27. La gente che sta bene

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“La gente  che sta bene” è un film scritto e diretto da Francesco Patierno, con Claudio Bisio, Diego Abatantuono, Margherita Buy, Jennipher Rodriguez.
Ancora una una volta i produttori e sceneggiatori italiani in perenne crisi di creatività, attingono a piene mani nella letteratura .
Nel caso specifico dal libro onomino di Federico Baccamo edito da Marsilio.
Il protagonista è Umberto Dorloni(Claudio Bisio) un’ ambizioso avvocato  cinquantenne in un’importante studio legale.
Sposato con Carla (Margerita Buy)e con due figli, la sua vita scorre via tra affari e impegni mondani, nonostante la crisi.
Improvvisamente la sua “serena” vita, prende una brutta piega,  con un brusco licenziamento  dopo un’affare saltato.
La moglie inoltre gli comunica  una nuova gravidanza.
Sembra tutto perso per il protagonista, quando a una cena incontra Patrizio Azzesi( Abatantuono), cinico e spregiudicato avvocato che gli propone un nuovo lavoro in una multinazionale.
Bisio farà anche la conoscenza  della moglie di Abatantuono, la  sinuosa Morgana (Rodriguez)
Il film racconta  il travaglio interiore del protagonista  e le scelte che sarà chiamato a fare in seguito a drammatici accadimenti.
Non lasciatevi ingannare dal titolo , “La gente che sta bene” è un film amaro, crudo.
Patierno  ci racconta quanto sia effimera e vacua la nostra società.
Ben diretto e recitato,  la parte debole è nella sceneggiatura e nei dialoghi.
Il film parte bene, ma poi si perde strada facendo, diventando lento e prevedibile.
Bisio, e in particolare Abantuono,  danno una discreta profondità  ai loro personaggi .
La Rodriguez, anche se  con chiari limiti strutturali, riesce a rendere credibile il  personaggio della “terza moglie” annoiata e problematica.
La Buy è “la solita” donna malinconica e stressata credibile.
Una volta ci si chiedeva se anche i commercialisti avessero un’anima.
Patierno, con il suo finale ci dà  la risposta  sugli avvocati.
Alla fine del film, invece rimane allo spettatore  la sensazione di un film dignitoso, ma senz’anima
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26. Tutto sua madre

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“Tutto Sua Madre”  è un film di Guillaume Gallienne.
Con Guillaume Gallienne, André Marcon, Françoise Fabian, Nanou Garcia, Diane Kruger.
Fino ad ieri pensavamo che solo Pedrò Almodovar potesse permettersi di parlare dell’omosessualità e della “diversità” al cinema.
Ci sbagliavamo.
Guillaume Gallienne con la sua prima opera  autobiografica  acclamata dalla critica francese, ci racconta la mentalità e i costumi della borghesia parigina e ci apre una nuova prospettiva su questi temi
Guillame è un ragazzo sensibile e molto legato alla figura materna.
La sua famiglia lo tratta come “un diverso” non riuscendo a capirne la sua vera essenza.
Lui stesso si “sente” donna in un corpo di un uomo.
Il rapporto con il padre è difficile, privo di qualsiasi di comunicazione.
I fratelli lo deridono per la sua”eccentricità”.
La figura materna oscilla tra freddezza ed eccessiva protezione
Il film tratto da un monologo teatrale,  ne porta i pregi e i difetti.
Guillame racconta sé stesso e il rapporto con sua madre con tratti leggeri e ironici, ma con un linguaggio e tempi poco cinematografici.
La sceneggiatura è lineare, ben scritta, scorrevole anche se i dialoghi non sono particolarmente incisivi.
Divertenti il cameo di Diane Kruger nella veste d’estetista e le scene alla visita militare.
A rendere  interessante il film, è la forza espressiva del protagonista e l’abilità d’essere figlio e madre insieme.
Il film è una dichiarazione d’amore per le donne.
La sessualità è  un tema delicata oggi, specie tra i giovani.
Gay, etero, bisex sono tutte etichette dateci dalla società e dalla famiglia.
Il finale bordeline  non convince fino in fondo,  lasciando lo spettatore perplesso.
Tutto sua madre può essere utile  per tutti quelli che considerano la sensibilità, una “malattia” da curare.

