44) Sogno (Ma Forse No)

“Sogno (Ma Forse No) è uno spettacolo teatrale di Luigi Pirandello, diretto da Vittoria Faro, con: Vittoria Faro, Ivan Giambirtone, Elisabetta Ventura.
Prod. Testaccio Lab

“Sogno (Ma Forse No) “è andato in scena dal 23 al 25 febbraio al Teatro di Documenti di Roma.

Sinossi:
Atto unico poco rappresentato di Pirandello che risente di influenze surrealiste. Un piccolo gioiello di inganni: una moltiplicazione di piani che si intersecano e sviluppano, un groviglio di verità e finzioni.

Recensione:
In molti affermano con amarezza di non sognare più o quanto meno di non ricordare i sogni fatti al risveglio mattutino.
Invece ricordiamo con chiarezza e nitidezza gli incubi.
Nel sonno le più grandi paure, i timori, i sensi di colpa riemergono dalla profondità del nostro Io, laggiù spediti con brutalità dalla vile ed opportunistica razionalità.
Gli chiamiamo incubi quanto in vero non sono altro che terribili e crudi scontri con la nostra coscienza e con la parte peggiore di noi.
Luigi Pirandello è stato probabilmente il drammaturgo più coraggioso oltre che illuminato dal talento e dalla creatività nell’indagare l’animo e la psiche umana, spingendosi in terreni complessi e delicati e stupendo ogni volta lo spettatore per originalità, incisività e potenza narrativa
“Sogno (Ma Forse No) è un atto unico la cui stesura si colloca tra la fine del ’28 e l’inizio del ’29. La prima rappresentazione, con il titolo Sonho (mas talvez nao) avvenne a Lisbona nel 1931. In Italia la prima rappresentazione si ebbe a Genova nel dicembre del ’37.
Un testo raramente messo in scena dalle compagnie teatrali, pur avendo notevoli potenzialità di racconto e soprattutto interessati note di messa in scena firmate dallo stesso drammaturgo siciliano.
Il tema dell’incerto confine tra sogno e realtà era stato già trattato da Pirandello, in una situazione del tutto diversa, nella novella La realtà del sogno (1914). Mentre nella novella, tuttavia, c’è un tempo per il sogno e uno per la cosiddetta realtà, qui le due dimensioni si intersecano creando un clima di sospesa tensione.
Una sfida coraggiosa quella raccolta dalla regista Vittoria Faro, ma che senza dubbio, è stata pienamente vinta sul piano registico e recitativo insieme agli due talentuosi ed esperti attori.
Una giovane e bella donna (Faro) ha un amante (Giambirtone) del quale comincia però a stancarsi, mentre avverte il fascino di un suo antico amante, tornato ricchissimo da terre lontane. Nel breve spazio di un sogno, la donna vive drammaticamente l’esito possibile cui l’affievolirsi del suo amore potrebbe condurla.
Lo spettatore assiste impaurito ed allo stesso tempo incuriosito all’intenso e drammatico colloquio tra la donna e l’uomo, che indossa, sinistramente, un elegante smoking.
Si alternano slanci di grande dolcezza ed affetto come a momenti di rabbia e di minacce, nei confronti della donna, da parte dell’uomo, magistralmente interpretato da Ivan Giambirtone.


Lo spettatore è rapito da questo confronto grondante di opposte ed autentiche emozioni, rimanendo fino all’ultimo incerto se stia assistendo a un sogno o una drammatica resa dei conti tra due innamorati.

L’alfa e l’omega dell’Amore sono mostrate e rappresentate senza censure e filtri, rivelando come il testo di Pirandello sia ancora oggi di straordinaria modernità ed urgenza.
Elisabetta Ventura nelle vesti della cameriera della donna rappresenta, per lo scosso e coinvolto spettatore, un’indispensabile boccata d’ossigeno fatta di danza e dal riuscito omaggio all’ arte del mimo, prima di tornare dentro questo terribile incubo.
L’uomo ha veramente donato una preziosa collana all’amata?
La donna, si risveglia, tirando un sospiro di sollievo ripensando al tentativo finale di strangolamento da parte dell’amante. Ma è stato solamente un brutto incubo? Se lo chiedono pubblico e la donna insieme.
Quando la cameriera porta alla signora un pacchetto; dove è custodita la stessa collana del sogno che le manda quel ricchissimo suo antico amante, viene meno il sottile limite tra realtà e fase onirica, spiazzando ed accrescendo maggiormente l’attenzione e curiosità dello spettatore.
Bussano di nuovo alla porta; è l’amante che sta per essere spodestato, che apparentemente sereno ,colloquia con la donna prendendo insieme il tè.
Ma come accade troppo spesso nel nostro quotidiano, la normalità e pacatezza fungono da diabolici travestimenti dell’uomo prima di rendersi responsabili di atti di femminicidio. Allo spettatore il compito di domandarsi amaramente “Sogno (Ma Forse No)”?!

