94) Memorie di un bravo ragazzo sotto la pioggia (Flavio Canfora)

“Memorie di un bravo ragazzo sotto la pioggia” è un romanzo scritto da Flavio Canfora e pubblicato nell’Aprile 2020 da Book Sprint Edizioni.

Sinossi:
“La pioggia. Credevo di essere furbo credevo… tanto avevo studiato io…”

Recensione:
Raramente le autobiografie attraggono l’ interesse del lettore e di conseguenza l’attenzione degli avidi editori.
Se poi “le memorie” riguardano la vita di un bravo ragazzo , l’insuccesso commerciale è pressochè certo.
Flavio Canfora , nonostante questo desolante quadro editoriale, non ha voluto comunque rinunciare alla sua creativa idea di “memorie”.
“Memorie di un bravo ragazzo sotto la pioggia” è infatti l’immaginaria autobiografia di un uomo misterioso quanto apparentemente normale.
Chi è il nostro uomo ?
Perché la pioggia ha scandito, accompagnato i passaggi più importanti della sua esistenza?
Al lettore non resterà altro che condividere insieme al protagonista questo viaggio nella memoria scaturito dal rientro a casa del secondo durante una notte di pioggia
Una rievocazione di ricordi , sensazioni ed incontri che inizia nella Roma degli anni 60 fino ad arrivare ai ruggenti e spensierati anni 80 per capire, scoprire ed ottenere le desiderate risposte
Il nostro protagonista è cresciuto in una famiglia umile quanto laboriosa che non gli ha mai fatto mancare nulla , fino a garantirgli l’opportunità d’iscriversi all’Università.
Il lettore rimane colpito da una storia semplice, lineare, magari prevedibile in alcuni passaggi , ma sempre caratterizzata da una profonda sincerità, umanità e coerenza drammaturgica nello sviluppo.
Ma al nostro uomo non è sufficiente vivere una vita dignitosa, tranquilla. Sogna un riscatto sociale, desidera ricchezza e belle donne.
Questo desiderio d’emancipazione rappresenta il punto di svolta dell’intreccio e l’inizio della seconda parte del romanzo che ci piace inquadrare in una chiave noir/ esistenziale .
Flavio Canfora firma una storia più complessa , articolata rispetto alle iniziali convinzioni del lettore, evidenziando i desideri e superbia di una generazione di voler bruciare le tappe senza farsi troppe domande e senza compiere sacrifici.
“Memorie di un Bravo ragazzo sotto la pioggia” si lascia leggere tutto di un fiato, potendo contare uno stile di racconto asciutto , efficace ed adeguato in ogni fase della storia.
Flavio Canfora si è rivelato un autore preparato, ispirato e dotato della sensibilità indispensabile per raccontare i cambiamenti dell’anima del protagonista.
Un rravo ragazzo può anche sbagliare strada, ma come ci insegna il finale è possibile anche redimersi se si ha la fortuna d’avere accanto la donna giusta e la pioggia come portafortuna.

93) Sotto il sole di Riccione

Il biglietto d’acquistare per “Sotto il sole di Riccione “ è : Neanche Regalato (con Riserva)

• “Sotto il sole di Riccione” è un film del 2020 diretto da ‎YouNuts! , scritto da Caterina Salvadori e Ciro Zecca ed Enrico Vanzina,
cast artistico : Luca Ward: Lucio
• Isabella Ferrari: Irene
• Andrea Roncato: Gualtiero
• Cristiano Caccamo: Ciro
• Saul Nanni: Marco
• Lorenzo Zurzolo: Vincenzo
• Fotinì Peluso: Guenda
• Davide Calgaro: Furio
• Ludovica Martino: Camilla
• Claudia Tranchese: Emma
• Matteo Oscar Giuggioli: Tommy
• Giulia Schiavo: Mara
• Maria Luisa De Crescenzo: Bea
• Sergio Ruggeri: Giorgio
• Rosanna Sapia: Violante
• Tommaso Paradiso: se stesso
Sinossi:
“Sotto il sole di Riccione” racconta l’estate di chi, arrivando da tutta Italia, decide di passare le vacanze a Riccione. Come Ciro (Cristiano Caccamo), che arriva col sogno di sfondare come cantante e invece si ritrova a fare il bagnino. O come Marco (Saul Nanni), da sempre innamorato di Guenda (Fotinì Peluso) ma incapace di dichiararsi, che chiede consiglio a Gualtiero (Andrea Roncato), playboy e bagnino a riposo. E come Vincenzo (Lorenzo Zurzolo), ragazzo non vedente con una mamma (Isabella Ferrari) iperprotettiva, deciso finalmente a farsi dei nuovi amici: incontra così Furio (Davide Calgaro) e il suo gruppo.
Recensione:

Chi vi scrive ha superato i quaranta e da sempre un pessimo rapporto con l’estate, il mare, il sole e la spiaggia. Mai avuti amori estivi. Eppure il sottoscritto è anche un fan entusiasta quanto malinconico dei due “Sapore di mare” firmati da Carlo Vanzina.