25. Ti ho sposato per allegria

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“Ti ho sposato per allegria” è una commedia in tre atti del 1964 di Natalia Ginzburg.
Nel corso degli anni ci sono stati vari adattamenti  della commedia oltre che nel 1967 un film   di Luciano Salce con Monica Vitti nel ruolo di protagonista e con Giorgio Albertazzi,
Questa volta è il turno di Piero Maccarinelli mettere in scena l’opera in due atti con Chiara Francini ed Emanuele Salce.
Ti ho sposato per allegria è una commedia che ti fa riflettere con il sorriso sugli usi e costumi di un’epoca ormai passata.
La sceneggiatura anche se scritta in maniera semplice e chiara, evoca temi delicati e complessi come l’aborto, matrimonio e divorzio
La Francini è Giuliana una giovane ragazza di provincia dell’Emilia, che scappata di casa a 17 anni , spera di trovare fortuna e l’amore in città.
E’ una ragazza ingenua e vitale, sfortunata in amore e senza prospettive lavorative.
Ad una festa incontra Pietro(Emanuele Salce), un “tranquillo” avvocato, e dopo  appena una settimana decidono di sposarsi.
La storia si sviluppa attraverso le emozioni  e pensieri della neo coppia sul matrimonio e sul loro “nuovo status”
Conoscevo la Francini per ruoli comici interpretati in fictions e films
Ruoli spesso“sopra le righe”, a volte esuberanti ed in altri casi “bonariamente” provocanti.
Ieri mi ha “stupito” positivamente per il garbo ed eleganza con cui ha interpretato Guliana.
Il primo atto si basa in larga parte sul suo”quasi” monologo” di vita, interrotto con ironia ed efficacia dalla cameriera Vittoria (Anita Bartolucci).
La Francini riesce a tenere alta la tensione e l’attenzione dello spettatore  raccontando anche momenti  amari e melanconici con la giusta ironia.
Il secondo atto è più divertente e scoppiettante, grazie all’ingresso della “suocera”, magistralmente interpretata da Giulia Weber.
Gli scambi tra suocera e nuora sono ficcanti ed esilaranti
E’ una commedia molto femminile. Ci vengono descritte varie tipologie di donne.
L’uomo ha un ruolo secondario, quasi sornione. Salce con la sua interpretazione ne coglie l’essenza.
La Francini e il resto del cast superano la prova a pieni voti.
Lo spettatore alla fine dello spettacolo si pone due domande:Chi sia veramente Lamberto Genova e se soprattutto  nel 2014, nonostante l’egoismo dilagante , il matrimonio per allegria sia ancora possibile.
Ti ho sposato per allegria risponde al secondo quesito, ed anche solo per questo merita d’essere visto.
Alla Sala Umberto fino al 2 febbraio.

24. Carnevale in giallo (Sellerio) -Racconti di parallela quotidianità (Laura Rapicavoli)

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Gian Mauro Costa, Alicia Giménez-Bartlett, Marco Malvaldi, Antonio Manzini, Francesco Recami inCarnevale in giallo.
La Sellerio ci ha preso gusto, dopo Natale e Capodanno, arrivano i racconti ambientati a Carnevale.
Alcuni dei sue migliori talenti, ci regalano delle storie con protagonisti i personaggi che gli hanno reso famosi
Pedra Delicado e Femin, Massimo e i vecchietti del Bar Lume ,come sempre, divertono e coinvolgono.
Barlett e Malvadi ci regalano suspense e ironia in egual misura tra diavoli e pizzo in “salsa pisana”
Barcellona e la Pineta sono ormai luoghi familiari
Amaro e forte il racconto di Manzini , storia di una vendetta attesa per trent’anni, con il vice questore Schiavone, cinico e disilluso, ormai prossimo al trasferimento ad Aosta
 I racconti di Costa e Recami, seppure ben scritti e lineari, sono un punto meno interessanti.
 Gli inquilini della  Casa Ringhiera restano comunque figure pirandelliane.
Enzo Baiamonte, elettricista di nascita, ma detective per vocazione, suscita simpatia e tenerezza
La Sellerio si conferma una casa editrice innovatrice e sempre di primo livello.
Ci aspettiamo a questo punto, la sorpresa di Pasqua..
Racconti di parallela quotidianità di Laura Rapicavoli edito dall’associazione culturale “Akkuaria”
 Laura è una talentuosa autrice ed attrice di teatro , questo è il suo esordio come scrittrice
I vari tipi di amore sono raccontati con eleganza ed efficacia.
La sensualità è raccontata in maniera semplice, ma con passione.
A mio parere molto intenso è l’episodio del sacerdote ” padre”.
Non mancano anche i momenti “comici”.
La penna di Laura descrive il mondo dell’amore e la sue varie sfaccettature in modo unico ed coinvolgente.
Leggerlo regala belle emozioni.
I racconti sono  molto cinematografici, viene spontaneo legare un racconto a un film.
La Rapicavoli è sulla carta una “esordiente”, ma in vero mostra la disinvoltura di una veterana.
Pochi esordi, rimangono impressi nella mente, questo è un caso, da non perdere per chi ama essere “talent scout”anche nell’editoria.
laura