Annunci

43) Quello che non so di Lei

“Quello che non so di Lei ” èUn film di Roman Polanski. Con Emmanuelle Seigner, Eva Green, Vincent Perez. Titolo originale: Based on a true story, Drammatico, 110′. Francia, 2017

Data di uscita italiana: 1 marzo 2018

Sinossi :

Delphine è l’autrice di un romanzo dedicato a sua madre che è diventato un best seller. La scrittrice riceve delle lettere anonime che l’accusano di avere messo in piazza storie della sua famiglia che avrebbero dovuto rimanere private. Turbata da questa situazione Delphine sembra non riuscire a ritrovare la volontà per tornare a scrivere. C’è però un’appassionata lettrice che entra nella sua vita. Sembra riuscire a comprenderla e a sostenerla in questo momento difficile con la sua capacità di intuizione e con il suo charme tanto da divenirle così necessaria da invitarla a condividere il suo appartamento. Sarà una buona scelta?

Recensione :

Dura la vita dello scrittore, che per vivere deve avere sempre qualche storia intrigante da tirare fuori dal cilindro, personaggi capaci di conquistare il consenso dei lettori. L’incubo di ogni professionista della parola è cadere vittima di un blocco creativo, che trasforma il file di testo nel nemico, la pagina bianca in una maledizione.

È quello che sembra succedere a Delphine (Seigner), scrittrice di successo esausta nello spirito e nel corpo durante il tour promozionale del suo ultimo lavoro. La donna non ha ancora l’idea giusta per il romanzo successivo, e sta attraversando una fase di sfiducia e malinconica anche a causa dalla lontananza dai figli, ormai grandi, e di un matrimonio finito, nonostante il rapporto cordiale mantenuto con l’ex marito (Perez).

In questo contesto emotivo e personale precario, Delphine rimane colpita dall’incontro con Her (Green), ghostwriter bella e misteriosa, con la capacità di entrare nella vita delle persone. Delphine ne è allo stesso tempo attratta e spaventata, e decide di scrivere un libro proprio basandosi sulla vita dell’altra…

“Quello che non so di lei”, scritto a quattro mani da Roman Polanski e Oliver Assayas, presenta spunti narrativi interessanti che però, nello sviluppo e nella messa in scena, perdono grande parte del loro potenziale.

La prima parte del film evoca in qualche modo “Inserzione pericolosa” di Barbet Schroeder (1992), affrontando il tema di un’amicizia che si trasforma in emulazione morbosa e simbiosi soffocante. La seconda, invece, riprende “Misery non deve morire”, con una declinazione fantasy dove si nota la mano di Assayas e che lascia in chi guarda il dubbio se ciò che ha visto sia reale o meno. continua su

http://paroleacolori.com/quello-che-non-so-di-lei-opera-affascinante-sul-rapporto-tra-finzione-e-realta/

42) Dark Night

“Dark Night” è un film del 2016 scritto e diretto da Tim Sutton, con: Eddie Cacciola
Aaron Purvis, Shawn Cacciola, Anna Rose Hopkins, Robert Jumper, Karina Macias, Conor A. Murphy, Rosie Rodriguez, Kirk S. Wildasin.