Da cultore di quelle storie estive divenute cult ambientate sulle spiagge della Versilia, non posso non scagliarmi – cinematograficamente parlando, s’intende! – contro “Sotto il sole di Riccione”, tentativo goffo e insulso di Netflix di ricalcarne le orme. E la presenza di Enrico Vanzina tra gli sceneggiatori non ha fatto che acuire la mia sofferenza… continua su

“Sotto il sole di Riccione”: una commedia estiva made in Italy

92) Nessuno sa che io sono qui

 

Il biglietto d’acquistare per “Nessuno sa che io sono qui “è: Di pomeriggio

“Nessuno sa che io sono qui” è un film del 2020 diretto da Gaspar Antillo, scritto da Gaspar Antillo, Enrique Videla, Josefina Fernández, con: Jorge Garcia, Millaray Lobos, Luis Gnecco

Sinossi:
Memo non ha mai superato il furto della sua voce. Da adulto, ancora giovane, è parecchio sovrappeso. Vive in un’isola del Sud, in una fattoria dove alleva pecore insieme allo zio che lo protegge e cerca, invano, di spingerlo nel mondo. Lui invece preferisce esiliarsi, fisicamente e psicologicamente. Parla poco, quasi niente, a dispetto di chi non ha voluto ascoltare la sua voce.
In solitudine, Memo indossa abiti sgargianti e, su palcoscenici immaginari, con gesti ampi, plateali, sogna le esibizioni che avrebbero potuto essere e non sono state.
E canta, solo quando sa che nessuno potrebbe sentirlo. Un giorno, però, incontra Marta (Millaray Lobos), una ragazza, al contrario di lui, esilissima e molto decisa.
Affetto vicinanza incoraggiamento, forse amore, cambieranno la sua vita e gli offriranno la possibilità, finalmente, di un meritato riscatto.

Recensione:
In un mondo perfetto o quanto meno normale il talento, il merito e la competenza dovrebbero essere gli unici elementi di valutazione per un’artista.
In particolar modo nel campo musicale, la voce dovrebbe sempre prevalere sull’aspetto fisico del cantante determinandone la carriera e successo.
Ma purtroppo viviamo in una società in cui la “normalità” non è una condizione applicabile. Il solo talento non è sufficiente. Paradossalmente è più commerciale la mediocrità canora purché il cantante di turno abbia un piacevole aspetto fisico.
I talent musical hanno sancito il trionfo dell’effimero e dell’esteriorità a scapito del talento e professionalità.
Un triste destino ha accomunato tanti giovani quanto “brutti” talenti.
“Nessuno sa che io sono qui” ci racconta con delicatezza e umanità una di queste storie, offrendo la possibilità allo spettatore di viverla dalla prospettiva esistenziale ed emotiva di un talent ingiustamente scartato.
È la storia di Memo, un bambino dotato di una voce angelica, ma “colpevole” d’essere troppo grosso e sgraziato.
Una voce meravigliosa in un corpo “sbagliato” secondo l’avido manager abile nel convincere l’inetto padre di Memo a cedergli solamente la voce del figlio.
Uno sciagurato scambio che condizionerà per sempre la vita di Memo.
Memo sentendosi inadeguato, colpevole è “scomparso” dal mondo, nascondendosi su un’isola, vivendo insieme a suo zio (Gnecco), anch’egli schivo e riservato.
Memo ha rinunciato ai propri sogni, indole, soffocando il proprio talento, scegliendo il silenzio come modalità nel comunicare la propria infelicità.
Ma come sovente avviene nelle favole, anche per Memo sarà il causale incontro con Marta, (brava e credibile Millaray Lobos) a dargli per sovvertire la sua infelice condizione.
“Nessuno sa che io sono qui” è infatti anche una delicata e poetica storia d’amore, magistralmente resa sulla scena dai due bravissimi e credibili attori.
Un amore nato e cresciuto sugli sguardi e silenzi dei due personaggi piuttosto che sui dialoghi o gesta eclatanti.
Questo rapporto amoroso che oscilla tra timore e tenerezza ed un’evidente sproporzione fisica tra i due protagonisti non può far pensare al celebre film d’animazione “La Besta e La Bellia”
L’intero film funziona e convince sulle pause e soprattutto poggiandosi silenziosa quanto formidabile fisicità di Jorge Garcia sulla scena.
Jorge Garcia sparisce dentro Memo, sfoggiando un’interpretazione in punta di piedi, sottotraccia, ottenendo dapprima il convincente risultato d’amplificare l’inquietudine e successivamente d’esternare con efficacia il desiderio di rivalsa e riscatto del suo personaggio.
“Nessuno sa che io sono qui” ha uno script scarno, lineare, piuttosto piatto nel ritmo, ma scosso da vibranti ed intesi passaggi narrativi e ricchi di pathos.
Gaspar Antillo firma una regia asciutta, essenziale, quanto densa e calda nell’accompagnare il protagonista nella sua evoluzione e ribellione esistenziale.
“Nessuno sa che io sono qui” è un film che esalta l’orgogliosa rivendicazione dei propri limiti e financo brutture fisiche, che mai dovrebbero impedire o condizione l’esistenza ed i sogni professionali di un giovane e financo se avesse aspirazioni artistiche.