92. Roma:Lo sradicamento-Parte I – Anni 89 – 93

solitudine
E’ passata un’altra settimana. Parlare per capire. Dove mi porterà questo viaggio?
Ho riflettuto molto sulla mia vita e  sui personaggi che hanno ruotato intorno ad essa.
Rivedere come in un film la mia vita, mi sta servendo per capire cosa mi è successo.
Sono nuovamente nella sala d’attesa , aspettando il mio momento. Stavolta il cuore è sereno e la mente è più leggera.
Finalmente la porta si apre e appare lo Splendente.  Mi sorride e mi fa cenno d’entrare.
Ciao Melvin, come va? Passata una buona settimana?
Sicuramente è stata più serena. Mi sento meno oppresso.
Molto bene. Allora direi di riprendere il tuo racconto dall’arrivo a Roma con la tua famiglia.
Come fu l’inizio? Hai avuto problemi di adattamento?
Arrivammo a Roma il 18 settembre dell’89, giorno del compleanno di Piero.
 Io, per prima cosa, mi fiondai nella mia nuova camera. Dopo dodici anni di convivenza, ottenni l’indipendenza da Piero. Mi affacciai dalla finestra e osservai il viale. Era tutta un’altra vista, rispetto al mio castello magico.
 Il giorno dopo sarebbe iniziato il nuovo anno scolastico. Io dovevo frequentare la terza media .
Ero emozionato ma anche preoccupato di dover affrontare un nuovo ambiente.
Giusto per facilitarmi il compito, la sveglia non suonò e mi presentai al mio primo giorno di scuola con oltre mezz’ora di ritardo. Bussai  ed entrai in classe. Mi sentivo osservato da tutti.
Mi avvicinai alla cattedra. Il professore era un omone, in apparenza burbero e di poche parole.
Mi presentai e lui, senza alzare gli occhi dal registro, mi disse: “Tu che vuoi? Da dove vieni? Cercati un posto e non rompere”.
Tutta la classe si mise a ridere. Diventai rosso e, con lo sguardo, cercavo dove sedermi.
L’unico posto libero era accanto a un ragazzo, di nome Mario.
Ci presentammo e scoprii che abitavamo a poca distanza l’uno dall’altro.
All’intervallo si avvicinarono gli altri ragazzi per presentarsi e chiedermi notizie.
Uno di loro a bruciapelo mi disse: “Ora sei a Roma, quindi devi tifa’ per forza per la Magica!”.
 Gli dissi: “Mi dispiace, ma la Lazio mi è più simpatica”.
 Nel corso della giornata conobbi tutti gli   altri professori. Mi sembrava di aver superato l’esame. Tornai a casa abbastanza sereno, in compagnia di Mario.
Ma mi sbagliavo di grosso .Passata la curiosità per la novità, in classe venivo preso di mira per il mio accento siciliano e per i miei abiti non alla moda. Nessuno mi rivolgeva la parola.
Forse sarebbe più corretto dire che non riuscivo ad instaurare un dialogo, mi sembravano tutti di un altro mondo, lontani anni luce dal mio modo di pensare e di fare.
Oltre alla difficoltà ambientale, iniziarono i problemi scolastici. Le mie lacune di base si fecero sentire.
La professoressa di matematica un giorno mi chiese: “Ma in Sicilia studiavate matematica?”.
 Quella d’italiano, dopo aver letto un mio tema, si mise le mani nei capelli ed esclamò: “Figlio mio, ma qui mancano proprio le basi della grammatica e della sintassi”.
La prof d’inglese, dopo aver ascoltato la mia pronuncia e saggiato la  mia conoscenza della grammatica, scrisse addirittura una lettera a mia madre.
Infine la prof di musica, una nevrotica, un giorno mi disse, davanti a tutti: “Sei uno zero, sei proprio uno zero, lo capisci, vero?”.
Alla fine del primo quadrimestre la mia pagella era un vero disastro, mi salvavo solo in storia e geografia.
Mamma era molto preoccupata, i professori pensavano già che non fossi idoneo ad essere ammesso agli esami.
Mi sentivo perso e solo. Passavo le giornate dentro la mia stanza a guardare la tv o a parlare con Mario. Solo il sabato pomeriggio uscivo per andare a Villa Borghese.
Speravo di trovare altri ragazzi con cui giocare a pallone. Papà mi vedeva così e cercava come sempre di risolvere il problema. Arrivava a scuola e cercava  di conoscere i miei compagni.
Un giorno vide da lontano una tale Francesca, una ripetente abbastanza carina, e mi disse: “Carina quella ragazza, è una tua compagna?”