Sinossi:
Liberamente ispirato al tragico caso del Massacro di Aurora, Dark Night ritrae sei personaggi, compreso il giovane killer, nelle ore precedenti l’attentato criminale. Sei giovani individui galleggiano in un vuoto di relazioni, ciascuno di loro potrebbe essere l’artefice del folle gesto. Le loro azioni e il loro vissuto sembrano condurli a piccoli passi verso il dramma finale, lo stesso che si consumò nel cinema Century 16 alla prima di The Dark Knight Rises (Il cavaliere oscuro – Il ritorno, di Christopher Nolan).
Dark Night è stato presentato al Sundance Film Festival, nella selezione ufficiale 2016, ricevendo una calorosa accoglienza da parte della critica statunitense entusiasta. Il film ha inoltre vinto il Premio Lanterna Magica alla 73a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, nella sezione Orizzonti de La Biennale di Venezia 2016.
Recensione:
Ogni qualvolta, purtroppo, quando si verifica una strage d’innocenti in una città europea i media non esitano a definirla genericamente come atto terroristico.
Se però il terrorismo si prende “una pausa” l’alternativa è presentarla come il “gesto inspiegabile e terribile” di un folle.
Come se la parola follia debba e possa giustificare un’azione criminale e soprattutto chi soffre di disagio mentale debba possedere nel proprio Dna un’indole omicida.
Il disagio psichico è un argomento così ampio, complesso, controverso che non dovrebbe essere consentito a chiunque di parlarne e pontificarne in TV o sui giornali senza averne competenza o un reale idea sulla materia.
Se l’atto folle si verifica poi negli Stati Uniti scatta puntuale anche la polemica sull’uso e incontrollata circolazione delle armi da fuoco.
Sono tragicamente in aumento gli episodi di violenza compiuti da giovani americani, responsabili di inaudite stragi scuotendo e sconcertando l’opinione pubblica internazionale.
Per comprendere meglio l’urgenza artistica e narrativa del regista Tim Sutton nell’ affrontare questo caso di cronaca nera, lo spettatore legga con attenzione l’accurato e dettagliato riassunto dei fatti scritto dal bravo ufficio stampa del film:
“Il 20 luglio 2012, all’interno del cinema Century 16 di Aurora, in Colorado, alla prima del film The Dark Knight Rises di Christopher Nolan, durante la proiezione di mezzanotte, si verificò una sparatoria. Un giovane uomo armato, vestito con un abbigliamento militare, lanciò granate di gas lacrimogeni contro il pubblico e sparò agli spettatori con diverse armi da fuoco. Dodici persone persero la vita e altre 70 rimasero ferite. Dopo il massacro della Columbine High School nel 1999, quello di Aurora fu l’attentato che causò il maggior numero di vittime in un’unica sparatoria sul suolo statunitense, fino a quella avvenuta nella scuola di Sandy Hook il 14 dicembre dello stesso anno. Da quello di Aurora fu l’incidente che causò più vittime in Colorado. Il killer, il ventiquattrenne James Eagan Holmes, fu arrestato vicino alla sua auto fuori del cinema la sera stessa del massacro.
Holmes sparò 76 colpi nella sala. Uccise 10 persone sul colpo, mentre altre due persero la vita in ospedale nelle ore successive. Tra i deceduti vi furono molti ragazzi giovani e una bambina di 6 anni. Tra i feriti, che riportarono gravissime conseguenze, anche una donna incinta, rimasta poi tetraplegica, perse il proprio bambino dopo una settimana dalla sparatoria.
La polizia giunse sul posto in 90 secondi. Circa 15 minuti dopo l’attentato, sul retro del cinema, Holmes fu arrestato vicino alla sua auto, senza che questi opponesse alcuna resistenza. Inizialmente Holmes era stato scambiato per un altro ufficiale di polizia a causa del suo abbigliamento. La polizia dichiarò che al momento dell’arresto il killer era calmo, aveva i capelli tinti di rosso e disse di essere “Joker”.
Dai dettagli contenuti nel taccuino di Holmes, rinvenuto in una cassetta della posta universitaria indirizzata alla sua psichiatra Lynne Fenton, è emerso che Holmes era insoddisfatto della sua vita, frustrato per la ricerca di un lavoro e oppresso da problemi di salute, nonché ossessionato dall’idea di uccidere già da dieci anni prima dell’attentato. Nel taccuino erano contenuti anche alcuni dettagli relativi alla pianificazione della sparatoria. Diversi psichiatri, nominati dal tribunale e chiamati a testimoniare, hanno dichiarato che Holmes era malato di mente, affetto da disturbi schizo affettivi, ma in grado di intendere e di volere al momento dell’attentato. L’appello per la clemenza è stato dunque respinto il 3 agosto in base al presupposto che fattori attenuanti come la malattia mentale non hanno prevalso su fattori aggravanti come il numero di vittime nel massacro.

Holmes è stato condannato all’ergastolo senza possibilità di libertà condizionale il 7 agosto dopo che i giurati non hanno raggiunto una decisione unanime sulla condanna a morte. Al termine dell’udienza del 26 agosto, Holmes è stato condannato formalmente a dodici ergastoli senza condanna a morte e ad un massimo di 3.318 anni in più per tentato omicidio e possesso di armi da fuoco.”

