241)Vuoto per I Bastardi di PizzoFalcone (Maurizio De Giovanni)

“Vuoto per I Bastardi di PizzoFalcone” è un romanzo scritto da Maurizio De Giovanni e pubblicato nel Novembre 2018 da Einaudi Editore.

Sinossi;
Una professoressa di Lettere di un istituto tecnico scompare nel nulla. E se non fosse per una collega, nessuno se ne preoccuperebbe. Il marito, un ricco industriale, sostiene che la donna se ne sia andata di propria volontà, e non esistono prove del contrario. Approfittando di un momento di tregua nel lavoro, gli uomini di Palma, cui si è aggiunto un elemento per coprire l’assenza forzata di Pisanelli, decidono di cominciare un’indagine in modo informale. Scopriranno che anche le vite più piene possono nascondere un vuoto incolmabile. Un vuoto che ha innumerevoli colori: uno per ogni paura, uno per ogni orrore.

I BASTARDI DI PIZZOFALCONE

Luigi Palma, detto Gigi: vicequestore.
Vuoto di potere.
Giorgio Pisanelli, detto il Presidente: sostituto commissario.
Vuoto di forze.
Elsa Martini, detta la Rossa: vicecommissaria.
Vuota di passato.
Giuseppe Lojacono, detto il Cinese: ispettore.
Vuoto di futuro.
Francesco Romano, detto Hulk: assistente capo.
Vuoto di decisioni.
Ottavia Calabrese, detta Mammina: vice sovrintendente.
Vuota di certezze.
Alessandra Di Nardo, detta Alex: agente assistente.
Vuota di coraggio.
Marco Aragona, vorrebbe essere detto Serpico: agente scelto.
Vuoto a perdere.
Recensione:
“Tanto fumo poco arrosto” recita un vecchio e saggio proverbio.
“Vuoto a perdere “canta magnificamente la brava Noemi.
Quando una persona attraversa un momento difficile sul piano psicologico /esistenziale spesso utilizza la parola “Vuoto” per manifestare al mondo il proprio disagio interiore.
Ma che cosa è esattamente il Vuoto?
Una parola, un’espressione, uno stato d’animo, la dichiarazione di una momentanea povertà materiale?
Maurizio De Giovanni utilizzando il suo efficace quanto poetico stile e soprattutto facendo leva sulla propria sensibilità ed umanità porta il lettore a conoscere le diverse sfumature di “Vuoto” che ha avvolto gli amati quanto maledetti Bastardi di Pizzo Falcone.
“Vuoto” è un romanzo atipico, sfuggente, malinconico ed apparentemente “povero” narrativamente.
Il lettore distratto potrebbe avvertire la sensazione di leggere una storia priva di pathos, lenta e soprattutto lontana dalle abituali e solide caratteristiche dei precedenti romanzi della saga.
Ma superando questa prima ed errata sensazione si può invece cogliere il delicato e profondo lavoro compiuto da Maurizio di De Giovanni nel costruire stavolta un ‘indagine esistenziale ed emotiva piuttosto che visiva e concreta.
“Vuoto” è un romanzo di “transizione”, di passaggio che getta le basi ad un cambiamento radicale e per alcuni versi opportuno dell’impianto drammaturgico e strutturale dell’amata saga.
L’ingresso nella squadra della bella quanto rude vice commissario Elisa Martini in sostituzione del malato Pisanelli è l’ideale escamotage per raccontare e mostrare al lettore le ferite dell’animo che hanno reso. improvvisamente, i nostri protagonisti fragili quanto insicuri: le indecisioni sentimentali di Francesco Romano, la paura d’essere di Alex. i timori familiari di Lojacono, le angosce e dubbi di Palma e Ottavia e l’imprevista maturazione dello scapestrato Aragona.

“Vuoto” è un romanzo che si prende i suoi tempi, modi e spazi per conquistare ed avvolgere il lettore dentro la storia. Dopo una partenza lenta ed una prima parte quasi sonnacchiosa, cambia ritmo nella parte finale e soprattutto emozionando e commuovendo il lettore spiazzato da questa magistrale e toccante evoluzione firmata da De Giovanni.
“Vuoto” è un romanzo introspettivo, riflessivo, intimo, tenero e ciò nonostante rimane un crime ricco di sorprese ed avvenimenti.
“Vuoto” è una lettura consigliata soprattutto in questi giorni di festa, tradizionalmente momento di bilanci e rimpianti, perché mai come in questo caso la soluzione del caso si trova dentro il cuore ed anima dei personaggi.