Io, temendo le sue iniziative, gli risposi: “No, assolutamente”.
La bugia non resse a lungo, ma il pensiero d’avere papà sempre tra i piedi mi innervosiva.
Un’altra volta, senza neppure consultarmi, invitò a pranzo una tale Piera, una ragazza davvero maleducata e volgare. Fu una giornata orribile. Io non sapevo di cosa parlare, papà era lì con noi, contento di averla invitata.
Poi si convinse che doveva piacermi una certa Anna . “E’ brava, simpatica, ti può a dare una mano a studiare, invitala a casa”.
Cominciavamo a discutere animatamente, io cercavo di arginarlo, ma senza riuscirci.
Una sera litigammo furiosamente perché voleva organizzare una festa a casa. Lo pregai di non farlo. Non mi sentivo a mio agio. Non ci fu verso di fargli cambiare idea. Fu una serata divertente per lui, stressante per me nelle vesti di un padrone di casa costretto a sorridere per forza.
Nel secondo quadrimestre, con l’aiuto della mamma e di qualche ripetizione privata,  riuscii  a risollevarmi e ottenni l’ammissione agli esami. Nonostante tutto, i professori erano convinti che non avrei superato l’ostacolo. Invece, come spesso mi è capitato nella vita, quando tutti mi danno per spacciato, riesco a stupire per la mia reazione. Feci un esame orale molto brillante.
La stessa prof di matematica dovette ammetterlo. Quella d’italiano, che con il tempo sarebbe diventata amica di famiglia, confessò ai miei: “Ora lo posso pure dire, abbiamo ammesso Mel per un atto di generosità , ma poi ci ha veramente sorpreso. E’ evidente che il ragazzo ha tante potenzialità. Peccato per le sue lacune strutturali”.
Il primo anno passò così .Avevo superato l’ostacolo ma  mi sentivo veramente solo. Non vedevo l’ora di tornare in Sicilia per le vacanze.
Lo Splendente annota qualcosa, si versa un po’ di caffè e dice:
Indubbiamente l’impatto con Roma non è stato dei migliori. Le tue incertezze scolastiche  hanno reso  più difficile ambientarti. Il ruolo dei tuoi genitori con il tema delle donne e dello studio comincia a crearti dei problemi di sicurezza personale e di fiducia. Subisci un vero sradicamento.
I tuoi genitori ti buttano nella fossa dei leoni Pochi avrebbero retto l’impatto Prosegui pure.
Mi verso anch’io un po’ di caffè e sospiro:Ritemprato dal sole siculo, a settembre del ’90 sono pronto ad iniziare l’avventura del quarto ginnasio al liceo Giulio Cesare. Anche stavolta mi trovo in classe con Mario.
 L’impatto con la nuova classe non fu esaltante. Era composta dai tipici pariolini, snob e spocchiosi. Tranne qualche rara eccezione, mi facevano venire l’orticaria . Li detestavo cordialmente, era più forte di me.
Con la prof d’italiano e greco fu subito antipatia a prima vista. Mi riteneva, credo, inadeguato al classico. Per carità Dottore, io non brillavo, ma, se c’era da affondare il coltello nella piaga, la prof non esitava. Più di una volta si divertì a correggere il mio compito in classe ad alta voce.
Ricordo ancora le risate dei compagni. Ancora oggi mi chiedo il motivo di tanta cattiveria ed accanimento. Furono due anni terribili. A scuola vivevo alti e bassi. Non riuscivo a legare con nessuno. Continuavo ad vivere in una sorta di isolamento volontario.
Papà non si rassegnava all’idea d’avere un figlio così chiuso e cercava ogni modo per sbloccarmi. Di solito, a quattordici anni,  i figli sognano il motorino e assillano i padri per averlo.
Nel mio caso, dovevo respingere le pressioni di papà. A causa della sua insistenza, alla fine cedetti e mi feci regalare la macchina a tre  ruote, una novità assoluta, all’epoca.
Mi piaceva l’idea di guidare una similmacchina. Papà, con molta pazienza, mi insegnò ad usarla. Era uno stress per entrambi. Ma per la prima volta facevamo qualcosa insieme. Era rossa, modello Piaggio 50. Ero così contento di usarla per andare a scuola!
Quando arrivavo, tutti mi guardavano come un marziano. Comunque, durante il biennio, più di una volta fui tentato di abbandonare. Non reggevo il ritmo. Le materie mi sembravano più forti di me. Papà mi sosteneva e diceva  di farmi riposare un anno. Mamma invece non voleva sentire ragioni e mi spronava a continuare.
