143) Una vita spericolata

Il biglietto da acquistare per “Una vita spericolata” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Una vita spericolata” è un film di Marco Ponti. Con Lorenzo Richelmy, Matilda De Angelis, Eugenio Franceschini, Antonio Gerardi, Massimiliano Gallo. Commedia, 102′. Italia 2018

Sinossi:

Roberto (Richelmy) è un giovane meccanico pieno di debiti che vive in un paese che ormai stanno tutti abbandonando. Una richiesta di prestito negata dalla banca si trasforma casualmente in rapina e fuga con ostaggio! Roberto, insieme a BB, suo miglior amico ex campione di rally, e Soledad (De Angelis), teenager superstar ora in disgrazia ma ancora famosissima, inizia una folle corsa attraverso l’Italia. Tra inseguimenti, spargimenti di sangue e di soldi, la loro fuga sarà seguita con trepidazione anche dall’opinione pubblica, schieratasi immediatamente dalla parte di questi piccoli Lebowski, trasformati in eroi dai social media.

Recensione:

Non essendo un fan di Vasco Rossi o un suo esegeta, non ho idea di cosa il cantautore avesse in mente quando, nel 1983, scrisse “Vita spericolata”. Quello che so è che la canzone ha saputo trasmettere una suggestione a diverse generazioni.

Il regista Marco Ponti, con il suo “Una vita spericolata”, ha cercato di realizzare un prodotto innovativo per il nostro cinema, gliene va dato atto, ma se il Blasco lo vedesse al cinema molto probabilmente vorrebbe solo cantare “Io non ci sto”.

Il film è infatti un’occasione mancata, confuso, caotico e dispersivo sin dalle primissime scene. Il tentativo di unire in una sola storia tematiche come la disoccupazione giovanile, l’emersione di una nuova criminalità, le diverse anime all’interno delle forze dell’ordine non va a buon fine.

“Una vita spericolata” avrebbe dovuto essere un road movie giovanile che strizza l’occhio a grandi classici del genere come “Bonny e Clyde” e “Thelma e Louise” ma purtroppo, nonostante gli sforzi, risulta modesto.

Lorenzo Richelmy ed Eugenio Franceschini, per quanto volenterosi, non convincono del tutto. Matilda De Angelis, invece, nonostante l’inizio deludente, riesce a imporsi con bravura e personalità, conquistando, almeno in parte, la ribalta. continua su

http://paroleacolori.com/una-vita-spericolata-tra-road-movie-e-commedia-generazionale/

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142) Thelma

Il biglietto da acquistare per “Thelma” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Thelma” è un film di Joachim Trier. Con Eili Harboe, Okay Kaya, Henrik Rafaelsen, Ellen Dorrit Petersen, Grethe Eltervåg. Thriller, 116′. Norvegia, Francia, Danimarca, Svezia 2017

Sinossi:

Thelma, una timida ragazza di provincia cresciuta in una famiglia molto religiosa, è appena arrivata a Oslo per frequentare l’università. Qui conosce Anja e presto l’amicizia tra le due si trasforma in un sentimento più profondo: proprio allora, però, Thelma scopre di avere dei poteri inquietanti e incontrollabili, legati a un terribile segreto del suo passato…

Recensione:

È giusto porre un limite ai propri desideri, e reprimere in qualche modo la propria natura? I genitori hanno il diritto di ostacolare i figli, qualora notassero in loro un’indole malvagia? E quale influsso ha, ai nostri giorni, la fede sui comportamenti – anche sessuali – di un individuo?

Fede, genitorialità, disturbi mentali, pulsioni sessuali, senso di colpa sono soltanto alcune delle delicate e controverse tematiche affrontante in modo originale, convincente e spiazzante nella sceneggiatura di “Thelma”, firmata da Joachim Trier ed Eskil Vogt.

Ci piace sottolineare come proprio la sceneggiatura, spesso nota dolente in tanti progetti, qui si sia rivelata l’elemento decisivo per far raggiungere al film livelli di eccellenza anche sul piano recitativo e registico.

