236) 7 Uomini a Mollo

Il biglietto da acquistare per “7 uomini a mollo” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto (con riserva). Sempre.

“7 uomini a mollo ” è un film di Gilles Lellouche. Con Guillaume Canet, Leïla Bekhti, Mathieu Amalric, Virginie Efira, Jean-Hugues Anglade. Commedia, 122′. Francia 2018

Sinossi:

Bertrand è depresso, non lavora da due anni e si consuma sul divano. Poi un giorno si tuffa in piscina e il mondo finalmente gli sorride. Come Delphine che lo arruola nella sua équipe di uomini sull’orlo di una crisi di nervi. Ex campionessa di nuoto sincronizzato a coppia, Delphine allena una squadra maschile per passare il tempo e chiudere col passato: una carriera interrotta bruscamente dall’incidente della sua partner. I suoi allievi non stanno molto meglio: Bertrand è rassegnato, Laurent è adirato, Marcus indebitato, Simon complessato, Thierry stonato. Ma insieme si sentono finalmente liberi e utili. Partecipare a una gara di nuoto sincronizzato in Norvegia diventa il loro obiettivo.

Recensione:

La settima arte ha racconto nel corso degli anni, in svariati modi, la fatidica “crisi di mezza età” che quasi tutti gli uomini affrontano giunti a un certo punto della vita. Oggi, tra i motivi più importanti che possono spingere una persona nel baratro, c’è sicuramente il problema dell’occupazione.

Un uomo senza un lavoro e per questo non rispettato dai propri cari è una persona senza futuro. Quanti film incentrati su variazioni su questo tema abbiamo già visto? tanti, oserei dire persino troppi.

Gilles Lellouche, rendendosi conto di questo abuso drammaturgico e creativo, ha voluto nella sua opera prima ribaltare, con coraggio e furbizia, la prospettiva, usando i toni della commedia per avvicinarsi all’argomento, ma non per questo sminunendo l’importanza della storia.

“7 uomi a mollo”, presentato fuori concorso al Festival di Cannes, va considerato, con le dovute differenze, la risposta francese a “Full monty”. I protagonisti, infatti, ciascuno con le sue traversie professionali e personali, trovano un inaspettato luogo d’incontro in un corso di nuoto sincronizzato.

Il film, nonostante all’apparenza leggero e ironico, è una commedia introspettiva che non scade mai nel melenso o nel buonismo. Lellouche, all’esordio, dimostra di avere già un’idea molto chiara di cosa vuol fare dietro la macchina da presa. continua su

http://paroleacolori.com/7-uomini-a-mollo-una-commedia-di-gilles-lellouche/

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235) Storia Della Mia Ansia (Daria Bignardi)

“Storia della Mia Ansia” è un romanzo scritto da Daria Bignardi e pubblicato da Mondadori Editore nel Febbraio 2018.
Sinossi:
Un pomeriggio di tre anni fa, mentre stavo sul divano a leggere, un’idea mi ha trapassata come un raggio dall’astronave dei marziani. Vorrei raccontare così l’ispirazione di questo romanzo, ma penso fosse un’idea che avevo da tutta la vita. “Sappiamo già tutto di noi, fin da bambini, anche se facciamo finta di niente” dice Lea, la protagonista della storia.
Ho immaginato una donna che capisce di non doversi più vergognare del suo lato buio, l’ansia. Lea odia l’ansia perché sua madre ne era devastata, ma crescendo si rende conto di non poter sfuggire allo stesso destino: è preda di pensieri ossessivi su tutto quello che non va nella sua vita, che, a dire il vero, funzionerebbe abbastanza. Ha tre figli, un lavoro stimolante e Shlomo, il marito israeliano di cui è innamorata. Ma la loro relazione è conflittuale, infelice.
“Shlomo sostiene che innamorarci sia stata una disgrazia. Credo di soffrire più di lui per quest’amore disgraziato, ma Shlomo non parla delle sue sofferenze. Shlomo non parla di sentimenti, sesso, salute. La sua freddezza mi fa male in un punto preciso del corpo.” Perché certe persone si innamorano proprio di chi le fa soffrire? E fino a che punto il corpo può sopportare l’infelicità in amore?
Nella vita di Lea improvvisamente irrompono una malattia e nuovi incontri, che lei accoglie con curiosità, quasi con allegria: nessuno è più di buon umore di un ansioso, di un depresso o di uno scrittore, quando gli succede qualcosa di grosso.
Recensione:
L’idea di morire ci spaventa?
Ovviamente si
Scoprire d’aver un cancro ed obbligandoci, senza alcuna certezza di guarigione, a dolorosi cicli di chemioterapia può renderci preda dell’angoscia e dell’ansia?
Si, naturalmente.

