42) La Scuola Cattolica (Edoardo Albinati)

“La scuola cattolica” è un romanzo scritto da Edoardo Albinati e pubblicato da Rizzoli nel marzo 2016.

Sinossi:

Roma, anni Settanta: un quartiere residenziale, una scuola privata. Sembra che nulla di significativo possa accadere, eppure, per ragioni misteriose, in poco tempo quel rifugio di persone rispettabili viene attraversato da una ventata di follia senza precedenti; appena lasciato il liceo, alcuni ex alunni si scoprono autori di uno dei più clamorosi crimini dell’epoca, il Delitto del Circeo. Edoardo Albinati era un loro compagno di scuola e per quarant’anni ha custodito i segreti di quella “mala educacion”. Ora li racconta guardandoli come si guarda in fondo a un pozzo dove oscilla, misteriosa e deforme, la propria immagine. Da questo spunto prende vita un romanzo, che sbalordisce per l’ampiezza dei temi e la varietà di avventure grandi o minuscole: dalle canzoncine goliardiche ai pensieri più vertiginosi, dalla ricostruzione puntuale di pezzi della storia e della società italiana, alle confessioni che ognuno di noi potrebbe fare qualora gli si chiedesse: “Cosa desideravi davvero, quando eri ragazzo?”. Adolescenza, sesso, religione e violenza; il denaro, l’amicizia, la vendetta; professori mitici, preti, teppisti, piccoli geni e psicopatici, fanciulle enigmatiche e terroristi. Mescolando personaggi veri con figure romanzesche, Albinati costruisce una narrazione che ha il coraggio di affrontare a viso aperto i grandi quesiti della vita e del tempo, e di mostrare il rovescio delle cose.

Recensione:

Da piccolo ho “servito” messa. Si, caro lettore, ho fatto il chierichetto.

 Per un paio d’anni  alle scuole elementari  ho frequentato l’Istituto dei Salesiani

Anch’io come Edoardo Albinati, potrei  raccontarvi della mia esperienza e ricordi in una scuola cattolica. Ma ve lo risparmio.

Dover  leggere “La scuola cattolica” di Albinati  va vista, vissuta  come  una dura  forma di espiazione dei propri peccati ..anche letterari.

Lungi da me criticare i giurati del Premio Strega, non avendo né  titoli , cultura ed esperienza.  Ma da orgoglioso “diversamente ignorante” mi chiedo se davvero abbiano letto tutte le mille e duecento pagine del romanzo di Edoardo  Albinati nell’assegnargli la vittoria.

Come “La Scuola Cattolica” abbia potuto vincere il prestigioso “Premio Strega” rimarrà credo un mistero…della fede tra i giurati di quell’anno.

Dopo aver visto in anteprima a Venezia 78 l’adattamento cinematografico, rimanendo piuttosto tiepido sull’esito artistico, registico e soprattutto narrativo del film.

Questi miei dubbi mi hanno spinto a leggere il romanzo,  gentile regalo della collega ed amica Giulia Bianconi.

Dopo 15 giorni di faticosa e noiosa lettura, il verdetto / giudizio è secco quanto netto : chiedo scusa agli sceneggiatori del film. Da un testo del genere era davvero difficile se non impossibile tirare fuori una sceneggiatura di “senso compiuto”.

Certo ci può interrogare sulla necessità, opportunità da parte dei produttori di voler adattare cinematograficamente un romanzo “abile” nell’ elevare “la supercazzola” ad un  bestseller letterario.

Inutile girarci intorno, a nostro modesto parere, “La Scuola Cattolica” è una supercazzola autoriale, irritante , saccente e logorroica.  

Si è travolti da  fluviale , irritante flusso di pensieri, ricordi, citazioni con cui Albinati   ha voluto “deliziare” il lettore,  già stanco e provato dopo  le  prime duecento pagine del romanzo.

“La Scuola Cattolica”  ci appare come “il nulla narrativo” elevato a romanzo autobiografico avendo come “pretesa drammaturgica “ la tragica fatalità che Albinati avesse come compagni di classe al San Leone Magno, due dei tre responsabili del famigerato fatto di cronaca del “ massacro del Circeo”.

Si fatica a comprendere lo scopo ultimo del testo,  il messaggio ed il senso di questo viaggio della memoria che Albinati ha deciso di percorrere con tutti noi.

