove una donna, seppure convintamente fascista, si rivela però più devota al marito comunista, sostenendolo in segreto.
Oppure non possiamo non commuoverci nel momento “David detto Pippo” dove l’autore ci racconta una bellissima storia d’amicizia interrotta solo dalle tragiche leggi razziali che anche regime fascista adottò.
Ogni vita è degna di essere raccontata perché contiene momenti di grande valore affettivo e simbolico, questi “Certi momenti” in più confermano la grandezza umana e morale di Camilleri oltre che il suo talento letterario.

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“Certain moments” is a novel by Andrea Camilleri published in November 2015 by Clear Letters.

The life of each of us is made up of individual and specific moments, that make it unique and important.
If we stop a moment and we look back, we could imagine seeing the decisive moments of our existence, or at least significant as if they were old pictures in black and white.

And these are collected these photos in the album of our memory giving always strong emotions and reflections.
How many hands have tight, many chance encounters and how many people we met in our work and personal life?
E ‘can make a budget and stretch a list of such moments can be cataloged more important?
Yes, if it does Andrea Camilleri that not only is the Master art that we all know, but mostly Master of life and storytellers of the past century.
Camilleri is not the first time he opens his readers the trunk of his memories for juicy anecdotes of his life. But as yet this time the Master writes about himself and his personal experiences with a rare delicacy and simplicity that touch the emotional chords of the player and especially fascinating as a small nephew who hears the tales of an old grandfather.
Camilleri with a warm and at the same time dry and essential leads the reader on a journey through time, make them known celebrities such as director Pier Paolo Pasolini or publisher Livio Garzanti, and writers such as Primo Levi and AntonioTabucch tratteggiandoli from a different perspective and staff which is not surprising and making people smile.
Yet they are the private moments that probably have more strength and intensity narrative for the reader as for Camilleri is able to convey the extraordinary men and women, apparently normal and humble, but who possessed a genuine kindness, personality and charisma, that not only they touched the life of the author Sicilian, but also remain etched in the reader.
Such as in the case of the “Confession” in which Camilleri, future husband, she needed to be confirmed and forcing him to the ritual of confession and on this occasion to get to know an old bishop who impresses with its simple nature and profound.
We smile in the “moment” of Federala, where a woman, albeit convincingly fascist, turns out to be more devoted to her husband communist, supporting him in secret.
Or we can not move us in the moment “said David Foo” where the author tells a beautiful story of friendship interrupted only by the tragic racial laws that fascist regime adopted.
Every life is worth telling because it contains moments of great emotional and symbolic value, these “Certain moments” more confirmed human greatness and moral Camilleri as well as his literary talent.

Vittorio De Agro presents “Let us love, despite everything”

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20) Steve Jobs

jobs

Il biglietto d’acquistare per “ Steve Jobs” è: 1)Neanche regalato; 2)Omaggio; 3)Di pomeriggio; 4)Ridotto; 5)Sempre.

Un film di Danny Boyle. Con Michael Fassbender, Kate Winslet, Sarah Snook, Seth Rogen, Jeff Daniels, Michael Stuhlbarg. Biografico, 122′. 2015

Probabilmente sono uno dei pochi, nel 2016, ad avere una cultura informatica prossima allo zero unita a un rapporto conflittuale con la tecnologia. I computer li ho amati da piccolo, per via dei videogame, e oggi me ne servo principalmente per scrivere e inviare mail e soprattutto per fingere di essere un tipo social.

Premessa necessaria per spiegarvi perché, nel mio personale pantheon, figure come quella di Steve Jobs non ricoprono una posizione preminente, da semi-divinità, per intenderci. Eppure, nonostante questo, ho scelto di vedere il film sul fondatore della Apple e, di fatto, moderno Leonardo DaVinci dell’informatica.

Un primo tentativo di celebrare la figura di Jobs portandola sul grande schermo era stato già fatto due anni fa. Il film di Joshua Michael Stern, con protagonista Ashton Kutcher, però, non è stato un gran successo ed è stato presto messo nel dimenticatoio. Nonostante quel flop, Danny Boyle e Aaron Sorkin hanno deciso di provare nuovamente a lavorare con questa materia, raccontando la vita di Steve Jobs dalle origini al successo, convinti che fosse meritevole di uno sforzo produttivo e artistico.

Hanno avuto ragione a insistere? Direi di sì, dal momento che il sottoscritto è riuscito a vedere la pellicola fino alla fine, facendosi nel complesso prendere dalla storia per merito di un’ottima sceneggiatura e di una convincente struttura narrativa.

Nella mia memoria di persona comune c’è il ricordo di Jobs in jeans e maglione nero, mentre presenta dal palco le sue diavolerie davanti a una platea entusiasta. L’idea vincente dello sceneggiatore Sorkin è proprio quella di scegliere di ricostruire non tanto le varie fasi della vita dell’uomo-Jobs (che si vedono, certo, ma quasi come corollario), ma di mostrarlo al culmine dello splendore, ovvero durante le presentazioni che hanno costellato la sua carriera, decretandone trionfi e rovinose cadute.

Lo spettatore è accompagnato in tre distinti viaggi del tempo: 1984, 1988, 1998. In tutti e tre i momenti, riporta la storia, Jobs cercò di convincere il mondo della sua visione di modernità e di come la società avrebbe dovuto aprirsi a essa.

È come trovarsi davanti a tre atti teatrali in fieri, dove viene raccontato non solo lo spettacolo in quanto tale ma anche i momenti che precedono le presentazioni nel corso dei quali Jobs (Fassbender) è chiamato a confrontarsi non solo i suoi collaboratori e soci, ma anche con una vita personale travagliata e turbolenta. Un dietro le quinte regolato dall’onnipresente Joanna (Winslet), direttore marketing della Apple, scandito dai duri confronti con i tecnici, pungolati fino all’estremo perché diano sempre il meglio, e dalle discussioni agrodolci con l’amico di sempre Steve (Rogen) e con John Sculley (Danies), amministratore delegato della società.

A Steve Jobs non vengono fatti sconti – così lo spettatore si trova davanti un uomo antipatico, sicuro di sé fino all’eccesso, arrogante, convinto della sua visione delle cose, egoista. Un uomo che però si rivela essere un vero leader, carismatico, capace d’infiammare le folle e di imporre le proprie idee con le cattive.

Nella pellicola non viene però tratteggiato solo il lato pubblico del personaggio; altrettanta attenzione e precisione viene riservata all’uomo-Jobs, che spesso dimostra di essere ben poco umano ed empatico, tanto, ad esempio, da rifiutare per lungo tempo la paternità di una figlia che il test del Dna aveva attestato come sua al 94%.

Una sceneggiatura quasi teatrale, asciutta e ben scritta, che riesce con la forza delle parole a dare vivacità e pathos a una storia di per sé assai statica e dai ritmi compassati. Il testo tende un po’ a perdersi quando descrive con eccessivi tecnicismi il lavoro di Jobs, risultando arido e di difficile lettura per un pubblico di non specialisti. Comunque non stupisce che la sceneggiatura sia stata premiata ai Golden Globe.

La regia di Danny Boyle è pulita, ordinata, attenta a seguire le indicazioni del testo, ma priva di quel guizzo che ci saremmo aspettati dal regista inglese. continua su

Al cinema: Steve Jobs

Vittorio De Agrò e Cavinato Editore presentano “Essere Melvin”

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The ticket purchase for “Jobs” is: 1) Not even a present; 2) Tribute; 3) In the afternoon; 4) Low; 5) Always.