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240) Non Uccidere 2 – Finale di Stagione

Peccato. È questo il primo, spontaneo commento che un qualunque spettatore nonché fan della serie televisiva “Non uccidere” esprimerà dopo aver finito di vedere l’ultimo episodio della maltratta seconda stagione della serie crime con protagonista Miriam Leone.

Peccato, perché “Non uccidere” avrebbe meritato maggiore visibilità (la seconda metà dei 24 episodi che compongono la stagione due sono stati pubblicati esclusivamente su Rai Play e non si sa se e quando verranno trasmessi in prima serata) e fiducia, vista l’alta qualità del prodotto, fatto strano per la tv italiana, e l’enorme impegno produttivo ed economico messo in campo.

La serie poteva diventare il fiore all’occhiello di Rai Fiction, rappresentando una svolta editoriale rispetto ad altri titoli, seguitissimi ma piuttosto deludenti quanto a recitazione e contenuti. E invece…

“Non uccidere” affascina, angoscia, spiazza, esalta, commuove lo spettatore. Il pubblico si immerge totalmente nelle storie di ordinaria ferocia che vengono raccontate – una vasta gamma di delitti, orrori e tradimenti chiaramente ispirati ai fatti di cronaca nera nostrana ma rimodulati con efficacia per la tv.

Torino, cupa e misteriosa, non è solo una perfetta cornice ma in qualche modo anche una silenziosa co-protagonista.

La serie, a nostro modesto parere, ha segnato più della discussa e controversa performance in “1992” la svolta artistica per Miriam Leone. Il personaggio di Valeria Ferro ha dato la possibilità all’attrice catanese di distanziarsi dal ruolo di ex Miss Italia che per molti anni si è portata dietro, dimostrando di possedere notevoli doti recitative e forte personalità.

E la seconda stagione di “Non uccidere” ha anche offerto la giusta e meritata visibilità al partner di scena della Leone, Matteo Martari (I Medici – Lorenzo il Magnifico), bravo nel formare con lei una coppia artistica di spessore, credibile, supportata da un’evidente alchimia umana prima ancora che recitativa tra i due. continua su

http://paroleacolori.com/non-uccidere-la-2-stagione-della-serie-con-miriam-leone-e-un-gioiello/

239) ..Che Dio perdona a Tutti ( PIF)

“..Che Dio perdona a tutti” è un romanzo scritto da Pif e pubblicato da Feltrinelli Editore nel Novembre 2018.

