91) I Morti non Muoiono

Il biglietto da acquistare per “I morti non muoiono” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio (con riserva). Ridotto. Sempre.

“I Morti non Muoiono” è un film di Jim Jarmusch. Con Bill Murray, Adam Driver, Tilda Swinton, Chloë Sevigny, Steve Buscemi, Danny Glover. Commedia, 103′. USA 2019

Sinossi:

L’abuso spropositato delle risorse del pianeta ha provocato la frattura della calotta polare e lo spostamento dell’asse terrestre, scambiando il giorno con la notte e risvegliando i morti dal riposo eterno. A Centerville, da qualche parte in Ohio, il mondo chiede il conto agli uomini. A difendere l’ordine e la cittadina ci sono soltanto Cliff Robertson, capo della polizia locale, Ronnie Peterson, agente che sembra sapere tutto di zombie e di eradicazione dei morti-viventi, e Mindy Morrison, poliziotta fifona che vorrebbe tanto fuggire lontano. Attaccati alle loro fissazioni terrene e risoluti a divorare ogni essere vivente, gli zombie dovranno vedersela anche con Zelda Wiston, impresaria di pompe funebri e virtuosa della katana. Spade o fucili, le cose volgono al peggio, a meno di non essere di un altro mondo…

Recensione:

È possibile raccontare tematiche complesse e controverse come la fine del mondo, l’esistenza degli alieni, gli aspetti peggiori dell’animo umano, il distacco dalle cose terrene dopo la morte racchiudendole tutte in un unico film? Sì, se a firmare la sceneggiatura è un autore del calibro di Jim Jarmusch!

Il regista americano ha inaugurato la 72° edizione del Festival di Cannes con la propria personale e spassosa idea di zombie movie. “I morti non muiono” è una commedia horror, mediata però dall’occhio e dalla sensbilità di Jarmush, che spazia dalla satira al metacinema.

Una riscrittura del genere che non ne rinnega i punti fermi, se mai gioca con il pubblico attraverso citazioni e omaggi inseriti nelle battute dei personaggi. Personaggi che rappresentano in modo efficace e credibile “l’uomo moderno”, evidenziandone limiti e contraddizioni.

Uno dei punti di forza del film è sicuramente il cast. Bill Murray, nel ruolo del vecchio e malinconico capo sceriffo Robertson, e Adam Driver, in quello dello vice ambizioso e grande appassionato di zombie, si rivelano artisticamente complementari. Insieme danno vita a scene esilaranti, che si muovono sempre sul filo del grottesco e del surreale.

Anche le interpreti femminili convincono e conquistano lo spettatore. Chloë Sevigny, poliziotta fifona e precisa che vorrebbe solo fuggire lontano, e Tilda Swinton, impresaria di pompe funebri e virtuosa della katana, danno un contributo decisivo alla riuscita del progetto. continua su

“I morti non muoiono”: una commedia irresistibile che spiazza il pubblico

Annunci

88) Juliet, Naked

Il biglietto da acquistare per “Juliet, naked” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Juliet, Naked”Un film di Jesse Peretz. Con Rose Byrne, Ethan Hawke, Chris O’Dowd, Megan Dodds, Jimmy O. Yang, Lily Newmark. Commedia, 105′. Gran Bretagna 2018

Sinossi:

Duncan e Annie vivono una relazione abitudinaria da 15 anni: lui è ossessionato da un musicista ritiratosi misteriosamente dalle scene, Tucker Crowe, mentre lei vorrebbe un figlio ma non osa insistere. Quando emerge un album inedito di Crowe e il musicista entra di fatto nelle loro vite, le crepe tra i due diventano insanabili.

Recensione_

Chi la fa l’aspetti, e Chi di spada ferisce di spada perisce. Se dovessi utilizzare soltanto poche frasi per sintetizzare la trama e dare un giudizio sulla commedia romantica di Jesse Peretz “Juliet, naked”, presentata al TFF, non avrei alcun dubbio a scegliere queste due.