Alla fine del quarto ginnasio fui rimandato  in  latino e greco. L’anno successivo pure, con l’aggiunta dell’inglese. Solo che qui bisogna chiarire un retroscena. Dopo aver superato l’esame di riparazione del primo anno, la simpatica prof mi disse: “Bravo, sei stato promosso, ma guarda che l’anno prossimo ti rimando anche in italiano, dove sei veramente un disastro”.
Puntualmente, agli scrutini del quinto, la prof voleva mantenere l’impegno e fu solo grazie all’intervento della prof d’inglese, che decise di rimandarmi nella sua materia piuttosto che vedere una collega così prevenuta averla vinta, se ciò non accadde.
Il preside, un amico di famiglia, consigliò ai miei  di non farmi presentare all’esame, perché la prof era determinata a bocciarmi a prescindere. Perciò feci l’esame in Sicilia, in una scuola privata trovata da papà. Gli ero grato  per l’aiuto, ma dentro mi sentivo arrabbiato per la fuga, come se avessi mancato a un impegno.
Anche durante il biennio papà provò a trovarmi la ragazza. All’epoca si fissò con Elsa, una ragazza carina, ma decisamente antipatica. Non avevamo niente in comune.
Invitò lei e la sua famiglia in campagna da noi credo un paio di volte. Mi spingeva a chiamarla o invitarla. Un giorno, dopo un’estenuante litigata casalinga, dovetti chiederle in classe se gradiva dei cachi come dono.
Lei mi guardò come fossi un alieno. Uscivo solo con Mario. Papà ci vedeva e scuoteva la testa. Diceva a Mario: “Diglielo  anche tu che dovete uscire  con le ragazze. Se no poi vi fate una brutta fama!”.
Lo Splendente, scuote la testa, si accende il sigaro e mi dice:
E’ chiaro che ormai si è creato tra te e tuo padre un conflitto di comunicazione importante.
I suoi interventi sono deleteri. Inoltre, sentirsi dire dai propri insegnanti che sei inadeguato, può provocare dei  problemi di sicurezza. Ma non c’era proprio nessuna ragazza che ti piaceva?
Sì, Beatrice, la sorella di un’amica di mio fratello Francesco. Era veramente bella. Aveva un sorriso magnifico. Una carnagione chiara. Il viso  luminoso. Aveva occhi marroni, sguardo magnetico.
Era molto civetta, consapevole della propria bellezza. Aveva già tanti spasimanti.
Dal mio punto di vista, era una meta irraggiungibile. Ogni volta che vedevo Beatrice, il mio cuore sobbalzava. In sua presenza diventavo muto o al massimo balbettavo qualche idiozia.
La osservavo da lontano e mi bastava così. Ero arrivato al punto di segnarmi su un foglio tutte le volte che la vedevo o la incontravo. Riuscii ad avere una sua foto e la conservavo con cura nel portafoglio.
Per una volta una parte di me era concorde con papà, quando la invitava a casa o in campagna. Probabilmente aveva intuito qualcosa, infatti mi diceva: “Non devi essere timido, Beatrice è una bella ragazza. Parlale, ora ci organizziamo e la facciamo venire pure in Sicilia”.
Dal canto suo, Beatrice,  che aveva intuito il mio  interesse,  si divertiva a  provocarmi: “Ma perché non sei come tuo padre, che è così galante e carino con me?”.
Non riuscivo mai a rispondere a queste  provocazioni verbali. Mi chiudevo sempre più a riccio.
Ero anche geloso, quando la vedevo in compagnia di un altro ragazzo, mi sentivo ribollire il sangue. Sapevo che tutto questo non aveva senso. Ma nella mia mente Beatrice era la mia musa.
Per tanto tempo è rimasta nel mio cuore e nella mia mente.
Probabilmente fu la mia prima cotta seria, anche se esclusivamente platonica.
Beatrice ha rappresentato il tuo primo film sentimentale. I blocchi causati da tuo padre ti impediscono di metterti in gioco. Ti crei una fantasia e te ne cibi. Sei inibito e  cominci a sentirti inadeguato.
Ho notato che hai citato una casa di campagna più di una volta, me ne vuoi parlare?
  Scuoto la testa  e stringo il bastone: Raccontare il mio rapporto con mio padre è difficile, Dottore
La casa di campagna è un altro tassello del  dialogo, spesso tra sordi, che ci legava
Il prossimo post sarà pubblicato Lunedì 3 Febbraio.