Directed by Danny Boyle. With Michael Fassbender, Kate Winslet, Sarah Snook, Seth Rogen, Jeff Daniels, Michael Stuhlbarg. Biographical, 122 ‘. 2015

They are probably one of the few, in 2016, to have a culture of information close to zero coupled to a conflictual relationship with technology. The computer I loved them as a child, because of video games, and now I use it mainly for writing and sending emails and especially for pretending to be a social type.

Prerequisite to explain why, in my personal pantheon, figures like Steve Jobs did not hold a leading position, as semi-gods, so to speak. Yet, despite this, I choose to see the film about the founder of Apple and, in fact, modern science Leonardo DaVinci.

A first attempt to celebrate the life of Jobs bringing it to the big screen had already been done two years ago. The film by Joshua Michael Stern, starring Ashton Kutcher, however, has not been a great success and was soon put on the back burner. Despite that flop, Danny Boyle and Aaron Sorkin decided to try again to work with this matter, telling the life of Steve Jobs from the beginning to the success, convinced that it was worthy of a production and artistic efforts.

They were right to insist? I would say yes, since the undersigned was able to see the film until the end, making the whole take from history thanks to an excellent script and a compelling narrative.

In my memory of ordinary people is the memory of Jobs in jeans and black sweater, while the stage presents its newfangled front of an enthusiastic audience. The winning screenwriter Sorkin is the one to choose to rebuild not just the various stages of human life-Jobs (which are seen, of course, but almost as a corollary), but to show it at the height of splendor, or during presentations that have marked his career, decreeing triumphs and fall over.

The viewer is accompanied by three separate travel time: 1984, 1988, 1998. In all three times, reports the story, Jobs tried to convince the world of his vision of modernity and how the company would have to open up to it.

It’s like being in front of three-act plays in the making, which is told not only the show as such but also the moments preceding the presentations during which Jobs (Fassbender) is confronted not only its employees and partners, but even with a troubled and turbulent personal life. A behind the scenes regulated by the ubiquitous Joanna (Winslet), marketing director of Apple, punctuated by harsh confrontations with technical, goaded to the extreme so that they give the best, and discussions with the bittersweet time friend Steve (Rogen ) and with John Sculley (Danies), CEO of the company.

A Steve Jobs are not made discounts – so the viewer is in front of a man obnoxious, self-confident to a fault, arrogant, convinced of his vision of things, selfish. A man who later turns out to be a true leader, charismatic, able to inflame the crowds and to impose their own ideas with the bad.

In the film, however, it is not only dashed the public side of the character; much attention is paid to man-precision and Jobs, which often proves to be very little human and empathetic, so, for example, by refusing for a long time the paternity of a child that DNA tests had testified as to its 94% .

A screenplay almost theatrical, dry and well-written, which manages the power of words to give vividness and pathos to a story in itself very static and rhythms prim. The text tends a bit ‘to get lost when excessive technicalities describes the work of Jobs, making it dry and difficult to read to an audience of non-specialists. However it is not surprising that the screenplay was awarded a Golden Globe.

Directed by Danny Boyle is clean, neat, careful to follow the instructions of the text, but without that spark that we would have expected from the British director. continues on

Al cinema: Steve Jobs

Vittorio De Agro and Cavinato Publisher present “Being Melvin”

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19) Affari d’oro di Madeleine Wickham (Sophie Kinsella)

affari d'oro
“Affari d’oro” è un romanzo scritto da Madeleine Wickham in arte “Sophie Kinsella” nel 1996 e pubblicato da Mondadori nell’ottobre del 2015.

A volte il successo può essere portatore di brutte figure involontarie e dannose.
L’ultimo romanzo di Madeleine Wickham è una nuova conferma di quest’affermazione.
“Affari d’oro” probabilmente giaceva impolverato nei cassetti della scrittrice inglese da vario tempo e una volta raggiunto, il successo e la popolarità non le è parso vero alla Madeleine di proporlo nuovamente sfruttando il marchio vincente “Kinsella”. Ebbene la cara Madeleine avrebbe dovuto resistere a questa pericolosa tentazione.
“Affari d’oro” è un romanzo brutto, confusionario e chiaramente acerbo sia nello stile sia nell’intreccio narrativo.
Sembra quasi un romanzo di formazione in cui l’autrice abbia tentato di fare le prove dei suoi successivi e brillanti romanzi.
Ho letto tutti i romanzi pubblicati sia come Wickham o come Kinsella e onestamente questo è sicuramente il più deludente sotto ogni punti di vista.
Il lettore fatica a comprendere il filo rosso della storia e a catalogare il testo in un genere letterario preciso.
Non è una commedia, né un dramma né tantomeno uno spaccato dell’attuale società inglese o almeno europeo.
Si fa fatica a comprendere quale sia il messaggio che l’autrice voglia diffondere al lettore attraverso la lettura.
La struttura narrativa è farraginosa e priva di mordente e incisività non facilitando la lettura e la sua scorrevolezza.
I personaggi appaiono ben poco disegnati e privi di personalità e di quelle sfumature psicologiche e umane che nei precedenti romanzi della Kinsella sono sempre state i punti di forza.
Il tema è dunque il pendolo continuo tra la felicità e l’arte di accontentarsi di una quotidianità magari piatta e monotona, ma comunque serena?
E’difficile stabilirlo con certezza, non scattando alcuna empatia con i personaggi e semmai trovandoli noiosi e scialbi nel complesso.
Dispiace scrivere queste righe per la talentuosa ed eclettica Wickham, ma paga un peccato di presunzione e vanità deludendo molto i suoi accaniti fan.
I veri “Affari d’oro” sicuramente li hanno fatti l’autrice e la Mondadori con le vendite dei libri e al povero lettore non resta che dimenticare presto questa lettura e augurarsi che la Wickham lasci nel cassettone altre sue opere giovanili.

Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci, nonostante tutto”

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“Big Business” is a novel written by Madeleine Wickham, alias “Sophie Kinsella” in 1996 and published by Mondadori in October of 2015.

Sometimes success can be the bearer of bad impression involuntary and harmful.
The latest novel by Madeleine Wickham is a new confirmation of this statement.
“Big Business” probably lay in the dusty drawers of the English writer for some time and once achieved, the success and popularity they felt was not true to the Madeleine to propose it again exploiting the winning brand “Kinsella.” Well dear Madeleine would have to resist this dangerous temptation.
“Big Business” is a novel ugly, confusing and clearly immature both in style is the interweaving narrative.
It almost seems like a Bildungsroman in which the author has tried to make the evidence of his subsequent novels and brilliant.
I read all the novels published as either Wickham or Kinsella and honestly this is definitely the most disappointing in all respects.
The reader struggles to understand the thread of history and indexing text in a specific genre.
Not a comedy nor a drama nor a glimpse of the British company, or at least European.
It is hard to understand what is the message that the author wants to spread the reader through the reading.
The narrative structure is cumbersome and without teeth and incisiveness not facilitating the reading and its smoothness.
The characters appear very little drawn and no personality and the psychological nuances and human than in previous Kinsella novels have always been strengths.
The issue then is the continuous pendulum between happiness and the art of settling for a perhaps everyday flat and monotonous, but still quiet?
It is difficult to establish with certainty, not taking any empathy with the characters and finding them rather boring and dull overall.
Sorry write these lines for the talented and eclectic Wickham, but pays a sin of pride and vanity very disappointing her avid fans.
The real “Big Business” definitely made them the author and the Mondadori book sales and the poor player you just have to forget about this and hope that this reading Wickham leave in the drawer of his other early works.