Sinossi:
Con la sua inconfondibile voce, Pif esordisce nel romanzo con un’opera divertentissima che costringe il lettore a riconsiderare i rapporti che ci legano gli uni agli altri, il nostro comportamento quotidiano e le parole solidarietà, uguaglianza, verità.
Arturo è un trentacinquenne, non ha ancora una fidanzata e fa l’agente immobiliare. Il suo principale obiettivo nella vita è mantenere immutato lo stato delle cose. Ha poche passioni che condivide con gli amici di sempre. La più importante e irrinunciabile è il cibo: famoso per la sua pignoleria gastronomica, gli amici spesso si fanno il segno della croce quando al ristorante è il suo turno di ordinare. Arturo ricambia la loro tolleranza, immolandosi come portiere per le partite di calcetto. Questa è la sua routine, fino al giorno in cui entra in scena Lei: la figlia del proprietario della pasticceria che fa le iris più buone di Palermo, il dolce preferito di Arturo. E in un istante diventa la donna dei suoi sogni.
Sveglia, intraprendente, ma anche molto cattolica, Lei sulla religione ha la stessa pignoleria di Arturo sui dolci. È proprio così che lui la conquista, sostituendo l’uomo che ha il compito di interpretare Gesù durante una Via Crucis. Quel giorno è per Arturo un vero calvario, perché durante il tragitto si accorge di avere dimenticato qualsiasi nozione della religione cattolica e sbaglia tutto, dando vita a una rappresentazione ai limiti del blasfemo. Ciò nonostante, Lei si innamora e per un periodo felice i due stanno insieme, senza che lei si accorga della sua indifferenza religiosa né, tanto meno, senza che Arturo la confessi…
Questo precario equilibrio, fatto di verità non dette e risposte liturgiche mezzo inventate e mezzo bofonchiate, non può durare: quando Lei si accorge della freddezza cattolica del compagno, la loro vita di coppia esplode. Per qualche giorno lui para i colpi, ma poi, un po’ per sfinimento e un po’ per provocazione, decide di applicare alla lettera le regole e gli insegnamenti del cristianesimo, di praticare la parola di papa Francesco. Per tre settimane.
Quella che mette in pratica è una vera e propria rivoluzione che cambierà la vita di tutti, rivelando a Lei e alle perso¬ne che gli stanno intorno, amici e colleghi inclusi, la natura profonda e dimenticata del cristianesimo. Una verità molto scomoda, come Arturo avrà presto modo di scoprire.
Recensione:
Che cosa significa oggi essere buon cristiano?
Una persona per potersi definire un cattolico praticante è costretta a vivere una vita di rinunce e sacrifici materiali oltre che esistenziali?
I piaceri della carne sono attrattivi quanto temibili per la nostra anima recitano le Sacre Scritture.
Invece per i piaceri del palato esistono delle eccezioni?
Pif al suo esordio letterario firma una brillante e garbata commedia apparentemente romantica ma che in vero presenta una sorprendentemente una valenza religiosa e sociale.
“..Che Dio Perdona a Tutti” può essere visto, con le dovute cautele e distinguo, come una sorta di “Catechismo 2 .0” secondo Pif.
Pif “inganna” volutamente il lettore nella prima parte del romanzo facendogli credere d’assistere ad una commedia tipicamente generazionale, conoscendo Arturo, agente immobiliare palermitano sui generis, diffidente per non dire allergico ai rapporti di coppia stabili e duraturi, ma pronto a giurare amore eterno ai dolci, alla ricotta ed in particolare agli iris.
Il trentacinquenne Arturo trascorre le proprie giornate ad ammirare le vetrine delle pasticcerie di Palermo, al punto d’avere la nomea di “stalker” dolciario e cercando di non farsi “cazziare” troppo come portiere dai suoi compagni di calcetto
La vita “disimpegnata” e “zuccherosa” del nostro protagonista subisce un inaspettato e radicale cambiamento quando incontra Flora, bellissima ragazza nonché proprietaria di una pasticceria.
Flora agli occhi e palato di Arturo incarna la donna perfetta con cui finalmente costruire un futuro insieme.
La nuova coppia vive le prime settimane di convivenza in un clima da “luna di miele” e nonostante i dubbi ed avvertimenti avanzati dagli amici, Arturo è felice come mai nella vita.
Ma davvero Flora è la donna perfetta? Si, se non fosse una cattolica fervente e praticante, mentre Arturo è un cattolico “nella norma” ovvero quando serve.
La distanza religiosa potrebbe rivelarsi fatale per solida storia d’amore sognata e voluta da Arturo. Così quest’ultimo decide di “fingere” un totale e pieno ritrovamento della fede per tranquillizzare Flora.
La seconda parte del romanzo , pur mantenendo uno stile leggero, frizzante ed ironico, cambia sostanzialmente pelle affrontando la spinosa tematica della “radicalizzazione religiosa” stavolta in chiave cristiana.
“Pif” è abile quanto bravo ad evidenziare e mostrare i limiti, le contraddizioni e l’egoismo della società civile ed in particolare di quella parte di Palermo ufficialmente schierata in difesa dei valori del cattolicesimo e dei principi del cristianesimo che poi nei fatti agisce nell’esatto contrario.
Arturo diviene, suo malgrado, un “Forrest Gump” cattolico rompendo lo status quo e soprattutto mettendo in difficoltà gli stessi preti incapaci di seguire i dettami di povertà e sobrietà voluti da Papa Francesco.
“Che Dio perdona a tutti”, cambia ancora nella parte finale, virando in toni e sfumature più agrodolci nel certificare il cambiamento esistenziale e spirituale Arturo e la decisione di chiudere con la sua vita precedente.
“Che Dio perdona a tutti” è un romanzo intenso, profondo, sincero quanto divertente capace di conquistare e commuovere il lettore.
“Che Dio perdona a tutti” è una lettura “rivelatrice” quanto meno a livello letterario offrendoci l’opportunità d’apprezzare Pif anche come scrittore sensibile ed acuto oltre che come regista impegnato.

238) Cold War

Il biglietto da acquistare per “Cold war” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre (con riserva).

“Cold War” è un film di Pawel Pawlikowski. Con Joanna Kulig, Agata Kulesza, Borys Szyc, Tomasz Kot, Jeanne Balibar, Cédric Kahn. Drammatico, 85′. Polonia, 2018

Sinossi:

Nella Polonia alle soglie degli anni Cinquanta, la giovanissima Zula viene scelta per far parte di una compagnia di danze e canti popolari. Tra lei e Wiktor, il direttore del coro, nasce un grande amore, ma nel ’52, nel corso di un’esibizione nella Berlino orientale, lui sconfina e lei non ha il coraggio di seguirlo. S’incontreranno di nuovo, nella Parigi della scena artistica, diversamente accompagnati, ancora innamorati. Ma stare insieme è impossibile, perché la loro felicità è perennemente ostacolata da una barriera di qualche tipo, politica o psicologica.