Avere il cancro è indubbiamente una sciagura.
Non è assolutamente un dono.
Chi riceve questa drammatica diagnosi, si può sentire, semmai, come il vincitore di una malaugurata lotteria all’incontrario.
E come reagirebbe, se dovesse ritrovarsi in questa infausta condizione, una persona già ansiosa di per sé e magari in crisi esistenziale e soprattutto sentimentale con il secondo marito?
Daria Bignardi affronta con coraggio, sensibilità ed un pizzico d’ironia queste scomode e complesse tematiche firmando una storia intensa, coinvolgente senza mai sconfinare nella banalità e/o nel retorico.
“Storia della mia ansia”, come dichiarato dalla stessa autrice, è il “romanzo più impegnativo” della propria carriera.
Daria Bignardi ha trovato il giusto equilibrio narrativo ed emotivo tra l’aspetto autobiografico ed il desiderio di dare spazio alla propria creatività , facendo risaltare l’ esperienza e piena maturazione come autrice.
Daria Bignardi racconta di sé stessa e della sua esperienza da paziente attraverso i personaggi ben calibrati, credili e potenti di questa storia, portando il lettore con grazia e talento dentro la storia e facendolo entrare in empatia con i secondi.
“Storia della mia ansia” “utilizza” il cancro come escamotage drammaturgico per raccontare il travagliato quanto decisivo passaggio esistenziale della protagonista.
Lea è una donna “quasi” di mezz’età, una madre, 2 volte moglie e soltanto alla fine una paziente oncologica, e con questa molteplice “definizione” che il lettore impara a conoscerla, ad ascoltarne i pensieri e comprenderne dubbi, tentazioni amorose e momenti di umano sconforto.
“Storia della mia ansia” è una lettura preziosa, calda, commovente, a tratti anche ruvida, ma proprio per quest’ultimo aspetto davvero universale e caldamente consigliata sia ad un pubblico femminile che maschile.
Un esempio da seguire qualora il Destino dovesse riservarci sgradite sorprese.

234) Paradossi dell’esistenza – Racconti d’infiniti punti di Vista ( Laura Rapicavoli)

Paradossi dell’esistenza – Racconti d’infiniti punti di vista” è una raccolta scritta da Laura Rapicavoli e pubblicato da Edizioni Akkuaria nell’ottobre 2018.
Link d’acquisto: http://www.akkuarialibri.com/product/paradossi-dell-esistenza/
Sinossi:
Ossessivi, fatalisti o nostalgici desideriamo sempre indirizzando la nostra attrazione verso qualcosa che ci è stato sottratto o abbiamo perduto.
Quest’oggetto, familiare e corrispondente alle nostre aspettative, diventa il motore e la misura di come siamo in effetti capaci di desiderare.
Ma se pensassimo al desiderio senza anche immaginare il suo complemento esatto cosa ne resterebbe?
Questa è la piccola rivoluzione emotiva dei “Paradossi” di Laura Rapicavoli, che tratteggiano un racconto dall’esisto inaspettato sull’attesa e la tensione.
Recensione:
“A volte ritornano” è un’espressione meravigliosa quanto allo stesso tempo tetra.
Personalmente credo poco a qualsiasi tipo e genere di “ritorni”, ritendendoli inutili, noiosi quanto inopportuni.
Limitandomi ai “ritorni letterari” raramente ho riscontrato dei concreti ed evidenti miglioramenti in un autore leggendo la sua seconda opera letteraria.
Invece Laura Rapicavoli è stata capace di sorprendermi piacevolmente con la sua seconda raccolta di racconti.
“Laura is back… ed alla grande” potrei cosi riassumere la mia breve considerazione ed analisi del testo.
“…La Rapicavoli è sulla carta una “esordiente”, ma in vero mostra la disinvoltura di una veterana.
Pochi esordi, rimangono impressi nella mente, questo è un caso, da non perdere per chi ama essere “talent scout “anche nell’editoria…”
Con queste parole chiudevo la mia recensione del Gennaio 2014 su “Racconti di quotidianità parallela”, auspicando in tempi brevi un nuovo lavoro di Laura.
Invece abbiamo dovuto aspettare quasi cinque anni per poterne riapprezzare il talento e creatività e polidericità.
“Paradossi dell’esistenza” sono 9 racconti in cui l’autrice trasmette al lettore il proprio personale punto di vista sul variegato mondo dei sentimenti e come quest’ultimi condizionino ogni singola esistenza ed influenzino le dinamiche di una coppia.
Laura pur utilizzando uno stile elegante, appassionato, sincero non rinuncia alla giusta dose d’ironia ed al gusto del paradosso, firmando cosi una raccolta di racconti capace di scaldare il cuore del lettore avvolgendolo nella lettura fino all’ultima pagina
“Paradossi dell’esistenza” è una lettura intesa, profonda, intima quanto leggera, briosa e sbarazzina confermando ancora una volta il potenziale letterario, artistico ed umano. di Laura Rapicavoli.
“Paradossi dell’esistenza” è un ritorno di cui il lettore aveva davvero bisogno per vivere, almeno, un Natale “letterario” degno di nota.