Vittorio De Agro presents “Let us love, despite everything”

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18) Il Figlio di Saul

il figlio di saul

Il biglietto d’acquistare per “Il figlio di Saul: 1) Neanche regalato 2) Omaggio 3) Di pomeriggio 4) Ridotto 5)Sempre

“Il figlio di Saul” è un film  del 2016 di Laszlo Nemes, scritto da Laszlo Nemes e Clara Royer, con Geza Rohrig.

Diciamocelo francamente: ne abbiamo piene le scatole di film incentrati sull’Olocausto e sui campi di concentramento. Ovviamente non siamo annoiati dall’argomento, bensì da come una pagina orribile e nefasta dell’umanità sia diventata per il cinema un filone da sfruttare fino all’inverosimile.

Anche il solo pensare di cancellare la razza ebraica è qualcosa di diabolico oltre che di inumano.

L’Olocausto è una piaga che va costantemente ricordato alle nuove generazioni, perché mai una cosa del genere possa ripetersi.

“Il figlio di Saul” di Nemes, probabile vincitore dell’Oscar come miglior film straniero, va visto solo per motivi pedagogici?

No, la pellicola ungherese, che già fin dallo scorso maggio al festival di Cannes ha ottenuto i consensi della critica, ha il merito storico di offrire allo spettatore una prospettiva diversa della vita dentro un campo di concentramento in Germania.

Non è né quella dei prigionieri, né di un nazista, bensì quella di Saul (Rohring), un Sonderkommando: un prigioniero ebreo obbligato a svolgere il ruolo ingrato e terribile di accompagnare gli altri prigionieri ebrei alle camere a gas e poi di bruciarne i corpi e spargerne le ceneri nelle acque..

I Sonderkommando vivevano separati dal resto dei reclusi.

Se vogliamo, avevano una “vita privilegiata” e nello stesso tempo angosciante e alienante dovendo accompagnare alla morte, amici e parenti, senza poter fare nulla per salvarli.

Gli stessi Sonderkommando erano sostituiti ogni quattro mesi da nuovi e quindi consapevoli anche di una morte imminente, perché scomodi testimoni.

Eppure costretti a svolgere un incarico infame e tragico su ordine degli aguzzini tedeschi.

Solo negli anni Ottanta il loro ruolo è emerso e,soprattutto, riabilitato agli occhi della storia e da gli stessi sopravvissuti dei lager.

Lo spettatore sa poco o nulla della vita precedente di Saul, un uomo che vive come un automa questo suo compito, forse, per non ascoltare le grida della propria coscienza.

Eppure qualcosa cambia nell’anima del protagonista, quando un giorno assiste alla barbara soppressione di un bambino sopravvissuto alla camera a gas da parte di un medico tedesco. Saul riconosce o,forse, pensa di rivedere suo figlio decidendo che lo sfortunato ragazzo meriti una sepoltura.

Così Saul inizia a cercare, tra i prigionieri, un rabbino affinché possa celebrare la sepoltura.

Lo spettatore segue con animo angosciato e cupo la determinata e disperata ricerca di Saul in mezzo all’orrore e alla follia tedesca, di cui il regista non risparmia crude e intense scene di fucilazione di massa e di dolore.

Nemes sceglie di raccontare una storia in cui convivono amore e morte, odio e speranza scandito da un ritmo assai compassato e lento che, se da una parte rende difficoltosa l’attenzione dello spettatore e un incisivo pathos narrativo, dall’altra trasmette con il bravo e credibile protagonista Gezà Rohrig le sensazioni di angoscia, alienazione e la perdita di umanità e compassione da parte di tutti nell’inferno voluto dall’uomo.

Una storia che non può scuotere la sensibilità del pubblico. continua su

http://www.nuoveedizionibohemien.it/index.php/appuntamento-al-cinema-il-figlio-di-saul/

Vittorio De Agrò e Cavinato Editore presentano”Essere Melvin”

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The ticket purchase for “The son of Saul: 1) Not even gave 2) Tribute 3) In the afternoon 4) Reduced 5) Always

“The son of Saul” is an animated film of 2016 by Laszlo Nemes, written by Laszlo Nemes and Clara Royer, with Geza Rohrig.

Let’s face it: we have boxes full of films focusing on the Holocaust and the concentration camps. Obviously we are not bored with the subject, but from a page as horrible and nefarious humanity has become a trend for the cinema to be exploited up to capacity.

Even consider deleting the Jewish race is something diabolical as well as inhuman.

The Holocaust is a scourge that must be constantly reminded the younger generation, why would such a thing happen again.

“The son of Saul” Nemes, likely winner of the Oscar for best foreign film, is seen only for educational reasons?

No, the Hungarian film, which already since last May at the Cannes Film Festival has received critical acclaim, has the merit of offering the viewer a different perspective of life in a concentration camp in Germany.

It is neither the prisoners nor a Nazi, but that of Saul (Röhring), a Sonderkommando: a prisoner jew forced to play the thankless role and terrible to accompany the other Jewish prisoners to the gas chambers and then to burn the bodies and stir the ashes in the waters ..

The Sonderkommando lived separated from the rest of the inmates.

If they had a “privileged life” and at the same time frightening and alienating having to accompany death, friends and family, without being able to do anything to save them.

The same Sonderkommando were replaced every four months by new and therefore also aware of imminent death, because they are inconvenient witnesses.

Yet forced to complete them infamous and tragic on the orders of the German captors.

Only in the eighties their role has emerged and, above all, rehabilitated in the eyes of history and from the same survivors of the concentration camps.

The viewer knows little or nothing about the previous life of Saul, a man who lives like a robot carrying out this duty, perhaps, not to hear the cries of his conscience.

But something changed in the soul of the hero, when one day witness the barbaric suppression of a child survived the gas chamber by a German doctor. Saul recognizes or, perhaps, think you see her son and decided that the unfortunate boy deserves a burial.

Saul begins to look among the prisoners, a rabbi so that he can celebrate the burial.

We follow with the mind distressed and gloomy determined and desperate for Saul amid the horror and madness of Germany, of which the director does not spare raw and intense scenes of mass shooting and pain.

Nemes choose to tell a story as it combines love and death, hatred and hope marked by a rather staid and slow pace that, if on the one hand makes it hard for the viewer’s attention and an incisive narrative pathos, the other sends with the good and credible protagonist Geza Rohrig feelings of anguish, alienation and loss of humanity and compassion by all hell wanted man.

A story that can not shake the feeling of the public. continues on

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17) Se mi lasci non vale

se mi lasci non vale

Il biglietto d’acquistare per “Se mi lasci non vale” è : 1) Neanche regalato 2) Omaggio 3) Di pomeriggio 4) Ridotto 5) Sempre

“Se mi lasci non vale” è un film del 2016 di Vincenzo Salemme, scritto da Martino Coli, Paolo Genovese, Vincenzo Salemme, con :Vincenzo Salemme,Paolo Calabresi, Carlo Buccirosso,.Serena Autieri, Tosca D’Aquino, Carlo Giuffrè.