Se oltre alla saggezza popolare volessi aggiungere un riferimento dotto e letterario sarebbe altrettanto spontaneo pensare alla famigerata legge del contrappasso di dantiana memoria. Chissà se lo scrittore inglese Nicky Hornby nello scrivere il romanzo a cui si ispira il film abbia avuto le stesse fonti d’ispirazione.

“Juliet, naked” è sicuramente godibile, brillante e ironico, una commedia leggera ma anche contraddistinta da una sfumatura agrodolce nei toni e nei dialoghi. Una fusione riuscita tra due classici degli anni ’90, “C’è posta per te” e “Notting Hill”.

L’impianto narrativo è piuttosto semplice e magari prevedibile – c’è la coppia che dopo 15 anni di vita condivisa fatica a tenere viva la passione, un desiderio inespresso di maternità, la cittadina di provincia piuttosto monotona, il tradimento – ma non perde mai il suo brio. E il finale è tutt’altro che scontato. continua su

“Juliet, Naked”: una commedia romantica leggera ma agrodolce

87) Pallottole in Libertà

Il biglietto da acquistare per “Pallottole in libertà” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Pallottole in Libertà” è Un film di Pierre Salvadori. Con Adèle Haenel, Pio Marmaï, Vincent Elbaz, Audrey Tautou, Damien Bonnard, Hocine Choutri. Commedia, 108′. Francia 2018

Sinossi:

Yvonne è una giovane ispettrice di polizia che ogni sera, prima di andare a dormire, racconta a suo figlio delle storie sul padre morto, un poliziotto eroico. Nei racconti della giovane vedova, il capitano Santi, riconosciuto eroe locale, apre le porte a calci, annienta qualsiasi avversario ed esce integro da ogni situazione come nei migliori film polizieschi. Morto da professionista con l’arma in mano, una statua viene eretta in memoria del capitano nel porto di Marsiglia. Sfortunatamente, però, Yvonne viene a conoscenza di un passato non così lodevole. Santi non era il poliziotto coraggioso e integro che sua moglie credeva, ma un vero corrotto.

Recensione:

Recita il Vangelo di Giovanni: “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. Eppure, per ogni bambino, la mamma e il papà sono figure eroiche, infallibili, su cui si costruiscono la propria scala di valori e di ideali. È lecito raccontare qualche bugia, per non distruggere l’immagine che i più piccoli hanno dei genitori?

Pierre Salvadori, nel suo “Pallottole in libertà”, decide di affrontare la questione in un’inedita chiave comica, con coraggio, creatività e la giusta dose d’ironia dissacrante. L’impianto drammaturgico e registico della pellicola è davvero inusuale, originale e spiazzante fin dalla divertente scena d’apertura, che rievoca i polizieschi anni ’70.

Il film parla degli errori del sistema giudiziario francese, della corruzione all’interno della polizia e di quanto possa essere difficile, per una donna, scoprire il lato oscuro del proprio marito quando questo è morto e doverlo poi spiegarlo al figlio. Il tutto con delicatezza, garbo e ironia.

Pierre Salvadori alterna, in modo armonioso e surreale, senza risultare mai pesante o eccessivo, momenti comici e altri di grande intensità drammatica ed emotiva. continua su

“Pallottole in libertà”: un film comico, violento e commovente

85) L’Angelo del Crimine

Il biglietto da acquisto per “L’angelo del crimine” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“l’Angelo del Crimine” è un film di Luis Ortega. Con Lorenzo Ferro, Chino Darín, Mercedes Morán, Daniel Fanego, Luis Gnecco. Biopic, 119′. Argentina, Spagna 2018

Sinossi:

Buenos Aires, 1971. Giovane, spavaldo, coi riccioli biondi e la faccia d’angelo, Carlos entra nelle case della gente ricca e ruba tutto ciò che gli piace. L’incontro a scuola con Ramón, coetaneo dal quale è attratto, segna il suo ingresso in una banda di criminali, con la quale compie altri furti e soprattutto il suo primo omicidio, di fronte al quale rimane assolutamente impassibile. Fino alla morte dell’amato Ramón e oltre, Carlos proseguirà indisturbato le sue attività criminali, uccidendo ancora e talvolta facendo ritorno dai genitori come un figlio qualsiasi. Verrà arrestato dopo un colpo andato a male e l’assassinio di un complice.