Recensione:

Non poteva mancare, nel concorso ufficiale della 71° edizione del Festival del cinema di Cannes, il film romantico e tragico. Si tratta di “Cold war” del regista polacco Premio Oscar Pawel Pawlikowski.

La pellicola è talmente poetica, intensa, coinvolgente oltre che meravigliosamente interpretata dai due protagonisti da aver strappato, alla fine, un sorriso anche al vostro cinico inviato.

Lo spettatore viene accompagnato nella Polonia del 1949. Dopo la guerra il Paese è diventato satellite dell’Unione sovietica, subendone le conseguenze non solo dal punto di vista politico ma anche culturale e artistico. Si inserisce in queste seconde la creazione, su imposizione del regime di Stalin, di un’Accademia di stato dove formare i nuovi talenti.

Il titolo non si riferisce a un conflitto bellico, ma sentimentale. I protagonisti del film, infatti, Wiktor (Kot) e Zula (Kuling), si incontrano da giovani, si innamorano, sono costretti a separarsi. Poi si incontrano di nuovo e si riscoprono ancora innamorati. Ma tra loro e la felicità ci sono sempre delle barriere.

“Cold war” è una sorta di via crucis emotiva per la coppia, mai pronta a iniziare l’agognata vita insieme, lasciandosi alle spalle l’orrore e le difficoltà del passato. Terzo incomodo nel loro rapporto, che si protrae per oltre dieci anni tra giuramenti d’amore eterno e strazianti separazioni, la Polonia. continua su

http://paroleacolori.com/cold-war-un-amore-struggente-nell-europa-degli-anni-50/

237) Bumblebee

Il biglietto da acquistare per “Bumblebee” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre (con riserva).

“Bumblebee” è un film di Travis Knight. Con Hailee Steinfeld, Pamela Adlon, John Cena, Stephen Schneider, Jorge Lendeborg Jr. Azione, 113′. USA 2018

Sinossi:

Nel 1987, in una cittadina balneare della California, la giovane Charlie Watson sta per compiere 18 anni. In un momento di solitudine decide di mettere in pratica la sua passione per la meccanica nella discarica automobilistica e qui trova un maggiolino tutto scassato ma decisamente speciale. Si tratta infatti dell’autobot Bumblebee, rimasto ferito in battaglia.

Recensione:

Fan e critica sono stati insolitamente compatti nell’esprimere perplessità e pregiudizi all’annuncio del produttore e regista della celebre saga dei “Transformers” Michael Bay di voler realizzare uno spin-off incentrato sul personaggio di Bumblebee.

Al timone del progetto è stato messo Travis Knight, che ha esordito con il film d’animazione “Kubo e la spada magica”, nominato agli Oscar nel 2017.

Personalmente avevo dei dubbi che Knight sarebbe stato in grado di coniugare la propria sensibilità e delicatezza autoriale con l’esagerato e rumoroso parco giochi costruito negli anni da Bay. Ebbene, devo ammettere che “Bumblebee” si è rivelato un piccolo quanto sorprendente miracolo cinematografico.

La sceneggiatrice Christina Hodson prima, il regista poi sono stati capaci di snaturare positivamente il marchio Transformers dando solidità, delicatezza e profondità alla storia, limitando l’aspetto fantasy e centellinando l’utilizzo degli effetti speciali. Con una sola frase potremmo dire che a un giocattolo è stata data un’anima. continua su

http://paroleacolori.com/bumblebee-uno-spin-off-atipico-che-snatura-positivamente-il-franchise/

236) 7 Uomini a Mollo

Il biglietto da acquistare per “7 uomini a mollo” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto (con riserva). Sempre.

“7 uomini a mollo ” è un film di Gilles Lellouche. Con Guillaume Canet, Leïla Bekhti, Mathieu Amalric, Virginie Efira, Jean-Hugues Anglade. Commedia, 122′. Francia 2018

Sinossi:

Bertrand è depresso, non lavora da due anni e si consuma sul divano. Poi un giorno si tuffa in piscina e il mondo finalmente gli sorride. Come Delphine che lo arruola nella sua équipe di uomini sull’orlo di una crisi di nervi. Ex campionessa di nuoto sincronizzato a coppia, Delphine allena una squadra maschile per passare il tempo e chiudere col passato: una carriera interrotta bruscamente dall’incidente della sua partner. I suoi allievi non stanno molto meglio: Bertrand è rassegnato, Laurent è adirato, Marcus indebitato, Simon complessato, Thierry stonato. Ma insieme si sentono finalmente liberi e utili. Partecipare a una gara di nuoto sincronizzato in Norvegia diventa il loro obiettivo.