Che cosa significa essere uomo oggi? Esiste ancora l’uomo romantico e sensibile che soffre per amore?
Le donne diranno che un maschio del genere può vivere solo nelle favole. Forse sì, ma in fondo le pene d’amore sono comuni a entrambi i sessi. E se ci pensate bene, la donna soffre ma poi ricomincia una nuova storia di slancio, invece l’uomo si abbrutisce diventando l’ombra di se stesso.
L’uomo innamorato, se lasciato, non capisce la scelta della donna e medita vendetta.
L’uomo di oggi evita il matrimonio come la peste, eppure non vuole rimanere da solo.
Partendo da queste considerazioni semplici e mai scontate che lo spettatore conosce Vincenzo (Salemme) e Paolo (Calabresi), due uomini di mezz’età, appena lasciati dalle rispettive compagne e con il morale sotto i tacchi. I due s’incontrano, per caso, in un locale di Napoli rivedendo l’uno negli occhi dell’altro l’amara condizione di single infelice. Se però Paolo, operatore informatico, è una persona buona e gentile che ha accettato di tornare a Napoli e di convivere con il vecchio padre (Giuffrè), Vincenzo, proprietario di un’agenzia di viaggi, sogna di vendicarsi di Sara (Auteri), ex fidanzata, rompiscatole e vegana.
Vincenzo decide di coinvolgere Paolo nel piano di risarcimento delle sofferenze subite con la stessa moneta, in altre parole di frequentare le rispettive ex, di farle innamorare perdutamente e poi di lasciarle senza pietà.
I due si scambiano le informazioni sui gusti e inclinazioni di Sara e Federica (D’Aquino), quest’ultima, donna ambiziosa in carriera che mal sopportava la “mediocrità” di Paolo, chiedendo aiuto, per questa vendetta del cuore, ad Alberto (Buccirosso) attore squattrinato e vanesio.
Lo spettatore assiste così a una commedia garbata, pulita in cui gli equivoci e le piacevoli gag dei protagonisti tentano di svelare come funzioni davvero il misterioso ingranaggio dell’amore.
Un mistero che resiste nel tempo e nessun piano e accortezza dell’uomo può fermare.
Vincenzo Salemme e gli altri due autori hanno il merito di aver scritto un testo frizzante e divertente che riesce, nel complesso, ad intrattenere con più di una risata il pubblico e a regalare allo stesso tempo lo spazio per una riflessione su cosa significhi essere oggi coppia. L’intreccio narrativo di per sé convince nella sua semplicità, sebbene presenti dei limiti strutturali e, in alcuni passaggi, risulti frettoloso. I dialoghi sono comunque vivaci e spumeggianti, soprattutto per merito dei valenti protagonisti.
La regia di Salemme, sebbene lui stesso in conferenza stampa abbia decisamente smentito, appare da una parte di taglio televisivo, anche se di discreto livello, e dall’altra, nella messa in scena della storia e soprattutto nel guidare il cast, rievoca molto uno stile e approccio teatrale. continua su

http://www.mygenerationweb.it/201601192875/articoli/palcoscenico/cinema/2875-anteprima-se-mi-lasci-non-vale-l-uomo-propone-l-amore-dispone-nell-ultimo-film-di-salemme

Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci,nonostante tutto”

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The ticket purchase for “If you leave me not worth” is: 1) Not even gave 2) Tribute 3) In the afternoon 4) Reduced 5) Always

“If you leave me not worth” it is a film of 2016 by Vincenzo Salemme, written by Martin Coli, Paul Genovese, Vincenzo Salemme, with Vincenzo Salemme, Paolo Calabresi, Carlo Buccirosso, .Serena Autieri, Tosca D’Aquino, Carlo Giuffre.

What it means to be a man today? There is still romantic and sensitive man who suffers for love?
Women will say that a boy like that can live only in fairy tales. Maybe so, but in the end the pains of love are common to both sexes. And if you think about it, the woman suffers but then begins a new story of momentum, instead, man brutalizes becoming a shadow of himself.
The man in love, if left, does not understand the choice of the woman and meditates revenge.
Man today avoid marriage like the plague, but does not want to be alone.
Based on these considerations simple and never predictable that the viewer knows Vincenzo (Salemme) and Paul (Calabresi), two middle-aged men, just left by their partners and the morale in the heels. The two meet by chance in a bar in Naples reviewing each other’s eyes the woeful condition of single unhappy. But if Paul, computer operator, is a good and kind person who has agreed to return to Naples and live with his old father (Giuffre), Vincent, owner of a travel agency, dreams of revenge on Sara (Auteri) former girlfriend, nuisance and vegan.
Vincent decides to involve Paul in the plan of compensation for the suffering endured in the same coin, in other words, to attend their former, to make her fall madly in love and then leave them without mercy.
They exchange information on the tastes and inclinations of Sara and Federica (Aquinas), the latter, ambitious career woman who resented the “mediocrity” of Paul, asking for help, for this revenge of the heart, to Alberto ( Buccirosso) penniless actor and vain.
The spectator witnesses as a gentle comedy, clean where misunderstandings and nice gags of the characters as they try to unravel the mysterious gear functions really love.
A mystery that endures over time and no plan and foresight of man can stop.
Vincenzo Salemme and the other two authors are credited with having written a text bubbly and fun that can, on the whole, to entertain more than a laugh with the audience and at the same time giving the space for reflection on what it means to be a couple today. The storyline in itself convinces in its simplicity, although present structural limits and, in some passages, showing rushed. The dialogues are still bright and sparkling, mainly thanks to talented players.
Directed by Salemme, though himself in the press conference has definitely denied, it appears on one hand to cut the television, although reasonable level, and on the other, in the staging of history and especially in leading the cast, very reminiscent of one style and theatrical approach. continues on

http://www.mygenerationweb.it/201601192875/articoli/palcoscenico/cinema/2875-anteprima-se-mi-lasci-non-vale-l-uomo-propone-l-amore-dispone-nell-ultimo-film-di-salemme

Vittorio De Agro presents “Let us love, despite everything”

http://www.ibs.it/ebook/de-agr-vittorio/amiamoci-nonostante-tutto/9788891176837.html

16) Ti Guardo

Ti Guardo

Il biglietto d’acquistare per “Ti Guardo” è: 1) Neanche regalato  2) Omaggio. 3)Di pomeriggio 4) Ridotto 5) Sempre

“Ti Guardo “ è un film del 2016 scritto e diretto da Lorenzo Vigas e basato su un racconto di Gullermo Arriaga e Lorenzo Vigas, con Alfredo Castro e Luis Silva.

Ho guardato “Ti guardo” e guardatevi dal pagare un biglietto per guardarlo.

Scusate il giro, voluto, di parole, però così si sente lo spettatore alla fine della proiezione del film vincitore di Venezia 72. E subito dopo scatta la domanda spontanea “E se questo era il film migliore presente in concorso com’erano gli altri?”

La risposta d’istinto è: guardiamoci da Venezia e dal suo direttore artistico.

Onestamente è assai difficile comprendere l’entusiasmo e l’ardore degli esimi critici nel recensire questo film. E’un film dignitoso, anche ben recitato, ma assai lontano da poter concorrere alla vittoria finale in un prestigioso Festival quale dovrebbe essere Venezia.

L’opera prima di Lorenzo Vigas ha la freschezza e il desiderio di raccontare la realtà venezuelana usando la forza del realismo e della crudezza delle immagini.

Come ha rilevato lo stesso regista in conferenza stampa la sua opera s’ispira al filone neo realista italiano e soprattutto rendendo omaggio il talento e la creatività di Pasolini.

“Ti Guardo” è un tentativo non riuscito da parte di Vigas di porsi come il Pasolini del Sud America seppure mostri delle discrete potenzialità.

