34) E’ arrivata la felicità 2

“E’ arrivata  la Felicità” è una serie di Riccardo Milani, Francesco Vicario. Con Claudio Santamaria, Claudia Pandolfi, Lunetta Savino, Alessandro Roja, Edwige Fenech, Ninetto Davoli, Giulia Bevilacqua. Commedia romantica. 2015-in corso, Italia

È arrivata la felicità… No, caro lettore, non sono preda di visioni né sono stato colto da un improvviso attacco di ottimismo. Dopo due anni e mezzo d’attesa, è tornata ieri, 20 febbraio, su Rai 1 la serie tv con Claudio Santamaria e Claudia Pandolfi.

Chi vi scrive è stato probabilmente uno dei pochi a stroncare, a suo tempo, la prima stagione, scritta da Ivan Cotroneo e Monica Rametta, e diretta da Riccardo Milani e Francesco Vicario, giudicandola molto al di sotto delle aspettative. Ma come sempre, sono i dati Auditel e il pubblico a dettare legge – e palinsesto.

Perché abbiamo dovuto aspettare tre anni, per rivedere Orlando, Angelica e gli altri personaggi? È stata la stessa Tinni Andreatta, direttrice di Rai Fiction, in conferenza stampa a dare la risposta. “Questo tempo è servito per dare agli sceneggiatori modo di scrivere episodi (24 da 50’ ciascuno) efficaci e di qualità, e successivamente per realizzarli al meglio”.

L’idea di “È arrivata la felicità” era quella di mettere in scena una sorta di fiaba moderna, dove ogni personaggio, alla fine di un percorso emotivo ed esistenziale, riuscisse a trovare la sua dimensione e il suo posto nel mondo. Per gli sceneggiatori, questo pareva includere l’amore – perché alla fine della prima stagione quasi tutti erano felici e innamorati.

Nella seconda stagione si riparte proprio dal “e vissero felici e contenti”, per raccontare come sono andate le cose dopo due anni. Orlando (Santamaria) e Angelica (Pandolfi), si ameranno ancora, dopo la nascita del figlio e la convivenza con la famiglia allargata? Che a proposito, come se la starà cavando sotto un unico tetto?

Nunzia (Tabasco) e Pietro (Roja), nonostante sulla carta fossero una coppia improbabile, saranno riusciti a tenere viva la fiamma della passione e a durare? E Valeria (Bevilacqua) e la sua compagna Rita (De Cola)? Mamma Giovanna (Savino) avrà alla fine accettato pienamente il loro rapporto?

Tanti i possibili sviluppi che devono aver frullato nella testa degli sceneggiatori in fase di scrittura. Ma in realtà le novità sono dietro l’angolo. “La vera sfida è stata quella di voler inserire la tematica del cancro in una serie televisiva per famiglie – ha spiegato Cotroneo in conferenza stampa -, cercando di raccontare la malattia in modo autentico e realistico, ma trovando il giusto equilibrio tra dramma e commedia. Soprattutto volendo trasmettere il messaggio che la vita va avanti comunque, per chi è malato, per i famigliari e gli amici”.

Una sfida ambiziosa, ma che probabilmente dopo il successo della miniserie “La linea verticale” di Mattia Torre (qui la recensione su Parole a Colori) risulta meno d’impatto e originale per chi guarda, anche se sicuramente apprezzabile.

Nei primi due episodi di “È arrivata la felicità” tornano tutti i personaggi, a distanza di due anni. Ci si accorge sin da subito, però, che qualcosa è cambiato… Orlando e Angelica discutono continuamente, e si rimproverano a vicenda scarsa attenzione e scarso impegno nella gestione della nuova vita insieme. I due sembra diventati una coppia “normale”, usurata dalla convivenza e dai problemi. continua su

http://paroleacolori.com/e-arrivata-la-felicita-quando-e-vissero-felici-e-contenti-e-solo-linizio/

33) Il Commissario Montalbano – Amore

“AMORE? AMORE? AMORE UNA MINCHIA!”

È iniziata con questa colorita ma efficace frase pronunciata da un commissario Montalbano stralunato quanto sconcertato, la seconda delle due puntate della serie, “Amore”, trasmessa ieri sera su Rai 1 uno, e ancora una volta premiata da un generale consenso di pubblico e critica.

Carlo Degli Esposti e la Palomar hanno voluto celebrare, con qualche giorno di ritardo, San Valentino, regalando al pubblico – dopo “La giostra degli scambi” (qui la recensione su Parole a Colori) – un’altra storia d’amore malinconiche quando tragica.