Recensione:

La settima arte ha racconto nel corso degli anni, in svariati modi, la fatidica “crisi di mezza età” che quasi tutti gli uomini affrontano giunti a un certo punto della vita. Oggi, tra i motivi più importanti che possono spingere una persona nel baratro, c’è sicuramente il problema dell’occupazione.

Un uomo senza un lavoro e per questo non rispettato dai propri cari è una persona senza futuro. Quanti film incentrati su variazioni su questo tema abbiamo già visto? tanti, oserei dire persino troppi.

Gilles Lellouche, rendendosi conto di questo abuso drammaturgico e creativo, ha voluto nella sua opera prima ribaltare, con coraggio e furbizia, la prospettiva, usando i toni della commedia per avvicinarsi all’argomento, ma non per questo sminunendo l’importanza della storia.

“7 uomi a mollo”, presentato fuori concorso al Festival di Cannes, va considerato, con le dovute differenze, la risposta francese a “Full monty”. I protagonisti, infatti, ciascuno con le sue traversie professionali e personali, trovano un inaspettato luogo d’incontro in un corso di nuoto sincronizzato.

Il film, nonostante all’apparenza leggero e ironico, è una commedia introspettiva che non scade mai nel melenso o nel buonismo. Lellouche, all’esordio, dimostra di avere già un’idea molto chiara di cosa vuol fare dietro la macchina da presa. continua su

http://paroleacolori.com/7-uomini-a-mollo-una-commedia-di-gilles-lellouche/

235) Storia Della Mia Ansia (Daria Bignardi)

“Storia della Mia Ansia” è un romanzo scritto da Daria Bignardi e pubblicato da Mondadori Editore nel Febbraio 2018.
Sinossi:
Un pomeriggio di tre anni fa, mentre stavo sul divano a leggere, un’idea mi ha trapassata come un raggio dall’astronave dei marziani. Vorrei raccontare così l’ispirazione di questo romanzo, ma penso fosse un’idea che avevo da tutta la vita. “Sappiamo già tutto di noi, fin da bambini, anche se facciamo finta di niente” dice Lea, la protagonista della storia.
Ho immaginato una donna che capisce di non doversi più vergognare del suo lato buio, l’ansia. Lea odia l’ansia perché sua madre ne era devastata, ma crescendo si rende conto di non poter sfuggire allo stesso destino: è preda di pensieri ossessivi su tutto quello che non va nella sua vita, che, a dire il vero, funzionerebbe abbastanza. Ha tre figli, un lavoro stimolante e Shlomo, il marito israeliano di cui è innamorata. Ma la loro relazione è conflittuale, infelice.
“Shlomo sostiene che innamorarci sia stata una disgrazia. Credo di soffrire più di lui per quest’amore disgraziato, ma Shlomo non parla delle sue sofferenze. Shlomo non parla di sentimenti, sesso, salute. La sua freddezza mi fa male in un punto preciso del corpo.” Perché certe persone si innamorano proprio di chi le fa soffrire? E fino a che punto il corpo può sopportare l’infelicità in amore?
Nella vita di Lea improvvisamente irrompono una malattia e nuovi incontri, che lei accoglie con curiosità, quasi con allegria: nessuno è più di buon umore di un ansioso, di un depresso o di uno scrittore, quando gli succede qualcosa di grosso.
Recensione:
L’idea di morire ci spaventa?
Ovviamente si
Scoprire d’aver un cancro ed obbligandoci, senza alcuna certezza di guarigione, a dolorosi cicli di chemioterapia può renderci preda dell’angoscia e dell’ansia?
Si, naturalmente.