Stupisce davvero come Venezia abbia voluto premiare questo volenteroso ma limitato sforzo.

La scelta di mostrare la decadenza, violenza e il degrado della capitale Caracas attraverso gli occhi di Armando (Castro), tecnico odontoiatrico omosessuale, non convince fino in fondo.

Armando è un uomo solo, schivo e alla ricerca di compagnia, a pagamento, di giovani ragazzi.

Lo spettatore segue il protagonista nei suoi miseri e fugaci incontri che ne scandiscono la monotona esistenza, provata e segnata dal pessimo rapporto con il padre.

In uno di questi approcci stradali Armando conosce Elder/Silva), un giovane ladruncolo oltre che teppista, e dopo un primo incontro degenerato in violenza, tra i due scatta un’inaspettata amicizia.

Un rapporto costruito sulla comune sensazione di abbandono e sentimento di disprezzo nei confronti dei rispettivi padri.

Armando ed Elder sono una coppia improbabile eppure nasce tra loro un legame affettivo che porta il secondo a porsi delle domande sulla propria identità sessuale.

Una struttura narrativa e soprattutto uno stile registico tesi alla ricerca del vero e della quotidianità senza però avere una forza e incisività narrativa ed emozionale. continua su

http://www.nuoveedizionibohemien.it/index.php/appuntamento-al-cinema-ti-guardo/

Vittorio De Agrò e Cavinto Editore presentano “Essere Melvin”

http://www.ibs.it/code/9788899121372/de-agrograve/essere-melvin-tra.html

The ticket purchase for “You Look” is: 1) Not even gave 2) Tribute. 3) In the afternoon 4) Reduced 5) Always

“Look” is a 2016 film written and directed by Lorenzo Vigas and based on a story by Gullermo Arriaga and Lorenzo Vigas, Alfredo Castro and Luis Silva.

I watched “I look at you” and beware of paying a ticket to watch it.

Sorry for the ride, wanted, words, however well you feel the audience after the screening of the winning film in Venice 72. Immediately after shooting the spontaneous question “What if this was the best film in this competition as they were the others? ”

The answer instinctively is: let us look from Venice and its artistic director.

Honestly it is very difficult to understand the enthusiasm and ardor of the distinguished critics in reviewing this film. It is a decent film, also well acted, but far away from being able to compete for the title in a prestigious festival which should be Venice.

The first work by Lorenzo Vigas has the freshness and the desire to tell the Venezuelan reality using the force of realism and rawness of the images.

As he noted by the director at the press conference his work is inspired by the current neo-realist Italian and especially honoring the talent and creativity of Pasolini.

“Look” is a failed attempt by Vigas to act as Pasolini South America although showing some pretty good potential.

Really surprising as Venice wanted to reward this willing but limited effort.

The decision to show the decadence, violence and degradation of the capital Caracas through the eyes of Armando (Castro), dental technician homosexual, does not convince all the way.

Armando is a lonely man, shy and looking for companionship, for a fee, of young boys.

The viewer follows the protagonist in his miserable and brief encounters that punctuate the monotonous existence, tested and marked by bad relationship with his father.

In one such approach road Armando knows Elder / Silva), a young petty thief as well as punk, and after a first meeting degenerated into violence, an unexpected friendship between the two clicks.

A relationship built on common sense of abandonment and feelings of contempt for their fathers.

Armando and Elder are an unlikely couple but born between them a bond of affection that brings the second to ask questions about their sexual identity.

A narrative structure and especially method of directing thesis in search of the real and everyday life without having a strong and incisive narrative and emotional. continues on

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Vittorio De Agro and Cavinto Publisher present “Being Melvin”

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15) The Revenant

The Revenant

Il biglietto d’acquistare per “ The Revenant” è : 1) Neanche regalato 2) Omaggio 3) Di pomeriggio 4) Ridotto 5) Sempre.

“The Revenant-Il Redivivo “ è un film del 2016 di Alejandro Gonzalez IñárrituAlejandro Gonzalez Iñárritu, scritto da Alejandro Gonzalez IñárrituAlejandro Gonzalez Iñárritu,Mark L. SmithMark L. Smith, con Leonardo Di Caprio e Tom Hardy, Domhnall Gleeson.

È più forte l’amore nei confronti di un figlio o il desiderio della vendetta? Quali di questi due sentimenti possono dare a un individuo la forza di sopravvivere in condizioni ambientali e climatiche disperate?
Alejandro Iñárritu parte da questa semplice ma profonda domanda per il tanto atteso film “The Revenant”.
Una pellicola arrivata in Italia carica di Golden Globe, vinti domenica scorsa, e di straordinari consensi della critica che, di fatto, vedrebbero Iñàrritu e, soprattutto, Leonardo Di Caprio trionfatori alla prossima notte degli Oscar.
Sono d’accordo con i colleghi americani? Quasi d’accordo, perché di natura sono bastian contrario e perché delle due ore e quaranta di proiezione, il silenzio dei giornalisti è stato il vero protagonista in sala quando si sono riaccese le luci. Nessun applauso, neanche timido o soffocato.
Un silenzio dovuto in parte al fatto di aver assistito a un film intenso, particolare e ricco che invita a riflettere, ma dall’altra la sensazione di non aver assistito al capolavoro che si sostiene oltreoceano e sul web, per chi ha voluto guardarlo in streaming (grave errore!).
Un grave errore, appunto, perché, fin dalla prima cruenta scena di battaglia, lo spettatore può ammirare la cura del particolare e la ricerca del vero da parte del regista. Si assiste a una scena di lotta, di sangue e di morte costruita in maniera perfetta e vivida, che permette allo spettatore si ‘entrare nello schermo’, bersaglio delle frecce degli indiani, protagonista della corsa disperata verso la barca della salvezza.Un grave errore perché solo sul grande schermo si può godere appieno della straordinaria location naturale scelta dal regista per ambientare la storia.
Un bosco, una steppa innevata che accoglie l’uomo e, nello stesso tempo, diventa il suo peggior nemico per le avverse condizioni climatiche e per i pericolosi animali, tra i quali spicca un gigantesco orso bruno.
È il famoso orso che, da settimane, vediamo sul web in divertenti parodie in cui vince l’Oscar, al posto del buon Di Caprio.
La scena di lotta tra la guida Hugh Glass (Di Caprio) e l’animale è cruenta, brutale quanto eccessiva e poco verosimile. L’aggressione è lo spunto per dare inizio alla povera ed esile storia di questa lunga epopea. Glass è ferito gravemente e i suoi compagni di viaggio, inseguiti dai pericolosi indiani, decidono di abbandonarlo al proprio destino. Sebbene il capitano di spedizione, l’onesto Andrew Henry (Gleenson), ordini al suo sottoposto, l’avido e spietato John Fizgerald (Hardy), di predisporre una degna sepoltura per la guida, l’uomo decide seppellire vivo il moribondo Glass e di uccidere brutalmente l’amato figlio quando tenta d’impedirglielo.
Glass, che ha dovuto assistere impotente alla scena, trova miracolosamente la forza di rimettersi in piedi e di iniziare una traversata disumana nella selva innevata con l’unico scopo di vendicare il figlio.
La vendetta è il filo conduttore del film che, a mio modesto avviso, non è altro che un bellissimo e toccante documentario girato in maniera impeccabile da Iñàrritu.
Il vero protagonista del film non è tanto Leonardo Di Caprio in versione “Survivor”, bensì Madre Natura con la sua forza e la bellezza che lascia il pubblico a bocca aperta per quanto possa essere magnifica e pericolosa allo stesso tempo.
“The Revenant” deve larga parte del suo consenso a una fotografia di altissimo valore, che non potrà non essere premiata da un Oscar. La scelta dei colori, i silenzi alternati all’ipnotica colonna sonora, e l’ambientazione naturale sono sicuramente merito della selezione fatta dal regista messicano che, mai come in questo caso, ha avuto più un ruolo di coordinatore di cotanto splendore, piuttosto che di fornire prova di talento e creatività, come fece meno di un anno fa con lo struggente e visionario “Birdman”. continua su

http://www.mygenerationweb.it/201601162869/articoli/palcoscenico/cinema/2869-anteprima-the-revenant-la-vendetta-e-nelle-mani-di-dio

Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci,nonostante tutto”

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The ticket purchase for “The Revenant” is: 1) Not even gave 2) Tribute 3) In the afternoon 4) Reduced 5) Always.