Tim Sutton non ha voluto ricostruire quella notte di paura e morte, né mettere la violenza gratuita e brutale al centro della scena come spesso è accaduto in analoghe pellicole su tale argomenti. Bensì il giovane regista ha sottoposto allo spettatore una sua personale quanto incisiva rappresentazione delle ore precedenti alla strage con protagonisti sei personaggi, sulla carta, tutti potenzialmente “adatti” a ricoprire il ruolo del killer.
“Dark Night” ha il merito d’evidenziare come la noia, l’alienazione sociale, la disoccupazione giovanile e la crisi economica possano diventare il terreno fertile per trasformare una persona normale in un folle.
Lo spettatore segue le vite di questi sei personaggi, assorbendo la loro rabbia, solitudine e distacco da una società insensibile ed incapace d’aiutare chi si trova in difficoltà.
“Dark Night” certifica l’assenza e disinteresse delle istituzioni americane verso le nuove generazioni, le quali abbandonate a sé stesso, si illudono di trovare una forma di riscatto e fuga dalla desolante realtà immergendosi nell’effimero mondo dei social o sperando di trovare uno spazio nel cinico mondo dello spettacolo. continua su

http://www.nuoveedizionibohemien.it/index.php/appuntamento-al-cinema-44/

41) La Mossa del Cavallo – C’era una volta Vigata

“La Mossa del Cavallo ” è un film di Gianluca Maria Tavarelli. Con Michele Riondino, Ester Pantano, Cocò Gullotta, Antonio Pandolfo, Giovanni Carta, Giancarlo Ratti.

Dopo essere stato bacchettato da Andrea Camilleri in conferenza stampa (qui il pezzo con l’intervista), il vostro cronista non vorrebbe reiterare la scorrettezza, recensendo negativamente “La mossa del cavallo“, in onda su Rai 1 il 26 febbraio, ma purtroppo anche il capo direttore Turillazzi non scherza, quanto a punizioni.

Non me ne voglia chi di dovere, ma la trasposizione del primo romanzo storico di Camilleri, edito da Sellerio, voluta in chiave western per omaggiare il cinema di Sergio Leone e poi quello di Quentin Tarantino, convince poco e soprattutto finisce per svilire la natura del libro e gran parte delle sue potenzialità.

“La mossa del cavallo” avrebbe dovuto raccontare il ritorno a casa di un siciliano, Giovanni Bovara (Riondino), nuovo ispettore capo ai mulini, che seppure nato a Vigàta si è formato al Nord, a Genova. Un uomo preciso, integerrimo, che rifiuta, e quasi rinnega, le proprie origini, parla con inflessione genovese e fatica a comprendere il siciliano dei suoi sottoposti e degli arroganti e collusi superiori.

Giunto a Montelusa nell’autunno del 1877, Bovara si illude di poter applicare il proprio metodo di lavoro in una realtà tragicamente opposta. Un uomo onesto in Sicilia – sembra dire Camilleri col suo libro e col suo film -, però, rischia di fare una brutta fine: o viene ucciso, o viene fatto passare per pazzo oppure viene accusato d’essere lui il criminale.

È quanto succede all’ispettore, che per salvarsi dall’ingiusta accusa deve dismettere gli abiti dell’onesto servitore dello Stato e riprendere quelli del siciliano, furbo, disincantato e scaltro.

Michele Riondino è un ottimo attore, che ha dato negli anni prove del suo talento e della sua poliedricità (non ultimo nel ruolo del giovane Montalbano), ma questa volta, nonostante gli sforzi, si ha la sensazione che il risultato non sia del tutto all’altezza.

Il suo Giovanni Bovara, a nostro modesto parere, riesce solamente in parte ad avvicinarsi al personaggio originale. All’inizio, ad esempio, non si percepiscono lo sdegno e il rifiuto per la mentalità siciliana, e la successiva conversione, quindi, risulta forzata.

http://paroleacolori.com/la-mossa-del-cavallo-un-western-nella-sicilia-di-montalbano/

40) Storia di Scicli Antica ((riscritta, riveduta e corretta, con annessi, connessi e sconnessi) -Salvatore Rizza

“Storia di Scicli Antica (riscritta, riveduta e corretta con annessi, connessi e sconnessi)” è un romanzo storico scritto da Salvatore Rizza ed auto pubblicato nel gennaio 2016 con la piattaforma You Can Print
Link d’acquisto su Amazon