91) La Rabbia

“La Rabbia” è un film del 2007 scritto e diretto da Louis Nero , con : Franco Nero, Níco Rogner, Giorgio Albertazzi, Tinto Brass, Lou Castel, Arnoldo Foà, Philippe Leroy, Corso Salani, Corin Redgrave, Faye Dunawa

Sinossi:
Un giovane regista cerca insistentemente un finanziamento per girare il suo film. La sceneggiatura è buona, ogni produttore a cui si rivolge non manca di ricordarglielo, ma i soldi non arrivano. “Più azione”. “Meno personaggi”. “Più tette e culi”. Questi sono i consigli che riceve. Ma il giovane regista non vuole scendere a compromessi, sminuire la sua Arte, svendere la sua idea di Cinema. Si deciderà alla fine a compiere un’azione poco ortodossa pur di trovare il denaro necessario a realizzare le sue ambizioni e manifestare la propria urgenza artistica.

Recensione:
Quando la direttora Turilazzi mi ha “chiesto” di recensire il vecchio/nuovo film di Louis Nero, non nego d’aver pensato per un istante alla disobbedienza redazionale.
Louis Nero si era già “giocato “ il mio personale bonus di sopportazione cinematografica costringendomi alla visione dell’incomprensibile “The Broken Key”.
Che cosa potevo aspettarmi da pellicola del 2008 “riesumata” dal coronavirus?
Ebbene il mio spiccato quanto giustificato pregiudizio è stato parzialmente smentito dai fatti.
Il Louis Nero del 2008 era ancora un regista ancora in grado di realizzare un film “fruibile” per lo spettatore medio e soprattutto di scrivere una sceneggiatura almeno in parte comprensibile nello sviluppo narrativo.
“La Rabbia” pur presentando uno stile di racconto barocco , a tratti contorto riesce comunque nell’intento di mostrare e soprattutto trasmettere l’inquietudine umana e creativa di un giovane regista costretto a scontrarsi con la brutale concretezza dei produttori nel vano tentativo di realizzare il proprio film.
Louis Nero avendo portato , probabilmente, parte del proprio vissuto artistico e personale ha permesso all’intreccio narrativo di possedere contrappeso di credibilità e realismo rispetto alla parte eccessivamente allegorica e simbolica presenti nello script.
“La rabbia” alterna passaggi gustosi e divertenti nella fattispecie i colloqui tra il giovane protagonista ed i diversi produttori ( strepitoso il cameo di Tinto Brass), ad altri invece piuttosto lenti ed esasperanti legati ai ricordi del protagonista e/o i dialoghi con il decaduto ed ubriacone regista interpretato da Franco Nero.
“La Rabbia” per Nero è il sentimento, la condizione emotiva indispensabile per un regista ed in generale per qualsiasi artista per poter scrivere o dare vita al proprio talento e creatività.
La Rabbia incarna da l’ humus creativo da cui far iniziare un percorso artistico e dall’altre l’artista se ne serve come scudo identitario per proteggersi dai tentativi di manipolazione dei produttori .
La rabbia è utilizzata anche come arma per sopravvivere ai continui battibecchi ed ingerenze degli sceneggiatori, convinti d’essere indispensabili e depositari della verità sulla 7 Arte come ogni componente di questo mondo di celluloide.
Louis Nero ha cercato di mostrare, raccontare i limiti e contraddizioni del cinema italiano più attento agli incassi che alla qualità e messaggio di un progetto artistico.
Un tentativo apprezzabile, ma depotenziato da una regia circolare inutilmente citazionista e caotica.
Il Louis Nero del 2007 lasciava intravedere comunque delle potenzialità autoriali e registiche suscitando un vago interesse e curiosità nello spettatore
Quello visto invece nel 2017 ha lasciato sgomenti.
Ad oggi, nel 2020 ci auguriamo che Louis Nero c sia capace di tornare rabbiosamente e creativamente indietro.