“The Revenant-The Revenant” is a 2016 film by Alejandro Gonzalez Inarritu IñárrituAlejandro Gonzalez, written by Alejandro Gonzalez Inarritu IñárrituAlejandro Gonzalez, Mark L. Smithmark L. Smith, starring Leonardo DiCaprio and Tom Hardy, Domhnall Gleeson.

It is stronger than the love for a son or a desire for revenge? Which of these two feelings can give a person the strength to survive in environmental and climatic conditions desperate?
Alejandro Inarritu part of this simple but profound question for the long-awaited movie “The Revenant”.
A film arrived in Italy charge of Golden Globe, won last Sunday, and extraordinary critical acclaim that, in fact, would see Inarritu and, especially, Leonardo Di Caprio winners at the next Oscars.
I agree with American colleagues? Almost agreed, because of the nature are contrarian and because of two hours and forty projection, the silence of journalists has been the real protagonist in the room when the lights are ablaze. No applause, even shy or suffocated.
A silence due in part to the fact that he had witnessed an intense film, and particularly rich that invites reflection, but on the other the feeling of not having seen the masterpiece that supports overseas and on the web for those who wanted to watch it in streaming (big mistake!).
A serious mistake, indeed, because, since the first bloody battle scene, the viewer can admire the attention to detail and the quest for truth on the part of the director. We are witnessing a fight scene, blood and death built perfectly and vivid, which allows the viewer is ‘into the screen’, target of the arrows of the Indians, the protagonist of the desperate race towards the boat salvezza.Un serious mistake because only on the big screen you can fully enjoy the extraordinary natural setting chosen by the director to set the story.
A forest, a snowy steppe that welcomes the man and, at the same time, it becomes its own worst enemy in the adverse weather conditions and for dangerous animals, among them a giant brown bear.
It’s the famous bear who, for weeks, we see on the web funny skits in which he won the Oscar, instead of good DiCaprio.
The fight scene between the guide Hugh Glass (DiCaprio) and the animal is cruel, brutal as excessive and unlikely. Aggression is the cue to start poor and thin history of this long epic. Glass is seriously injured and his traveling companions, chased by dangerous Indians, decided to abandon it to its fate. Although the captain of shipping, honest Andrew Henry (Gleenson), orders to his subordinate, the greedy and ruthless John Fizgerald (Hardy), to prepare a proper burial for driving, the man decides to bury alive the dying and Glass to brutally kill the beloved son of stop him when he tries.
Glass, who had to helplessly watch the scene, miraculously finds the strength to get back on their feet and start a journey in inhuman snowy forest with the sole purpose to avenge his son.
Revenge is the theme of the movie, in my humble opinion, is nothing more than a beautiful and touching documentary filmed impeccably by Iñárritu.
The real star of the film is not so much Leonardo DiCaprio in “Survivor,” but Mother Nature with her strength and beauty that leaves the audience gaping matter how magnificent and dangerous at the same time.
“The Revenant” is to a large part of its consent to a photograph of the highest value, which will not be rewarded with an Oscar. The choice of colors, the silences alternated hypnotic soundtrack, and the natural environment are definitely about the selection made by the Spanish director who, never as in this case, has had more than a coordinator of so much splendor, rather than provide proof of talent and creativity, as did less than a year ago with the poignant and visionary “Birdman”. continues on

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Vittorio De Agro presents “Let us love, despite everything”

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14) The Pills – Sempre Meglio Che Lavorare

The Pills sempre meglio che lavorare

Il biglietto d’acquistare per “The Pills – sempre meglio che lavorare” è: 1) Neanche regalato 2) Omaggio 3) Di pomeriggio 4) Ridotto 5) Sempre.

“The Pills –sempre meglio che lavorare” è un film del 2016 di Luca Vecchi, scritto da Mattei Corradini, Luigi Di Capua, Luca Ravenna e Luca Vecchi, con :Luca Vecchi, Luigi Di Capua e Matteo Corradini, Margherita Vicario, Lorenzo Scacchi, Andrea Dolcini, Antonio Marano.

Quando sostengo pubblicamente che sono anziano e orgogliosamente pigro, la reazione dei più è di malcelata insofferenza e repulsione. Ambire all’ozio e al cazzeggio sono desideri politicamente scorretti e un uomo non è ritenuto tale se non è ambizioso.
Ozio e gioventù, sulla carta, sono due parole agli antipodi eppure, dopo aver visto ieri mattina, in anteprima stampa, l’esordio cinematografico dei “The Pills”, si può affermare con tranquillità lo sdoganamento dell’essere fieri lavativi.
Confesso che, fino a ieri, conoscevo poco di questi giovani autori romani che sul web invece hanno acquisito grande popolarità e seguito di fan fin dal 2011. In più, se aggiungete un mio personale pregiudizio nel trasportare una certa comicità dal web sul grande schermo, potete comprendere quale fosse il mio approccio al film.
Ebbene, togliamoci subito il dente: i “The Pills” non rappresentano sicuramente la nuova frontiera della commedia all’italiana come lo stesso Zalone, ma il produttore Pietro Valsecchi ha avuto il merito di credere, in entrambi i casi, a nuovi fenomeni di comicità che bucano lo schermo creando un ponte con il pubblico.
Se Zalone racconta e mette in scena l’uomo medio italiano di oggi, i “The Pills” rappresentano efficacemente la generazione anni ’90 che, sulla carta, dovrebbe essere protagonista di questo secolo e, invece, al massimo ha influenza sul modo e sul luogo in cui prendere l’aperitivo.
Luca, Luigi, e Matteo sono tre trentenni che hanno giurato fin da bambini che mai avrebbero lavorato né si sarebbero assunti alcuna responsabilità. Trascorrono le loro giornate seduti intorno al tavolo della cucina di casa senza porsi alcuna domanda sul futuro. Come dice, amaramente, Luigi (Di Capua) “perché mai dovrei alzarmi ogni mattina alle sette per vivere una vita di merda?”.
Una frase che racchiude tutta la filosofia dei tre ragazzi e, più in generale, di una generazione che ha smesso di credere nel futuro e pensa al posto fisso come una chimera.
I “The Pills” sono, con le dovute proporzioni, come i “Vitelloni” che Federico Fellini ci mostrò magistralmente nel suo film del 1953.
E quando Luca (Vecchi), con l’eccentrica Giulia (Vicario), decide di provare “un’emozione forte”, ovvero fare dei lavori “part time”, non si può non sorridere in modo amaro considerando come sia assai difficile trovare oggi con continuità questa “droga”. Come non ci si può immedesimare in Matteo (Corradini), che ancora vive in casa e a carico dei genitori e tuttavia s’indigna e si stupisce che questi ultimi desiderino una vita diversa e più vivace.
Il film pur, presentando limiti strutturali e narrativi abbastanza evidenti, si rivela, nel complesso, godibile e apprezzabile. La comicità dei “The Pills”, vincente sul web, funziona anche sul grande schermo riuscendo a raccontare con ironia e ferocia quale siano mentalità e contraddizioni delle ultime generazioni. Meritano un convinto plauso i giovani Lorenzo Scacchi, Andrea Dolcini e Antonio Marano per la bravura e naturalezza nel recitare i loro personaggi, rendendo credibili e divertenti i giovani “The Pills”. Infine, è meritevole di una menzione speciale l’interpretazione di Margherita Vicario, nel ruolo della stralunata Giulia. Una recitazione attenta, divertente e, nello stesso tempo, intensa e incisiva. continua su

http://www.mygenerationweb.it/201601152867/articoli/palcoscenico/cinema/2867-anteprima-the-pills-il-filmi-nuovi-vitelloni