https://www.amazon.it/riscritta-riveduta-corretta-connessi-sconnessi/dp/8893323915/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1519564820&sr=8-1&keywords=scicli+antica
Sinossi / Note dell’Autore
“Il principio che ho sempre cercato di perseguire è quello di far le cose sul serio evitando, tuttavia, accuratamente di prendersi sul serio. Ciò ha dato vita a un’opera che si pone fuori dall’ortodossia storiografica, se non altro perché evita accuratamente la seriosità di chi ritiene che la narrazione degli eventi storici richieda necessariamente un discorso aulico e paludato. È, questo, un metodo narrativo che non condivido. Preferisco, pertanto, guardare i fatti della vita attraverso il microscopio dell’entomologo, con la freddezza che ne deriva. Sembra, invero, che il disincanto sia spesso lo strumento migliore per valutare le azioni degli uomini, non solo perché garantisce un senso critico che evita di lasciarsi andare a visioni parziali e localistiche, ma anche e soprattutto, perché, non dando nulla per scontato, riesce, forse, a riconoscere, alla fine, la vera scaturigine dell’agire umano, che è, di solito, l’irrazionalità.”
Recensione:
“Storia di Scicli Antica” di Salvatore Rizza è un romanzo storico per il sottoscritto , sebbene l’esauriente nota di pagina 5 del testo chiarisca che ” Il presente libro è una raccolta postuma degli articoli pubblicati a puntate dall’Autore, dal febbraio 1990 al settembre 1997, su “Dibattito”, una rivista mensile diffusa in ambito locale (Scicli)…”.
Perché al di là di ogni formalismo e schema letterario, caro lettore, vi troverete a leggere un testo che per contenuti, stile e pathos non ha davvero nulla da invidiare a un vero e proprio romanzo storico.
Gli articoli di Salvatore Rizza rappresentano infatti un interessante, coinvolgente e dettagliato racconto sulle origini di Scicli, utilizzando uno stile narrativo semplice, fluido e soprattutto comprensibile ed efficace
“Storia di Scicli Antica” per volontà dello stesso autore non doveva essere letto come un tentativo di ricostruire la genesi di Scicli con gli strumenti e soprattutto la prosopopea di uno storico.
Sono proprio questi “storici” ad essere oggetto delle garbate e ironiche critiche di Salvatore Rizza, divisi dall’autore stesso in due categorie: “di città” e di “campagna.
Due categorie di storici ritenute entrambe sopravalutate dall’autore, e soprattutto inadeguate nel raccontare ai posteri con onestà ed obiettività il peso della Storia, riducendo ogni loro analisi dei fatti ad una vanagloriosa celebrazione del proprio ego.
Salvatore Rizza non voleva essere considerato uno storico, tutt’altro, ma come lui stesso scrisse” Un mio antico maestro (Capizzi), diceva che il diritto, per essere capito, va scritto a fumetti. Per la storia, che, come il diritto, è una scienza argomentabile, il discorso non cambia. Ritengo che le uniche opere storiche veramente lette siano quelle che riescono a farsi leggere fino in fondo senza dare al lettore l’impressione di star scalando l’Himalaya. Ossia le storie a fumetti. Le altre, in realtà, non vengono lette, vengono solo citate”
Salvatore Rizza non si limita a raccontare la storia, la fa immaginare, rivivere ai suoi “15” lettori, dimostrando non solo d’essere un vero studioso della Storia, ma anche di poter scriverne con onestà intellettuale e talento.
L’autore dimostra creatività, verve e acutezza nel conquistare ed incuriosire il lettore puntata dopo puntata.
Leggere il romanzo di Salvatore Rizza risulterà una piacevole ed avvincente lettura anche per i numerosi fan del Commissario Montalbano, perché così avranno modo di scoprire le origini della loro “amata” Vigata.
“Storia di Scicli Antica” di Salvatore Rizza merita d’essere letto ed apprezzato, anche solo per ringraziare il figlio Vincenzo, per averci fatto conoscere ed apprezzare l’illustre e splendida figura paterna anche come autore.

39) Belle & Sebastien -Amici per Sempre

“Belle & Sebastien – Amici per Sempre” è un film di Clovis Cornillac. Con Félix Bossuet, Tchéky Karyo, Clovis Cornillac, Thierry Neuvic, Margaux Châtelier. Drammatico, 90′. Francia, 2018

Sinossi:

Siamo nel 1948. Sebastien ha dodici anni, e lui e Belle sono inseparabili. Ora la famiglia è cresciuta perché sono nati tre splendidi cuccioli. Intanto il colpo di fulmine tra suo padre Pierre e Angelina è diventato un matrimonio che, come Sebastien viene a scoprire, potrebbe cambiare profondamente la sua vita. I neo-sposi intendono infatti trasferirsi in Canada, portandolo con loro. Mentre i due sono via per la luna di miele, però, al paese si presenta un uomo dall’aspetto e dai modi minacciosi che dice di essere il padrone di Belle, che la rivuole insieme ai suoi cuccioli…

Recensione :

Nella vita di ogni bambino arriva il momento in cui ci si rende conto che anche i genitori possono mentire, che esistono adulti cattivi e che le leggi non sono sempre giuste, e talvolta sfavoriscono proprio gli innocenti.

Possiamo dire che quando un bambino smette di credere alle favole inizia il difficile percorso verso l’età adulta, che passa inevitabilmente attraverso l’adolescenza, talvolta una favola nera piena di orchi, di cattiverie, di soprusi e di dolorose rinunce.