“La Scuola Cattolica”  vorrebbe essere una sorta di “Zibaldone” leopardiano  strutturato su tre linee guide principali: l’ego smisurato di Albinati,  la tragedia del Circeo e gli anni 70 rivisti ed analizzati sempre secondo l’occhio e morale dell’autore.

Uno Zibaldone di cui non si sentiva bisogno, almeno in questa forma e portata di pagine.

Edoardo Albinati è in assoluto un talentuoso scrittore, uomo intelligente e padrone dello stile e della lingua, ma in questo è rimasto vittima del suo narcisismo letterario e personale non rendendosi conto come la struttura narrativa del romanzo fosse  insostenibile per un lettore medio.

“La Scuola Cattolica” si rivela cosi una lettura dispersiva, caotica, autoreferenziale, indigesta e soprattutto  incomprensibile per lunghi passaggi.

“L’incontinenza” verbale di Alibinati concretizzatasi in 1200 pagine dimostra poco rispetto e cura nei riguardi del lettore.

Un lettore rassegnato a soccombere di fronte alla mole ingiustificata di parole, ricordi e riletture di fatti non rilevanti e/o poco funzionali ad un racconto che poteva essere racchiuso quanto meno con la metà delle pagine.

Albinati ha vinto con questo romanzo  il “Premio Strega”, invece il povero lettore ha visto le streghe leggendolo. Almeno  il sottoscritto spera d’aver acquisito  cristianamente  qualche punto nella strada per  salvezza …almeno in campo letterario.

89 ) Drive my car

Il biglietto d’acquistare per “Drive my car” è : Omaggio (Con Riserva)

“Drive my car” è un film di Ryûsuke Hamaguchi. Con Hidetoshi Nishijima, Toko Miura, Reika Kirishima, Masaki Okada, Perry Dizon. Drammatico, 179′. Giappone 2021

Sinossi:

Yûsuke Kafuku, un attore e regista che ha da poco perso la moglie per un’emorragia cerebrale, accetta di trasferirsi a Hiroshima per gestire un laboratorio teatrale. Qui, insieme a una compagnia di attori e attrici che parlano ciascuno la propria lingua (giapponese, cinese, filippino, anche il linguaggio dei segni), lavora all’allestimento dello “Zio Vanja” di Cechov. Abituato a memorizzare il testo durante lunghi viaggi in auto, Kafuku è costretto a condividere l’abitacolo con una giovane autista: inizialmente riluttante, poco alla volta entra in relazione con la ragazza e, tra confessioni e rielaborazione dei traumi (nel suo passato c’è anche la morte della figlia), troverà un modo nuovo di considerare se stesso, il proprio lavoro e il mondo che lo circonda.

Recensione:

Onestamente, devo confessarvi che durante il Festival di Cannes 2021 ho evitato volutamente di vedere “Drive my car” di Ryûsuke Hamaguchi. A frenarmi sono stati tre motivi: Paese di provenienza, lunghezza (eccessiva) e sinossi (poco convincente).

Manco a dirlo, il karma festivaliero mi ha punito, facendo vincere al film il premio per la migliore sceneggiatura. E ho dovuto quindi recuperarlo, all’anteprima italiana.

Nei commenti della stampa nostrana e internazionale ho riscontrato un’inusuale convergenza su un punto, che mi permetto di sintetizzare: “Drive my car” è lungo, dilatato nei tempi e soporifero in alcuni passaggi, ma è solo accettando questa sua lentezza che lo spettatore acquisisce l’indispensabile chiave di lettura per apprezzare la bellezza delle parole ed entrare in sintonia coi personaggi.

Non me vogliano gli illustri colleghi, ma “Drive my car” sarebbe, forse, stato un film perfetto da vedere in un mondo pre covid. Oggi chiedere allo spettatore un sacrificio di tre ore, dentro una sala, con la mascherina, nell’attesa dell’illuminazione sembra più che altro una provocazione.

La pellicola di Hamaguchi non è brutta, anzi presenta diversi elementi interessanti sul piano narrativo e stilistico, ma l’intreccio è oltremodo dilatato, bloccato nel tempo e nello spazio, e il senso dei dialoghi lo si capisce solo sul finale. Una bella gara di resistenza, per lo spettatore medio.