Recensione:

Recita il detto che l’apparenza inganna. Mai come nel caso di Carlos Robledo Puch (Ferro), detto “el Ángel de la Muerte”, il protagonista di questa storia, il proverbio risulta calzante.

Dopo essere stato presentato nella sezione Un certain regard del Festival di Cannes 2018, “L’angelo del crimine” di Luis Ortega, la storia vera del più famoso serial killer argentino, arrestato nel 1972 dopo aver ucciso almeno 11 persone, arriva nelle nostre sale.

Si tratta di uno scioccante quanto cupo “coming age criminale”, che colpisce ancora di più perché il protagonista, Carlos, esteticamente è quanto di più diverso dal classico criminale si potrebbe immaginare: capelli biondi, lineamenti delicati, famiglia onesta alle spalle. La sua indole, però, è violenta e spietata.

Il film di Ortega è una paradossale quanto brillante ballata criminale, con una colonna sonora davvero efficace che include canzoni pop come le versioni argentine di “Non ho l’età” e “The House of the Rising Sun”, rifatta dal padre del regista, il cantante Palito Ortega.

Il giovanissimo Lorenzo Ferro si rivela perfetto nel ruolo di Carlos, angelo biondo dall’anima diabolica. Gli esperti Cecilia Roth e Luis Gnecco, rispettivamente la madre e il padre del protagonista, danno un prezioso e fondamentale contributo. continua su

“L’angelo del crimine”: la storia del più famoso serial killer argentino

83) Quando Eravamo Fratelli

“Quando eravamo fratelli” è un film di Jeremiah Zagar. Con Evan Rosado, Isaiah Kristian, Josiah Gabriel, Raúl Castillo, Sheila Vand. Drammatico, 94′. USA 2018

Sinossi:

Tre fratelli portoricani, Manny, Joel e Jonah, vivono in una zona arretrata degli Stati Uniti chiamata Utica e rispondono come possono all’affetto precario dei loro genitori. Il padre è portoricano, impulsivo e manesco, la madre bianca, il loro amore è di quelli impegnativi, pericolosi, capaci di fare e disfare una famiglia più volte. I bambini si fanno strada nella loro infanzia, ma mentre Manny e Joel diventano sempre più simili al padre, Jonah abbraccia un mondo di immaginazione che è solo suo.

Recensione :

Quante pellicole e serie tv abbiamo visto, quanti libri abbiamo letto, con al centro i rapporti e le dinamiche familiari? Tanti, forse persino troppi. Non tanto per il tema in sé, sempre interessante e meritevole, quanto piuttosto perché la rappresentazione che viene fatta di questo microcosmo è spesso edulcorata, lontana dalla realtà.

Trovare una chiave registica, stilistica e interpretativa per raccontare la famiglia in modo convincente non è facile, quindi potete immaginare il mio stupore – e la mia gioia – nel vedere che “Quando eravamo fratelli” di Jeremiah Zagar ci riesce, e piuttosto bene!

La pellicola è volutamente costruita più sulle immagini che sui dialoghi. Zagar, formatosi come documentarista, al suo secondo lungometraggio di finzione dopo “In a dream” del 2008, evita di realizzare un adattamento classico e prevedibile del breve romanzo di Justin Torres “Noi, gli animali“, optando invece per un taglio più realistico.

Sebbene il regista, nelle sue note, scrive di essersi ispirato ai lavori di Ken Loach degli anni ’60 o a film come “Ratcatcher”, personalmente ho riscontrato diversi punti di contatto con il meraviglioso “Capitan Fantastic” di Matt Ross, visto qualche anno fa. I due film hanno in comune soprattuto la prospettiva del racconto, che è quella dei figli, dei più piccoli.