233) La Resa dei Conti (John Grisham)

La resa dei conti è un romanzo scritto da John Grisham e pubblicato da Mondadori Editore nel novembre 2018.

Sinossi:
Ottobre 1946, Mississippi. Pete Banning, cittadino modello di Clanton, reduce di guerra pluridecorato, patriarca di una nota famiglia locale proprietaria di campi di cotone, amato padre di famiglia e fedele membro della locale comunità metodista, in una fresca giornata di ottobre si alza presto, sale in macchina e si dirige verso la chiesa. Entra nello studio del pastore, il suo amico reverendo Dexter Bell, e con calma e determinazione gli spara e lo uccide.
Da quel momento, l’unica cosa che Pete ripete a tutti, familiari, avvocati, uomini di giustizia, è “non ho niente da dire”. Qualunque sia stato il motivo del suo inconcepibile gesto non verrà svelato. Pete non ha paura della morte e viene giustiziato portando il suo segreto nella tomba, lasciando incredula l’intera comunità di Clanton.
Ma perché l’ha fatto?
In questo intenso romanzo, John Grisham accompagna il lettore in un incredibile viaggio colmo di suspense alla scoperta della sua verità, dagli Stati del Sud alla giungla delle Filippine durante la guerra degli americani contro i giapponesi, a un claustrofobico manicomio pieno di segreti fino all’aula del tribunale dove l’avvocato del protagonista cerca invano di salvarlo senza la sua collaborazione, mostrando gli effetti che può avere a lungo termine un crimine terribile e inspiegabile.

Recensione:
“La verità vi farà liberi” recitano le Sacre Scritture.
“Tutti mentono “ripeteva convintamente il Dr House.
Non voglio essere accusato di blasfemia, ma dopo aver terminato la lettura del nuovo romanzo del Maestro Grisham, mi è venuto amaramente spontaneo ripensare a queste due opposte quanto validi frasi.
Ed ancora mi sono interrogato se l’errore, un momento di debolezza di uno dei coniugi debba comportare come conseguenza la distruzione ed il futuro dell’intera famiglia.
John Grisham si rivela, ancora una volta, un attento osservatore della nostra società e sensibile indagatore dell’animo umano tematiche utilizzando un vecchio caso di cronaca come spunto narrativo per raccontare una tragica storia di vendetta amorosa.
“La resa dei conti” può essere ancje letta come una rilettura dell’Otello da parte dell’autore americano e di come la gelosia possa trasformare anche il più mite dell’uomo in una persona vendicativa e spietata.
“La resa dei conti” strutturata in tre atti ribalta l’abituale schema narrativo di un thriller o se preferite del dramma shakespeariano, portando il lettore subito nel climax più alto e violento della storia in cui accompagna il protagonista nella sua lucida e fredda missione d’uccidere l’amante di sua moglie.
Almeno questo sembra essere l’unico motivo plausibile per indurre un eroe di guerra a trasformarsi in feroce assassino.
Peccato che Pete Banning, dopo aver commesso l’efferato crimine, si rifiuti categoricamente di fornire qualsiasi motivazione o simil giustificazione e negando testardamente l’infermità mentale suggerita dai propri legali, come unica speranza, per evitare la condanna alla pena capitale.
Il lettore osserva sgomento la ferrea volontà di Bannig di farsi processare e condannare rimanendo fedele al suo ostinato ed orgoglioso silenzio .
Una scelta che inevitabilmente sconvolge la tranquillità della comunità e soprattutto getta i suoi due figli Joel e Stella, brillanti studenti universitari, nell’assoluto sconforto ed incredulità
Joel e Stella sono trascinati, loro malgrado, dentro un incubo ad occhi aperti, da dove è impossibile svegliarsi.
Infatti mentre il loro padre è in procinto d’essere ucciso mediante la sedia elettrica, la madre Liza è letteralmente rinchiusa in un ospedale psichiatrico, a seguito di un misterioso esaurimento nervoso, per preciso volere dello stesso Pete.
Cosa è successo tra Liza e Pete?
Cosa o chi ha spezzato il profondo legame che univa questa coppia innamorata e desiderosa di formarsi una numerosa famiglia sfidando nonostante il parere contrario delle rispettive famiglie d’origine