90) Cambio Tutto

Il biglietto d’acquistare per “Cambio Tutto” è: Ridotto

“Cambio Tutto” è un film del 2020 diretto Guido Chiesa, scritto da NICOLETTA MICHELI, GIOVANNI BOGNETTI, GUIDO CHIESA, con: VALENTINA LODOVINI, LIBERO DE RIENZO, DINO ABBRESCIA, ANDREA PISANI, NICOLA NOCELLA, CLAUDIO LARENA, FLORA CANTO, CHIARA SPOLETINI, VALERIA PERRI, VALENTINA D’AGOSTINO.

Sinossi:
Giulia ha 40 anni e vive nella frenesia di una grande città sottoposta a ogni tipo di
stress.
Ogni giorno si trova a dover combattere contro tutti: un nuovo capo senza alcuna
esperienza e troppo incline a subire il fascino delle giovani impiegate, un compagno
pittore squattrinato e approfittatore con un irrequieto figlio adolescente, una migliore
amica presa solo da sé stessa e dai suoi amori immaginari, e per non parlare della
maledetta bilancia che segna sempre lo stesso peso nonostante la faticosissima dieta…
Giulia abbozza, trangugia, si piega, del tutto incapace di farsi rispettare. A nulla
servono i tranquillanti che prende da tempo e, stremata, decide di rivolgersi a un
counselor olistico, la cui faccia da un po’ di tempo inspiegabilmente le appare
ovunque.
Quello che succede a Giulia quando esce dallo studio del carismatico terapeuta è una
vera e propria deflagrazione e tutte le umiliazioni e la rabbia tenute dentro per troppo
tempo rimbalzano all’esterno con centuplicata energia.
Ma nella vita di Giulia sarà davvero tutto da cambiare?

Recensione:
Per quanto tempo una donna innamorata può sopportare le magagne e limiti del proprio partner?
Per quanto tempo donna può accettare di subire discriminazioni ed umiliazioni in campo professionale?
Per quanto tempo una donna può reprimere la propria indole per il quieto vivere?
Le mie sono, ovviamente, domande paradossali se non provocatorie scaturite dal fatto che viviamo in una società in cui solamente all’uomo è concesso il diritto alla ribellione.
“Cambio tutto “pur essendo “un remake del remake” come ha sottolineato lo stesso regista Guido Chiesa, si è dimostrato drammaturgicamente valido e soprattutto credibile nell’ adattamento alla realtà e condizione della donna lavoratrice in Italia.
“Cambio tutto” è una commedia brillante, leggera, ma presentando anche alcuni passaggi narrativi meritevoli di riflessione sociale e financo civile.
Valentina Lodovini si cala splendidamente nei panni di Giulia, dando l’ennesima conferma del proprio talento, personalità e poliedricità attoriale.
Se volessimo fare un azzardato paragone cinematografico “Cambio Tutto” di Guido Chiesa ci piacerebbe definirlo come la versione femminile in chiave di commedia del drammatico e teso “Un giorno di ordinaria follia” di Joel Schumacher con protagonista Michael Douglas.
Solamente che Giulia né impazzisce né tanto meno decide di farsi giustizia imbracciando un fucile come il celebre personaggio di Michael Douglas.
Semmai entrambi i personaggi sono arrivati al punto di rottura.
L’ingiusta quotidianità lavorativa e la tediosa vita sentimentale hanno spinto Giulia a ribellarsi.
Dire basta ad una vita priva di gioie e soprattutto troppo castrante.
E come spesso accade nella vita serve un pretesto o la parola giusta detta dalla persona giusta al momento giusto per scuotere una persona dal proprio torpore esistenziale.
Nel caso di Giulia, è l’incontro con l’eccentrico counselor olistico Bianconi (uno strepitoso Neri Marcorè), che scoperchierà il vaso di Pandora della protagonista.
“Cambio tutto” ci piace definirlo come una sorta di manifesto di libertà e declinazione di diritti che qualunque donna dovrebbe e vorrebbe aspirare, ma sviluppato con uno stile e toni di racconto piuttosto garbati, semplici e mai retorici ed eccessivi.
Il percorso “evolutivo” di Giulia è ben caratterizzato e definito in diverse fasi: nella prima la protagonista finalmente dà voce alla rabbia covata lungamente dentro di sé. Nella seconda decide di reagire ai soprusi subiti rispondendo colpo su colpo. La terza è quella della cosiddetta “terra bruciata” ovvero rompendo legami affettivi ed amicali di lunga durata ma ormai inutili e/o a senso unico.
Ed infine nella quarta Giulia, sbollita la rabbia repressa, comprenderà finalmente che cosa davvero vuole da sé stessa e dalla sua vita prima ancora che dagli altri.
L’ultima fase va vista come un ritardato coming age degli over 40 (sempre più usuale).
Guido Chiesa dirige un film femminista dimostrando una buona sensibilità e soprattutto spirito critico verso il genere maschile descritto orami depotenziato di ogni responsabilità (capi e ‘senza alcun spirito d’iniziativa (bravo Andrea Pisani nel ruolo del capo ufficio donnaiolo) oppure sereno nell’ apparire scroccone o economicamente dipendente dalla propria compagna come nel caso dell’altrettanto convincete Dino Abbrescia.
“Cambio tutto” è complessivamente un film godibile e consigliabile anche grazie ad un finale più da “Thelma e Louise” piuttosto che da prevedibile svolta romantica, rimarcando l’importanza d’inseguire un po’ di sano egoismo personale.