Mettete in conto di non capire, per una buona ora e mezzo, cosa provi il protagonista, un esperto di teatro che sembra impassibile davanti alle avversità, familiari o lavorative. Yûsuke Kafuku ha dedicato la vita a mettere in scena le emozioni umane eppure, nel privato, appare bloccato, paralizzato dal dolore e dai sensi di colpa. continua su

88) Tre Piani -Il Film

Il biglietto da acquistare per “Tre piani” è:
Nemmeno regalato. Omaggio (con riserva). Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Tre Piani” è un film di Nanni Moretti. Con Riccardo Scamarcio, Margherita Buy, Adriano Giannini, Elena Lietti, Nanni Moretti. Drammatico. Italia 2021

Sinossi

Tre piani, tre famiglie e la trama del quotidiano che logora la vita, disfa i legami, apre le ferite, consuma il dramma. Al piano terra di un immobile romano vivono Lucio e Sara, carriere avviate, spinning estremo e una figlia che parcheggiano dai vicini, Giovanna e Renato. Al secondo c’è Monica, che ha sposato Giorgio, sempre altrove, ha partorito Beatrice senza padre e ‘ha’ un corvo nero sul tavolo. All’ultimo dimorano da trent’anni Dora e Vittorio, giudici inflessibili che hanno cresciuto Andrea al banco degli imputati. Un incidente nella notte travolge un passante e schianta il muro dello stabile, rovesciando i destini e mischiando i piani.

Recensione:

Prima di rendervi partecipi dei miei pensieri e sensazioni davanti all’atteso film di Nanni Moretti “Tre piani”, presentato in concorso al Festival di Cannes 2021, vorrei spendere alcune parole.

Prima di tutto un avviso ai naviganti: la visione di “Tre piani” è caldamente sconsigliata a chi ha la sventura di vivere in un condominio problematico/difficile. Sarebbe quasi masochistico pagare un biglietto per vedere un versione edulcorata/morettiana di una gran rottura di balle reale.

Poi una premessa letteraria: il sottoscritto – ovviamente – non ha letto il pluripremiato romanzo omonimo di Eshkol Nevo. Da quello che ho trovato online, però, mi sembra di capire che il suddetto romanzo sia poetico, articolato, simbolico. Nella sceneggiatura non è confluito tutto, occhio.

E per concludere un consiglio, bonario, a Frémaux, che dopo questi primi giorni sento molto vicino. Non accetti più a scatola chiusa i film di Nanni Moretti! Perché sono convinto che se il delegato generale ne avesse visto anche solo qualche minuto… avrebbe considerato di lasciarlo all’amico Alberto Barbera per passata la Biennale di Venezia.

Passando al film, possiamo dire che “Tre piani” è il più lontano dalla filmografia morettiana. La scelta di adattare il testo di un altro si è rivelata un boomerang per il regista, che è sembrato a disagio nel dirigere questa storia non veramente sua. continua su

87) Il Buco

“Il Buco” è un film di Michelangelo Frammartino. Con Paolo Cossi, Jacopo Elia, Denise Trombin,
Nicola Lanza, Antonio Lanza, Leonardo Larocca, Claudia Candusso, Mila Costi, Carlos Jose Crespo.
Drammatico, 93′. Italia, Francia, Germania 2021

Sinossi:

Durante il boom economico degli anni Sessanta, l’edificio più alto d’Europa (il grattacielo Pirelli a Milano) viene costruito nel prospero Nord Italia. All’altra estremità del paese, un gruppo di giovani speleologi esplora la grotta più profonda d’Europa nell’incontaminato entroterra calabrese. Si raggiunge, per la prima volta, il fondo dell’Abisso del Bifurto, a 683 metri di profondità. L’avventura degli intrusi passa inosservata agli abitanti di un piccolo paese vicino, ma non al vecchio pastore dell’altopiano del Pollino la cui vita solitaria comincia ad intrecciarsi con il viaggio del gruppo. Il buco racconta di una bellezza naturale che lascia senza parole e sfiora il mistico; una esplorazione attraverso le profondità sconosciute della vita e della natura che mette in parallelo due grandi viaggi interiori.

Recensione:

Era nell’aria, sentivo che era soltanto questione di ore. Ero certo che la scintilla decisiva sarebbe arrivata, come sempre, dalla sala. Quindi grazie di cuore al regista Michelangelo Frammartino e alla sceneggiatrice Giovanna Giuliani per aver scelto “Il buco” come titolo del loro film, presentato in concorso a Venezia 78.