Il lettore pur intuendo nell’infedeltà coniugale di Liza come unico movente possibile accetta di seguire Grisham nella sua inusuale ricostruzione dei fatti e soprattutto nelle controverse condizioni emotive e psiche che colpirono i personaggi determinandone le fatali scelte.
Una ricostruzione contraddistinta prima dal racconto del primo incontro e successivo innamoramento dei giovani Pete e Liza e culminata dalla comune decisione stabilirsi, dopo il matrimonio, nella citta natia dell’uomo, nonostante entrambi avessero differenti ambizioni professionali.
Sarà l’entrata in guerra degli Stati Uniti nel secondo conflitto mondiale a sconvolgere la quiete e prosperità della famiglia Banning.
Costringendo da una parte Pete a vivere tre anni terribili e disumani nelle Filippine prima come prigioniero nelle mani dei giapponesi e poi da coraggioso combattente nella giungla e dall’altra allo stesso tempo imponendo Liza ed i suoi figli a doversi tragicamente rassegnare all’idea della sua precoce morte come caduto di guerra.
Grisham racconta volutamente con accurati e crudi dettagli i tre anni vissuti da Pete al fronte affinché il lettore possa sentire, provare ed infine condividere l’indicibile sofferenza fisica e psicologica patita dal protagonista e magari capirne meglio il carattere e soprattutto l’aspetto più rigoroso e tenace della propria indole.
Nel secondo atto Grisham trascinando il lettore dentro l’’orrore della guerra, facendogli rivivere la crudeltà e ferocia dei giapponesi contro gli inermi e provati prigionieri americani e filippini non soltanto compie un meritorio quanto interessante lavoro storico ma getta le basi per un finale, se possibile, ancora più tragico quanto sconvolgente: aprire “il vaso di Pandora” della famiglia Bannig.
L’ultimo atto de “La resa dei conti” svela i segreti, le bugie e soprattutto le debolezze e limiti, che di fatto, hanno caratterizzato la vita coniugale di Pete e Liza Banning e come soprattutto la paura e lo stolto orgoglio abbia minato una bella e solida storia d’amore.
Facendo altresì cadere ingiustamente “le colpe” materiali anche sugli amati ed innocenti figli.
“La resa dei conti” è un romanzo tosto, cupo, angosciante e purtroppo senza alcun riscatto finale, ma ciò nonostante liberatorio almeno per Joel e Stella, finalmente, forti e determinati nel lasciarsi alle spalle il passato e gli errori dei propri genitori.
Un insegnamento oltre che un monito rinnovato magistralmente dal Maestro Grisham.

232 )Non Ci resta che vincere

Il biglietto da acquistare per “Non ci resta che vincere” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Non ci resta che vincere” è un film di Javier Fesser. Con Javier Gutiérrez, Sergio Olmo, Julio Fernández, Jesús Lago, José de Luna. Commedia, 124′. Spagna 2018.

Sinossi:

Marco Montes è allenatore in seconda della squadra di basket professionistica CB Estudiantes. Arrogante e incapace di rispettare le buone maniere viene licenziato per aver litigato con l’allenatore ufficiale durante una partita. In seguito si mette alla guida ubriaco e ha un incidente. Condotto davanti al giudice, viene condannato a nove mesi di servizi sociali che consistono nell’allenare la squadra di giocatori disabili “Los Amigos”. L’impatto iniziale non è dei migliori e Marco cerca di scontare la sua condanna con il minimo sforzo convinto di trovarsi di fronte a dei buoni a nulla dai quali non potrà ottenere risultati apprezzabili. Progressivamente i rapporti cambieranno.