Il terzo e ultimo film della fortunata saga di “Belle & Sebastien”, “Amici per sempre” diretta da Clovis Cornillac, segna una svolta drammaturgica rispetto alle precedenti pellicole. Al centro della storia, questa volta, la paura di lasciare sicurezze e radici.

Ma anche il confronto con un cacciatore spietato e crudele, Josef (Cornillac), che rivendica di essere il vero padrone di Belle, e nonostante tutto può contare sull’appoggio della legge.

“Belle & Sebastien – Amici sempre” è una favola nera e angosciante che pone il pubblico, anche quello giovane, davanti alla realtà di quanto la vita possa essere ingiusta, le persone orribili. Ma è anche l’ennesima dimostrazione della grande amicizia tra uomo e cane. continua su

http://paroleacolori.com/belle-sebastien-amicizia-e-paesaggi-mozzafiato-nel-3-film/

38) Il Filo Nascosto

“Il Filo Nascosto” è un film di Paul Thomas Anderson. Con Daniel Day-Lewis, Vicky Krieps, Lesley Manville, Sue Clark, Joan Brown, Camilla Rutherford. Drammatico, 130′. USA, 2017

Sinossi

Londra, anni Cinquanta. Reynolds Woodcock, celebre stilista, fa palpitare il cuore della moda inglese abbigliando la famiglia reale, le star del cinema, le ricche ereditiere. Scapolo impenitente, le donne vanno e vengono nella sua vita, offrendo compagnia e ispirazione. Mr. Woodcock ha un debole per la bellezza che riconosce in Alma, cameriera in un hoteldella costa dove si è fermato. La giovane donna lo segue a Londra e ne diventa la musa.

Recensione:

Che cos’è esattamente l’amore? Come può un sentimento solo stravolgere l’esistenza, scardinare le abitudini di una vita, soggiogare anche l’animo più duro ed egoista? Perché tutti finiamo inevitabilmente per desiderare di amare ed essere amati a nostra volta, nonostante spesso, così facendo, si finisca spesso per soffrire atrocemente?

Non c’è sentimento umano che sia stato tanto celebrato nell’arte come l’amore, nonostante contenga indubbiamente anche elementi negativi.

Si inserisce nel solco della tradizione anche “Il filo nascosto” di Paul Thomas Anderson, un film spietato quanto tenero, elegante quanto sommesso, romantico quanto brutale, che non potrà non lasciare nel pubblico un segno profondo.

Il regista porta lo spettatore dentro la vita dello stilista di grido degli anni ’50 Reynolds Woodcock (Day-Lewis), insofferente a qualsiasi distrazione che possa distoglierlo dal lavoro, suo unico, grande amore.

Nella sua torre d’avorio Reynolds permette l’ingresso soltanto alla sorella Cyrl (Manville), confidente ma anche custode rassicurante e silenziosa delle sue scelte di vita, con brevi relazioni liquidate senza scrupoli.

Tutto sembra fermo, bloccato, fino all’arrivo di Alma (Krieps), una semplice cameriera che diventa la musa dello stilista. Quello che però sembra l’inizio di una favola d’amore tra un uomo di mezza età cupo ed elegante e una giovane apparentemente sottomessa, cambia rapidamente pelle. Merito della sceneggiatura, che rovescia con maestria gli equilibri. continua su

http://paroleacolori.com/il-filo-nascosto-un-dramma-sorprendente-di-paul-thomas-anderson/

37) Figlia Mia

“Figlia Mia ” è un film di Laura Bispuri. Con Valeria Golino, Alba Rohrwacher, Sara Casu, Michele Carboni, Udo Kier. Drammatico, 100′. Italia, Svizzera, Germania, 2018

Sinossi:

Ambientato nella Sardegna contemporanea, sulla costa occidentale, è la storia di una bambina di 9/10 anni che vive un’esistenza tranquilla con il papà e la mamma: è felice e ha un rapporto molto forte con la madre, ma sente che qualcosa non torna. Per una serie di vicende inizia a frequentare una donna che abita a 3 km di distanza da casa, in aperta campagna, e instaura con lei un rapporto fortissimo. Scoprirà che è la sua vera madre. Così nasce un triangolo, tra la bambina e le sue due mamme.

Recensione:

Bedda matri – altro che figlia mia… Potremmo riassumere così la reazione dello spettatore medio, anche di quello non siciliano d’origine, alla fine della seconda pellicola diretta da Laura Bispuri e presentata in concorso alla 68° edizione del Festival del cinema di Berlino.

Per raccontare la maternità e tutto il complicato mix di responsabilità e preoccupazioni che questa condizione porta con sé – tema che non passa mai di moda, con le varianti oggi della maternità surrogata, delle adozioni da parte di coppie dello stesso sesso, e via dicendo – c’è modo e modo.

