133. Begli Amici! (Madeleine Wickman /Sophie Kinsella)

kinsella

“Begli amici!” è un libro del 2014 scritto da Madeleine Wickham in arte Sofia Kinsella e pubblicato in Italia dallo scorso 3 giugno dalla Mondadori.
Quando una sera di primavera del 2009 vidi al cinema il film “I love shopping” non conoscevo la saga e soprattutto non avevo mai letto una riga di Sofia Kinsella. Il film, per la cronaca, non era nulla di eccezionale, ma mi spinse comunque a comprare un primo libro.
Molti sostengono che i libri della Kinsella siano rivolti a un pubblico femminile. Non sono d’accordo, quando ho iniziato a leggerli non ho più smesso. Sono diventato un suo un fan al di là della saga di “I love shopping” che alla fine ha anche un po’ annoiato e ho apprezzato i suoi tentativi d’andare oltre con altri libri di genere diverso anche se non sempre riusciti e convincenti.
Con “Begli amici!” l’autrice prova a scrollarsi di dosso i soliti pregiudizi e clichè della critica letteraria e del pubblico, raccontando una storia drammatica anche se nel suo stile delicato e semplice.
Fin dalle prime pagine conosciamo la famiglia Kember composta da Barnbay e Louise, coppia in crisi e dalle piccole e vivaci figlie Katie e Amelia.Ci troviamo a Melbrook, piccolo paesino vicino Londra e siamo agli inizi dell’estate. La coppia cerca di trovare un precario equilibrio dopo la recente separazione. L’inizio dell’estate per gli abitanti di Melbrook è soprattutto la tradizionale Giornata del Nuoto organizzata da Hugh e Ursula Delaney nella loro piscina a fagiolo. I Delaney vivono con la nuora americana Meredith, dopo la tragica scomparsa del loro figlio Matthew.
La Giornata del Nuoto scorre tranquilla per la gioia dei piccoli, quando improvvisamente un tuffo azzardato di Katie sconvolge la vita dei protagonisti. Infatti Katie viene subito ricoverata in ospedale in fin di  vita, poi svegliatasi dal coma rischia di rimanere celebro resa per i danni subiti al cervello. L’ambizioso e cinico avvocato Cassian Brown, neo fidanzato di Louise, convince i Kember, per il bene di Katie, a fare causa ai Delaney per ottenere un risarcimento milionario causa  negligenza come proprietari della piscina.
La causa sconvolge la tranquilla Melbrook, dividendo in due fazioni gli abitanti.
I Delaney verranno difesi da Alexis, mite avvocato di mezz’età che avrà anche il tempo di vivere una bella storia d’amore con la giovane e talentuosa pianista Daisy.
Il libro ha un buon ritmo nella prima parte e la scelta del dramma spiazza il lettore tradizionale della Kinsella, ma lo coinvolge nella lettura. I vari personaggi vengono ben descritti e soprattutto vengono ben delineati le personalità e le sfumature dei caratteri. Il lettore segue con interesse e pathos le vicende della piccola Katie e l’evoluzione del suo incidente e le drammatiche conseguenze. Si crea una buona simbiosi con i Kember, genitori devastati dal dolore e dagli inaspettati e drammatici eventi. Chi è proprietario d’immobili non può non trovare compassione ed esprimere solidarietà alla coppia Hugh e Ursula, destinatari dell’ingiusta citazione.
Il ruolo del “cattivo” è ben costruito con il personaggio a tratti ridicolo e odioso di Cassian.
Se l’idea è abbastanza convincente, il libro perde di slancio e forza narrativa nella seconda parte. La storia d’amore tra Alexis e Daisy appare fuori posto e posticcia all’interno della storia principale. Il libro risulta alla fine un ibrido non riuscito tra dramma e commedia.
Kinsella si conferma comunque un’autrice creativa e dotata di una penna ironica e capace di costruire dialoghi vivaci, ma con il finale forzatamente a lieto fine, le è mancato forse il coraggio di scrivere fino in fondo un dramma, probabilmente non ancora nelle sue corde da scrittrice.
“Begli amici!” ci avvisa che basta un niente per cambiare il corso di una vita e mettere in discussione consolidate amicizie, ma che alla fine”il vile denaro” non può comprare tutto e tutti e soprattutto la speranza.

Vittorio De Agrò presenta  la “Notting Hill” italiana

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132. Tutte contro Lui

 

Il biglietto d’acquistare per “Tutte contro  Lui” è :1)Manco regalato 2)Omaggio 3)Di Pomeriggio 4)Ridotto 5)Omaggio