“Thelma” è un film difficilmente inseribile in un preciso contesto e genere, col suo spaziare dal thriller al sovrannaturale e all’horror con momenti drammatici e altri toccanti e quasi romantici.

Protagonista una studentessa islandese di chimica – splendidamente interpretata da Eili Harboe – che intraprende un viaggio legittimo quanto drammatico nel desiderio di vivere liberamente la propria vita. Al timoroso coming out si combina il faticoso coming age, che spinge Thelma ad affrontare i propri demoni e il doloroso passato fino alle più estreme conseguenze, come nelle migliori tragedie greche.

Ma chi è dunque Thelma? Un mostro? Una vittima? Una ragazza posseduta? Una malata mentale che soffre di crisi psicogene?

Da una parte l’impianto narrativo e registico è di stampo teatrale e coinvolge lo spettatore in un crescendo di pathos ed emotività, dall’altro la visione d’insieme e l’identità del film sono fortemente cinematografiche. continua su

http://paroleacolori.com/thelma-nel-gelo-norvegese-un-film-che-trascende-il-concetto-di-genere/

141) Dei

“Dei” è un film di Cosimo Terlizzi. Con Andrea Arcangeli, Martina Catalfamo, Luigi Catani, Angela Curri, Mathieu Dessertine. Drammatico. Italia 2018

Sinossi:

Martino ha 17 anni e vive in un casolare della campagna pugliese. Il padre di Nicola vive di espedienti e, nella percezione della moglie Anna, porta a casa solo rottami e miseria. L’unica proprietà di valore è un ulivo secolare in cortile, su cui però incombe la doppia minaccia dell’epidemia di origine batterica che ha colpito gli uliveti pugliesi e della sete di denaro di Nicola. Anche Martino vorrebbe vendere l’ulivo per potersi permettere gli studi all’università di Bari, dove il ragazzo scappa, insieme all’amica Valentina, ogni volta che ne ha l’occasione. E mentre assiste a una lezione d’arte in cui si parla delle divinità greche, i due si imbattono in Laura, una studentessa della Bari bene che li introduce in un mondo parallelo di musica, terrazzi condominiali e internazionalità.

Recensione:

Ricordo ancora quando la professoressa d’italiano, a scuola, riconsegnandomi l’ennesimo compito con il suo bel corredo di segni rossi mi ripeteva: “Vittorio, avresti anche delle discrete idee, solo che la forma con cui le esprimi lascia a desiderare”. Mia madre, sconsolata, leggendo il voto, rincarava la dose: “Se almeno rileggessi prima di consegnare, potresti evitare gli errori di ortografia”.

Oggi non posso non ripensare a quei momenti nello scrivere la recensione di “Dei”, opera prima di Cosimo Terlizzi, e mi duole non poco indossare i panni del maestrino. Questo, però, è il classico film “vorrei ma non posso”.

Il regista mi perdonerà la franchezza, ma per quanto siano comprensibili l’ardore artistico, il desiderio di dimostrare il suo talento e stupire con una storia diversa quanto autentica, la voglia di ripagare la fiducia dell’amico e produttore Riccardo Scamarcio, una tiratina d’orecchie è d’obbligo.

Il suo “Dei”, nonostante l’impegno e la passione profusi dal giovane e volenteroso cast, convince poco sia a livello drammaturgico che emotivo, risultando un ibrido confuso tra “Stand by me” di Rob Reiner e “Chiamami col tuo nome” di Luca Guadagnino, senza una chiara identità.

Forse la storia ha alla base elementi autobiografici, ma questo non evita che la visione sia, per il pubblico, faticosa e a tratti persino noiosa. continua su

http://paroleacolori.com/dei-opera-prima-cosimo-terlizzi/

140) Toglimi un dubbio

Il biglietto da acquistare per “Just to be sure- Toglimi un Dubbio” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto (con riserva). Sempre.