89) Eurivision – La Storia Dei Fire Saga

Il biglietto d’ acquistare per “Eurovision Song Contest – La storia dei Fire Saga” è : Omaggio (con Riserva)

“Eurovision Song Contest – La storia dei Fire Saga” è un film del 2020 diretto da David Dobkin , scritto da Will Ferrell, Andrew Steele , con : Will Ferrell, Rachel McAdams, Pierce Brosnan, Dan Stevens, Demi Lovato, Melissanthi Mahut.

Sinossi:
Quando a Lars e Sigrit, aspiranti musicisti, viene data la possibilità di rappresentare il loro paese alla più grande competizione musicale del mondo, l’Eurovision Song Contest, finalmente avranno la possibilità di dimostrare che ogni sogno che si ha è un ideale per cui valga la pena lottare.
La commedia segue le vicende di Lars e Sigrit, due musicisti con un sogno ambizioso: vincere l’Eurovision Song Contest, una celebrazione canora che vede partecipare musicisti di tutta Europa, ma non solo, con un vasto e imprevedibile range di talenti, dal chitarrista che suona una ballata, alla band pop con coreografie di luci e balletti. Lars ha perso la madre quando era ancora piccolo e questo trauma lo ha colpito talmente profondamente da arrestare in un certo senso il suo sviluppo, lasciandolo in uno stato di perenne infantilismo, anche da adulto. Quando nel 1974 guarda le finale degli Eurovision alla TV con gli ABBA che cantano Waterloo, gli si apre un nuovo mondo oltre il dolore della perdita e da quel giorno il suo sogno è vincere gli Eurovision per il suo paese, l’Islanda.
Durante la visione di quelle finali era presente anche una ragazzina di nome Sigrit, uno spirito molto introverso che non parla mai. In quel momento Sigrit comincia a cantare a voce alta insieme a Lars, e da quel giorno i due sono inseparabili e formano una band, i Fire Saga. Lars e Sigrit vivono in una cittadina di nome Húsavík; lei fa l’insegnante di musica, lui fa il parcheggiatore, ma sono entrambi molto dediti alla loro musica e alla loro band, specialmente Lars.
Nonostante tutti in paese non prendano sul serio Lars, Sigrit gli è fedelissima e crede in lui al 100%. A causa di un incidente che costa il posto ai prescelti per rappresentare l’Islanda agli Eurovision, i Fire Saga sono scelti per partecipare alla gara, con grande disappunto di tutto e per la felicità di Lars e Sigrit. Purtroppo Lars è talmente preso dal suo sogno che finalmente si sta realizzando che non si accorge che Sigrit è innamorata di lui…
Recensione:
Pur avendo poco “feeling” con la musica e soprattutto detestando i reality musicali, ho sempre seguito con simpatia l’Eurovision.
Rappresentando questa manifestazione, almeno per me, una gioiosa e colorata festa , magari un po’ trash e provocatoria , ma attraversata da un sincero sentimento di fratellanza europea .
Così ho accusato il colpo quando, causa pandemia , l’organizzazione dell’Eurovision è stata costretta ad annullare la competizione
C’era bisogno di una scossa, di un segnale che potesse riportare almeno un po’ di felicita e gioia sul volto di milioni di fan rimasti orfani dell’Eurovision.
Con questo spirito cinematografico e musicale va accolto e giudicato il nuovo film di David Dobkin prodotto e distribuito sulla piattaforma Netflix
“La storia dei Fire Saga” in un mondo senza Covid 19, l’avremmo liquidata come operazione trash, insulsa, sguaiata e da dimenticare quanto prima.
Vivendo purtroppo la fase di convivenza con il virus, anche il nostro gusto cinematografico deve cambiare o se preferite adeguarsi al momento.
“La storia dei Fire saga” è un film eccessivo, caotico, narrativamente debole quanto prevedibile e ciò nonostante lo spettatore non smette di vederlo desideroso di conoscere gli sviluppi canori e soprattutto sentimentali della coppia formata da Lars e Sigrit.
Lars (Ferrell) e Sigrit (Mc Adams) sono una coppia grottesca, inverosimile quanto tenera e buffa nel sostenersi e volersi reciprocamente in modo sincero e senza alcuna remora.
Lars e Sigrit si sono piaciuti, amati al primo sguardo o meglio alla prima nota della canzone degli Abba. Hanno deciso fin da bambini di condividere insieme il sogno della musica.
“La Storia dei Fire Saga” è anche la più comica e surreale storia d’amore del 2020 vissuta , cantata e risolta insieme al pubblico dell’Eurovision.
“La storia dei Fire Saga” appare come una scombinato quanto brioso via di mezzo tra il parodistico ed l’ omaggio alla prestigiosa manifestazione canora, alternando piacevoli momenti musicali ad altri passaggi completamente forzati e scollegati rispetto all’intreccio narrativo esistente.
Il film non ha una linearità drammaturgica evidenziando come la messa in scena sia più improntata a soddisfare lo spettatore a livello visivo e sonoro piuttosto che colpirlo su quello stilistico e registico.
Dobkin e l’altro sceneggiatore mischiano le carte dello script inserendo generi differenti: musical, spy story e romance.
Una miscela narrativa mal armonizzata e di cui non si sentiva alcun bisogno.
L’interpretazione anche canora di Rachel Mc Adams rappresenta il quid in più del film , offrendo allo spettatore l’opportunità d’apprezzare una volta di più il talento e poliedricità della bella e brava attrice canadese.
Il personaggio Sigrit ,seppure limitata, condizionata da uno script non sempre coerente, buca lo schermo conquistando le simpatie del pubblico grazie alla personalità , esperienza e fascino scenico della Mc Adams.
“La storia dei Fire Saga” , nonostante le criticità sopracitate, rimane una visione complessivamente godibile , colorata e regalando un buon piacevole pretesto per cantare e ballare in questa travagliata estate.