Tutte contro lui – è un film del 2014 diretto da Nick Cassavetes, scritta da Melissa Stack.Con:Cadiazmeron Diaz, Leslie Mann, Kate Upton, Nikolaj Coster-Waldau, Don Johnson.
La vendetta è un piatto che va servito freddo. Dio perdona, le donne no. Gli uomini sono cacciatori e le donne sono le custodi del focolare domestico. Lo so ,starete pensando che sia un becero conservatore ee antifemminista, ma in vero questi proverbi e vetusti stereotipi   scorrevano nella mia mente mentre vedevo “Tutte contro lui” . Il film inizia come una bella e romantica commedia: un uomo e una donna si conoscono e si piacciono fin dal primo incontro e cosi incominciano una bollente relazione. Carly(Diaz) è una bella quarantenne, cinica e brillante avvocato, Mark (Waldau) è un ambizioso broker e in apparenza il perfetto principe azzurro. Carly dopo 2 mesi di relazione vorrebbe presentarlo al padre donnaiolo (Don Johnson), ma Mark è costretto all’ultimo momento a mancare l’incontro ufficialmente per un problema idraulico a casa.
Carly spinta dal padre, decide di fargli una sorpresa e così lo raggiunge a casa, ma la sorpresa amara sarà sua. Infatti Mark è sposato. Kate (Mann) è una moglie devota, oltre che bella .Lo shock per entrambe le donne è fortissimo. Crollano tutte le loro certezze. Dopo l’iniziale sconforto e imbarazzo, tra le due nasce un’ insospettabile amicizia sull’onda del desiderio di vendetta. Il “club” delle deluse sarà presto allargato a un’altra donna, terza amante, la giovane e sensuale Amber. Insieme organizzeranno un perfetto e articolato piano per distruggere anche economicamente l’uomo.
La forza del film è sicuramente nelle ottime e convincenti interpretazioni della Diaz e Mann. Sono una coppia davvero ben assortita e raccontano il mondo femminile da due prospettive diverse, divertendo e in qualche modo facendo riflettere lo spettatore. La prima è un’affermata professionista, ma sfortunata in amore. La seconda invece, per amore, ha rinunciato al lavoro ai suoi sogni per sostenere il proprio uomo, ma entrambe si ritrovano sole e arrabbiate con il mondo maschile. Riescono a dare spessore e personalità ai personaggi, rendendole credibili senza essere grottesche o eccessive. Upton meno incisiva e convincente rispetto alle sue colleghe, comunque descrive una terza tipologia di donna:la ragazza che ancora sogna il principe azzurro anche se più grande o attempato.
La sceneggiatura è poco originale, abbastanza scontata e prevedibile, ma riesce comunque a risultare gradevole e divertente. I dialoghi anche se banali e retorici riescono a strappare più di un sorriso.
La regia è convincente e all’altezza della situazione . Riesce a dare un buon ritmo alla storia, anche se nella seconda parte l’intensità narrativa cala e il ritmo ne risente.
E’un film al femminile e gli uomini sono solo di spalla, ma sono abbastanza credibili nel loro essere”macchiette”.
Il finale anche se scontato e grottesco, piace e diverte per merito dell’intero cast.
“Tutte contro di Lui” è un film che parla di donne ed è rivolto all’universo femminile, ma gli uomini farebbero bene comunque a vederlo e a prendere appunti per come gestire una donna arrabbiata e vendicativa.

Vittorio De Agrò presenta la “Notting Hill” italiana con “Essere Melvin”

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131. Jersey Boys

eastwood

il biglietto d’acquistare per “Jersey boys” è :1)Manco regalato 2)Omaggio 3)Di pomeriggio 4)Ridotto 5)Sempre.

“Jersey boys” è un film del 2014 diretto da Clint Eastwood, basato sull’omonimo musical del 2006 di Marshall Brickman, con la sceneggiatura di John Logan e Rick Elice.
Con: John Lloyd Young, Erich Bergen, Vincent Piazza, Michael Lomenda, Joseph Russo e Christopher Walken.
Lo confesso sono un vero ignorante dal punto di vista musicale. Sono stato solo una volta in vita mia ad un concerto. Non conosco le tendenze. Le rare volte,ormai, che convinco la mia panza da cummenda a fare un po’ di tapis roulant accendo la radio e le varie canzoni accompagnano i miei vani sforzi fisici. Anche quando sono in macchina accendo la radio, ma cambio in maniera compulsiva le stazioni per estraniarmi dal caos cittadino.
Non ho un genere musicale preferito, tutto dipende dal mio umore. L’amica  Ciovane è diventata negli ultimi anni la mia guida in questo campo, provando a “svecchiarmi”, anche se con scarsi risultati.
Quando ho visto per la prima volta il trailer di “Jersey Boys” mi sono meravigliato che il vecchio Clint avesse deciso di fare un musical, ma ho voluto dargli comunque fiducia.
“Jeresey boys” è un omaggio allo storico gruppo dei “Four Seasons” che negli anni sessanta esaltò il pubblico americano.
Clint Eastwood ci racconta le umili origini del gruppo portandoci nel New Jersey all’inizio degli anni 50, dove regnava la mafia e i giovani italiani vivevno nel limbo della legalità mentre sognavano un futuro ricco e diverso.
I protagonisti della storia si presentano da soli, parlando direttamente allo spettatore. Così conosciamo nell’ordine il bullo carismatico Tommy De Vito(Piazza), l’ingenuo e talentuoso Frankie Valli(Young), il taciturno Nick Massi (Lomenda), il creativo e serio Bob Gaudio(Bergen).
Frankie ha una voce meravigliosa così la famiglia e il quartiere lo proteggono e lo spingono a credere nel suo talento. La mafia stessa nelle vesti del boss Angelo De Carlo (Walken) crede in lui.
I quattro ragazzi cosi diversi tra loro, ma uniti da una forte amicizia, formano un gruppo e grazie anche all’intuizione di un giovane Joe Pesci(Russo)nelle vesti di un eccentrico manager in poco tempo riescono a scalare le classifiche del Paese. Il film alterna le vicende private e pubbliche dei protagonisti e come nonostante il successo e popolarità ben presto arriveranno i problemi a rovinare l’armonia del gruppo. Dopo dieci anni di successi il gruppo si divide per motivi di soldi e dissapori dopo una drammatica riunione a casa del boss Di Carlo.
Rimasti soli Frankie e Gaudio, i più equilibrati e talentuosi del gruppo, uniranno le forze per continuare il sogno musicale. Frankie sarà costretto ad affrontare difficili e drammatiche vicende personali, ma la musica resterà comunque un saldo rifugio. All’inizio degli anni 90 il gruppo si riunirà ancora una volta per ricevere un’importante riconoscimento musicale.
Il film è nel complesso godibile e piacevole. Pur essendo una storia vera, Clint Eastwood riesce comunque a dare al racconto un buon ritmo non facendo mai abbassare la soglia dell’attenzione allo spettatore nelle oltre due ore di proiezione. La sceneggiatura è semplice, ben scritta e lineare. I dialoghi sono ben costruiti e interpretati, anche se forse un po’ retorici e scontati. La musica è ovviamente l’assoluta protagonista del film, scandendo i tempi della narrazione con le sue ballate e canzoni. Lo spettatore non può far a meno d’essere coinvolto dai suoni e dalla parole che ascolta. I protagonisti, seppure sconosciuti, sono bravi e intensi. Sono credibili e soprattutto riescono a dare spessore e umanità ai loro personaggi, senza essere eccessivamente macchiettistici e caricaturali nel raccontare gli italiani d’america, come spesso è accaduto in altri film Come sempre adeguata e degna di menzione l’interpretazione di Christopher Walken.
Il limite del film , probabilmente, è la sua stessa storia. Una storia e sogno tipicamente americano potrebbe risultare poco attraente per il pubblico italiano, non facendo scattare la simbiosi e di conseguenza il quid emotivo. Il finale anche se molto auto celebrativo e retorico,diverte e piace perché in linea con lo spirito del film.
“Jersey boys” merita d’essere visto sicuramente dagli amanti della musica e anche da chi ne capisce poco o nulla. Entrambi alla fine dello spettacolo, non potranno non fischiettare e danzare allegramente con i titoli di coda.