Ma di fronte a “Figlia mia” e al suo intreccio, probabilmente anche il biblico Re Salomone avrebbe difficoltà a pronunciarsi. Il quesito, riproposto ormai diverse volte dal cinema e dalla tv, è il seguente: madre è chi mette al mondo un figlio, oppure chi lo cresce? L’attaccamento filiale è una questione di sangue, oppure di quotidianità condivisa, di piccoli momenti passati insieme indipendentemente da quello che recita il codice genetico?

Se c’è un elemento che il film della Bispuri mette bene in evidenza, al di là della storia di donne, è come i bambini abbiano perso qualsiasi forma di guida. Non c’è più spazio per vivere un’infanzia dorata e serena. Oggi sembra che per crescere si possa fare affidamento solo su noi stessi.

“Figlia mia” è ambientato in una Sardegna bella quanto selvaggia e desolata, che diventa, grazie a una fotografia calibrata e calda quasi una quarta protagonista. Le altre tre – tutte donne – sono Tina (Golino), Angelica (Rohrwacher) e Vittoria (Casu), che si muovono, si annusano, si odiano in questa cornice ambientale che riflette le dinamiche del loro rapporto. continua su

http://paroleacolori.com/figlia-mia-opera-che-esplora-il-mistero-della-maternita/

36) La Vedova Winchester

Il biglietto d’acquistare per “La Vedova Winchester” è : Omaggio (Con Riserva)

“La Vedova Winchester” è un film del 2018 diretto da Michael e Peter Spierig, scritto da Michael e Peter Spierig, Tom Vaughan, con : Helen Mirren, Jason Clarke, Sarak Snook, Angus Sampson.

Sinossi:
500 stanze, spiriti, demoni, entità misteriose, apparizioni, ombre: sono gli ingredienti del film diretto da Michael Spierig e Peter Spierig La Vedova Winchester, thriller soprannaturale che vede protagonista Helen Mirren.

Il film, basato su fatti realmente accaduti, racconta la storia di Sarah Winchester ereditiera della celebre industria delle armi Winchester. La donna convinta di essere perseguitata dalle anime uccise dai fucili dell’azienda di famiglia, dopo la morte improvvisa di suo marito e di suo figlio, dedica giorno e notte alla costruzione di una enorme magione progettata per tenere a bada gli spiriti maligni. Ma quando lo scettico psichiatra Eric Price, (Jason Clarke), viene inviato nella tenuta per valutare il suo stato mentale, scopre che la sua ossessione non è poi così folle.
L’imponente edificio – che si trova a San Jose, in California – è una dimora senza fine: edificato per decenni, settimana dopo settimana, 24 ore al giorno, è alto sette piani e contiene centinaia di stanze. Quello che può a prima vista sembrare come il mostruoso monumento della follia di una ricca donna disturbata però, altro non è che una prigione e un rifugio per centinaia di spettri vendicativi, alcuni dei quali particolarmente interessati a perseguitare la sua famiglia.
Recensione:
Qual è il modo più gusto per espiare una colpa?
E’ giusto usufruire di una grande ricchezza se realizzata con il sangue di tanti innocenti?
Una vita spezzata in modo violento e tragico ha diritto alla vendetta?
Esistono davvero i fantasmi, mondi paralleli ?
Sono questi alcuni dei quesiti a cui l’uomo cerca di dare una risposta dalle notte dei tempi , chi attraverso la fede, chi con lo studio, chi invece preferisce trovare un dannoso conforto nell’abuso di alcool e droga .
Chi possiede il dono della fede è convinto che la morte sia solo un passaggio per la vita terrena, l’ateo ,temendo comunque la morte, cerca conforto e chiarimenti nelle attività esoteriche.
“La Vedova Winchester” dei fratelli Spierig prende spunto dalla storia realmente accaduta di Sarah Winchester, ricchissima e misteriosa vedova di William Wirt Winchester famoso industriale di fucili, la quale dopo la tragica e duplice morte prima dell’amata figlia Anne e poi del consorte, decise di ritirarsi dalla società dedicando il resto della propria esistenza alla costruzione ossessiva e costante di una gigantesca casa.
I lavori della Winchester House, situata a San Josè, in California, iniziarono nel 1884 e sotto la costante guida di Sarah Winchester, vennero eseguiti quotidianamente, 24 ore al giorno, 365 giorni l’anno per ben 38 anni, fino al 5 settembre 1922, giorno della morte per cause naturali di Sarah.
Che cosa spinse questa ricca vedova ad intraprendere quest’ incredibile opera?
Nacquero tante leggende sulle reali motivazioni della Vedova , una in particolare acquisì forza e vigore nel tempo: La Vedova Winchester su suggerimento di una medium, iniziò a costruire la casa per superare e convivere con il senso di colpa per la ricchezza accumulata dal defunto marito attraverso la vendita indiscriminata delle armi . La donna sembrava volesse donare la pace a tutte le persone vittime di morte violenza per colpa delle armi Winchester
Oppure semplicemente la Vedova Winchester era semplicemente impazzita di dolore?