88) Il Regno

Il biglietto d’acquistare per “Il Regno” è: Omaggio

“Il Regno” è un film del 2020 diretto da FRANCESCO FANUELE, scritto da Francesco Fanuele e Stefano Di Santi, con: Stefano Fresi, Max Tortora, Silvia D’Amico e Fotini Peluso.
Sinossi:
Tranquilli: è una commedia. Eppure trent’anni fa, Giacomo, poco più che dodicenne, viene rinnegato dal padre e cacciato dal casale di campagna che gli ha dato i primi natali. La storia inizia quando il vecchio avvocato del padre, l’eccentrico Bartolomeo Sanna, invita Giacomo a tornare al casale per i funerali dell’odiato genitore. L’uomo si reca al cancello della sua vecchia dimora e nota con stupore che l’avvocato lo è andato a prendere in carrozza. Strano. Ancora più strano è prendere atto che il funerale si tiene all’interno della tenuta, con un prete che parla solo in latino e una folla di contadini vestiti di nero (“amici di papà”, spiega Sanna). Sembra uno scherzo ma non lo è! infatti, Giacomo scopre di aver ereditato Il Regno del padre. In che senso? Presto detto: nei suoi terreni c’è una comunità di persone che ha scelto di tornare a una vita più umile, modesta, senza gli assilli della tecnologia. (“Ma che è? Il medioevo?”, domanda l’ignaro erede al trono). Non capita tutti i giorni di ereditare dei sudditi pronti a darti cieca obbedienza, prosperose ancelle ben disposte a insaponarti la schiena e soprattutto il potere di legiferare a proprio piacimento. Ma Giacomo non è affatto come il padre, che fu un prepotente autocrate tutto d’un pezzo. Lui con i sudditi ci vuole parlare, ci vuole fare amicizia. Grosso errore, nessuno vuole un monarca compagnone, ma lui è così. Riuscirà il re più strampalato della storia a farsi rispettare e diventare l’uomo che non è mai riuscito ad essere?
Recensione:
“Il mio Regno per un cavallo” gridò Riccardo III sul campo di battaglia.
Alla fine del film lo spettatore sarà tentato d’emulare il grido shakespeariano con “Una sceneggiatura valida per il Regno di Fanuele” , resosi conto della debolezza narrativa della storia.
“…Il progetto di lungometraggio de “IL REGNO” deriva dal mio corto di diploma del Centro Sperimentale di cinematografia. Si percepiva subito che alla vicenda serviva più respiro narrativo di quello che può dare un cortometraggio e così, presentandomi da Domenico Procacci, gli dissi che avevo in mente un film che ampliasse quello stesso impianto narrativo…” così scrive Francesco Fanuele nelle sue note di regia.
Sono proprio queste parole paradossalmente ad evidenziare il cortocircuito creativo e drammaturgico del progetto.
“Il Regno” come lungometraggio si è rivelato “privo” del necessario sviluppo registico e narrativo, presentando superficialmente ogni personaggio sulla scena e limitandone qualsiasi evoluzione psicologica e caratteriale
“Il Regno -Il Film” si è rivelato prigioniero dell’idea originaria del corto pluripremiato, sfruttando solo in parte le nuove risorse creative ed interpretative dando così al pubblico la sensazione di girare a vuoto.
Il film “ondeggia” tra il genere fiaba moderna e quello da commedia esistenziale senza prendere mai una precisa e chiara direzione autoriale.
“Il Regno” risente di uno stile di racconto ondivago, dispersivo e con un ritmo discontinuo e pathos altalenante.
Intendiamoci la pellicola, nonostante le criticità sopracitate, riesce a mantenere un sufficiente tasso di godibilità e freschezza per merito di un cast artistico affiatato e ben armonizzato.
Stefano Fresi e Max Tortora occupano la scena dimostrando talento, esperienza e poliedricità dando sostanza e credibilità ai loro due personaggi senza mai scivolare nell’eccessivo o fiabesco sul piano interpretativo.
Se la coppia Fresi-Tortora diverte, colpisce, illumina la scena, sono altrettanto degne di note le performance femminili di Fotina Peluso e Silvia D’Amico.
Le due attrici sono state capace di coniugare ed alternare bellezza e talento arricchendo la cifra qualitativa e visiva del film.
Francesco Fanuele firma un esordio incompiuto, a nostro modesto parere, sprecando almeno in parte l’opportunità di dimostrare tutto il proprio potenziale.
La sua è una regia piuttosto “classica”, lineare, pulita ma in netto controtendenza rispetto ai suoi colleghi di pari età.
“Il Regno” convince maggiormente nella parte commedia esistenziale dove Stefano Fresi dà il meglio di sé.
“Il regno” rappresenta per il protagonista: la fase coming age, l’affrancamento dall’oppressiva figura paterna ed infine crisi e riscatto esistenziale.
È necessario avere un Regno per sentirsi apprezzato o quanto meno umanamente considerato?
È difficile dirlo, ma sicuramente anche in questa fiaba moderna è confermato che il nostro eroe /re diventa davvero tale andando incontro al proprio destino o comunque responsabilità legali/ giudiziarie.