Vittorio De Agrò presenta  la “Notting Hill” italiana con “Essere Melvin”

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130. I Diavoli (Guido Maria Brera)

i diavoli

“I Diavoli” è un libro scritto da Guido Maria Brera e pubblicato nel 2014 da Rizzoli.
Sono una persona curiosa, ma nello stesso tempo pigra. Leggo ogni giorno almeno tre giornali e cerco di capire la nostra politica, i cambiamenti della nostra società, ma confesso che le pagine della finanza e affini li ho sempre saltate a piè pari. Come tutti voi da qualche anno nella mia vita sono entrate parole “oscure” come:crisi,spread, differenziale,speculazione, fiscal compact, parità di bilancio. Ho visto nel 2008 le drammatiche immagini simbolo degli impiegati della storica banca Lehman Brothers che abbandonavano con gli scatoloni in mano gli uffici
Ascolto dalla calda estate del 2011, con cupa attenzione, i dibatti e osservo soprattutto le stralunate facce dei nostri politici. In vita mia ho comprato solo le azioni della Lazio 14 anni fa e continuo a mantenerle per affetto, nonostante abbiamo perso molto del loro valore.
Non sapevo chi fosse Guido Maria Brera e che lavoro facesse, ma leggendo anche le riviste di gossip sapevo solo che era il nuovo compagno della show girl Caterina Balivo.
Brera è uno chief investement officer di un importante società di gestione patrimoniale, così recitano le sue note biografiche, ma da qualche mese è anche uno scrittore esordiente con l’opera prima “I Diavoli. Così dopo averlo visto pubblicizzato in tutte le trasmissioni televisive possibili da Vespa alla Bignardi passando per Santoro, mi sono fatto “sedurre” e l’ho comprato.
Cosa è “I Diavoli”? Presentato dai critici come un romanzo, a mio avviso, dovrebbe essere considerato come saggio sulla finanza scritto sotto forma di racconto.
Il protagonista della storia è Massimo, 43 anni, ambizioso e talentuoso trader di un importante banca americana. Vive a Londra ha una moglie e 2 figli. Dopo una lunga e faticosa gavetta, ottiene dal suo capo ,l’americano Derek Morgan, la responsabilità di guidare il desk del “fixed income” area Europa. Per Massimo dovrebbe essere l’inizio di una carriera, se possibile, ancora più sfavillante, ma proprio in quel momento la sua vita comincia a sfaldarsi su tutti i fronti.
Massimo è un trader coraggioso e particolare, vive di e per i numeri, ma è anche un idealista. Decide di lanciare uno”short” contro le politiche economiche degli Stati Uniti, tra lo stupore e lo scetticismo del suo staff. Il rapporto con moglie Michela, dopo una bella e romantica storia d’amore, si sta lentamente logorando. Si parlano poco e si capiscano ancor meno. Non riesce a seguire gli amati figli India e Roberto come vorrebbe. Così la prima parte del libro si conclude in maniera amara per il protagonista. E’ costretto a rinunciare allo short, quando comprende quanto siano forti e complessi i poteri economici che gestiscono in realtà gli equilibri mondiali durante un drammatico incontro con Derek sulla “filosofia ed eticità” della finanza. E sul versante familiare dopo aver avuto una fugace e intesa storia con una collega, decide di lasciare moglie e figli e lasciare Londra. Massimo, forse, vivendo una precoce crisi di mezz’età ,anche causa di un grave lutto che lo ha colpito, decide di reinventarsi come finanziatore di ricerca scientifica per la riproduzione dei tonni. Così nella seconda parte del libro, trascorsi tre anni, il lettore scopre che il protagonista è tornato a vivere con suo figlio Roberto negli amati e nostalgici luoghi della sua adolescenza. Massimo è sempre inquieto e lacerato dall’ansia e dall’ossessione di poter contribuire a rendere il mondo migliore e soprattutto più giusto. Il passato però torna a bussare alla sua porta, quando il suo ex capo Derek gli chiede d’aiutarlo a salvare l’Italia da una drammatica speculazione finanziaria.
Il libro anche se affronta un tema non facile e spesso arido quale è il mondo della finanza, ha il merito di usare un linguaggio abbastanza semplice e chiaro. Ha un buon ritmo e il lettore riesce a leggerlo con facilità. Però nonostante l’impegno e la passione di Brera, la parte finanziaria risulta però meno coinvolgente e appassionante rispetto alla sfera privata del protagonista che suscita più interesse nel lettore.
Il mondo della finanza viene raccontato come varie fazioni disposte a tutto pur di vincere, ma soprattutto con filosofie diverse e opposte sul mondo e sulla qualità della vita.
Brera dimostra d’avere uno stile a tratti aggressivo e a momenti malinconico ed esistenziale, risultando nel complesso godibile e interessante. Il libro non convince fino in fondo perché manca il guizzo creativo che possa rendere più accattivante e fruibile la scatola nera della finanza.
Il finale , se visto dal punto di vista cinematografico risulterebbe ben costruito e adeguato allo stile thriller americano dove l’eroe alla fine trionfa, dal punta di vista letterario appare invece eccessivo e poco credibile nei toni e nei contenuti.
Il lettore alla fine della lettura si chiede chi siano “I Diavoli”. La definizione che dà lo stesso Derek a Massimo verso la fine della storia “Noi inganniamo, compiamo prodigi,modifichiamo la realtà…Noi siamo i diavoli, Massimo” ci piace e in fondo ci consola che anche “I Diavoli” a volte abbiano un’ anima.