Un sincero ringraziamento anche al direttore Alberto Barbera per averlo selezionato. Perché stavolta non nutro alcun dubbio o incertezza, nello scrivere la mia recensione. Stavolta non è in atto dentro di me nessuna crisi.

Il caro direttore è riuscito nel “capolavoro” di centrare in pochi giorni una serie impressionante di buchi – organizzativi, logistici, sanitari e, alla fine, anche artistico. Ma procediamo con calma e ordine.

  1. IL BUCO ARTISTICO
    La palma va di diritto al suddetto film di Frammartino, che rappresenta alla perfezione il detto latino Nomen omen. Lo spettatore viene risucchiato per oltre novanta minuti dentro una voragine drammaturgica, stilistica, recitativa, senza riuscire a trovare neanche il più piccolo appiglio a cui aggrapparsi per non cadere… nel sonno. continua su
  2. https://www.paroleacolori.com/lettera-aperta-al-direttore-alberto-barbera-il-buco-e-i-buchi/

86) Space Jam – New Legends

Il biglietto d’acquistare per “Space Jam – New Legends” è : Omaggio

“Space Jam – New Legends” è un film di Malcolm D. Lee. Con LeBron James, Don Cheadle, Khris Davis, Sonequa Martin-Green, Cedric Joe. Animazione, 115′. USA 2021

Sinossi:

Quando LeBron e il figlio Dom vengono intrappolati in uno spazio digitale da una malvagia Intelligenza Artificiale, la star NBA dovrà fare di tutto per tornare a casa sani e salvi. Si metterà alla guida di Bugs, Lola Bunny e l’intera banda dei notoriamente indisciplinati Looney Tunes nella sfida contro i campioni digitalizzati dell’AI: una super-potente squadra di basket piena di professionisti all stars. Tunes contro Goons nella sfida con la posta in gioco più alta della sua vita, che ridefinirà il legame tra LeBron e suo figlio, mettendo in luce il potere di essere se stessi.

Recensione:

Èil caso di toglierci subito il dente e affrontare il punto cruciale: lo “Space Jam” del 1996 diretto da Joe Pytka, con protagonista Michael Jordan, era, è e resterà un unicum cinematografico. Al netto dei suoi limiti drammaturgici e delle criticità registiche, attenzione.

ilanciare lo stesso progetto, 25 anni dopo, puntando su un’altra leggenda del basket americano e disponendo di un importante budget si è rivelato un ingenuo quanto grave errore creativo.

Lo script di “Space Jam – New legends” è stato rimodulato e adatto all’evoluzione tecnologica e alle trasformazioni culturali della nostra società, almeno in teoria. Di fatto, però, la storia è rimasta più o meno la stessa, dando la sensazione di un remake – o se preferite di un reboot condito da costosi effetti speciali – piuttosto che di un film indipendente. continua su

33) I Bastardi di Pizzofalcone 3

“I Bastardi di PizzoFalcone” è una serie di Monica Vullo. Con Alessandro Gassmann, Carolina Crescentini, Antonio Folletto,
Tosca d’Aquino, Massimiliano Gallo, Gianfelice Imparato, Simona Tabasco,
Gennaro Silvestro, Gioia Spaziani, Francesco Guzzo.
Poliziesco. Italia. 2017-in produzione

Recensione:

Ha preso il via ieri su Rai1 la terza stagione della serie “I Bastardi di Pizzofalcone”, ispirata ai romanzi di Maurizio De Giovanni. “Fuochi” è il primo dei sei nuovi episodi, che vedremo in onda ogni lunedì. 

La seconda stagione si era chiusa con la drammatica esplosione del ristorante Letizia, all’interno del quale i nostri anti-eroi erano intenti a festeggiare la riuscita missione sotto copertura dell’ispettore Lojacono (Gassman). Un boato e le fiamme avevano lasciato il pubblico incredulo e spiazzato, senza sapere cosa ne era stato dei protagonisti.

L’attesa si è conclusa ieri. I Bastardi sono vivi! Feriti, scossi e soprattutto arrabbiati perché sono caduti in un’imboscata ordita da un misterioso mandante, ma comunque vivi. Ma chi è che li vuole morti, e soprattutto perché?

Parte da qui la nuova stagione, che comunque non cambia lo status di “indesiderati” dai piani alti che accompagna da sempre i nostri eroi. Persino il loro status di vittime viene messo in discussione dai superiori, con l’avvio di un’inchiesta interna per accertare eventuali responsabilità.