Recensione:

Chi vi scrive sostiene da tempo come sia diventato superfluo oltre che inutile sottolineare la presenza nel cast di un film o di qualsiasi altro genere di spettacolo di attori “disabili”. Ci sono attori bravi e persone inadatte a recitare, punto.

“Non ci resta che vincere” di Javier Fesser, film rivelazione e campione d’incassi in Spagna, è l’ulteriore e bellissima conferma di come sia ormai necessario superare questa dicotomia artistica tra “normali” e non.

La storia l’abbiamo già vista al cinema in diverse salse: una star dello sport o comunque una persona di successo, in seguito a una condanna e pur di evitare il carcere, accetta di allenare un gruppo di persone “diverse” o emarginate. A lungo andare l’impegno sgradito porterà a una redenzione del soggetto, e a un successo dei reietti.

Nonostante il canovaccio noto, “Non ci resta che vincere” è una commedia intensa, brillante e straordinariamente avvolgente, autentica ed emozionante nel raccontare come lo sport possa essere ancora oggi uno strumento di aggregazione e amicizia.

“In origine il film doveva raccontare come non esistano differenze tra le persone – ha spiegato il regista Fesser in conferenza stampa – ma mano a mano che giravamo mi sono reso conto del contrario. Siamo tutti meravigliosamente diversi e complementari“. continua su

http://paroleacolori.com/non-ci-resta-che-vincere-film-javier-fesser/

231) Ghostland – La Casa delle Bambole

Il biglietto da acquistare per “La casa delle bambole – Ghostland” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto (con riserva). Sempre

“La Casa delle Bambole – Ghostland” è un film di Pascal Laugier. Con Crystal Reed, Taylor Hickson, Rob Archer, Emilia Jones, Adam Hurtig, Anastasia Phillips. Horror, 91′. Francia, Canada 2018

Sinossi:

Beth è una ragazza con la passione per Lovecraft e i racconti dell’orrore, che ama anche scrivere. La sorella maggiore Vera non apprezza molto queste sue inclinazioni, mentre la mamma la incoraggia. Le tre si trasferiscono nella isolata e spettrale casa della defunta zia Clarissa. Nella casa ci sono parecchie bambole, di cui l’anziana signora faceva collezione. Beth, turbata, ha le sue prime mestruazioni, mentre Vera è insofferente alle attenzioni che la mamma riserva alla sorella. Un furgone dei gelati le ha però seguiti.

Recensione:

Avviso allo spettatore: per comprendere e soprattutto apprezzare fino in fondo la validità drammaturgica e la creativa del nuovo film di Pascal Laugier, “La casa delle bambole – Ghostland”, è vivamente consigliato un rapido approfondimento su due aspetti (va bene anche con il contributo di Wikipedia).

Il primo è Howard Phillips Lovecraft, spesso citato nel film come H. P. Lovecraft, il secondo il disturbo noto come fuga psicogena o dissociativa.

Mi rendo conto che possa apparire stravagante presentare un film horror unendo uno dei maestri della letteratura di genere a una patologia psichiatrica, ma in fondo non è proprio dal “mondo dei pazzi” che sono usciti i personaggi più spaventosi e le migliori storie horror?

“La casa delle bambole – Ghostland” è un film al contempo disturbante, violento e crudo e delicato, fragile e commovente. Volendo utilizzare una sola frase: è un riuscito e sconvolgente “inganno della mente”.

Laugier mette in scena un avvincente, cupo e doloroso gioco di specchi, in cui l’utilizzo dei flashback più che a chiarire le idee serve a confondere maggiormente lo spettatore disperso formalmente dentro una casa ma in realtà incastrato dentro un labirinto mentale in cui è labile il confine tra realtà e follia.

Il film – che rievoca “Ghost stories” di Jeremy Dyson e Andy Nyman e “Shutter Island” di Martin Scorsese -, nonostante alcune criticità narrative e limiti strutturali, tiene inchiodato lo spettatore alla sedia fino all’ultima scena. Merito di un convincente e talentuoso cast e di uno sviluppo credibile.