 

Vittorio De Agrò presenta la “Notting Hill ” italiana con “Essere Melvin

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129. Le week – end

parigi

Il biglietto d’acquistare per “Le week end” è :1)Manco regalato 2)Omaggio 3)Di Pomeriggio 4) Ridotto 5) Sempre

“Le week –end” è un film del 2013 diretto da Roger Michell, scritto da Hanif Kureishi e distribuito in Italia dalla Lucky Red. Con : Jim Broadbent, Lindsay Duncan, Jeff Goldblum.
Sapete ormai cosa penso del matrimonio e quanto tenga alla libertà, prezioso dono divino.
Nel corso degli anni ho letto alcuni libri e visto tanti film sul matrimonio e soprattutto sulla crisi di questa istituzione. E’ da folli coraggiosi sposarsi e da eroi rimanere l’intera vita insieme con una persona?
Cosa è oggi il matrimonio?Routine? Invecchiare e ingrassare con la propria compagnia?. Sopportarsi e magari detestarsi nel silenzio e indifferenza finchè un giorno esplodi e divorzi desideroso di una nuova vita?
Con“Le week-end” conosciamo una vecchia coppia composta da Nick(Broadbent) e Meg(Duncan) Burrows, sposati da trent’anni con figli già grandi che decidono di trascorrere un week end a Parigi per il loro anniversario.
Nick è un professore universitario di filosofia, avaro e malinconico mentre Meg è un insegnate di chimica, insofferente e stanca della routine. Fin dalle prime scene assistiamo ai divertenti battibecchi della coppia su ogni cosa. Nick sceglie un albergo modesto dove alloggiare e Meg furiosa e sdegnata lo trascina in un albergo di lusso. Sempre Meg è molto selettiva e paturniosa sui ristoranti e cosa visitare. Lo spettatore assiste ai frizzanti scambi della coppia sulla loro matrimonio, sui figli e sulla vita in genere tra malinconia, ironia e cinismo.
Parigi è la coprotagonista del film con i suoi bellissimi luoghi e paesaggi. La coppia si interroga se ci siano ancora le condizioni per andare avanti e se sia sufficiente l’amore per andare avanti. Scopriamo che un loro figlio ha gravi problemi e ciò ovviamente li preoccupa molto Quando Meg prospetta al marito l’idea di separarsi, per Nick è un colpo durissimo, dopo averle confessato il licenziamento dell’università perché ormai ritenuto inadeguato all’insegnamento. Durante una cena organizzata da Morgan(Goldblum) vecchio compagno di college di Nick, scrittore radical chic e fresco di seconda nozze, Nick e Meg saranno chiamate a risolvere i loro problemi e guardarsi dentro.
Il film diverte e piace per l’atmosfera , per i toni misurati e garbati e soprattutto per le convincenti interpretazioni degli attori
La sceneggiatura nella sua semplicità convince e diverte con il giusto mix di sentimento e razionalità .Scritta bene con un linguaggio a tratti graffiante e in altri riflessivo racconta con efficacia le emozioni della coppia.
I dialoghi sono ben costruiti e sono sicuramente un punto di forza del film. Divertono e nello stesso tempo fanno meditare lo spettatore.
La regia è essenziale, ma brava a dirigere gli attori sulla scena, creando un clima glamour e riuscendo a dare nel complesso al film un discreto ritmo, anche se forse i tempi sono più teatrali che cinematografici.
La coppia Broadbent –Duncan è deliziosa e convincente. Dimostrano tutto il loro talento ed esperienza creando la giusta alchimia tra i personaggi, risultando credibili nel ruolo di marito e moglie.
Meritevole di menzione anche Jeff Goldblum,davvero esilarante nel ruolo dello scrittore di mezz’età alternativo.
Il finale piace perché descrive l’amore dopo trent’anni di matrimonio e non puoi che sorriderne, senza essere retorico e melenso.
“Le week end” sicuramente piacerà alle coppie sposate e magari in crisi, ma a chi pensa di fare il gran passo non dispiacerà, in fondo si può sorridere anche del matrimonio.