“Fuochi” gira intorno al desiderio di giustizia dei Bastardi, che sebbene ufficialmente inoperosi perché sotto inchiesta, danno vita a un’indagine parallela scandita da colpi di scena e pathos. Ma tutti devono anche affrontare le conseguenze emotive e psicologiche di ciò che è successo, e le crisi e le difficoltà nella vita privata che ne sono conseguite. continua su

85) Il Silenzio Grande

Il biglietto d’acquistare per “Il Silenzio Grande” : Ridotto

“Il Silenzio Grande” è un film di Alessandro Gassman. Con Massimiliano Gallo, Margherita Buy, Marina Confalone, Antonia Fotaras, Emanuele Linfatti. Commedia, 106′. Italia, Polonia 2021

Sinossi:

Napoli. Villa Primic, che è stata un tempo un’abitazione di prestigio con vista su Capri, sta per essere messa in vendita. A deciderlo è stata Rose, moglie del noto scrittore Valerio, in parte sostenuta dai figli. L’unico che non vorrebbe lasciare la dimora è proprio Valerio il quale ha il sentito ma discreto appoggio della domestica divenuta ormai una di famiglia. Ma Valerio si è chiuso per troppo tempo nel suo mondo fatto di libri per poter davvero partecipare alle decisioni che vengono prese.

Recensione:

La parola è d’argento, il silenzio è d’oro, recita il detto. Ma se nella vita di tutti i giorni applicare questa massima può rivelarsi utile, paradossalmente, in famiglia, può produrre l’effetto contrario. Perché i rapporti familiari sono materia complicata; qualsiasi piccola incomprensione, se passata sotto silenzio e non affrontata, può provocare disastri.

Lo spiega in modo perfetto Bettina (interpretata da una straordinaria Marina Confalone), cameriera nonché confidente, al professor Valerio (Gallo): “Si inizia con piccoli silenzi e poco alla volta non si parla più, costruendo il silenzio grande tra i componenti di una famiglia”.

“Il silenzio grande” di Alessandro Gassmann, presentato alle Giornate degli autori di Venezia, versione cinematografica del testo di Maurizio De Giovanni, già portato dal regista a teatro, e una versione toccante, poetica, ironica e malinconica del film “The Others” e una romantica de “Il sesto senso”.

Un’opera delicata, garbata, commovente, che trova il giusto equilibrio drammaturgico, emozionale e stilistico nel portare al cinema un testo teatrale, sfruttando il nuovo mezzo per amplificare alcuni elementi, come ad esempio Villa Primic, vero e proprio personaggio, che la scenografia permette di svelare poco a poco. continua su

32) Sex Education 3

“Sex Education 3” è una serie ideata da Laurie Nunn. Con Asa Butterfield, Gillian Anderson, Ncuti Gatwa, Emma Mackey, Connor Swindells, Kedar Williams-Stirling, Alistair Petrie, Mimi Keene, Aimee Lou Wood. Commedia. Regno Unito. 2019-in produzione

Cogito ergo sum, sosteneva Cartesio tra Cinque e Seicento. Io preferisco declinare la frase come “Dubito, ergo sum”, in modo particolare quando mi ritrovo, dall’alto della mia “veneranda età”, a recensire un teen drama televisivo.

I commenti che leggo online sulla terza stagione di “Sex education”, disponibile su Netflix dal 17 settembre, sono quasi unanimi nella loro positività. Ma io, da teledipendente d’annata, mi sento di portare avanti un discorso un po’ meno di parte e più razionale.

“Sex education” è stata indubbiamente una serie innovativa, fresca e brillante nello sdoganare il tema tabù del sesso tra i giovani, attraverso una sceneggiatura adeguata e personaggi autentici e credibili.

La prima stagione è stata unica, uno spasso, un gioiellino sotto ogni aspetto. Il cast si è imposto agli occhi del mondo, conquistando l’attenzione della critica e l’amore dei fan.

La seconda stagione, per definizione complicata dopo un tale successo, è riuscita tutto sommato nella missione di mantenere alto il livello. Gli sceneggiatori hanno allargato la cornice narrativa, dando più spazio ai personaggi cosiddetti “minori”. Ci sono state più storie da seguire e a cui appassionarsi – come quella tra Lily (Tanya Reynolds) e Ola (Patricia Allison) – e più tematiche delicate.