Avere il cancro è indubbiamente una sciagura.
Non è assolutamente un dono.
Chi riceve questa drammatica diagnosi, si può sentire, semmai, come il vincitore di una malaugurata lotteria all’incontrario.
E come reagirebbe, se dovesse ritrovarsi in questa infausta condizione, una persona già ansiosa di per sé e magari in crisi esistenziale e soprattutto sentimentale con il secondo marito?
Daria Bignardi affronta con coraggio, sensibilità ed un pizzico d’ironia queste scomode e complesse tematiche firmando una storia intensa, coinvolgente senza mai sconfinare nella banalità e/o nel retorico.
“Storia della mia ansia”, come dichiarato dalla stessa autrice, è il “romanzo più impegnativo” della propria carriera.
Daria Bignardi ha trovato il giusto equilibrio narrativo ed emotivo tra l’aspetto autobiografico ed il desiderio di dare spazio alla propria creatività , facendo risaltare l’ esperienza e piena maturazione come autrice.
Daria Bignardi racconta di sé stessa e della sua esperienza da paziente attraverso i personaggi ben calibrati, credili e potenti di questa storia, portando il lettore con grazia e talento dentro la storia e facendolo entrare in empatia con i secondi.
“Storia della mia ansia” “utilizza” il cancro come escamotage drammaturgico per raccontare il travagliato quanto decisivo passaggio esistenziale della protagonista.
Lea è una donna “quasi” di mezz’età, una madre, 2 volte moglie e soltanto alla fine una paziente oncologica, e con questa molteplice “definizione” che il lettore impara a conoscerla, ad ascoltarne i pensieri e comprenderne dubbi, tentazioni amorose e momenti di umano sconforto.
“Storia della mia ansia” è una lettura preziosa, calda, commovente, a tratti anche ruvida, ma proprio per quest’ultimo aspetto davvero universale e caldamente consigliata sia ad un pubblico femminile che maschile.
Un esempio da seguire qualora il Destino dovesse riservarci sgradite sorprese.

234) Paradossi dell’esistenza – Racconti d’infiniti punti di Vista ( Laura Rapicavoli)

Paradossi dell’esistenza – Racconti d’infiniti punti di vista” è una raccolta scritta da Laura Rapicavoli e pubblicato da Edizioni Akkuaria nell’ottobre 2018.
Link d’acquisto: http://www.akkuarialibri.com/product/paradossi-dell-esistenza/
Sinossi:
Ossessivi, fatalisti o nostalgici desideriamo sempre indirizzando la nostra attrazione verso qualcosa che ci è stato sottratto o abbiamo perduto.
Quest’oggetto, familiare e corrispondente alle nostre aspettative, diventa il motore e la misura di come siamo in effetti capaci di desiderare.
Ma se pensassimo al desiderio senza anche immaginare il suo complemento esatto cosa ne resterebbe?
Questa è la piccola rivoluzione emotiva dei “Paradossi” di Laura Rapicavoli, che tratteggiano un racconto dall’esisto inaspettato sull’attesa e la tensione.
Recensione:
“A volte ritornano” è un’espressione meravigliosa quanto allo stesso tempo tetra.
Personalmente credo poco a qualsiasi tipo e genere di “ritorni”, ritendendoli inutili, noiosi quanto inopportuni.
Limitandomi ai “ritorni letterari” raramente ho riscontrato dei concreti ed evidenti miglioramenti in un autore leggendo la sua seconda opera letteraria.
Invece Laura Rapicavoli è stata capace di sorprendermi piacevolmente con la sua seconda raccolta di racconti.
“Laura is back… ed alla grande” potrei cosi riassumere la mia breve considerazione ed analisi del testo.
“…La Rapicavoli è sulla carta una “esordiente”, ma in vero mostra la disinvoltura di una veterana.
Pochi esordi, rimangono impressi nella mente, questo è un caso, da non perdere per chi ama essere “talent scout “anche nell’editoria…”
Con queste parole chiudevo la mia recensione del Gennaio 2014 su “Racconti di quotidianità parallela”, auspicando in tempi brevi un nuovo lavoro di Laura.
Invece abbiamo dovuto aspettare quasi cinque anni per poterne riapprezzare il talento e creatività e polidericità.
“Paradossi dell’esistenza” sono 9 racconti in cui l’autrice trasmette al lettore il proprio personale punto di vista sul variegato mondo dei sentimenti e come quest’ultimi condizionino ogni singola esistenza ed influenzino le dinamiche di una coppia.
Laura pur utilizzando uno stile elegante, appassionato, sincero non rinuncia alla giusta dose d’ironia ed al gusto del paradosso, firmando cosi una raccolta di racconti capace di scaldare il cuore del lettore avvolgendolo nella lettura fino all’ultima pagina
“Paradossi dell’esistenza” è una lettura intesa, profonda, intima quanto leggera, briosa e sbarazzina confermando ancora una volta il potenziale letterario, artistico ed umano. di Laura Rapicavoli.
“Paradossi dell’esistenza” è un ritorno di cui il lettore aveva davvero bisogno per vivere, almeno, un Natale “letterario” degno di nota.