Vittorio De Agrò presenta la “Notting Hill” italiana con “Essere Melvin”
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128. Rompicapo a New York

rompicampo

Il biglietto d’acquistare per “Rompicapo a New York” è :1)Manco Regalato 2)Omaggio 3)Di Pomeriggio 4)Ridotto 5)Sempre

“Rompicapo a New York” è un film del 2014 scritto e diretto da Cédric Klapisch con : Romain Duris, Audrey Tautou, Cécile De France, Kelly Reilly, Sandrine Holt.
Non amo particolarmente le trilogie o comunque i film o i libri che si trascinano nel corso degli anni con sequel sempre più scadenti e inutili. Guerre Stellari, Il Signore degli Anelli, Harry Potter e pochi altri casi si sono potuti permettere certi lussi. Tutte le storie anche le più belle hanno un inizio e una fine senza dover allungare troppo il brodo per amore di ipotetici guadagni. Questo è il caso di “Rompicapo a New York” terzo episodio delle avventure del nostro amico Xavier (Duris) che abbiamo conosciuto studente di Eramus a vent’anni nel 2002 con “L’appartamento spagnolo”, poi trentenne in cerca di conferme nel 2005 con “Bambole Russe”. Klapisch voleva raccontare la generazione Erasmus e i loro sogni e speranze attraverso gli occhi e i pensieri di Xavier. Se “L’Appartamento spagnolo” è diventato un piccolo cult e ha divertito il pubblico, già con “Bambole Russe” la magia era sparita, perdendo la storia d’originalità e freschezza. Lo spettatore nei primi due episodi ha assistito alla crescita di Xavier sia in campo lavorativo che nella sfera sentimentale tra errori , incontri e litigi. “Rompicapo a New York” rappresenta il passaggio all’età matura del nostro protagonista. Ha quasi quarant’anni, scrittore di discreta fama, padre di due figli avuti dalla compagna Wendy(Reilly).Sembra un quadro idilliaco, ma è solo apparenza. La coppia scoppia, Wendy è infelice e insoddisfatta e decide di tornare a New York perché è innamorata di un altro uomo. Isabelle(Cecile), l’amica lesbica, messa la testa a posta con Ju( Holt) vuole un figlio e chiede aiuto a Xavier, che anche se riluttante le darà.
Xavier realizza che senza i suoi figli non può stare e cosi molla tutto e si trasferisce a New York, stravolgendo la sua vita. Decide di scrivere un nuovo romanzo su come la vita possa essere a volte un vero rompicapo. Sulla scena appare anche la terza donna di Xavier,Martine (Tautou), anche lei single e madre di due figli. Gli amici di Barcellona si ritrovano a New York e si confrontano con la realtà e i problemi legati ai cambiamenti del tempo.
La sceneggiatura vorrebbe raccontare la delicata fase di passaggio dall’eterno Peter Pan a all’età adulta del protagonista, ma la struttura narrativa e il suo sviluppo non convincono a pieno. Piace l’idea d’ambientare la storia nella caotica e precaria New York. “La città che non dorme mai” con i suoi paesaggi e ambienti si presta bene all’alternarsi delle scene dei vari protagonisti, ma il film nel complesso un ritmo lento e solo a sprazzi riesce a coinvolgere e divertire. Il personaggio Xavier solo in parte riesce ad esprimere l’inquietudine e le incertezze dei quarantenni d’oggi , esitanti a diventare padri responsabili e sicuri del proprio lavoro.
Le figure femminili sono centrali e intono ad esse ruota la vita di Xavier. Sono donne insicure, romantiche, vogliose di fare una famiglia, ma che intenzionate a primeggiare nel lavoro. Sicuramente il mondo femminile attuale risulta descritto con più attenzione e introspezione.
Piace l’idea di paragonare la costruzione e sviluppo di un libro alla vita, dove la ricerca della trama giusta da scrivere è l’essenza di tutto . La regia è senza fronzoli e particolari guizzi creativi, se si escludono i divertenti dialoghi di Xavier con Schopenhauer e Hegel sulla vita e sull’amore.
L’intero cast recita in maniera dignitosa, ma senza suscitare particolari sussulti emotivi per lo spettatore.
Il finale anche se prevedibile e scontato, piace per quella sensazione di chiusura del cerchio per i protagonisti e invita questa generazione a credere a un futuro positivo possibile.
“Rompicapo a New York” magari non era necessario farlo, ma lo spettatore dopo averlo visto si chiederà come l’editore di Xavier se il lieto fine è più credibile nella vita o in un romanzo.