Le aspettative per la terza stagione erano altissime, visto anche il finale aperto della precedente. Non vogliamo fare spoiler sulla trama, quindi mi limiterò ad alcune considerazioni generali, che magari risulteranno scomode, sicuramente alternative rispetto al panegirico dominante online. continua su

31) Schumacher

“Schumacher” è un film di Hanns-Bruno Kammertöns, Vanessa Nöcker, Michael Wech. Documentario. USA 2021

Sinossi:

La forza di volontà e la lotta trionfale contro ogni avversità hanno portato Michael Schumacher al centro dell’attenzione internazionale. Il suo percorso iridato ha scatenato l’immaginazione di milioni di persone, ma non è stato solo l’automobilismo a contribuire al successo di quest’uomo estremamente riservato. C’è molto altro e non solo lo spirito competitivo e l’aspirazione alla perfezione che delineano la sua personalità: dubbi e incertezze completano il ritratto di un uomo sensibile e riflessivo. Al centro della storia di Michael ci sono i suoi genitori, i figli e Corinna Schumacher, amore dell’infanzia e donna della vita.

Recensione:

Chi vi scrive non è un grande appassionato di automobilismo, e in generale considera un Gran Premio di Formula1 uno spettacolo noioso. Le mie poche nozioni in materia sono un riflesso della passione paterna, che non mi ha mai contagiato.

Penso fosse una premessa necessaria per spiegarvi il mio approccio alla visione di “Schumacher”, il docu-film incentrato sulla figura del campione tedesco, disponibile su Netflix.

Il mio timore era trovarmi davanti un panegirico sull’uomo, sul campione e su quello che ha rappresentato per milioni di tifosi. Invece, inaspettatamente, si è rivelato una visione stimolante sul piano narrativo e avvolgente su quello emozionale.

Dopo Ayrton Senna, scomparso prematuramente nel 1994, Michael Schumacher è probabilmente il pilota di F1 più apprezzato, sicuramente il più vincente (insieme a Lewis Hamilton). A piacere, la sua capacità di mescolare talento e “sregolatezza” in pista con pragmatismo e serietà teutonica.

Cresciuto in mezzo ai motori, predestinato fin da ragazzino, Schumacher esordì in Formula1 il 24 agosto del 1991, all’età di 22 anni, nel Gran Premio del Belgio. Le sue capacità attirarono le attenzioni di Briatore, all’epoca manager della scuderia Benetton, che lo ingaggiò come primo pilota. continua su

84) Dune

Il biglietto d’acquistare per “Dune” è : Di pomeriggio

“Dune” è un film di Denis Villeneuve. Con Timothée Chalamet, Rebecca Ferguson, Zendaya, Dave Bautista, Stellan Skarsgård, Charlotte Rampling. Avventura, 155′. USA 2021

Sinossi:

In un lontano futuro, controllato da un impero interstellare, vige una sorta di feudalesimo e ogni feudo è governato da una casa nobiliare. Paul Atreides, giovane brillante e dotato di talento, si trasferisce sull’inospitale pianeta Arrakis, noto anche come Dune, insieme al padre, il Duca Leto, alla madre Lady Jessica e ad alcuni consiglieri. Il loro obiettivo è assicurare un futuro al loro popolo, ma il pianeta è nel mirino di tutte le forze dell’universo, per via di una delle sue risorse (una spezia capace di liberare tutte le potenzialità della mente umana)…

Recensione:

Probabilmente era scritto nelle stelle, è il mio karma o semplicemente il direttore Barbera sta cercando di vendicarsi per tutte le lettere aperte che gli ho indirizzato nel corso degli anni. Non si spiega, altrimenti, la concentrazione di film capaci di mettermi in crisi in concorso e fuori concorso a Venezia 2021.

“Dune”, che arriverà al cinema il 16 settembre (prima di due parti), è probabilmente una delle pellicole più attese dell’anno. E io, come spesso accade, non solo non amo particolarmente la fantascienza ma non ho né letto il romanzo omonimo di Frank Herbert né visto interamente il primo adattamento dello stesso, diretto da David Lynch nel 1984.

Insomma, potrete capire il mio imbarazzo e le mie difficoltà a cimentarmi con questa recensione, perché ognuna delle mie parole rischia di risultare inadeguata, leggera o incauta per chi ha una maggiore conoscenza di questo universo, di questa storia, di questi personaggi. Puristi e fan avvisati…continua su