Vittorio De Agrò presenta Amiamoci, nonostante tutto

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The ticket purchase for “The Pills – always better than working” is: 1) Not even gave 2) Tribute 3) In the afternoon 4) Reduced 5) Always.

“The Pills-always better than working” is a film of 2016 by Luca Old, written by Corradini Mattei, Luigi Di Capua, Ravenna and Luca Luca Vecchi, with: Luca Vecchi Luigi Di Capua and Matthew Corradini, Margherita Vicario, Lorenzo Chess Andrea Dolcini, Antonio Marano.

When I say publicly that I am old and proudly lazy, the reaction of most is ill-concealed impatience and disgust. Aspire to idleness and want cazzeggiano are politically incorrect and a man is not considered such if it is ambitious.
Leisure and Youth, on paper, are two words antipodes but, after seeing yesterday morning, in print preview, the film debut of “The Pills”, you can say with confidence clearance being proud drifters.
I confess that, until recently, knew little of these young Roman authors on the web instead have gained great popularity and fan following since 2011. In addition, if you add my personal bias in carrying some comedy from the web on the big screen, you can understand what my approach to the film.
Well, now let us take off the tooth: the “The Pills” are certainly not the new frontier of the Italian comedy as the same Zalone, but the producer Pietro Valsecchi had the merit to believe, in both cases, to the new phenomena of comedy that pierce the screen, creating a bridge with the public.
If Zalone tells and depicts the average man of Italian today, “The Pills” are effectively the ’90s generation that, on paper, should be part of this century and, instead, to have maximum influence on the way and on place to have a drink.
Luca, Luigi, and Matthew are three thirty-somethings who have vowed from childhood that never would have worked or would shoulder any responsibility. They spend their days sitting around the kitchen table of the house without asking any questions about the future. As he said, bitterly, Luigi (Di Capua) “why should I get up every morning at seven to live a life of shit?”.
A phrase that encompasses the whole philosophy of the three boys and, more generally, of a generation that has lost faith in the future and think instead fixed as a chimera.
The “The Pills” are, with proper proportions, as the “Vitelloni” Federico Fellini showed us masterfully in his 1953 film.
And when Luke (Old), with the eccentric Julia (Vicar), decided to try “strong emotion”, or do the work “part time”, it is impossible not to smile so bitter considering how very hard to find now continuity with this “drug”. As we can not identify with Matthew (Corradini), who still lives at home and at the expense of parents and yet is surprised and indignant that they want a different life and more vibrant.
The film while presenting structural limitations and narrative quite obvious, is revealed, on the whole, enjoyable and valuable. The comedy of “The Pills”, winning on the web, also works on the big screen being able to tell with irony and ferocity which are mindset and contradictions of the past generations. Deserve applause convinced the young Lorenzo Chess, Andrea Dolcini and Antonio Marano for the skill and ease in playing their characters, making it believable and entertaining young people “The Pills”. Finally, it is worth a special mention to the interpretation of Margherita Vicario , in the role of Giulia dazed. A recitation attentive, funny and at the same time, intense and incisive. continues on

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Vittorio De Agro shows us love, despite everything

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13) La Gemma Di Miw (Manuela Battistelli)

manuela

“La Gemma di Miw” è un romanzo scritto da Manuela Battistelli e auto pubblicato sul portale Lulu il 7 dicembre 2015. Questo è il link per l’acquisto: http://www.lulu.com/shop/manuela-battistelli/la-gemma-di-m%C3%AFw-part1/paperback/product-22476206.html.

Può essere difficile commentare un lavoro di un amico dovendo evitare di offenderne la sensibilità o rischiando di mettere al rischio l’amicizia stessa.
Se poi, come hobby, scrivi recensioni, non puoi certo esimerti da scrivere due righe sull’ultima fatica letteraria dell’amico dimostrando di averlo letto e apprezzato.
Io mi trovo in questa situazione dovendo mettere su carte le mie emozioni e sensazioni dopo aver letto l’ultimo libro della mia amica Manuela.
La mia difficoltà però risiede semmai nell’evitare di apparire di parte e di non dare i giusti meriti al talento e creatività della scrittrice.
Conosco Manuela da tanti anni e ho sempre apprezzato le sue capacita prima di sceneggiatrice e in seguito da autrice. Sono un suo fan e l’ho sempre seguita nei suoi lavori sostenendola e soprattutto notando la sua costante crescita artistica.
Manuela ha una sensibilità unica nel vedere e raccontare il mondo che la circonda e con i suoi testi siano essi poesie, racconti o romanzi hanno sempre dimostrato una grande capacità di emozionare il lettore e di condurlo, con bravura e delicatezza, a riflettere su di sé e sulla società da una diversa prospettiva.
Manuela come scrive nella bella prefazione di questo romanzo, è da sempre una grande appassionata del genere fantasy e così partendo da questa passione come ogni talentuosa artista ha deciso di sfidare i suoi limiti e di mettere in cantiere una saga fantasy tutta sua avendo come punti di riferimento i maestri del genere, uno su tutti: Tolkien.
Personalmente non sono un vero fan di questo genere letterario eppure ho letto con grande facilità e interesse questo romanzo rimanendo colpito dalla fantasia di Manuela e dalla sua sorprendente facilità nel costruire mondi e personaggi così particolari e diversi tra loro e soprattutto credibili e avvincenti. Il lettore conosce personaggi come gli elfi, maghi, creature oscure come gli Yaàrcalen, rimanendo coinvolto dall’intreccio narrativo che seppure complesso sia comunque coerente e logico nello sviluppo.
Lo stile di Manuela è pulito, diretto, elegante e capace di creare nel lettore, intense suggestioni ed emozioni. Un testo che ha al suo interno non solo l’elemento fantasy classico, ma ha anche molto forte la valenza ambientale e di critica nei confronti dell’uomo e dalla sua incapacità di rispettare la natura e di saper vivere in pace e secondo le regole.
“La gemma di Miw” non potrà non colpirvi e coinvolgere facendovi rimanere incollati a leggere fino all’ultimo pagina. Una saga che si prospetta davvero interessante e degna di essere seguita nelle prossime puntate.

12) Creed – Nato per Combattere

Creed

Il biglietto d’acquistare per “Creed – Nato per Combattere” è: 1)Neanche regalato; 2)Omaggio; 3)Di pomeriggio; 4)Ridotto; 5)Sempre.