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127. The Congress

robin wright

Il biglietto d’acquistare per “The Congress” è :1)Manco regalato 2)Omaggio 3)Di Pomeriggio 4)Ridotto 5)Sempre

“The Congress” è un film del 2013 scritto e diretto da Ari Folman, ispirato dal racconto “The Futurological congress” di Stanislav Lem.Con Robin Wright, Harvey Keitel, Paul Giamatti, Kodi Smit-McPhee, Danny Huston. E’ stato presentato in anteprima alla 66ª edizione del Festival di Cannes come film d’apertura della “Quinzaine des réalisateurs”.
Questa recensione vi premetto che è segnata da un conflitto d’interessi. Amo Robin Wright da 23 anni quando la vidi per la prima volta su Rai 2 mentre interpretava il personaggio di Kelly nella soap opera “Santa Barbara”. L’ho seguita in tutti i suoi lavori e sono un suo adorante fan e quindi so di non poter essere obiettivo nelle critiche.
Ieri pomeriggio a Roma c’era un caldo feroce,sembrava estate piena con i suoi 35 gradi eppure mi sono trascinato al cinema solo per poter ammirarla. Conoscevo, in mia difesa, anche il talentuoso regista Ari Folman per aver visto nel 2009 il suo delicato e drammatico”Valzer con Bashir.”
“The Congress” racchiude in sé due film, la prima parte girata con attori in carne e ossa e nella seconda parte Folman usa ancora una volta gli amati disegni per raccontare la sua storia. In entrambi le parti, la protagonista assoluta è l’intensa e bella Robin Wright che interpreta se stessa divisa tra vita privata e lavoro.
La prima parte ci presenta Robin come una donna di quasi mezza età e madre di due figli e con una carriera d’attrice considerata in declino e senza futuro dall’agente Al ( Keitel ,convincente e divertente) e soprattutto dall’avido e cinico Jeff (Danny Huston) capo dello studios Miramount. Robin preoccupata per la salute del figlio Aaron(Kodi Smit-McPhee), destinato a diventare cieco per una rara malattia nonostante le cure amorevoli del suo medico Dott Barker (Paul Giamatti), decide d’accettare la “proposta indecente” della Miramount. Così la sua immagine e soprattutto le sue emozioni vengono scannerizzate al computer ed è costretta a scomparire dalla scena pubblica per vent’anni.
La seconda parte inizia alla scadenza del contratto con una Robin invecchiata e invitata a un Congresso della Miramount. Nel frattempo il mondo è cambiato, si è diffuso un liquido che permette agli uomini di vivere nel mondo dell’animazione e di diventare ciò che si desidera. Robin non accetta questa realtà e cerca di combattere i progetti della Miramount che vuole diffondere il marchio “Wright” come nuova droga.
Il film risulta godibile e interessante soprattutto nella prima parte per merito anche di una sceneggiatura originale e graffiante sul mondo delle star e su come la fama sia effimera e passeggera. Gli attori sono visti come pezzi di carne e senza anima .Folman racconta il cinismo delle Major con grande efficacia con il personaggio di Jeff. Molto interessante anche lo squarcio sul mondo degli agenti e su quanto siano influenti e manipolatori. La seconda parte caratterizzata dall’animazione, sebbene sia interessante e bella da vedere, perde d’incisività narrativa finendo per essere confusionaria e troppo ambiziosa nei contenuti.
La regia si conferma di talento e dotata di creatività e di un tocco visionario necessario per questo film.
I dialoghi piacciono e coinvolgono nella prima parte per poi risultare noiosi e retorici nella seconda parte.
Robin Wright si conferma donna affascinate e di una bellezza naturale e fresca. Un esempio da seguire per tutte quelle attrici della sua generazione che hanno abusato di bisturi e botox. Brava e intensa nel ruolo quando è in carne e ossa, suadente e leggiadra quando è solo grafica. Lo spettatore segue con partecipazione ed emozione le sue vicende.
Harvey Keitel, Paul Giamatti e Danny Huston sono convincenti nei rispettivi ruoli e danno un importante contributo al pathos e alla forza narrativa della storia.
Il finale, anche se troppo caricato e retorico,è godibile per la forza del messaggio che vuole lasciare allo spettatore. Il libero arbitrio e l’amore materno sono più forti di qualsiasi cosa e non hanno prezzo.
“The Congress” merita d’essere vista sicuramente per ammirare Robin Wright, perché è ben recitato, per alcune idee originali e anche perché se il caldo ti opprime almeno per due ore ti puoi concedere di sognare al fresco di un cinema.