23. The Wolf of Wall Street – I Frankenstein

lupo
The Wolf of Wall Street è un film del 2013 diretto e prodotto da Martin Scorsese, con protagonista Leonardo Di Caprio, anche produttore, nei panni di Jordan Belfort, uno dei broker di maggior successo nella storia di Wall Street, negli anni 80
La pellicola segna la quinta collaborazione tra Martin Scorsese e Leonardo DiCaprio[1].
Il film è l’adattamento cinematografico dell’omonimo libro autobiografico scritto dallo stesso Belfor
Sui social ne work negli ultimi giorni sono due gli argomenti che vanno per la maggiore.
Gli elogi per la straordinaria interpretazione di Di Caprio e l’intramontabile talento di Scorsese alla regia ed i continui ed incessanti  paragoni con Wall Street di Oliver Stone
 Se sul  primo punto, pur non condividendo lasciamo al singolo spettatore il legittimo e sacrosanto diritto di “enfatizzare”, dissentiamo invece nettamente sul secondo.
Oliver Stone con Wall Streeet  ha raccontato magistralmente un’epoca, il pensiero e le azioni di una generazione.
Scorsese ha voluto sottolineare invece la degenerazione e gli abusi di un periodo.
Michael Douglas incarnò il cinismo, il fascino e l’ambizione di un popolo che sognava una possibile El Dorado.
Di Caprio, seppure bravo, è caricaturale e fastidioso  nella foga di raccontare gli eccessi e il carisma del suo personaggio.
Gli Anni Ottanta hanno sconvolto gli usi e costumi del mondo.
 Sono nel entrati nel nostro vocabolario parole come: Aids e Cocaina
The Wolf piace, ma non convince fino in fondo.
Le tre ore di film pesano perché la sceneggiatura più che raccontare , descrive.
Lo spettatore “subisce” parolacce, sesso, droga, ma fatica a trovare il filo rosso della storia.
Il ritmo è frenetico, nevrotico come il protagonista.
I dialoghi sono “urlati”.
Se in Wall Street, Charlie Sheen rappresentava l’alter ego di Douglas.
In Wolf, un brillante e convincente Jonan Hill, socio nel film, completa Di Caprio.
Due le scene che meritano d’essere ricordate:
Il colloquio iniziale tra un’ ancora ingenuo Di Caprio e il mentore Matthew McConaughey e l’esilarante, ma stesso tempo drammatico gag tra Di Caprio ed Hill, drogati persi.
Wall Street ha segnato un epoca ed è diventato un cult per molti.
The Wolf of Wall Street è un buon film, nulla di più
Più che un lupo, in fondo era un micio in cerca d’affetto, almeno per noi.
I Frankenstein è un film del 2014 scritto e diretto da Stuart Beattie, con protagonista Aaron Eckhart.
La pellicola è tratta dall’omonima graphic novel di Kevin Grevioux, ispirata alla creatura del celeberrimo romanzo Frankenstein di Mary Shelley.
Quando scelgo un film da vedere, leggo le critiche degli esperti, ma di solito non mi faccio influenzare.
Su Frankenstein, il giudizio di bocciatura era unanime.
Ieri sfidando la fredda notte romana , sono andato per capire se i critici fossero stati eccessivi.
Non sono contrario alle rivisitazioni in chiave moderna e/o dark di fiabe e leggende.
Negli ultimi anni sono stati fatti anche dei buoni lavori:Biancaneve, Hansel e Gretel per citare gli ultimi casi.
Ma mentre vedevo Frankenstein, una certezza prendeva forma:anche i grandi attori americani devono pagare le rate del mutuo.
Aaron Eckart è un’attore che ci piace, ma stavolta è davvero indifendibile.
Il suo Frankenstein introspettivo e sofferto non convince per nulla.
Il mito di Frankenstein viene fatto a pezzi con una storia risibile e stentata.
Il “nostro eroe” si trova in mezzo a una guerra lunga secoli tra Gargoyle e Demoni.
Entrambi i contendenti vogliono eliminare Frankenstein , ma nello stesso tempo lo considerano un “prodigio”.
Se la sceneggiatura latita, i dialoghi sono nulli.
Gli effetti speciali che di norma in questi film danno almeno sazio all’occhio dello spettatore, sono” modesti “ e”scolastici”
Perché andare a vedere Frankenstein, di mercoledi?
 Due parole: Yvonne Strahovski, la scienziata Terra nel film.
La “fidanzata” di Dexter si conferma oltre essere una bella donna, un’attrice interessante.
Nel marasma del film, la sua interpretazione regala un sussulto allo spettatore.
I “veri mostri” sono certi produttori e sceneggiatori, che nella speranza di sbancare il box office, dimenticano che il cinema prima d’ogni cosa è Arte.
Forse questo Frankenstein, diventerà un cult, magari pagherà qualche rata di mutuo agli attori e produttori, ma allo spettatore resterà la sensazione che i “veri mostri” sono altri.
frankeistein