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http://paroleacolori.com/la-casa-delle-bambole-ghostland-un-horror-labirintico-e-spiazzante/

230 ) L’Uomo che rubò Bansky

Il biglietto da acquistare per “L’uomo che rubò Bansky” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“L’uomo che rubò Bansky” è un film di Marco Proserpio. Con Iggi Pop, Carlo McCormick, Walidzawahrah, Mikael Cawanati, Stephen Keszler. Eventi, arte, 90′. Italia 2018

Sinossi:

Nel 2007 lo street artist universalmente noto come Banksy mette lasua firma anche sui muri di edifici privati e pubblici in Palestina.Un gesto clamoroso che porta l’attenzione del mondo sul conflittoisraelo-palestinese, “risolto” con l’edificazione,completata nel 2003, del costosissimo muro o “barriera diseparazione” tra i territori. In particolare, un suo murale,Donkey’s Documents, ritrae un soldato israeliano che controlla i documenti a un asino. L’opera non raccoglie l’entusiasmo di tutti ilocali: mentre un negoziante si sostiene vendendo con soddisfazione  i souvenir ispirati alle sue opere, meta di pellegrinaggio da tutto il mondo, e l’ex sindaco di Betlemme, Vera Baboun, lo esalta come un eroe contemporaneo, altri si sentono oltraggiati perché si sentono assimilati alle caratteristiche deteriori di quell’animale.

Recensione

Una forma d’arte può essere allo stesso tempo legale e illegale? Un’opera, per quanto sprovvista di certificato di origine e attestazione, può rivelarsi un affare lucroso per commercianti e intermediari? La risposta è sì, se si parla di street art. E in modo particolare dai “pezzi” realizzati dallo writer inglese Bansky.

Potrebbe sembrarvi strano che io lo conosca, me ne rendo conto, ma dopo il clamoroso quanto curioso incidente verificatasi alla casta d’asta Sotheby (l’auto-distruzione di una sua opera, appena battuta per 1,2 milioni di dollari) era alquanto difficile rimanere all’oscuro.

Marco Proserpio ha utilizzato la figura di questo artista come escamotage per girare un documentario che può essere visto come una sorta di thriller artistico/politico.

“L’uomo che rubò Bansky” è un progetto durato sei anni, “nato inaspettatamente”, come ha ammesso lo stesso regista, un giorno che si trovava a Betlemme. Mentre era in taxi si sentì raccontare da Waild “The Beast” di quella volta che aveva organizzato il furto e la successiva vendita di un’opera di Bansky.

Correva l’anno 2007 e i più importanti esponenti della street art internazionale vennero invitati in Palestina per dare il loro personale contributo artistico nel denunciare la brutalità e gravità del muro eretto nel 2000 dal governo israeliano.

Banksy e la sua squadra realizzarono un murales dal titolo “L’asino con il soldato” che scatenò però la reazione indignata dei palestinesi. Nel mondo arabo essere paragonati a un asino è un insulto molto grave. Trovandosi il pezzo su un muro privato, questo venne tagliato e messo in vendita su eBay dal proprietario come forma di rivalsa sull’artista.

Proserpio ricostruisce con bravura, precisione e scaltrezza le tappe di questa vicenda utilizzando uno stile incisivo, chiaro e diretto, amplificato da un efficace montaggio e da un’azzeccata colonna sonora. Il racconto è impreziosito dalla voce di Iggy Pop che non soltanto consente allo spettatore di prendere fiato di tanto in tanto ma svolge anche la funzione di Grillo Parlante, ponendo domande fintamente retoriche che spingono alla riflessione.

“L’uomo che rubò Bansky” è un progetto ambizioso e creativo, che si presta a diverse chiavi di lettura. Lo spettatore entra in contatto con l’affascinante e bizzarro mondo dei collezionisti d’arte, con persone pronte a tutto pur di appendere in casa una certa opera. Ma dietro l’eccesso e le bizzarria, Proserpio effettua anche una scrupolosa indagine sull’arte e in particolare sulla street art e sulla sua continua evoluzione. continua su

http://paroleacolori.com/l-uomo-che-rubo-bansky-tra-documentario-e-thriller/

229 ) Un giorno all’improvviso

Il biglietto da acquistare per “Un giorno all’improvviso” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Un giorno all’improvviso ” è un film di Ciro D’Emilio. Con Anna Foglietta, Giampiero De Concilio, Massimo De Matteo, Lorenzo Sarcinelli, Biagio Forestieri. Drammatico, 88′. Italia 2018

Sinossi:

Antonio ha diciassette anni e un sogno: essere un calciatore in una grande squadra. Vive in una piccola cittadina di una provincia campana. Con lui vive Miriam, una madre dolce ma fortemente problematica che ama più di ogni altra persona al mondo. Inoltre Carlo, il padre di Antonio, li ha abbandonati quando lui era molto piccolo e Miriam è ossessionata dall’idea di ricostruire la sua famiglia. All’improvviso la vita sembra regalare ad Antonio e Miriam una vera occasione: un talent scout, Michele Astarita, sta cercando delle giovani promesse da portare nella Primavera del Parma e sta puntando sul ragazzo.