Questa è tratta da due racconti di Camilleri – “Un mese con Montalbano” e “Gli arancini di Montalbano” – brevi ma capaci di raccontare in modo vivo, diretto e coinvolgente le diverse sfumature del sentimento amoroso e quanto questo, in teoria nobile, possa portare anche a compiere azioni abbiette.

La curiosità mediatica intorno ad “Amore” era soprattutto dettata dalla possibilità che vi si celebrasse il matrimonio tra Montalbano e l’eterna fidanzata Livia (Sonia Bergamasco) – idea abilmente promossa da chi di dovere, con l’inserimento nei trailer di una singola scena, che faceva presagire chissà quali colpi di scena.

Paradossalmente, invece, il punto più debole del film, sul piano narrativo e registico, è proprio la scena matrimoniale, buttata là frettolosamente all’inizio e presentata come una sorta di incubo/prologo. La sopracitata battuta fulminante del Commissario, davanti all’inaspettato intervento di Mimì (Bocci) nel suo rapporto di coppia, comunque, ha conquistato il pubblico, specialmente chi è allergico agli impegni a lunga scadenza.

Non era facile realizzare un film armonico collegando due racconti molto diversi, sebbene accomunati dal tema. Gli sceneggiatori hanno sicuramente svolto un degnissimo lavoro di “cucitura” creativa, riuscendo a scrivere una storia complessivamente unitaria, fluida e avvincente. Ciò nonostante allo spettatore più attento – magari anche lettore di Camilleri – non saranno sfuggite le scene di collegamento tra le due piccole, grandi storie, che per quanto ben scritte danno comunque l’impressione di non essere del tutto riuscite.

“Amore” regala una girandola d’emozioni e colpi di scena, ma soprattutto spinge chi guarda a un’amare riflessione sulla condizione femminile, nel 2018. Ieri come oggi, il pregiudizio e la calunnia – peggio se rivolti contro una donna – possono ancora distruggere una vita, mettendo davanti a scelte obbligate e negando la felicità.

La vita di Michela Prestia (Serena Iansiti) è stata segnata dalla violenza subita in giovane età a opera di un delinquente. Ma la sua decisione di non prestarsi a un matrimonio riparatore con lo stupratore, ma anzi di denunciarlo, invece di venire appoggiata dalla famiglia, l’hanno portata a restare sola, ripudiata da tutti.

Più lo spettatore conosce la storia di Michela più mentalmente la avvicina, per quanto sia diversa, a quella, vera, di Franca Viola (magistralmente raccontata da Marta Savina nel suo cortometraggio, presentato al Tribeca Film Festival). Chissà se Andrea Camilleri ha preso spunto da questa formidabile donna per scrivere della sua Michela.

Solamente la dolce e amorevole sorella Cinzia (Stella Egitto) è rimasta vicina a Michela negli anni. Cinzia ha dovuto assistere impotente alla via crucis della sorella e solo dopo la sua improvvisa scomparsa troverà finalmente il coraggio per vendicarsi degli uomini che le hanno rovinato la vita. continua su

http://paroleacolori.com/il-commissario-montalbano-un-format-che-non-conosce-crisi/

32) Il Senso del Dolore -L’Inverno Del Commissario Ricciardi (Maurizio De Giovanni)

“Il senso del dolore -l’inverno del Commissario Ricciardi” è un romanzo scritto da Maurizio De Giovanni, pubblicato da Einaudi Editore nel 2012.

Sinossi:
Napoli, 1931. Marzo sta per finire, ma della primavera ancora nessuna traccia. La città è scossa dal vento gelido e da una notizia: il grande tenore Arnaldo Vezzi – voce sublime, artista di fama mondiale, amico del Duce – viene trovato cadavere nel suo camerino al Real Teatro di San Carlo prima della rappresentazione di Pagliacci. La gola squarciata da un frammento acuminato dello specchio andato in pezzi. A risolvere il caso è chiamato il commissario Luigi Alfredo Ricciardi, in forza alla Squadra Mobile della Regia Questura di Napoli. Investigatore anomalo, mal sopportato dai superiori per la sua insofferenza agli ordini ed evitato dai sottoposti per il carattere introverso, Ricciardi coltiva nell’animo tormentato un segreto inconfessabile: fin da bambino vede i morti nel loro ultimo attimo di vita e ne sente il dolore del distacco. Mentre i giorni passano e il vicequestore incalza, timoroso dell’impazienza del regime che da Roma chiede chiarezza ed esige che i colpevoli siano consegnati alla giustizia, la città freme sotto un alone cupo e livido, il risentimento cova nei vicoli e nei bassi, i raggi del sole illuminano a squarci le facciate degli antichi palazzi. Attento alle esigenze dei più deboli, il commissario segue il suo senso di giustizia per dare un nome all’assassino. Cominciano con l’inverno le stagioni di Ricciardi: il cammino al confine tra due mondi di un uomo condannato a guardare e amare da una finestra, interprete del disagio di un luogo sospeso tra luce e ombra.