22. Last Vegas

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Last Vegas è un film del 2013 diretto da Jon Turteltaub, con protagonisti Michael Douglas, Robert De Niro, Morgan Freeman e Kevin Kline.
Il film ha aperto l’edizione 2013 del Torino Film Festival.
Ci sono film che rimangono nella memoria e nel cuore dello spettatore.
Last Vegas, a mio avviso, è uno di questi.
Quattro grandi attori che si confermano tali, nonostante una povera e banale sceneggiatura.
Recitazione d’altissimo livello.
Un film del genere con altri attori, sarebbe stato un inguardabile.
Quattro amici d’infanzia si trovano sessant’anni dopo per un pazzo week end a Las Vegas.
Difficile stabilire una graduatoria tra i quattro. Ognuno è perfetto nel ruolo.
Douglas interpreta un” femminaro” impenitente
Freeman è un’ incallito giocatore e grande bevitore
Kline è il riflessivo del gruppo.
De Niro è il “solito” duro.
La recitazione semplice e mai sopra le righe supplisce anche a dei dialoghi scontati.
Un film che vuole raccontare come la vera amicizia esista senza se e senza ma.
Last Vegas andrebbe proiettato nelle scuole di cinema per giovai attori
Lo spettatore capisce la”piccola” differenza tra l’Attore e l’attore italiano.
Last Vegas diverte e si lascia vedere .
Uscendo dalla sala lo spettatore si chiede se un film del genere si possa fare in Italia e con nostalgia cita :Gassman, Tognazzi, Sordi, Volontè, Mezzogiorno..
La speranza che presto si possa coniugare il verbo futuro anche nel nostro cinema.

21. Tutta colpa di Freud

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Tutta colpa di Freud è un film italiano uscito nel gennaio 2014 e diretto e sceneggiato da Paolo Genovese, con: Marco Giallini, Anna Foglietta Vittoria Puccini,Vinicio Marchioni, Laura Adriani, Alessandro Gassman,Claudia Gerini.
Dopo “la fase” Immaturi, Genovese prova a cambiare registro e racconta un tema universale come l’amore attraverso gli occhi e la vita di un’analista 2.0 interpretato da Marco Giallini.
Negli altri paesi, prima  nel cinema e poi  in TV, la figura dello psichiatra è stata svecchiata, rivista e resa anche protagonista  di alcune storie. Ricordiamo ad esempio la serie americana “In Treatment” con Gabriel Byrne.
Come sempre noi italiani arriviamo dopo e soprattutto a modo nostro.
La scorsa primavera Sky ha prodotto la versione italiana di”In treatment” con Sergio Castellito.
Qualcosa si muove, dovremmo dire, ma non è sufficiente
Tutta colpa di Freud è un prodotto più televisivo che cinematografico.
I dialoghi, la recitazione e la regia sarebbero stati, a nostro avviso, più adatti per il  piccolo schermo.
Ci domandiamo perché dopo Vanzina anche questo film sia stato considerato “d’interesse nazionale”dal Ministero dei Beni culturali e quindi beneficiato di contributi pubblici.
Francesco(Giallini) prima d’essere uno psichiatra è un padre di tre figlie(Puccini, Foglietta Adriani).
Tutte tre alle prese con problemi d’amore.
Il film si sviluppa attraverso le tre storie delle figlie.
Convince e diverte la storia della Foglietta, lesbica in crisi d’identità sessuale
La Foglietta si conferma volto nuovo e fresco della commedia italiana.
La Puccini si conferma “fredda” per il cinema. Non convince nel ruolo, svolge il compitino della libraia sognatrice senza emozionare.
Bene invece Marchioni, anche da “muto” conferma le sue qualità artistiche.
Scontata e banale la storia con protagonista Gassman, marito infedele pentito.
Giallini si conferma attore di livello, ma non riesce a dare fino in fondo profondità al suo personaggio.
Apprezzabile l’interpretazione della Gerini.
Immaginiamo che il caro Freud dopo aver visto il film, si sarebbe accesso un sigaro e si sarebbe chiesto”Ma cosa c’entro io con la crisi di creatività del cinema italiano?”
Produttori e sceneggiatori italiani, magari, un giro sul lettino dovrebbero farselo.