233) La Resa dei Conti (John Grisham)

La resa dei conti è un romanzo scritto da John Grisham e pubblicato da Mondadori Editore nel novembre 2018.

Sinossi:
Ottobre 1946, Mississippi. Pete Banning, cittadino modello di Clanton, reduce di guerra pluridecorato, patriarca di una nota famiglia locale proprietaria di campi di cotone, amato padre di famiglia e fedele membro della locale comunità metodista, in una fresca giornata di ottobre si alza presto, sale in macchina e si dirige verso la chiesa. Entra nello studio del pastore, il suo amico reverendo Dexter Bell, e con calma e determinazione gli spara e lo uccide.
Da quel momento, l’unica cosa che Pete ripete a tutti, familiari, avvocati, uomini di giustizia, è “non ho niente da dire”. Qualunque sia stato il motivo del suo inconcepibile gesto non verrà svelato. Pete non ha paura della morte e viene giustiziato portando il suo segreto nella tomba, lasciando incredula l’intera comunità di Clanton.
Ma perché l’ha fatto?
In questo intenso romanzo, John Grisham accompagna il lettore in un incredibile viaggio colmo di suspense alla scoperta della sua verità, dagli Stati del Sud alla giungla delle Filippine durante la guerra degli americani contro i giapponesi, a un claustrofobico manicomio pieno di segreti fino all’aula del tribunale dove l’avvocato del protagonista cerca invano di salvarlo senza la sua collaborazione, mostrando gli effetti che può avere a lungo termine un crimine terribile e inspiegabile.

Recensione:
“La verità vi farà liberi” recitano le Sacre Scritture.
“Tutti mentono “ripeteva convintamente il Dr House.
Non voglio essere accusato di blasfemia, ma dopo aver terminato la lettura del nuovo romanzo del Maestro Grisham, mi è venuto amaramente spontaneo ripensare a queste due opposte quanto validi frasi.
Ed ancora mi sono interrogato se l’errore, un momento di debolezza di uno dei coniugi debba comportare come conseguenza la distruzione ed il futuro dell’intera famiglia.
John Grisham si rivela, ancora una volta, un attento osservatore della nostra società e sensibile indagatore dell’animo umano tematiche utilizzando un vecchio caso di cronaca come spunto narrativo per raccontare una tragica storia di vendetta amorosa.
“La resa dei conti” può essere ancje letta come una rilettura dell’Otello da parte dell’autore americano e di come la gelosia possa trasformare anche il più mite dell’uomo in una persona vendicativa e spietata.
“La resa dei conti” strutturata in tre atti ribalta l’abituale schema narrativo di un thriller o se preferite del dramma shakespeariano, portando il lettore subito nel climax più alto e violento della storia in cui accompagna il protagonista nella sua lucida e fredda missione d’uccidere l’amante di sua moglie.
Almeno questo sembra essere l’unico motivo plausibile per indurre un eroe di guerra a trasformarsi in feroce assassino.
Peccato che Pete Banning, dopo aver commesso l’efferato crimine, si rifiuti categoricamente di fornire qualsiasi motivazione o simil giustificazione e negando testardamente l’infermità mentale suggerita dai propri legali, come unica speranza, per evitare la condanna alla pena capitale.
Il lettore osserva sgomento la ferrea volontà di Bannig di farsi processare e condannare rimanendo fedele al suo ostinato ed orgoglioso silenzio .
Una scelta che inevitabilmente sconvolge la tranquillità della comunità e soprattutto getta i suoi due figli Joel e Stella, brillanti studenti universitari, nell’assoluto sconforto ed incredulità
Joel e Stella sono trascinati, loro malgrado, dentro un incubo ad occhi aperti, da dove è impossibile svegliarsi.
Infatti mentre il loro padre è in procinto d’essere ucciso mediante la sedia elettrica, la madre Liza è letteralmente rinchiusa in un ospedale psichiatrico, a seguito di un misterioso esaurimento nervoso, per preciso volere dello stesso Pete.
Cosa è successo tra Liza e Pete?
Cosa o chi ha spezzato il profondo legame che univa questa coppia innamorata e desiderosa di formarsi una numerosa famiglia sfidando nonostante il parere contrario delle rispettive famiglie d’origine