“Toglimi un dubbio” è un film di Carine Tardieu. Con François Damiens, Cécile De France, Andrè Wilms, Guy Marchand, Alice de Lencquesaing. Commedia, 95′. Francia, Belgio, 2017

Sinossi:

Erwan Gourmelon, solido artificiere bretone, apprende, dopo un’analisi genetica per scongiurare una malattia ereditaria, di non essere il figlio di suo padre. Malgrado la tenerezza e l’amore profondo che lo legano all’uomo che lo ha allevato, Erwan decide di ritrovare il genitore biologico. Nella ricerca incontra Anna, veterinaria e donna determinata che lo corteggia e si lascia corteggiare. Ma Anna è figlia di Joseph, l’uomo che la sua investigatrice ha individuato come suo padre. In piena crisi identitaria, Erwan dovrà brillare la bomba della vita.

Recensione:

Se il ruolo e la rilevanza della figura materna per un bambino è riconosciuta a livello globale, quanto è importante il padre? Averne uno è necessario, oppure se ne può fare a meno? E in caso non sia presente fin dalla nascita nella vita del figlio, è giusto che poi questo voglia comunque conoscerlo?

Si tratta di tematiche delicate e complesse, quanto mai attuali, che provocano dibattito nell’opinione pubblica. Esistono diversi approcci per affrontarle, ma di rado lo si fa senza cadere nella polemica e senza pregiudizi.

Un esempio in tal senso è sicuramente “Toglimi un dubbio”, quinto film della regista Carine Tardieu, presentato nella sezione Quinzaine del Festival del cinema di Cannes 2017.

Lo spunto drammaturgico per raccontare il tema della paternità e più in generale della famiglia è decisamente originale e brillante. Erwan (Damiens), esperto artificiere bretone, è vedovo da tempo e ha una figlia, Juliette (de Lencquesaing), in dolce attesa di un bambino concepito con un uomo senza volto.

Preoccupato che il futuro nipote possa ereditare una malattia genetica del ramo paterno, l’uomo suggerisce alla figlia di sottoporsi a esami specifici per escludere questa possibilità. L’esame da esito negativo, ma dai risultati emerge che Bastien (Marchand), nonno di Juliette, non è il padre biologico di Erwan.

“Toglimi un dubbio” è una commedia garbata, delicata, profonda, capace di raccontare il rapporto padre-figlio con ironia, senza mai cadere nel retorico o nel melenso. La sceneggiatura è lineare, ben scritta, fluida, con dialoghi brillanti, efficaci e ben interpretati. continua su

http://paroleacolori.com/toglimi-un-dubbio-quando-i-legami-familiari-sono-un-campo-minato/

139) Noi siamo la Marea

“Noi siamo la marea” è un film del 2016 diretto da Sebastian Hilger, scritto da Nadine Gottmann, con : Max Mauff, Lana Cooper, Swantje Kohlhof, Roland Kochur, Max Herbrechter, Waldemar Hooge.
Sinossi:
Quindici anni fa l’oceano è sparito dalla costa di Windholm, in Germania. E così pure i bambini del luogo. Il giovane fisico Micha vorrebbe condurre studi approfonditi su questo fenomeno inspiegabile, ma necessiterebbe della borsa di studio che gli è stata negata. Decide comunque di partire, accompagnato da Jana, ex collega e figlia del rettore dell’università in cui lavora. Ad attendere i due, un mistero da svelare e i fantasmi del loro passato in comune.

Recensione:
Paura, incertezza, pessimismo, delusione sono alcuni dei maggiori e diffusi sentimenti che covano dentro di sé cittadini europei valutando con preoccupazione il presente e soprattutto immaginando un delicato e difficile futuro dei propri figli.
Sono le stesse nuove generazioni europee ad aver assunto un atteggiamento negativo e polemico nei confronti dei rispettivi governi, accusandoli d’averli tolto sogni, lavoro e diritti.
Se anche i giovani smettono di credere nella possibilità di un futuro diverso ed alternativo, ha ancora un senso lottare, impegnarsi, studiare per un mondo migliore e una società più giusta?
“Noi siamo la marea” di Sebastian Hilger affronta queste spinose tematiche partendo dall’ originale ed ambiziosa sceneggiatura di Nadine Gottmam, capace di raccontare la crisi esistenziale e la sfiducia sociale che attanaglia la nostra epoca traslandola in un piccolo paesino tedesco utilizzando il genere “sci-fi “.
“Noi siamo la marea” è infatti un racconto giocato tutto sul simbolismo e sull’uso di metafore visive e non costruite dal regista per condurre lo spettatore dentro una storia ora più che mai di carattere universale.