20. L’ombra del sicomoro(John Grisham)

Grishman
Raccontare, commentare, criticare il talento John Grisham è sicuramente difficile, soprattutto per chi come me è lettore da poco tempo.
Grisham ha inventato il genere” legal thriller”. Tradotto in svariate lingue  Ha milioni di fan.
Ogni suo libro è un best seller.
La stessa Hollywood ha “saccheggiato” spesso i suoi libri.
Perché leggere l’ombra del sicomoro?
Perché per i pochi che non amano Grisham e/o il genere, è la giusta occasione per ampliare gli orizzonti letterari.
Il linguaggio è semplice e lineare. Il ritmo è incalzante. Il lettore legge e nella mente immagina le scene.
L’incipit è forte e drammatico, con il racconto dettagliato di un suicidio tramite impiccagione.
Il suicida è Seth Hubbard.
Scopriremo essere un’ uomo molto ricco oltre che gravemente malato di cancro
Siamo nel profondo sud dell’America, alla fine degli Anni 80.
Scopriamo che il “suicida” ha predisposto un testamento olografo, in cui indica come unica erede Lettie, la sua cameriera di colore, escludendo a sorpresa la sua famiglia
L’incaricato di “eseguire” le ultime volontà è un giovane ed idealista avvocato Jake Brigance.
Inizierà una battaglia legale per la successione senza esclusioni di colpi.
La parte del processo, forse, è la meno riuscita, troppo tecnica.
Grisham affronta i temi del razzismo e dell’avidità umana con piglio, lasciando a lettore il giudizio  sulla società americana.
Il finale appare “assolutorio”, forse lo scrittore, sentiva il bisogno di pacificazione almeno nel libro.
L’ombra del sicomoro è ora un buon libro,  domani  crediamo che diventerà un bel film.
I

19. Il XIII Apostolo

13 apostoloIl tredicesimo apostolo è una serie televisiva italiana prodotta dalla Taoude di Pietro Valsecchi nel 2011.
La prima serie è stata trasmessa su Canale 5, con ottimi ascolti, nel Gennaio del 2012.
Il tredicesimo apostolo è la risposta italiana a X-Files, con una spruzzata di Angeli e Demoni di browniana memoria.
Gli interpreti della serie sono: Claudio Gioè e Claudia Pandolfi.
Il primo è Padre Antinori, incaricato dal Vaticano d’indagare sui casi paranormali o “presunti” miracoli che avvengono nel nostro Paese.
 La seconda è la Dott.ssa Claudia Munari, psicologa atea, che affianca Antinori nei vari casi.
La regia è affidata ad Alexis Sweet, acclamato dalla critica per R.I.S Delitti Imperfetti.
La prima serie ha avuto successo per gli innovativi temi trattati da una TV generalista in prima serata, una regia d’avanguardia e una recitazione degna di menzione.
Non poteva mancare, ovviamente, la storia d’amore “impossibile” tra Antinori e Munari, che ha tenuto incollato lo spettatore fino alla fine.
Tutti questi ingredienti hanno portato a una seconda stagione. C’era grande attesa da parte del pubblico, dopo la conclusione”aperta” della prima.
Gli sceneggiatori nella seconda stagione, hanno deciso per un balzo temporale di un anno, piuttosto che riprendere da dove avevamo lasciato il protagonista.
La scelta non è risultata azzeccata.
Lunedì è andata in onda la prima puntata. Lo spettatore fa fatica ad entrare nel ritmo del racconto.
Gioè e Pandolfi si trovano insieme dopo 25 minuti di puntata, dopo che ci è stato raccontato cosa è accaduto ai due nell’ultimo anno
Il “feeling” intenso e spontaneo della prima serie, nella seconda appare”caricaturale”
La sceneggiatura è caotica e frammentaria.
 I dialoghi non convincono.
La regia non sempre è all’altezza.
Insomma è stata una falsa partenza, anche certificata dai dati Auditel.
Il tredicesimo apostolo resta nel panorama della fiction italiana una ventata di freschezza e novità, ma ci auguriamo che “la sbornia” della prima serie non abbia fatto perdere il tocco al team di Valsecchi.
La controprova sarà Lunedì prossimo. Incrociamo le dita.