“Quando eravamo fratelli” trascina lo spettatore dentro la vita apparentemente felice e normale di questa famiglia, in cui l’amore tra i genitori e un sincero legame di fratellanza tra i tre figli sembrano sufficienti per superare ogni problema economico o passaggio drammatico. continua su

“Quando eravamo fratelli”: un racconto sull’infanzia autentico

82) Dolor y Gloria

“Dolor y Gloria” è un  film di Pedro Almodóvar. Con Antonio Banderas, Asier Etxeandia, Leonardo Sbaraglia, Nora Navas, Julieta Serrano. Drammatico, 113′. Spagna 2019

Sinossi:

Salvador Mallo è un regista cinematografico oramai sul viale del tramonto, che ricorda con nostalgia tutta la sua vita. L’infanzia negli anni ’60, quando la famiglia si trasferì a Paterna, in provincia di Valencia, in cerca di una vita migliore; il primo grande amore a Madrid durante gli anni ’80 e il successivo dolore per la sua perdita; la consolazione nella scoperta della scrittura e l’amore per il cinema e il teatro che lo hanno aiutato a colmare un vuoto esistenziale.

Recensione

Dopo aver visto “Dolor y Gloria”, il sottoscritto è ancora più curioso di sapere cosa deciderà la prossima settimana la giuria presieduta da Iñárritu. La maggioranza dei colleghi presenti a Cannes, infatti, non ha alcun dubbio: Pedro Almodóvar è tornato agli antichi fasti e non tornerà in Spagna a mani vuote!

Se mi segui da qualche tempo sai bene, caro lettore, come sia un Bastian contrario per natura e vocazione, ma mai come questa volta sono sinceramente meravigliato da questa campagna “pro Pedro”. Probabilmente il 25 maggio ci sarà gloria, per questo film, ma al momento io sento solo il dolor davanti al pensiero di doverlo recensire!

Intendiamoci “Dolor y Gloria” è una pellicola sentita, sincera, appassionata come può essere quella basata su elementi autobiografici. Ma questo basta a renderla esaltante? A mio modesto parere, no.

Almodóvar usa il suo talento e la sua creatività per realizzare una straordinaria seduta pubblica di auto-analisi. Non c’è niente di male, per un artista: anche il sommo poeta Dante Alighieri avvertì l’urgenza di farlo, nel mezzo del cammin di sua vita. continua su

“Dolor y Gloria”: un film emotivamente sentito ma piuttosto monocorde

78) Il Grande Spirito

Il biglietto da acquistare per “Il grande spirito” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

2Il Grande Spirito” è un film di Sergio Rubini. Con Rocco Papaleo, Sergio Rubini, Ivana Lotito, Bianca Guaccero, Geno Diana, Alessandro Giallocosta. Commedia, 113′. Italia 2019.

Sinossi_

Tonino è un ladruncolo sempre in cerca del grande colpo di fortuna: che sembra finalmente arrivare quando il bottino di una rapina, per cui lui era stato relegato al ruolo di palo, finisce fortuitamente nelle sue mani. Tonino fugge con la refurtiva sui tetti di Taranto e trova rifugio in un abbaino fatiscente abitato da uno strano personaggio: Renato, che si è dato il soprannome di Cervo Nero perché si ritiene un indiano, parte di una tribù in perenne lotta contro gli yankee. Renato, come sillaba sprezzantemente Tonino, è un “mi-no-ra-to”, ma è anche l’unica àncora di salvezza per il fuggitivo, che tra l’altro si è ferito malamente cadendo dall’alto di un cantiere sopraelevato. Fra i due nascerà un’intesa frutto non solo dell’emarginazione, ma anche di un’insospettabile consonanza di vedute.

Recensione :

La strada che porta in Paradiso è lastricata di rinunce, sacrifici e dolore… almeno quella per il Paradiso inteso in senso cristiano. Per un rapinatore, invece, nessuna ricompensa futura sarà mai tanto allettante quanto godersi qui, in Terra, i frutti di un colpo andato a buon fine.