“La Vedova Winchester” non è un film horror, come ha voluto sottolineare la stessa Helen Mirren in conferenza stampa, bensì è una storia di fantasmi che trova radici nella vita reale.
Noi vogliamo aggiungere che il vero cuore narrativo del film è una spietata e lucida critica sull’utilizzo ed abuso delle armi da fuoco e quanto quest’ultime abbiano provocato morte, dolore e distruzione.
Ogni personaggio di questa storia ha avuto la propria esistenza devastata dal nefasto utilizzo delle armi.
La Vedova Winchester è convinta che la sua famiglia sia oggetto di una perfida maledizione.
Il suo unico nipote Henry è posseduto dall’anima di un giovane soldato desideroso di vendetta perché ritiene la Famiglia Winchester e i suoi fucili responsabili della morte dei suoi due amati fratelli minori.
Lo psichiatra Eric Price (Jason Clarke) incaricato di stilare la perizia psichiatrica sulla donna, è diventato un disperato cocainomane dopo aver perso l’amata moglie, morta suicida, perchè preda di turbe mentali.
“La Vedova Winchester” è un film sull’Espiazione, sulla necessità di pacificazione con il proprio passato e con i propri errori, mescolato al genere horror ed al culto esoterico. continua su

http://www.nuoveedizionibohemien.it/index.php/appuntamento-al-cinema-43/

35) The Disaster Artist

“The Disaster Artist” è un film di James Franco. Con James Franco, Dave Franco, Seth Rogen, Alison Brie, Josh Hutcherson, Zac Efron. Commedia, 98’. USA, 2017

Sinossi:

Greg è un aspirante attore, ancora incapace di lasciarsi andare, che rimane affascinato, durante una lezione, dalla libertà d’espressione e dalla carica emotiva di uno strano tizio di nome Tommy Wiseau. Greg diventa così il primo amico che Tommy abbia mai avuto e i due partono per cercare fortuna verso Los Angeles. Ma la fortuna è merce rara, e il sogno di fare cinema brucia dentro di loro, al punto che i due partoriscono l’idea folle di “The Room”: un film scritto diretto, interpretato e prodotto da Tommy, passato alla cronaca come il film più brutto della storia del cinema.

Recensione :

Scrivere recensioni entusiastiche di “The disaster artist”, per i critici americani, è un po’ come lasciarsi andare a un atto di autolesionismo oppure compiacersi di subire la legge del contrappasso. La commedia di James Franco, infatti, omaggia “The Room” di Tommy Wiseau, definito nel 2003, all’uscita in sala, il più brutto film di sempre, ma diventato poi una sorta di cult.

Franco, fiutando la grande occasione di irridere la critica cinematografica, costringendola a contraddirsi esaltando ciò che un tempo aveva pesantemente disprezzato, realizza non solo un grande film come regista ma segna anche il punto più alto della sua carriera d’attore, interpretando, paradossalmente, l’antitesi del professionista da Oscar.

“The disaster artist” è una commedia grottesca e sincera sull’amicizia, nata nel 1998, tra Wiseau (James Franco) e Greg (Dave Franco), accomunati dal sogno di sfondare come attori a Hollywood. I due, nonostante le diversità e i momenti di tensione, non smettono mai di sostenersi a vicenda, portando avanti l’obiettivo comune.

Ma il film è anche un’ironica quanto amara rappresentazione di quanto sia difficile realizzare i propri sogni ad Hollywood, dove quasi tutto è possibile, però il rischio di venire divorati è alto.

Non manca una nota di cupezza e malinconia, quindi, nel raccontare le difficoltà di un aspirante attore nel trovarsi un agente che voglia investire realmente su di lui, e che gli possa procurare un ingaggio. Sono tematiche già affrontate del pluripremiato “La La Land” di Damien Chazelle (qui la recensione), ma qui vengono declinate in modo autentico.

E poi c’è l’elemento giallo, mistery, che James Franco non ha potuto né voluto svelare. Chi è davvero Tommy Wiseau? Quanti anni ha? Da dove viene? E da dove viene la sua fortuna? Per “The room” il regista e produttore spese una cosa come sei milioni di dollari, incassandone poi al botteghino solo centomila. Nessuno ha mai saputo da dove venissero i soldi. continua su

http://paroleacolori.com/the-disaster-artist-un-focus-sul-folle-mondo-del-cinema/