87) Abbi Fede

Il biglietto d’acquistare per “Abbi Fede” è: Omaggio

“Abbi Fede” è un film del 2020 diretto da Giorgio Pasotti, scritto da Giorgio Pasotti e Federico Baccomo dal film “Le mele di Adamo” di Anders Thomas Jensen , con : Giorgio Pasotti, Claudio Amendola, Roberto Nobile, Peter Mitterrutzner, Samuel Girardi, Lorenzo Renzi, Giancarlo Martini, Hannes Perkmann.

Sinossi:
Un prete troppo ottimista, con l’inclinazione ad affrontare cause perse per aiutare chi si aggira intorno alla sua remota parrocchia, vedrà cambiare la sua rosea visione della vita dopo il tentativo di aiutare un criminale psicopatico nella sua riabilitazione. Padre Ivan si vanta dei risultati ottenuti aiutando i bisognosi, offrendo loro una moltitudine di lavoretti e predicando il Verbo. Un giorno verrà però avvicinato da Adamo, un criminale che non vuole saperne di tornare sulla retta via e che preferisce latitare sulle montagne. Ivan si convince che Satana stia impedendo ad Adamo di realizzare il suo vero potenziale, mentre nel frattempo il criminale farà di tutto per dare all’uomo di chiesa un esempio della reale crudeltà della vita.