Lo sa bene Tonino, detto “Barboncino”, il protagonista del film “Il grande spirito” di Sergio Rubini, un ladro pugliese caduto in disgrazia dopo una rapina finita male per colpa di un cane. Considerato inutile e superato dagli altri criminali, viene utilizzato al massimo come palo. Durante un colpo entra fortuitamente in possesso della refurtiva e trova rifugio sui tetti di Taranto dove incontra il bizzarro Renato…

La sceneggiatura si basa su due elementi: la strana amicizia tra i due protagonisti e la caccia all’uomo in stile crime. Il primo risulta convincente e valido, merito della bella alchimia nata tra Rubini e Papaleo. Il secondo, invece, appare fin dalle prime battute forzato, fuori contesto e poco credibile. continua su

“Il grande spirito”: una storia di miseria e nobiltà italiana

75) Tutti pazzi a Tel Aviv

“Tutti pazzi a Tel Aviv” è Un film di Sameh Zoabi. Con Kais Nashif, Lubna Azabal, Yaniv Biton, Maisa Abd Elhadi, Nadim Sawalha. Commedia, 100′. Lussemburgo, Francia, Belgio, Israele 2018

Sinossi:

Salam è un trentenne che vive a Gerusalemme e lavora a Ramallah. È stato assunto da poco da uno zio come stagista sul set di una famosa soap opera palestinese, “Tel Aviv on Fire”. Ogni giorno, per raggiungere lo studio televisivo, deve passare dal rigido checkpoint israeliano, sorvegliato dalla squadra di militari del comandante Assi. Poiché la moglie di Assi è una grande fan della serie televisiva, e Salam si è spacciato per sceneggiatore, Assi esige di farsi coinvolgere personalmente nella stesura della storia. In un primo tempo, la carriera di Salam ne beneficia, al punto che viene realmente assunto per scrivere il seguito, peccato, però, che l’ufficiale israeliano e i finanziatori arabi non intendano il finale nello stesso modo.

Recensione :

La vita è una fiction. Potrei apparire presuntuoso nell’autocitazione, ma questa frase mi sembra efficace per sintetizzare il mio pensiero sul divertente, ironico, meraviglioso “Tutti pazzi a Tel Aviv” del regista palestinese Sameh Zoabi, presentato nella sezione Orizzonti della Mostra del cinema di Venezia.

La pellicola promette di far sorridere i teledipendenti, che qui ritroveranno molto del loro modo di pensare, di fare e di relazionarsi con il mondo esterno. Ma anche chi rifiuta con sdegno questo status, sebebene sia capace di trascorrere un intero weekend su Netflix, per guardare serie dopo serie, potrà apprezzarlo.

“Tutti pazzi a Tel Aviv” è un vero gioiello narrativo e registico, che unisce momenti comici, efficaci spruzzate di romanticismo e riflessione politica, mantenendo sempre uno stile semplice, diretto e coinvolgente quanto ironico.

La crasi perfetta tra la serie “Boris” e la pellicola “Questione di cuore” di Francesca Archibugi, con una sceneggiatura migliore, personaggi di assoluto valore e un finale davvero imprevedibile e geniale. continua su

“Tutti pazzi a Tel Aviv”: una commedia corale godibile, briosa, mai banale

70) La Caduta dell’Impero Americano

Il biglietto da acquistare per “La caduta dell’impero americano” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre (con riserva).

“La caduta dell’Impero Americano” è un film di Denys Arcand. Con Alexandre Landry, Maripier Morin, Remy Girard, Louis Morissette, Maxim Roy. Commedia, 127′. Canada 2018

Sinossi:

Il trentaseienne Pierre-Paul ha un dottorato in filosofia e un’intelligenza superiore alla norma, ma deve lavorare come fattorino per avere uno stipendio. Un giorno, durante una consegna, si ritrova nel bel mezzo di una rapina finita nel sangue senza testimoni. Ad un passo da lui, giacciono incustoditi due borsoni pieni di banconote. Dopo averci riflettuto pochi secondi, Pierre-Paul ruba il malloppo, innescando una serie di reazioni a catena e un cambiamento radicale della propria vita e non solo.

Recensione:

Un’azione criminosa può mai essere giustificata? Si può essere nel giusto rubando o evadendo il giusto, ad esempio? E ancora: nella nostra società esiste ancora una qualche forma di meritocrazia o di giustizia sociale?