Il lettore pur intuendo nell’infedeltà coniugale di Liza come unico movente possibile accetta di seguire Grisham nella sua inusuale ricostruzione dei fatti e soprattutto nelle controverse condizioni emotive e psiche che colpirono i personaggi determinandone le fatali scelte.
Una ricostruzione contraddistinta prima dal racconto del primo incontro e successivo innamoramento dei giovani Pete e Liza e culminata dalla comune decisione stabilirsi, dopo il matrimonio, nella citta natia dell’uomo, nonostante entrambi avessero differenti ambizioni professionali.
Sarà l’entrata in guerra degli Stati Uniti nel secondo conflitto mondiale a sconvolgere la quiete e prosperità della famiglia Banning.
Costringendo da una parte Pete a vivere tre anni terribili e disumani nelle Filippine prima come prigioniero nelle mani dei giapponesi e poi da coraggioso combattente nella giungla e dall’altra allo stesso tempo imponendo Liza ed i suoi figli a doversi tragicamente rassegnare all’idea della sua precoce morte come caduto di guerra.
Grisham racconta volutamente con accurati e crudi dettagli i tre anni vissuti da Pete al fronte affinché il lettore possa sentire, provare ed infine condividere l’indicibile sofferenza fisica e psicologica patita dal protagonista e magari capirne meglio il carattere e soprattutto l’aspetto più rigoroso e tenace della propria indole.
Nel secondo atto Grisham trascinando il lettore dentro l’’orrore della guerra, facendogli rivivere la crudeltà e ferocia dei giapponesi contro gli inermi e provati prigionieri americani e filippini non soltanto compie un meritorio quanto interessante lavoro storico ma getta le basi per un finale, se possibile, ancora più tragico quanto sconvolgente: aprire “il vaso di Pandora” della famiglia Bannig.
L’ultimo atto de “La resa dei conti” svela i segreti, le bugie e soprattutto le debolezze e limiti, che di fatto, hanno caratterizzato la vita coniugale di Pete e Liza Banning e come soprattutto la paura e lo stolto orgoglio abbia minato una bella e solida storia d’amore.
Facendo altresì cadere ingiustamente “le colpe” materiali anche sugli amati ed innocenti figli.
“La resa dei conti” è un romanzo tosto, cupo, angosciante e purtroppo senza alcun riscatto finale, ma ciò nonostante liberatorio almeno per Joel e Stella, finalmente, forti e determinati nel lasciarsi alle spalle il passato e gli errori dei propri genitori.
Un insegnamento oltre che un monito rinnovato magistralmente dal Maestro Grisham.

232 )Non Ci resta che vincere

Il biglietto da acquistare per “Non ci resta che vincere” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Non ci resta che vincere” è un film di Javier Fesser. Con Javier Gutiérrez, Sergio Olmo, Julio Fernández, Jesús Lago, José de Luna. Commedia, 124′. Spagna 2018.

Sinossi:

Marco Montes è allenatore in seconda della squadra di basket professionistica CB Estudiantes. Arrogante e incapace di rispettare le buone maniere viene licenziato per aver litigato con l’allenatore ufficiale durante una partita. In seguito si mette alla guida ubriaco e ha un incidente. Condotto davanti al giudice, viene condannato a nove mesi di servizi sociali che consistono nell’allenare la squadra di giocatori disabili “Los Amigos”. L’impatto iniziale non è dei migliori e Marco cerca di scontare la sua condanna con il minimo sforzo convinto di trovarsi di fronte a dei buoni a nulla dai quali non potrà ottenere risultati apprezzabili. Progressivamente i rapporti cambieranno.

Recensione:

Chi vi scrive sostiene da tempo come sia diventato superfluo oltre che inutile sottolineare la presenza nel cast di un film o di qualsiasi altro genere di spettacolo di attori “disabili”. Ci sono attori bravi e persone inadatte a recitare, punto.

“Non ci resta che vincere” di Javier Fesser, film rivelazione e campione d’incassi in Spagna, è l’ulteriore e bellissima conferma di come sia ormai necessario superare questa dicotomia artistica tra “normali” e non.

La storia l’abbiamo già vista al cinema in diverse salse: una star dello sport o comunque una persona di successo, in seguito a una condanna e pur di evitare il carcere, accetta di allenare un gruppo di persone “diverse” o emarginate. A lungo andare l’impegno sgradito porterà a una redenzione del soggetto, e a un successo dei reietti.

Nonostante il canovaccio noto, “Non ci resta che vincere” è una commedia intensa, brillante e straordinariamente avvolgente, autentica ed emozionante nel raccontare come lo sport possa essere ancora oggi uno strumento di aggregazione e amicizia.

“In origine il film doveva raccontare come non esistano differenze tra le persone – ha spiegato il regista Fesser in conferenza stampa – ma mano a mano che giravamo mi sono reso conto del contrario. Siamo tutti meravigliosamente diversi e complementari“. continua su

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