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126. La mafia uccide solo d’estate

pif

Il biglietto d’acquistare per “La mafia uccide solo d’estate” è 1)Manco regalato 2)Omaggio 3)Di pomeriggio 4)Ridotto 5)Sempre

Ieri sera non avendo la possibilità di vedere in diretta i David di Donatello su Rai Movie, leggevo i vari commenti alla premiazione su Twitter. Ho seguito la battaglia di premi tra “La Grande Bellezza” e “Il Capitale umano” senza appassionarmi un granchè onstamente. Quando è stato proclamato vincitore come miglior regista esordiente Pif per “La mafia uccide solo d’estate” ho sorriso da siciliano e mi sono acceso il sigaro. E’ stata buon annata per il cinema italiano, sono usciti fuori nuovi talentuosi registi. Pif ha vinto con merito sconfiggendo una concorrenza agguerrita. Confesso che conoscevo poco Pif. anche se “nato televisivamente” alle Iene e poi esploso con il programma “Il Testimone”su MTV, onestamente visto solo una volta e ritenuto noioso. Quando lo scorso novembre uscì il suo film d’esordio con Cristiana Capotondi, ero davvero curioso. Molti in passato hanno scritto di mafia e soprattutto hanno tentato di raccontare il legame tra i siciliani e la criminalità organizzata. Temevo che “La Mafia uccide solo d’estate” potesse essere un altro film d’aggiungere alla serie. Invece sono stato smentito dai fatti.
Pif racconta la questione mafiosa con una storia, riuscito mix tra favola e documentario,che appassiona e soprattutto commuove lo spettatore. Il protagonista è Arturo(Alex Bisconti davvero bravo)bambino palermitano ,costretto a crescere in una Palermo soffocata dai tentacoli mafiosi e politici di Riina e Ciancimino, e che ha il suo personale “eroe” e “mentore”in Giulio Andreotti. Arturo è innamorato di Flora(Capotondi) e cercherà in tutti i modi di attirare la sua attenzione. E’ anche un bambino curioso così si inventa giornalista e decide d’intervistare per il giornale della scuola il Generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Avrà come consigliere d’amore il Giudice Rocco Chinnici e come vicino di colazione l’ispettore Boris Giuliano. Tutti servitori dello Stato uccisi dalla mafia nel corso degli anni. La prima parte del film è sicuramente la più riuscita e divertente, la seconda con Arturo adulto risulta più scontata e prevedibile. La sceneggiatura è semplice e lineare, ma ben scritta e originale nella prima parte. I dialoghi nelle loro semplicità risultano comunque coinvolgenti e credibili. La regia di Pf piace e convince anche se ha un taglio più televisivo e nella seconda parte il film perde un po’ di ritmo e incisività.
Il finale, giusto mix tra documentario e tributo, commuove e colpisce e soprattutto invita alla speranza e a combattere la mafia in ogni suo aspetto.
Lo spettatore uscendo dalla sala, tra tante riflessioni, non può non pensare che il “Divo Giulio” anche da morto fa discutere.

Vittorio De Agrò presenta la “Notting Hill” italiana con “Essere Melvin”
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125. Masters of sex

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Il sesso è una delle parole più usate e diffuse del pianeta, anche se ancora oggi è oggetto di continui scontri ideologici tra perbenisti e libertini . E’raccontato e descritto,da sempre, nella varie forme d’Arte .Youporn e i siti amatoriali sono spesso intasati dagli utenti. La TV nel corso degli ultimi vent’anni ha in larga parte “sdoganato” questo argomento tabù, anche se tra polemiche e censure. Lo spettatore ha riso e riflettuto con Sex and the City, si è scandalizzato con The L Word, ha osservato con morbosità Californication. Eppure cosa sappiamo del sesso? Perchè la donna finge l’orgasmo? Quale rapporto esiste tra sesso e amore?Cosa prova la donna durante l’orgasmo? Come funziona l’organismo durante l’atto sessuale?
“Masters of sex” è una serie televisiva americana che ha l’ambizioso obiettivo di rispondere a tutte queste domande raccontando la vita privata e soprattutto le ricerche che intraprese sul sesso il ginecologo americano William Masters alla fine degli anni 50.
Ieri sera sono stati trasmessi in esclusiva su Sky Atlantic i primi due episodi. Lo spettatore vede e conosce il Dottor Masters (Michael Sheen) durante una cerimonia di premiazione per le sue brillanti ricerche svolte in ospedale. Appare a disagio, quasi si ritrae di fronte agli elogi del suo Rettore Scully( Beau Bridges). Masters ha una missione da compiere come scienziato. Vuole indagare sulla sessualità dell’uomo e della donna, vuole capire le reazioni chimiche e fisiologiche che regolano questa “attività”. E’ spinto dalla curiosità, vuole scardinare il muro di perbenismo e d’ignoranza che opprime la sua società. Cosi lo vediamo intervistare goffamente e con imbarazzo una prostituta sulle sue esperienze con i clienti. Masters si rende conto ben presto che da solo non può farcela,essendo lui stesso così limitato e ignorante sulle donne. Li viene in soccorso Virginia Johnson(Lizzy Caplan), una giovane ragazza madre, un passato da musicista, ma desiderosa di studiare medicina e soprattutto colpita dalle ricerche dello scienziato. Virginia è sessualmente libera rispetto ai rigidi e canonici schemi imposti della società. Si rivela ben presto l’adeguata spalla di Masters per iniziare quest’ “avventura”. La coppia deve fin da subito combattere contro l’ ostracismo e il pregiudizio del Rettore e del mondo universitario. Le ricerche di Masters sono fuori dagli schemi e si basano sulla ricerca “sul campo”.Vengono reclutati volontari, per studiarli durante “anonimi amplessi”, ma non solo è il sesso il solo protagonista della serie. Lo spettatore conosce Libby (Caitlin Fitzgerald) moglie devota e religiosa di Masters.La coppia vorrebbe avere tanto un figlio, ma nonostante gli sforzi non avviene. Libby si sottopone anche delle cure contro la sterilità, anche se in vero Masters le nasconde un amaro segreto. Invece Lizzy cerca di trovare un precario un equilibrio tra il lavoro e la cura dei figli, dopo due matrimoni falliti e con una vita sentimentale instabile.
Ciò che colpisce fin da subito in questa fiction è la cura e l’attenzione per i dialoghi e per il linguaggio usato. Gli autori affrontano tematiche scomode e imbarazzanti con garbo, ma senza omettere nessun particolare. Pur essendo una fiction, è chiaro l’intento divulgativo e di conoscenza nei confronti dello spettatore. Le scene di sesso sono abbastanza esplicite, ma mai volgari. Lo spettatore rimane colpito dalla figure dei protagonisti, realmente esistiti, che svolgono con passione e determinazione il ruolo di pionieri. La struttura narrativa è ben costruita e sviluppata con intelligenza Forse il limite delle prime due puntate è stato il ritmo lento e i toni compassati che tendono a far calare la soglia d’attenzione e concentrazione del pubblico, nonostante i caldi temi.
La coppia Sheen-Caplan risulta azzeccata ed efficace. Si muovono sulla scena in maniera convincente e coinvolgente, riuscendo a dare ai loro personaggi spessore e qualità interpretativa. Possono essere considerati come i “Mulder e Scully” del sesso, anche se con ruoli e soprattutto caratteri invertiti rispetto agli originali.
Sono di buon fattura e degne di menzione sia la fotografia che i costumi.
Con “Masters of sex” si apre una finestra diversa e innovativa non solo sul sesso, ma in genere sulle relazioni tra uomo e donna e fornendo utili risposte a uno spettatore d’oggi ancora molto carente sul mondo del sesso e affini.