Un film di Ryan Coogler. Con Michael B. Jordan, Sylvester Stallone, Graham McTavish, Tessa Thompson, Phylicia Rashad. Drammatico, 132′. 2015

Al cinema da giovedì 14 gennaio 2016

Quando uno spettatore pensa al mondo del pugilato trasportato sul grande schermo i nomi che gli vengono in mente sono fondamentalmente due: Robert De Niro e Sylvester Stallone. I personaggi di Toro Scatenato e Rocky Balboa hanno fatto appassionare a questo sport “da uomini veri” anche chi, come il sottoscritto, non vede di buon occhio l’esercizio fisico.

La saga di Rocky, soprattutto, iniziata nel lontano 1977, ha suscitato l’entusiasmo di diverse generazioni, che si sono riviste nell’eroe italo-americano e nella sua lotta per l’auto-realizzazione. Nella memoria degli appassionati ma anche degli spettatori semplici sono impressi gli epici duelli tra Apollo Creed e Rocky, protagonisti dei primi film, entrati di diritto nella storia del cinema.

Apollo e Rocky, avversai primi, amici poi, hanno rappresentato i volti forti ma umani di uno sport fatto di sacrificio, sudore e sangue.

La saga ha seguito tutte le stagioni del pugile italiano – dalla giovinezza fino all’inevitabile declino – con il naturale corredo di delusioni, passi falsi, cadute e risalite, drammi. Se il pubblico considera Rocky un po’ un amico di famiglia, molto poco sappiamo del campione dei campioni Apollo e di cosa sia successo ai suoi cari dopo la sua drammatica morte, avvenuta per mano del russo Ivan Drago.

“Creed – Nato per combattere” colma questo vuoto narrativo, diventando di fatto, più che uno spin off della saga, una sorta di meta-sequel. Nella prima scena del film, lo spettatore compie un salto indietro nel tempo, tornando al 1998 e facendo la conoscenza di Adonis (Jordan), un ragazzino turbolento che passa le giornate a fare pugni con gli altri ospiti della struttura per minori abbandonati dove vive. Il destino di Adonis cambia quando Mary Anne Creed (Rashad) decide di accoglierlo in casa sua, in quanto figlio illegittimo dell’ex marito.

Dopo questo antefatto si torna al presente. Adonis lavora in una grande azienda senza entusiasmo durante la settimana, mentre nei weekend combatte in malfamati club messicani. Sebbene non abbia mai conosciuto il padre Apollo, il ragazzo sente che il suo post è sul ring, ma vuole imporsi per il suo talento e non per il suo nome.

Adonis decide allora di lasciare il lavoro e andare a Philadelphia per provare a convincere l’ex pugile Balboa (Stallone) a fargli da mentore e allenatore. Rocky, vecchio e solo dopo la morte della moglie e dell’amico Poly, inizialmente rifiuta l’offerta. Ma si sa, il richiamo della foresta è più forte di ogni considerazione razionale. Così Rocky, anche per onorare il ricordo del vecchio amico Apollo, accetta di allenare Adonis.

Dalla trama lo avrete capito: “Creed” può anche essere visto anche come reboot del primo film della serie, con protagonista un giovane pugile di belle speranze, questa volta di colore, e con Sylvester Stallone a vestire i panni dell’allenatore, saggio ma anche ironico.

Il film di Ryan Coogler non poteva avere la forza narrativa ed emozionale del primo Rocky, un vero e proprio mito del cinema; per questo gli autori hanno puntato su un impianto moderno, vivace e nel complesso apprezzabile.

La sceneggiatura è ben scritta, fluida. Come il recente “Star Wars Episodio VII” da una parte strizza l’occhio ai fan storici, puntando sull’amarcord, dall’altra attrae le nuove generazioni, con una storia che parla soprattutto a loro.

Trattandosi di un Rocky 2.0 non poteva mancare un corrispettivo del personaggio della timida Adriana: in questo caso la bella amata dal protagonista è una giovane cantante, Bianca (Thomponson). continua su

Al cinema: Creed – Nato per combattere

Vittorio De Agrò e Cavinato Editore presentano “Essere Melvin”

http://www.ibs.it/code/9788899121372/de-agrograve/essere-melvin-tra.html

The ticket purchase for “Creed – Born to Fight” is: 1) Not even a present; 2) Tribute; 3) In the afternoon; 4) Low; 5) Always.

Directed by Ryan Coogler. Michael B. Jordan, Sylvester Stallone, Graham McTavish, Tessa Thompson, Phylicia Rashad. Drama, 132 ‘. 2015

A movie theater from Thursday, January 14, 2016

When a viewer thinks the world of boxing transported to the big screen the names that come to mind are basically two: Robert De Niro and Sylvester Stallone. The characters of Raging Bull and Rocky Balboa made you love this sport “from real men” are those who, like myself, do not look kindly on exercise.

The saga of Rocky, especially, started in 1977, aroused the enthusiasm of different generations, which are reviewed in the hero and Italian-American in its struggle for self-realization. In the memory of the fans but also the spectators are simple imprinted on his epic duels between Apollo Creed and Rocky, the protagonists of the first film, which came right in the history of cinema.

Apollo and Rocky, avversai first, then friends, represented the human faces strong but a sport of sacrifice, sweat and blood.

The saga has followed all the seasons of the Italian boxer – from youth until the inevitable decline – with the natural set of disappointments, missteps, falls and ascents, dramas. If the audience sees a little Rocky ‘a family friend, we know very little of the champion of champions Apollo and what happened to their loved ones after his tragic death at the hands of the Russian Ivan Drago.

“Creed – The Abandoned” fills this void narrative, becoming in fact, more than a spin-off of the saga, a sort of meta-sequel. In the first scene of the film, the viewer takes a step back in time, back to 1998 and making the acquaintance of Adonis (Jordan), a troubled boy who spends his days making fists with the other guests for abandoned children, where he lives. The fate of Adonis changes when Mary Anne Creed (Rashad) decided to welcome him in his house, as the illegitimate son of the former husband.

After this background was, back to the present. Adonis works in a big company without enthusiasm during the week and on weekends fights infamous Mexican clubs. Although he never knew his father Apollo, the boy feels that his post is in the ring, but he wants to impose his talent and not for his name.

Adonis decides to leave work and go to Philadelphia to try to convince the former boxer Balboa (Stallone) to act as his mentor and coach. Rocky, old and only after the death of his wife and friend Poly, initially rejects the offer. But you know, the call of the wild is stronger than any rational consideration. So Rocky, also to honor the memory of his old friend Apollo, agrees to coach Adonis.

From the plot you will have it figured out: “Creed” can also be seen as a reboot of the first film in the series, starring a young boxer with high hopes, this time in color, and with Sylvester Stallone to assume the role of coach, but wise even ironic.

The film Ryan Coogler could not have the strength and emotional narrative of the first Rocky, a true legend of cinema; for this, the authors aimed at a modern plant, lively and altogether remarkable.

The script is well written, fluid. Such as the recent “Star Wars Episode VII” on the one hand gives a nod to fans of historical, pointing sull’amarcord, the other attracts the younger generation, with a story that speaks especially to them.

Being a 2.0 Rocky could not miss a consideration of the character of Adriana timid: in this case the beautiful beloved by the protagonist is a young singer, Bianca (Thomponson). continues on

Al cinema: Creed – Nato per combattere

Vittorio De Agro and Cavinato Publisher present “Being Melvin”

http://www.ibs.it/code/9788899121372/de-agrograve/essere-melvin-tra.html