Il 5 aprile 1994 il mare si è ritirato misteriosamente dalle coste del piccolo di Windholm e soprattutto nello stesso giorno tutti i bambini della comunità sono tragicamente scomparsi nulla.
Da quel giorno il tempo si è fermato a Windholm.
Gli adulti e soprattutto i genitori “sopravvissuti” a questo immane quanto sconcertante incubo ad occhi aperti, si sono chiusi in un doloroso ed assordante silenzio stanchi e delusi dall’incapacità governativa nel trovare una “soluzione” per far tornare a casa i loro figli.
Windholm si è letteralmente chiusa al mondo, alzato barriere e messa “in perenne quarantena” dall’esercito tedesco.
Il mondo scientifico oltre quello politico si sono arresi, lasciando un’intera comunità ostaggio della paura e dell’ignoto.
Il mistero di Windholm rappresenta la sciagurata ed angosciante nemesi del progresso e della conoscenza in campo scientifico e la rinuncia dell’uomo ad ogni forma di speranza e riscatto.
“Noi siamo la marea” è una pellicola delicata, toccante, intimistica quanto radicale e profonda nel veicolare un duro e forte dissenso nei confronti dell’attuale società. continua su

http://www.nuoveedizionibohemien.it/index.php/appuntamento-al-cinema-66/

138) Tutto può succedere 3

“Tutto può succedere” è una serie di Lucio Pellegrini, Alessandro Casale. Con Pietro Sermonti, Maya Sansa, Ana Caterina Morariu, Alessandro Tiberi, Licia Maglietta, Giorgio Colangeli. Commedia, dramma familiare. 2015-in produzione

Recensione Terza Stagione:

Scrivere la recensione di una serie televisiva amata dal pubblico e attesa come “Tutto può succedere”, che torna da oggi, 18 giugno, su Rai 1 con la terza stagione, non è mai semplice.

Lo è ancora meno dopo aver fatto una maratona dei sedici nuovi episodi su Rai play, sapendo quindi dove si andrà a parare ma volendo evitare spoiler e anticipazioni che possano rovinare il piacere della visione a chi, da buon tradizionalista, vuole centellinare la visione settimanalmente.

Insomma, la terza stagione di “Tutto può succedere” è all’altezza delle due precedenti o no? Personalmente l’ho trovata debole, pasticciata e confusionaria dal punto di vista drammaturgico, tanto da sprecare quanto di buono fatto fino a qui. Mi sarei aspettato qualcosina di più da parte degli autori che invece firmano degli episodi anonimi, prevedibili e slegati uno dall’altro.

L’introduzione di nuovi personaggi nel consolidato universo familiare dei Ferraro appare per lo più forzato, poco convincente e in certi casi superfluo.

Lo spettatore nota fin da subito il taglio più intimistico della terza stagione, che punta a far emergere le difficoltà esistenziali e le crisi emotive del singolo personaggio, evitando però, come accaduto nelle precedenti stagioni, una gestione e risoluzione dei problemi in un contesto familiare e comune.

Una scelta editoriale che sulla carta poteva risultare innovativa e vincente si è rivelata in realtà, nella messa in scena, non efficace e non in linea con lo spirito della serie, adattamento dell’americana “Parenthood”. continua su

http://paroleacolori.com/tutto-puo-succedere-la-famiglia-ferraro-torna-su-rai-1/

 

137) Il Metodo Catalanotti (Andrea Camilleri)

“Il Metodo Catalanotti” è un romanzo scritto da Andrea Camilleri e pubblicato nel maggio 2018 da Sellerio Editore.