Recensione:
Che cosa può provare un bambino a possedere il “dono” di vedere le anime delle persone uccise in modo violento?
Come la vita di un bambino può essere per sempre condizionata?
Il bambino divenuto finalmente adulto come deciderà tale dono?
Mi sono poste queste ed altri quesiti mentre leggevo questo romanzo, uno dei primi della saga del Commissario Ricciardi creato dalla straordinaria penna di Maurizio De Giovanni.
In altri libri, altri film, ho avuto modo di conoscere protagonisti capaci di vedere fantasmi e parlare con l’al di là, ma nel caso del Commissario Ricciardi il tutto diventa più angosciante, cupo, soffocante, stringente.
Luigi Alfredo Ricciardi di nobili origini avrebbe potuto vivere una vita d’ozio e di lusso, eppure al momento di scegliere la facoltà a cui iscriversi opto per Giurisprudenza.
Ricciardi “nasconde” a tutti le proprie origini, indossando i panni di un commissario schivo, riservato, rispetto quanto invidiato e temuto dai superiori
Ricciardi vive e lavora a Napoli nel pieno del regime fascista, ma è un uomo libero ed indipendente. Risponde solamente alla propria coscienza ed al dovere impellente e costante di dare pace alle vittime trovando ed arrestando i propri carnefici.
“Il senso del dolore -l’inverno del Commissario Ricciardi” rappresenta una sorta di magnifico, toccante, lacerante manifesto della vita personale e professionale di Ricciardi, dove non c’è spazio per alcuna forma d’amore, felicità, serenità.
Ricciardi lotta contro i propri demoni interiori e l’orrore quotidiano generato dall’uomo.
Un orrore che può nascere da un amore sbagliato, da un lampo di gelosia, dalla vanità.
Tutti sentimenti che trovano nel teatro la loro massima rappresentazione.
Ed infatti il teatro il luogo dove si consuma l’orrendo delitto e si svolgono le indagini.
Il lettore insieme con Ricciardi alza il sipario su una storia fatta di miseria, povertà e frustrazione, in cui viene meno ogni bellezza e magia del teatro.
Maurizio De Giovanni creando il personaggio di Ricciardi ha dato vita ad un originale ed atipico genere giallo sospeso lo storico e il soprannaturale, ma con quest’ultimo magistralmente adattato e costruito sui silenzi e sguardi colmi di tristezza del nostro protagonista.
Ricciardi conosce bene il senso del dolore, l’ha provato sulla propria pelle e lo vede ogni giorno nella bella quanta pericolosa Napoli.
Ricciardi è un novello Caronte per queste povere anime, consapevole che questo terribile “dono” debba essere almeno utile per le vittime oltre che per i loro cari.
Leggere “Il senso del dolore” è anche l’opportunità per poter assistere all’atteso ed inedito incontro, ovviamente al Caffè Gambrinus di Napoli, tra lo scrittore e il suo celebre personaggio, constatando come realtà e finzione possano per qualche istante incontrarsi regalando emozioni e sorrisi.

31) A Casa Tutti Bene

Il biglietto da acquistare per “A casa tutti bene” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“A casa tutti bene ” è un film di Gabriele Muccino. Con Stefano Accorsi, Carolina Crescentini, Elena Cucci, Tea Falco, Pierfrancesco Favino. Drammatico, 105′. Italia, 2018

Sinossi:

Pietro e Alba festeggiano cinquant’anni d’amore. Dal loro matrimonio sono nati Carlo, Sara e Paolo, imbarcati con coniugi, prole, zie e cugine per un’isola del Sud. In quel luogo ameno, in cui Pietro e Alba hanno speso il loro tempo più bello, si riunisce una famiglia sull’orlo di una crisi di nervi.

Recensione:

Quante volte ci siamo trovati a rispondere, parlando con conoscenti e amici, alla temutissima domanda: “E a casa come va?” con un neutro e disimpegnato: “Stanno tutti bene, grazie”.

Per quanto non si possa vivere senza – e probabilmente, dovendo scegliere, finiremmo sempre per riprendere ognuno la nostra -, non esiste in natura vaso di Pandora peggiore da scoperchiare di quello familiare. Se poi la famiglia è grande e allargata, meglio ridurre il tempo della convivenza allo stretto indispensabile…

Gabriele Muccino, dopo dodici anni trascorsi negli Stati Uniti, tra alti e bassi, è tornato a casa determinato a riprendere le fila del suo modo di fare cinema e a raccontare le dinamiche di coppia e le relazioni familiari nella nostra società.