Recensione :

È diventata ormai una sorta di fastidiosa litania dire che i giovani di oggi sono indolenti, lavativi, insensibili, ignoranti, attenti solo all’apparenza e determinati a ottenere tutto e subito, possibilmente impegnandosi il meno possibile.

Certo, basta fare un giro su un qualsiasi social per rendersi conto del vuoto culturale, morale e civile dilagante, ma mai come in questo caso è vero il detto: non fare di tutta l’erba un fascio. Sì perché fortunatamente ci sono ancora adolescenti seri, onesti, con la testa sulle spalle, pronti a impegnarsi per realizzare un sogno, nonostante le difficili condizioni di partenza.

Un anno fa, nella sezione Giardino della Mostra del cinema di Venezia, venne presentato “Manuel” di Demetrio Albertini, con un bravissimo Mattia Lattanzi, storia di un ragazzo chiamato a scegliere tra il proprio futuro e la madre malata, che ha ottenuto importanti riconoscimenti.

“Un giorno all’improvviso” di Ciro D’Emilio ha avuto la sfortuna di essere presentato un anno dopo sempre alla Biennale ma nella sezione Orizzonti, facendo scattare, nonostante le profonde differenze narrative, ambientali e recitative rispetto al precedente film, un inevitabile confronto nello spettatore. Confronto da cui ha difficoltà a uscire vincitore.

L’opera prima di D’Emilio è sicuramente degna di nota per la sua autenticità e tragicità, ma presenta alcune criticità di scrittura e stile dovute alla poca esperienza del regista che la rendono altalenante a livello di ritmo e pathos. continua su

http://paroleacolori.com/un-giorno-all-improvviso-opera-prima-di-ciro-d-emilio/

228) Donne che non perdonano (Camilla Lackberg)

“Donne che non perdonano” è un romanzo scritto da Camilla Lackberg e pubblicato in 1 edizione mondiale da Einaudi /Stile Libero nel Novembre 2018.
Sinossi:
«È vero, stava per uccidere un uomo, ma avrebbe anche liberato una donna. La somma algebrica delle sue azioni sarebbe stata uguale a zero. E poi un’altra persona avrebbe liberato lei».
Recensione:
Può essere, almeno parzialmente, giustificato l’omicidio di una persona responsabile di costanti e ripetute violenze o tradimenti?
C’è un limite all’umana sopportazione?

E se gli omicidi fossero addirittura tre?
Camilla Lackberg ritorna con un nuovo romanzo destinato a scatenare polemiche e divisioni tra i lettori.
L’autrice svedese ispirandosi, probabilmente, alla pellicola “Il delitto perfetto” (1954) firmata dal Maestro Alfred Hitchcock ed all’acclamata serie tv “Le Regole del Delitto Perfetto”, decide d’utilizzarne l’idea come spunto narrativo della sua storia di violenza e vendetta in chiave femminile.
“Donne che non perdonano” ci conduce nella vita di tre donne (Birgitta, Ingrid e Victoria) che scopriremo essere, allo stesso tempo, vittime e carnefici.
Tre donne che per motivi diversi hanno “scelto” di privilegiare, servire e sostenere il proprio marito nell’ascesa professionale, ritagliandosi chi il ruolo di brava moglie, chi di madre e chi dell’ubbidiente donna di casa.
Ma nonostante l’enorme “sacrificio” esistenziale e professionale dettato anche dall’amore, queste donne hanno ricevuto come “premio” dai loro rispettivi mariti soltanto violenza fisica, vessazioni psicologiche e tradimento.
Lo spettatore si rende conto come le tre protagoniste siano giunte al punto di rottura: Aggiungersi alla tragica lista di femminicidio o ribellarsi prima che sia troppo tardi.
Birgitta è una maestra di scuola picchiata vigliaccamente da anni dal marito
Victoria invece una giovane e bella ragazza russa scappata da doloroso passato e costringendola a sposare e soddisfare ogni capriccio di un grossolano uomo.
Infine Ingrid , un tempo brillante giornalista di un quotidiano nazionale che per amore del compagno nonché collega, ha rinunciato alle proprie ambizioni professionali per poi scoprirne il tradimento con una collega più giovane.
Sono tre anime apparentemente deboli, sole e disperate, ma che troveranno nella comune disperazione l’opportunità ed il modo per “eliminare” contemporaneamente quanto definitivamente la causa di tanta ed ingiusta sofferenza.
Camilla Lacbkerg utilizzando uno stile sincero, diretto ed intenso oltre che contrassegnato dalla consueta sensibilità e delicatezza umana, regala un romanzo straziante, crudo, feroce ed angosciante.
La convincente struttura narrativa impostata sull’alternanza dei pensieri e sentimenti delle tre donne e sulla comune volontà di resistere all’orco cattivo alias marito, consente al lettore d’entrare immediatamente dentro la storia ed in connessione con la parte più profonda ed intima dei personaggi.
“Donne che non perdonano” è sì il racconto di una vendetta altrettanto sanguinaria quanto magistralmente ordita.
Ma il lettore prima di giudicare negativamente la scelta compiuta dalle tre donne forse dovrà riflettere quante altre donne in questo stesso momento stiano tragicamente subendo, nella totale indifferenza, violenze se non peggio dall’ “amato” e ” stimato” compagno di vita.