Sinossi:
“Il commissario Montalbano crede di muoversi dentro una storia. Si accorge di essere finito in una storia diversa. E si ritrova alla fine in un altro romanzo, ingegnosamente apparentato con le storie dentro le quali si è trovato prima a peregrinare. È un gioco di specchi che si rifrange sulla trama di un giallo, improbabile in apparenza e invece esatto: poco incline ad accomodarsi nella gabbia del genere, dati i diversi e collaborativi gradi di responsabilità, di chi muore e di chi uccide, in una situazione imponderabile e squisitamente ironica. Tutto accade in una Vigàta, che non è risparmiata dai drammi familiari della disoccupazione; e dalle violenze domestiche. La passione civile avvampa di sdegno il commissario, che ricorre a una «farfantaria» per togliere dai guai una giovane coppia di disoccupati colpevoli solo di voler metter su una famiglia. Per quanto impegnato in più fronti, Montalbano tiene tutto sotto controllo. Le indagini lo portano a occuparsi dell’attività esaltante di una compagnia di teatro amatoriale che, fra i componenti del direttorio, annovera Carmelo Catalanotti: figura complessa, e segreta, di artista e di usuraio insieme; e in quanto regista, sperimentatore di un metodo di recitazione traumatico, fondato non sulla mimèsi delle azioni sceniche, ma sull’identificazione delle passioni più oscure degli attori con il similvero della recita. Catalanotti ha una sua cultura teatrale aggiornata sulle avanguardie del Novecento. È convinto del primato del testo. E della necessità di lavorare sull’attore, indotto a confrontarsi con le sue verità più profonde ed estreme. Il romanzo intreccia racconto e passione teatrale. Nel corso delle indagini, Montalbano ha la rivelazione di un amore improvviso, che gli scatena una dolcezza irrequieta di vita: un recupero di giovinezza negli anni tardi. Livia è lontana, assente. Sulla bella malinconia del commissario si chiude questo possente romanzo dedicato alla passione per il teatro (che è quella stessa dell’autore) e alla passione amorosa. Un romanzo, tecnicamente suggestivo, che una relazione dirompente racconta in modo da farle raggiungere il più alto grado di combustione nei versi di una personale antologia di poeti; e, all’interno della sua storia, traspone i racconti dei personaggi in colonne visive messe in moviola perché il commissario possa farle scorrere e rallentare a suo piacimento.” (Salvatore Silvano Nigro).
Recensione:
Sarà ,come sempre , il Tempo a decretare se “Il Metodo Catalanotti”, ultima fatica letteraria del Maestro Camilleri, rappresenti davvero una storica ed inaspettata svolta per la celebre saga del Commissario Montalbano.
Nell’attesa, il sottoscritto, non ha alcun timore nel definire questo romanzo come un clamoroso punto di rottura drammaturgico ed emotivo all’interno dell’universo Montalbiano.
“Il Metodo Catalanotti” stravolge il quieto vivere pubblico e privato del nostro celebre Commissario, spiazzando il lettore ormai abituato ad un consolidato quanto piacevole schema di racconto