“A casa tutti bene” può essere considerato come una sorta di summa dei suoi tre film italiani precedenti (“L’ultimo bacio”, “Ricordati di me”, “Baciami ancora”), divenuta urgente dopo la lunga parentesi a stelle e strisce.

Costruito seguendo uno schema narrativo classico, lo spettatore è consapevole che, dopo aver conosciuto i protagonisti chiamati a raccolta sull’isola di Ischia per festeggiare le nozze d’oro dei patriarchi Pietro (Marescotti) e Alba (Sandrelli), e aver partecipato alla toccante cerimonia e al felice momento conviviale successivo, dovrà sorbirsi anche uno tsunami nevrotico e familiare, sconvolgente quanto prevedibile. Uno tsunami di parole ed emozioni. continua su

http://paroleacolori.com/a-casa-tutti-bene-le-contraddizioni-di-una-grande-famiglia/

30) The Shape Of Water

“The Shape of Water” è un film di Guillermo Del Toro. Con Sally Hawkins, Doug Jones, Michael Shannon, Octavia Spencer, Richard Jenkins, Michael Stuhlbarg. Drammatico, 119′. USA, 2017

Se l’anno scorso Alberto Barbera (direttore artistico della Biennale cinema, ndr) aveva pensato a tutte le coppie innamorate tirando fuori dal cilindro “La La Land”, quest’anno ha voluto regalare una speranza ai single con “The Shape of Water” di Gullermo Del Toro, presentato a Venezia 74 in concorso.

Tranquilli, zitelle e scapoli d’Italia e del mondo: il vero amore può arrivare in qualsiasi momento, sotto forme inaspettate.

Ci sentiamo di scrivere fin da ora che il film di Del Toro promette di ripetere il successo di quello di Chazelle, perché come quello sa toccare con magia, eleganza e sensibilità il cuore e l’anima di ogni spettatore, anche del più cinico.

Molti colleghi saranno tentati di fare confronti, ma personalmente credo sarebbe un errore, perché per quanto belli “La La Land” e “The Shape of Water” sono diversi per scrittura, impianto registico e recitazione.

Questa storia è assai semplice, lineare, per alcuni versi persino povera. Gli sceneggiatori sono stati bravi a costruirci sopra un fantasy romantico, ambientato negli anni ‘50, in piena Guerra fredda.

La scelta temporale dà risalto alla storia d’amore impossibile e per molti versi folle tra due anime pure in cerca d’affetto, ma assai diverse, in un’epoca in cui il diverso era visto come un nemico pericoloso, da eliminare.

Elise Esposito (Hawkins) è una gentile e schiva inserviente in una base militare americana, divenuta muta da bambina e cresciuta come una figlia dall’eccentrico disegnatore (Perkins), costretto a celare la sua omosessualità.

Elise, che ha nella polemica Zela (Spencer) la sua unica amica, passa le giornate annoiandosi, ma sogna d’incontrare l’anima gemella o quanto meno d’essere amata. continua su

http://paroleacolori.com/shape-water-uninsolita-storia-damore-sullo-sfondo-della-guerra-fredda/

29) X-Files-Stagione 11

Cospirazione, che passione!, di Polifemo

Iniziata nel lontanissimo 1993, la Serie X-Files è il capostipite di tutte le cospirazioni tele-cinematografiche. La sua conclusione naturale, per ciò che riguarda gli USA, avvenne il 19 maggio 2002 con la famosissima “The Truth”, parte seconda, nella quale Fox Mulder riesce a evadere dalla prigione – dove era stato recluso per subire un processo “farsa” che lo aveva condannato a morte – e con il coinvolgimento del suo capo Skinner, degli agenti Reyes e Doggett e di Alvin Kersh, nonché della sua amata Scully, “si da alla macchia”, sebbene non da solo. Insieme a Scully, infatti, Mulder arriverà in New Mexico e troverà riparo in un pueblo (uno di quei villaggi anasazi costruiti in adobe) posizionato, oltretutto, sopra un grande giacimento di magnetite.

E in questo remotissimo e inguattatissimo pueblo, come canterebbe Elio, “Indovina chi c’è?”? L’Uomo Che Fuma, il quale rivelerà a Mulder e Scully la verità finale, cioè che gli Alieni invaderanno la Terra il 22 dicembre 2012, senza possibilità di salvezza per il genere umano. Poi succederà un po’ di tutto.

Ecco i soliti elicotteri neri che distruggono il pueblo, uccidendo (?) l’Uomo Che Fuma e la conseguente fuga di Scully e Mulder sino all’ultimo rifugio, in uno dei soliti motel della profonda provincia americana e in un luogo ben noto agli appassionati di ufologia: Roswell.