227 ) Ride

Il biglietto da acquistare per “Ride” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

Un film di Valerio Mastandrea. Con Chiara Martegiani, Arturo Marchetti, Renato Carpentieri, Stefano Dionisi, Milena Vukotic. Drammatico, 95′. Italia 2018

Sinossi:

Una domenica di maggio, a casa di Carolina si contano le ore. Il lunedì successivo bisognerà aderire pubblicamente alla commozione collettiva che ha travolto una piccola comunità sul mare, a pochi chilometri dalla capitale. Se n’è andato Mauro Secondari, un giovane operaio caduto nella fabbrica in cui, da quelle parti, hanno transitato almeno tre generazioni. E da quando è successo Carolina, la sua compagna, è rimasta sola, con un figlio di dieci anni, e con una fatica immensa a sprofondare nella disperazione per la perdita dell’amore della sua vita. Perché non riesce a piangere? Perché non impazzisce dal dolore?

Recensione :

Esiste un “galateo” codificato sul comportamento corretto da tenere alla vigilia del funerale di una persona cara? Solamente le lacrime – che siano di una vedova, di un orfano, di un amico – rendono esplicito il travaglio interiore?

Valerio Mastandrea con “Ride”, suo esordio dietro la macchina da presa, evita coraggiosamente di realizzare la classica, e scontata, commedia, puntando invece sul film scomodo e decisamente particolare per il panorama italiano.

Al centro della storia due tematiche diverse, mescolate insieme: la libertà di essere se stessi anche nei momenti difficili, quando il mondo tende a giudicarti, e l’aumento degli incidenti mortali sul posto di lavoro. Ma “Ride”, fin dal titolo, prepara il pubblico a un film ricco di spunti politici, sociali, spirituali, a cui non mancano aspetti teneri e bizzarri.

Lo spettatore osserva le reazioni e i comportamenti di tre personaggi nelle ore precedenti alle esequie pubbliche dell’operaio Sandro: quelli della compagna Carolina (Martegiani), del figlio Arturo di 10 anni e dell’anziano padre Cesare (Carpentieri).

La prima appare serena, calma, quasi rilassata, nonostante riceva in rapida successione le visite dell’isterica e nostalgica ex fidanzata di Sandro, di una coppia d’amici che con la scusa di darle sostegno le comunicano piangenti la loro di separazione e dell’eccentirca vicina di casa.

Arturo, dal canto suo, è impegnato nelle prove per le interviste che è certo di star per concedere alle varie emittenti televisive nazionali in quanto figlio della vittima. Solo così potrà farsi bello agli occhi dei coetanei – e soprattutto della ragazza che gli piace.

Cesare, per finire, passa le ore con gli amici nonchè ex colleghi operai, constatando amaramente quanto poco o nulla sia rimasto dei diritti acquisti dopo le loro battaglie sindacali.

“Ride” è un film poetico quanto stralunato, amaro quanto dolce, pieno di amore quanto di rabbia, razionale quanto sopra le righe. Probabilmente questa insistita “bipolarità” narrativa ed emotiva finisce per pernalizzarlo, facendogli perdere la sua identità di base. continua su

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