Quelle che potrebbero sembrarvi solo domande retoriche e provocatorie in realtà nascondono un’amara quanto profonda verità. Il capitalismo, il libero mercato e il denaro hanno finito per stravolgere qualsiasi logica, moralità e idealismo.

Tranquilli, cari lettori, non sono diventato improvvisamente un rivoluzionario, ho solo esposto in breve le riflessioni che il regista canadese Denys Arcand ha voluto comunicare attraverso il suo ultimo lavoro, “La caduta dell’impero americano”, che chiude la trilogia che gli ha dato la notorietà internazionale.

La pellicola può essere vista, con le dovute differenze, come una versione colta, raffinata e caustica di “Ocean’s Eleven” di Steven Sodebergh. In questo caso “la banda” è composta da tre persone: Pierre-Paul (Landry), cittadino modello, master in filosofia ma di professione fattorino, Aspasia/Camille (Morin), bella e sofisticata escort, e Sylvain (Girad), motociclista esperto di finanza appena uscito di galera.

“La caduta dell’impero americano” è un film agrodolce, in cui si alternano, in modo equilibrato, momenti drammatici e violenti e altri davvero esilaranti e romantici. continua su

“La caduta dell’impero americano”: un’incredibile storia vera

67) Cyrano mon amour

Il biglietto da acquistare per “Cyrano mon amour” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre (con riserva)

“Cyrano mon amour” è un film di Alexis Michalik. Con Thomas Solivéres, Olivier Gourmet, Mathilde Seigner, Tom Leeb, Lucie Boujenah. Commedia, 109′. Francia 2018

Sinossi:

Edmond Rostand, autore senza successo e senza un soldo, sogna di passare dall’ombra alla luce. Sostenuto da Rosemonde, la sua consorte, e da Sarah Bernhardt, l’attrice più celebre della Belle Époque, deve comporre in tre settimane una commedia per Monsieur Constant Coquelin, divo navigato che vorrebbe rilanciare la sua carriera. L’ispirazione ha il volto di Jeanne, costumista e amica di Léo, attore bello ma senza eloquenza. A prestargliela è Edmond, che avvia un fitto carteggio con Jeanne. Lettera dopo lettera trova le rime e il sentimento per nutrire la pièce e incarnare un guascone filosofo. Il 28 dicembre 1897 al Théâtre de la Porte Saint-Martin andrà finalmente in scena “Cyrano de Bergerac”, il testo più recitato della storia del teatro francese.

Recensione:

Realizzare biopic su scrittori e scrittrici del passato è una delle mode cinematografiche del momento. Pensiamo a titoli come “Dickens – L’uomo che inventò il Natale” di Bharat Nalluri, “Mary Shelley” di Haifaa al-Mansour, “A quiet passion” di Terence Davies. Oppure all’attesa per l’uscita, il 10 maggio, di “Tolkien”.

I registi avvertono il desiderio e l’urgenza di raccontare le vite, spesso tormentate, di questi grandi personaggi, che hanno lasciato in dote ai posteri capolavori immortali. E il fatto che il pubblico sembri apprezzare, e che quindi i risultati al box office siano positivi, non guasta. Certo, spesso si tratta di pellicole drammatiche e angoscianti, poco adatte come momento di semplice evasione.

Ci ha pensato Alexis Michalik  a rompere questo impasse drammaturgico ed emotivo, realizzando una versione brillante, leggera e romantica della vita del poeta Edmond Rostand, autore del “Cyrano de Bergerac”, la storia d’amore più bella mai scritta in Francia.

Il film racconta la genesi del romanzo, tra incontri bizzarri, colpi di scena, momenti tragici e altri comici, gelosie. Dopo l’ultimo insuccesso a teatro, Rostand attraversa un periodo di crisi creativa ed economica, ma proprio questo gli permetterà di ritrovarsi come artista e come uomo.

Nato come spettacolo teatrale, “Cyrano mon amour” è un atto d’amore nei confronti del teatro, della sua capacità di emozionare, ma anche degli attori e dei tecnici che nonostante i guadagni inferiori rispetto al mondo del cinema mettono sul palco tutto loro. continua su

“Cyrano mon amour”: quando teatro e cinema si fondono in una storia bella