Tutto finito?

In un certo senso, si, poiché la Serie è finita nella sua fenomenologia appena in tempo per evitare di sfociare in quell’improbabile che avrebbe vanificato quanto di buono proposto al nostro intrattenimento in dieci anni di televisione, iniziata catodica e terminata con i primi schermi al plasma.

In apertura ho accennato che questa Serie è il punto di origine della sindrome da complotto che ha caratterizzato la successiva produzione di fiction USA e anche fuori dagli USA stessi.

I Servizi Deviati, i Politici Corrotti oppure Asserviti al Contropotere, il Doppio Gioco Che Diventa Almeno Triplo, più tutta una serie di personaggi e situazioni perlomeno non permanenti nel “gioco delle parti in commedia” hanno modificato il comune senso delle Serie, con nostra grande soddisfazione e costante divertimento, e a lode e gloria della crescente importanza della cospirazione all’interno di ogni fiction prodotta successivamente alle avventure di Fox e Dana.

Ovviamente una tale macchina di popolarità e soldi non poteva restare ferma a lungo: in ottica meramente commerciale vanno visti sia il secondo lungometraggio del 2008 e la miniserie del 2016.

Questo lungo prologo per far mente locale sul motivo di questa edizione numero 11 di X-Files che, a tutti gli effetti, è una sorta di “Dove eravamo rimasti?” partendo dalla conclusione del 2002.

I protagonisti sono sempre gli stessi ma molto differenti tra loro. La cicciottella e sciapa Dana, cioè Gillian Anderson, è diventata una bella donna e un’attrice affermata, capace di cambiare ruoli, luoghi ed epoche nei lavori successivi all’interpretazione di Scully con notevole abilità, sebbene la sua interpretazione della detective Stella Gibson nella Serie britannica The Fall abbia colpito in modo particolare i suoi molti fan per la sofferta e ben rappresentata natura del personaggio.

Fox Mulder-David Duchovny, invece, ha preso una via diversa a metà tra il piacione e il maudit, sebbene sia stato particolarmente apprezzato nella Serie Californication e nelle vesti del sergente di polizia Sam Hodiak in Aquarius.

Senza fare spoiler mi limiterò a una domanda: era necessario fare una nuova Serie di X-Files? La sensazione iniziale non è particolarmente positiva. Sia la sceneggiatura che la scrittura sono un “poco così” e diversi attori, salvo la rossa e sempre charmant Gillian, mostrano il segno del tempo. Chris Carter, il padre della Serie, ha mostrato di aver patito eccessivamente le critiche subite per la X-Files 10 e di voler reagire, dimostrando di essere sempre in grado di tirare fuori un prodotto di qualità. Ma la costruzione del plot in generale manca di freschezza. Trito e ritrito, dunque? Non proprio, ma certamente una sorta di dejavu piacevole e un po’ prevedibile. La mia personale sensazione di trovarsi di fronte a un lavoro forse evitabile sembra essere suffragata dalle recenti dichiarazioni di Gillian Anderson: “L’ho detto dall’inizio: questa è la fine per me. Sono rimasta sorpresa dalla reazione delle persone, perché da ciò che ho capito si è sempre parlato di una sola stagione”.

Ma, come ben sappiamo, il mondo dello Star System è capriccioso e mutanghero, come testimonia l’ultima frase di Fox Mulder nell’ultimo episodio della IX Stagione: “Si può ancora sperare…”.

Gli attori principali

Dana Scully, interpretata da Gillian Anderson, doppiata da Claudia Catani.
Fox Mulder, interpretato da David Duchovny, doppiato da Gianni Bersanetti (Gianni Ludovisi).
Monica Reyes, interpretata da Annabeth Gish.
Walter Skinner, interpretato da Mitch Pileggi.
Uomo Che Fuma (C.G.B Spender), interpretato da William B. Davis.
Jeffrey Spender, interpretato da Chris Owens.

to be continued

28) La Giostra Degli Scambi

“La Giostra Degli Scambi” è un film di Alberto Sironi. Con Luca Zingaretti, Cesare Bocci, Peppino Mazzotta, Sebastiano Lo Monaco, Angelo Russo, Roberto Nobile, Giovanni Guardiano, Desirée Noferini, Fabrizio Bentivoglio, Sonia Bergamasco. Giallo, 110′. Italia, 2018

Rieccolo! Sta per tornare su Rai 1 con due nuovi casi (“La giostra degli scambi” e “Amore”), tratti dai libri di Andrea Camilleri, il Commissario Montalbano interpretato da Luca Zingaretti. Appuntamento in prima serata lunedì 12 e lunedì 19 febbraio.