Un cambiamento ,apparentemente traumatico, agli occhi e cuore del lettore che il Maestro Camilleri riesce invece a tramutare, con la consueta creatività, ironia e sensibilità, in una splendida ed unica esperienza letteraria, sentimentale e soprattutto ed esistenziale.
Andrea Camilleri essendo prima d’ogni cosa, uomo di teatro, non poteva non decidere di scegliere il “suo primo amore” come ideale palcoscenico per ambientare e costruire la sua rivoluzione gentile e profonda del personaggio letterario più amato dagli italiani.
Il teatro è vita: trasmette vivide e sincere emozioni, sacrificio, stravolgimenti, dolori raccontando, indagando e rappresentando la complessità dell’animo umano in cui albergano contemporaneamente bellezza e malvagità allo stato primordiale.
“Il metodo Catalanotti” non è altro che una formidabile, accattivante, morbosa quanto affascinante summa dell’essenza e magia teatrale che può stravolgere la vita e soprattutto gli equilibri emotivi e psicologici sia dell’attore professionista quanto di quello amatoriale.
Il teatro è, da sempre, un coacervo di sentimenti forti e contrapposti che nascono e si alimentano all’interno di qualsiasi compagnia teatrale.
Il profondo studio e totale immedesimarsi in un personaggio può anche indurre un attore ad imprevedibili e conflittuali rapporti con i colleghi e soprattutto con il regista.
“Il metodo Catalanotti” rappresenta soprattutto il punto di non ritorno per Salvo Montalbano.
Infatti più che l’indagine vera e propria, ben costruita ma nel complesso prevedibile, il lettore segue con crescente curiosità, stupore e pathos, il vero giallo di questo romanzo: la scelta di vita che Salvo Montalbano è chiamato a compiere.
Il nostro Commissario deciderà di rimanere con l’amata Livia sulla vecchia e sicura strada o si farà travolgere dalla fulminea quanto travolgente passione incarnata dalla bella Antonia, giovane e tosta neo capo della scientifica?
Il lettore dimentichi le precedenti e classiche, poi rientrate, “sbandate romantiche” del Commissario.
“Il metodo Catalanotti” rappresenta un autentico bivio per il nostro protagonista, che mai avremmo immaginato di vivere e leggere con il cuore in gola fino all’ultima pagina del romanzo
Andrea Camilleri regala il più inaspettato e riuscito dei colpi di scena teatrali, costruendo un finale aperto quanto poetico che obbliga i milioni di fan non solo ad attendere il nuovo romanzo, ma anche ad interrogarsi lungamente che cosa sia significhi davvero la parola amore..

136) Blue Kids

Il biglietto da acquistare per “Blue kids”:
Nemmeno regalato. Omaggio (con riserva). Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

Un film di Andrea Tagliaferri. Con Fabrizio Falco, Matilde Gioli, Agnese Claisse, Giustiniano Alpi, Lorenzo Gioielli. Drammatico, 75′. Italia 2017

Sinossi:

Fratello e sorella spendono la vita in un eterno presente. Insensibili alla morte della madre e ostili al padre, ricco imprenditore separato e risposato, vorrebbero andare via dalla provincia e dalla bruma del fiume ma i soldi che hanno bastano solo fino alla Svizzera. La loro unica speranza è l’eredità materna. Davanti al notaio scoprono però con grande disappunto che la madre ha lasciato tutto all’ex marito. Impugnare il testamento richiederebbe troppo tempo e troppa fatica, decidono allora per il peggio, eliminando chiunque ostacoli il loro insano desiderio.

Recensione:

È arrivato anche al 35° Torino Film Festival il film destinato a far discutere, e a suscitare polemiche e critiche prima tra gli addetti ai lavori e poi in sala. Si tratta di “Blue kids”, dell’esordiente Andrea Tagliaferri.

Poteva il vostro inviato non prendere le difese del buon Tagliaferri, visti i giudizi senza appello espressi da tanti colleghi? Ovviamente no. Eccomi, quindi, nel mio amato ruolo di Don Chisciotte per dirvi che questo film non è l’orrore che altri cercheranno di farvi credere.

“Blue kids” è un film coraggioso e innovativo nel panorama cinematografico italiano, che racconta senza mezzi termini quanto la bella gioventù di oggi possa essere priva di scrupoli e di morale, feroce e inumana.

Non sappiamo se gli sceneggiatori abbiano preso spunto da qualche fatto di cronaca specifico per scrivere la sceneggiatura – a me è subito venuto in mente il delitto di Novi Ligure -, ma questa storia cupa e tragica, con protagonisti due fratelli uniti da un legame morboso, non fa altro che mostrare l’anima nera del nostro Paese.,,continua su

http://paroleacolori.com/blue-kids-quando-la-crudelta-ha-limiti-solo-nellimmaginazione/

135) 211- Rapina in corso

“211- Rapina in corso” è un film di York Alec Shackleton. Con Nicolas Cage, Cory Hardrict, Michael Rainey Jr., Sophie Skelton, Dwayne Cameron. Azione. USA 2018

Sinossi:

Kenny, un ragazzino di 11 anni, sta girando un video con il suo cellulare nei bagni della scuola, quando viene aggredito dai bulli che lo perseguitano quotidianamente. Per difendersi ne colpisce uno e il suo cellulare, caduto a terra, riprende tutto. Come punizione, viene spedito alla centrale di polizia: starà insieme a una pattuglia per tutta la giornata. I poliziotti che devono accompagnarlo sono Chandler, un padre single, e McAvoy, un giovane agente che aspetta un figlio dalla moglie Lisa. Ricevuta la chiamata d’emergenza al 211 per una rapina in corso, la pattuglia si precipita fuori da una banca che stanno svaligiando. Kenny riesce a riprendere ancora una volta tutto quello che accade con il cellulare, e infine a sventare la rapina con un coraggioso gesto.

Recensione:

Confesso pubblicamente la mia ignoranza: fino a oggi ignoravo quanto successo a Los Angeles il 28 febbraio 1997, quando una coppia di rapinatori e gli agenti della Polizia vennero coinvolti in un sanguinoso conflitto a fuoco.

Il film “211 – Rapina in corso” di York Alec Shackleton ha sicuramente il merito di incuriosire il pubblico, spingendolo, alla fine della proiezione, a informarsi sull’accaduto, cercando online tutto il materiale possibile su questo fatto di cronaca (video, articoli, ma anche documentari e film).

Dal punto di vista narrativo, però, la pellicola presenta diverse imperfezioni e lacune. La sceneggiatura, firmata da John Rebus, è ispirata a quella scritta dal regista stesso e questa genesi travagliata del film si ripercuote sul risultato finale.

Il potenziale della storia, sicuramente alto, risulta come annacquato, anche a causa di alcune scelte poco felici come quella di inserire nell’intreccio principale una serie di sotto-trame (bullismo, travagliato rapporto padre-figlia). continua su

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134) A quiet passion

Il biglietto da acquistare per “A quiet passion” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio (con riserva). Ridotto. Sempre.

” A quiet passion” è un film di Terence Davies. Con Cynthia Nixon, Jennifer Ehle, Keith Carradine, Catherine Bailey, Jodhi May. Biografico, 126′. Gran Bretagna, Beglio, USA, 2016

Sinossi:

Nata nel 1803 ad Ambers nel Massachusetts. Mentre studia alle scuole superiori decide di allontanarsi dal College di Mount Holyoke per non doversi professare cristiana. Da quel momento vivrà nella casa paterna riducendo sempre più le frequentazioni del mondo esterno e dedicandosi alla scrittura e in particolare alla poesia. Alcune sue opere vengono pubblicate mentre è ancora in vita anche se l’editore le rimaneggia per farle aderire ai canoni che ritiene più appetibili per i lettori.

Recensione:

Ho avuto la possibilità di assistere alla proiezione del film “A quiet passion”, scritto e diretto da Terence Davies, durante il TFF del 2016. Quasi due anni dopo, il biopic arriva nelle sale.

Leggendo la sinossi, dove si parla della messa in evidenza dei lati più intimi e meno noti della personalità della poetessa e scrittrice americana Emily Dickinson, confesso di aver avuto un momento di smarrimento. Non conoscendo l’autrice non sapevo bene cosa aspettarmi.

Ebbene, la prima parte del film scorre in maniera piacevole, con il racconto delle gesta della giovane Emily che, messa di fronte a un bivio religioso-sociale nel college femminile di Mount Holyoke, decise di abbandonare gli studi e tornare a casa per evitare di professarsi cristiana seguendo la moda dell’epoca.

Lo spettatore non può non apprezzare la personalità e risolutezza della ragazza e il modo in cui affrontò le conseguenze della sua decisione. Se oggi professarsi ateo è relativamente semplice, ai tempi della Dickinson non era così.

La scelta di Davies di mostrare le dinamiche interne alla famiglia Dickinson, estremamente religiosa e tradizionalista, è interessante e coinvolgente anche nella messa in scena. Emerge in modo chiaro, ad esempio, il rapporto tra Emily e i due fratelli e quanto la poetessa fosse legata anche ai genitori. continua su

http://paroleacolori.com/a-quiet-passion-biopic-su-emily-dickinson/