“Masters of sex” ogni lunedi alle 21:10 su Sky Atlantic

Vittorio De Agrò presenta la “Notting Hill” italiana con “Essere Melvin”
http://www.lulu.com/spotlight/melvin2

124. Goool!

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Il biglietto d’acquistare per “Goool” è :1)Manco Regalato 2)Omaggio 3)Di pomeriggio 4) Ridotto 5)Sempre
“Goool” è un film d’animazione del 2014 scritto e diretto da Juan José Campanella, Ispirato al racconto “Memorie di un’ala destra” di Roberto Fontanarrosa.

Le prime parole che un bambino dice sono generalmente “mamma” e “papà”, ma poco dopo quasi d’istinto impara a dire “goal”, almeno così è stato per me.
Sono stato un malato di calcio, lo confesso, vivevo le sconfitte della mia squadra del cuore malissimo e mi chiudevo per giorni in camera. Invecchiando, fortunatamente, ho cominciato ad avere un approccio”zen” con le sconfitte domenicali, soffro in silenzio e mi stampo sul viso un sorriso alla “Joker” e provo a domare la passione con lo stile british.
Quando ho visto il trailer di “Goool” ho subito pensato che fosse il film giusto per mio nipote Aldo.
Se c’è una cosa che mia piace del mio ruolo di zio è poter condividere e se possibile tramandare le mie passioni ad Aldo: la Settima Arte e il calcio.
Ieri anche Francesco si è unito al gruppo e siamo andati al cinema dei Piccoli di Villa Borghese.
Il Premio Oscar Campanella con “Goool” regala una bella favola ai piccoli e ai più grandi fa rievocare i ricordi della gioventù passati a giocare con il famoso biliardino.
Il protagonista della storia è Amedeo, un ragazzo semplice ma con una infinita passione per il biliardino. Vive in simbiosi con i suoi calciatori. Vive in un piccolo paesino ed è segretamente innamorato dell’amica Laura. Un giorno il bullo Grosso sfida Amedeo a una partita e il nostro eroe lo sconfigge nettamente, provocando rabbia e voglia di rivincita in Grosso. Così anni dopo , divenuto un calciatore ricco e famoso, Grosso decide di comprare il paesino e distruggere il bar dove ha subito l’unica sconfitta della sua vita. Amedeo , aiutato dai suoi amici calciatori che hanno presa vita per magia, si oppone e sfida Grosso a giocare una partita vera per salvare il paese e per conquistare il cuore di Laura.
Il film piace e convince per il tema trattato, per la grafica e per una regia chiaramente animata da una vera passione per questo sport. Lo spettatore non può non seguire con il sorriso le avventure di Amedeo e dei suoi amici. Mai come in questo caso, le dimensioni contano poco, di fronte alla qualità e spessore dei personaggi.
La sceneggiatura è abbastanza originale e ricca anche se i dialoghi risultano prevedibili e scontati.
Campanella accompagna bene lo spettatore lungo questa favola appassionando con il biliardino, ma il film trova il suo limite nel ritmo con una partenza lenta e monocorde e solo nella seconda parte riesce ad aumentare i giri ed entusiasmare fino in fondo.
Il finale piace ed emoziona perché evita uno scontato lieto fine, ma insegna che anche le sconfitte possono essere delle vittorie.
La frase detta dall’avido manager a fine partita a Grosso, sintetizza bene , aihmè,il calcio moderno”Le stelle si spengono, gli eroi invecchiano, solo i manager sono immortali”.
Dopo aver visto “Goool” grandi e piccoli escono dalla sala, con la comune voglia di giocare a pallone e magari di vincere e di lasciare da parte per un po’ computer e affini.

Vittorio De Agrò presenta la “Notting Hill” italiana con “Essere Melvin”
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