Il fil rouge che accomuna i due episodi, che escono a cavallo di San Valentino, manco a dirlo, è l’amore. Lo ha sottolineato anche Alberto Sironi nelle sue note alla regia. “Chi più di Camilleri ha saputo raccontare le mille anime del sentimento? Dal frenetico impulso degli innamoramenti giovanili, con quel desiderio ardente di bruciarsi nel piacere, alla quiete dell’amore coniugale fino agli amori senili dove il desiderio si trasforma in tenerezza”.

E anche il protagonista, Zingaretti, ha voluto ribadirlo in conferenza stampa: “Quando ho avuto modo di rivederle, sono rimasto colpito dalla bellezza e dalla profondità di queste due storie. Viviamo in uno stato di crisi economica perenne, la paura – del terrorismo, del futuro – è diventata una compagna costante delle nostre giornate. Ma forse proprio l’amore è l’unico antidoto a quest’epoca di incertezza”.

A chi gli chiede fino a quando presterà il volto all’amatissimo Commissario, Zingaretti risponde in modo onesto: “Continuerò a interpretare questo ruolo finché proverò piacere a farlo. Ogni anno mi ritrovo per qualche mese in compagnia di vecchi amici, più che colleghi, e sono sempre emozioni diverse e sincere”.

La “storia d’amore” tra Montalbano e la Rai dura ormai da quasi vent’anni. Sono 32, infatti, gli episodi trasmessi dalla tv di Stato dal 1999, quando andò in onda “Il ladro di merendine”, a oggi – con oltre 140 repliche, e ascolti record.

Cosa dunque dobbiamo aspettarci di nuovo da “La giostra degli scambi” e “Amore”? Niente, se mai la conferma di un ingranaggio narrativo e recitativo che non sembra accusare stanchezza o passaggi a vuoto. Uno dei valori aggiunti della serie, a nostro modo di vedere, è l’introduzione di anno in anno di nuovi personaggi, attori e attrici di talento che contribuiscono a rendere Montalbano un evergreen.

LA GIOSTRA DEGLI SCAMBI: DUE CASI, UN SOLO COLPEVOLE
Nell’approcciarsi al primo dei due nuovi casi, in onda oggi, lunedì 12 febbraio, siete invitati a non essere precipitosi nel giudicare i fatti. Le apparenze, infatti, il più delle volte ingannano.

La quiete di Vigata è scossa da una serie di inspiegabili rapimenti di ragazze per mano di un misterioso uomo incappucciato. L’unico punto di contatto tra le vittime: sono tutte cassiere in banca. continua su

http://paroleacolori.com/il-commissario-montalbano-amore-protagonista-nei-due-nuovi-casi/

27)Tu sei il Male ( Roberto Costantini)

“Tu sei il Male” è un romanzo scritto da Roberto Costantini e pubblicato da Marsilio nel settembre 2011.

Sinossi:
Il primo capitolo della Trilogia del Male

Roma, 11 luglio 1982. La sera della vittoria italiana al Mundial spagnolo, Elisa Sordi, diciottenne impiegata di una società immobiliare del Vaticano, scompare nel nulla. L’inchiesta viene affidata al giovane commissario di Polizia Michele Balistreri. Arrogante e svogliato, Balistreri prende sottogamba il caso, e solo quando il corpo di Elisa viene ritrovato sul greto del Tevere si butta nelle indagini. Qualcosa però va storto e il delitto rimarrà insoluto.
Roma, 9 luglio 2006. Mentre gli azzurri battono la Francia ai Mondiali di Germania, la madre di Elisa si uccide gettandosi dal balcone. Il commissario Balistreri, ora a capo della Sezione Speciale Stranieri della Capitale, tiene a bada i propri demoni a forza di antidepressivi. Il suicidio dell’anziana donna lo spinge a riaprire l’inchiesta. Ma rendere giustizia a Elisa Sordi dopo ventiquattro anni avrà un prezzo ben più alto del previsto. Balistreri dovrà portare alla luce una verità infinitamente peggiore del cumulo di menzogne sotto cui è sepolta, e affrontare un Male elusivo quanto tenace, dai molteplici volti.
Recensione:
L’Italia agli Italiani! Prima gli Italiani! Non passa un solo giorno che non venga pronunciare , scritte, se non addirittura urlate queste parole dal politico di turno in questa convulsa e caotica campagna elettorale sperando di conquistare qualche voto in più.
L’Italia, la Patria, la Famiglia sono riscoperte solamente alla viglia del voto per poi essere puntualmente messe da parte, ma non solamente dai politici.
I primi a soffrire di questa deprecabile e desolante amnesia siamo noi italiani, campioni a coltivare e proteggere il nostro personale orticello.
Il Tricolore è spolverato anche in occasione delle partite della nazionale di calcio ed in particolare delle fasi finali dei mondiali (quando ci qualifichiamo!).
Due date sono impresse in modo indelebile nella memoria e nel cuore di ogni italiano :11 luglio 1982 e 9 luglio 2006. Ovvero le due ultime vittorie mondiali dell’Italia contro la Germania Ovest e la Francia.
Due notti magiche che hanno reso, seppure per un breve momento, davvero unita e coesa il nostro Paese, dalle Alpi alla Sicilia.
Un Mondiale di calcio riesce dove la politica fallisce da sempre.
Nessuna persona “normale” penserebbe di lavorare o fare altro durante una finale mondiale di calcio, ma per un feroce e misterioso assassinio invece è il momento più opportuno per agire senza problemi.
Roberto Costantini è partito da questa semplice e scontata considerazione ma quanto mai efficace sul piano narrativo per scrivere il suo romanzo d’esordio, divenuto ben presto un caso letterario.
Come spesso accade in campo letterario, il sottoscritto ha scoperto solamente ora il caso Costantini.
“Tu sei il Male” è un’altra piacevole sorpresa letteraria per il mio 2018 da lettore, avendo apprezzato lo stile, il linguaggio, e soprattutto il talento e creatività dell’autorei nel raccontare e costruire una storia “sospesa” tra il 1982 e 2006 in cui sono mescolate in modo armonioso ed equilibrato diversi generi letterari.
“Tu sei il male” porta il lettore all’interno di un orrore senza fine dove ragazze innocenti sono rapite e brutalmente uccise da un serial killer animato da un folle desiderio di vendetta nei confronti di insospettabili e potenti personaggi che si muovono ed agiscono al confine tra Roma e il Vaticano.
Costantini mette in scena un perverso e diabolico cortocircuito di potere, corruzione, ossessione lasciando sgomento e sorpreso il lettore.
Michele Balistreri è il perfetto protagonista di questa storia, rappresentando l’evoluzione, la trasformazione e il declino fisico e morale del nostro Paese.
Il lettore conosce due Michele Balistreri.
Quello del 1982 è un giovane commissario arrabbiato, spaccone ed irruento. confinato dal fratello maggiore Alberto, in un commissariato di Roma affiche tagli i ponti con il suo passato da estremista di destra.
Balistreri, suo malgrado, è la pedina perfetta per chi ha deciso che l’omicidio della giovane Elisa Sordi rimanga impunito.
L’irruenza ed inesperienza di Balistreri si riveleranno fatali per il commissario, costringendolo ad un amaro compromesso con i poteri forti dell’epoca.
Quello del 2016 è un uomo di mezz’età, stanco, depresso, disilluso, quasi integrato nel sistema.
Ciò nonostante il nostro protagonista conservando dentro di sé quella scintilla di “diversità” etica e professionale unito al rimorso per l’unica macchia professionale della carriera, ritroverà la forza e determinazione ad andare in fino fondo nel catturare il serial killer di giovane donne
, inaspettatamente e tragicamente legate da un filo rosso risalente fino al caso di Elisa Sordi.
“Tu sei il Male” è una drammatica e tragica matrioska alla romana, che ad ogni strato tolto rivela al lettore il terribile ed inconfessabile legame tra le alte sfere politiche e religiose del Paese e le diverse criminalità che spadroneggiano sul nostro territorio.
La parte finale e soprattutto l’epilogo risultano più deboli oltre che forzati e frettolosi sul piano narrativo, ma pregiudicando nel complesso la bontà e qualità del progetto.
“Tu sei il Male” è un romanzo del 2011, eppure il complesso intreccio elaborato dalla penna di Costantini, appare oggi addirittura superato dagli ultimi sconcertanti fatti di cronaca.
“Tu sei il male” è stato il primo libro di una trilogia, ma che ha subito dimostrato come Roberto Costantini fosse un autore da tenere d’occhio fin dal felice esordio.

26) Final Portrait -L’arte di essere amici

“Final Portait -L’arte di essere amici” è un film di Stanley Tucci. Con Geoffrey Rush, Armie Hammer, Clémence Poésy, Tony Shalhoub, James Faulkner. Biografico, 90’. Gran Bretagna, 2017

Sinossi:

Parigi, 1964. L’artista svizzero Alberto Giacometti gode di successo indiscusso, ma questo non lo distoglie da una vita disordinata, sempre ai limiti della decenza e dell’igiene. Giunto nella capitale francese, lo scrittore americano James Lord gli commissiona un proprio ritratto. L’uomo pensa sia questione di pochi giorni ma – data la natura mercuriale di Giacometti – l’opera diventerà un’impresa nel tempo e nella pazienza del giovane. Dopo una ventina di giorni Lord ripartirà con il quadro, rimasto inevitabilmente incompiuto.

Recensione:

Non è veramente un Festival del cinema, se non si rinnova la sfida del caporedattore Turillazzi di ridurre almeno un po’ l’ignoranza culturale del vostro inviato, obbligandolo a vedere uno o più film incentrati sulla vita o sulle opere di scrittori, pittori o artisti.

A Torino 35 il supplizio si è materializzato nella forma di “Final portrait” di Stanley Tucci, ispirato all’autobiografia dello scrittore americano James Lord e del poeta svizzero Alberto Giacometti.

Mi sembra alquanto pleonastico sottolineare come, prima di prendere tra le mani il press book del TFF, io non avessi idea di chi fossero né l’uno – interpretato nel film da Armie Hammer – né l’altro – interpretato dal Premio Oscar Geoffrey Rush.

Il buon Stanely Tucci sentiva l’urgenza di condividere con il pubblico la genesi, le dinamiche e le condizioni emotive e psicologiche che legarono i due protagonisti per diciotto interminabili giorni, quanti ne servirono a Lord per spazientirsi e ripartire per gli Stati Uniti con un suo ritratto incompiuto a opera di Giacometti.

L’impianto del film – statico, rigido, freddo – risulta poco adatto al cinema. Forse una produzione per il teatro sarebbe stata più adatta. continua su

http://paroleacolori.com/final-portrait-un-film-biografico-e-artistico-con-geoffrey-rush/

25) In punta di piedi

“In Punta di Piedi ” è  un film di Alessandro D’Alatri. Con Bianca Guaccero, Cristiana Dell’Anna, Marco Palvetti, Giorgia Agata. Drammatico. Italia, 2018

Angela è una giovane che coltiva un grande sogno: diventare una ballerina di danza classica. Ma Angela vive a Secondigliano, un quartiere della periferia nord di Napoli dove le attività criminali come lo spaccio di droga costituiscono per molti la principale fonte di guadagno. La sua famiglia è coinvolta in questi traffici – il padre è il capo di un gruppo camorristico noto come “gli scissionisti”. Angela deve affrontare grandi difficoltà per perseguire le sue passioni, sostenuta dalla madre Nunzia, che la iscriverà a una scuola, e da Lorenza, un’insegnante, tra le prime ad accorgersi del talento della piccola.

Nel 2000 ci siamo emozionati e abbiamo ballato con “Billy Elliot” di Stephen Daldry, condividendo il sogno del giovane protagonista di diventare un ballerino, nonostante la dura avversione del padre minatore.

Nel 2013, abbiamo scoperto grazie a Marco Pontecorvo e al suo “L’oro di Scampia” come anche in un luogo apparentemente abbandonato dallo Stato sia possibile costruire qualcosa di bello e legale, grazie all’azione di persone determinate come il maestro di judo Gianni Maddaloni.

Il nuovo tv-movie di Rai 1 “In punta di piedi”, diretto da Alessandro D’Alaltri, promette di unire i due piani, con una storia – d’ispirazione reale – di malavita e passione per la danza, di drammi familiari e voglia di riscatto. Una storia che ha subito convinto il produttore Luca Barbareschi e gli sceneggiatori, quando l’hanno letta sul giornale.

La particolarità del film è che propone una prospettiva femminile e sincera sulla realtà camorristica, di per sé maschilista e chiusa, evidenziando come le donne dei quartieri degradati, sebbene spesso poco istruite e costrette al silenzio da mariti-padroni, possano dimostrare personalità e coraggio inaspettati quando in gioco c’è il futuro dei figli.

Protagonista è Angela (Agata), la figlia di un boss locale col sogno di diventare ballerina classica, ma anche Lorenza (Guaccero) ex ballerina di successo che nonostante le difficoltà ambientali desidera offrire un’opportunità alle ragazze di Secondigliano e Nunzia (Dell’Anna), madre di Angela e moglie fedele e innamorata di Vincenzo, che ha sempre accettato e condiviso le scelte del suo uomo.

“In punta di piedi” è un film toccante e originale, apprezzabile per la passione e la professionalità profusi dal cast, in cui spicca per bravura e naturalezza la giovane Giorgia Agata.

Nonostante le grandi potenzialità della storia, la messa in scena risulta piuttosto forzata e poco incisiva, i dialoghi e la sceneggiatura retorici, stereotipati, incapaci di trasmettere un senso di veridicità. continua su

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