Recensione:
Il bene , l’amore vincono su tutto?
Si può sempre porgere l’altra guancia?
Esiste un percorso, un metodo più efficace nel redimere una persona dai propri peccati?
E se la redenzione si realizzasse cucinando uno strudel di mele?
Ed ancora se una persona cattiva diventasse buona scoprendo l’inutilità del male fine a sé stesso?
Redenzione e cambiamento si ottengono avendo fede o laicamente rispettando le leggi?
“Abbi fede” di Giorgio Pasotti, remake italiano del film danese “Le Mele di Adamo”, cerca di rispondere a questi controversi interrogativi firmando una sceneggiatura segnata dal precario equilibrio tra farsa e parodia, con l’intento di stimolare maggiormente mente e cuore dello spettatore.
Un azzardo creativo e soprattutto drammaturgico che però nella realizzazione scenica perde gran parte del suo potenziale artistico e filosofico.
“Abbi fede” è un film strano, caotico, dispersivo ed a tratti fuorviante nel messaggio finale.
Lo spettatore fatica a trovare una chiara e comprensibile chiave di lettura in una storia prigioniera della volontà registica di stupire e soprattutto differenziarsi dagli altri colleghi.
Giorgio Pasotti ha avuto il merito artistico d’osare superando i tranquilli quanto noiosi confini del cinema italiano, affrontando e raccontando gli ultimi della società con uno sguardo diverso e provocatorio.
“Abbi fede” pecca però paradossalmente nell’essere” diverso” come scrittura e soprattutto sul piano recitativo.
Giorgio Pasotti e Claudio Amendola (un’inedita quanto solida e complementare coppia artistica) guidano un valente quanto istrionico cast attoriale nello sforzo di infondere umanità e credibilità ai loro personaggi, ia finendo per apparire più come “maschere” seppure divertenti ed empatici, ma prive di connotazione realistica.
“Abbi fede” è un racconto di dolore, sofferenza e solitudine trasformato e reso “digeribile” utilizzando il genere di commedia nera o se preferite agrodolce, senza però possederne gli aspetti qualificanti.
“Abbi Fede” ci ricorda da una parte la pellicola “Forrest Gump “nei passaggi più grotteschi ed eccessivamente buonisti e dall’altra il travaglio interiore e cambiamento di Adamo (Amendola) ci ricorda quella dell’Innominato di manzoniana memoria.
“Abbi fede” regala comunque qualche passaggio brillante ed alcuni di sincera commozione, spingendo lo spettatore a proseguire la visione fino ad un finale buonista quanto speranzoso nel voler dimostrare come anche la persona più cattiva può cambiare inaspettatamente e radicalmente stile ed abiti di vita.

86) La Voce del Silenzio

Il biglietto d’ acquistare per “La voce del silenzio” è: di pomeriggio

“La Voce del silenzio” è un film del 2020 scritto e diretto da Jonathan Jakubowicz, con : Jesse Eisenberg, Clémence Poésy, Matthias Schweighofer, Félix Moati, Géza Röhrig, Bella Ramsey, Edgar Ramirez, Ed Harris, Alicia von Rittberg, Karl Markovics, Vica Kerekes.

Sinossi:
Resistance – La Voce del Silenzio, il film diretto da Jonathan Jakubowicz, racconta la vera storia di Marcel Marceau, il famoso mimo francese che durante la seconda guerra mondiale collaborò con la Resistenza francese per salvare la vita a più di 100 orfani ebrei perseguitati dai nazisti.
Marcel Marceau (Jesse Eisenberg), è un giovane aspirante artista di origini ebraiche, con una grande passione per la recitazione. Marcel cresce in un’Europa per gran parte occupata dai tedeschi del terzo Reich ma non intende finire al fronte. Di giorno lavora insieme al padre nella macelleria di famiglia, mentre la sera si esibisce in piccoli locali di burlesque in città, sfidando la volontà del genitore.
Il giovane mimo un giorno conosce e s’innamora di Emma (Clémence Poésy), affascinante e coraggiosa ragazza, politicamente molto attiva. Per guadagnarsi l’amore di Emma, Marcel accetta di partecipare ad una missione impossibile contro i nazisti, che segnerà per sempre la sua vita. Il suo rischioso compito sarà infatti quello di portare oltre il confine in Svizzera, 123 bambini resi orfani dal regime nazista e in particolar modo dal crudele Obersturmführer delle SS Klaus Barbie (Matthias Schweighöfer).
Marcel insieme al suo gruppo riuscirà a salvare la vita dei giovani orfani e grazie alla sua grande passione e al potere dell’arte, sarà in grado di portare un po’ di leggerezza e una ventata di speranza in una situazione così drammatica. Il ragazzo infatti metterà alla prova le sue abilità recitative insegnando ai bambini come sopravvivere alla terribile realtà dell’Olocausto.

Recensione:
Il cinema ha giustamente accesso un faro sulla resistenza fatta da uomini e donne contro la ferocia nazista.
Numerose pellicole hanno raccontato le gesta eroiche con relativi estremi sacrifici compiuti dai partigiani con l’intento di fermare o quanto meno rallentare l’avanzata nazista.
Altre ancora invece ha ricordato la tragedia dell’Olocausto, il folle progetto di sterminio perseguito dai nazisti e mostrando soprattutto il disperato tentativo di famiglie o magari di poveri orfani ebrei di fuggire alla morte.
Ci siamo talmente abituati” alle storie di morte, dolore, sofferenza e vendetta che paradossalmente rimaniamo spiazzati nello scoprire l’esistenza di altre forme di resistenza o se preferite un ‘idea di futuro per centinaia di bambini ebrei sopravvissuti.
“La voce del Silenzio”, pur essendo un film di genere, si discosta narrativamente ed emotivamente dal classico contesto di “resistenza” potendo raccontare l’inedito quanto eroico aspetto della vita del grande artista francese Marcel Marceau.
Marcel Marceau prima di diventare il più grande mimo della storia, era un giovane quanto egocentrico artista che si esibiva in squallidi locali di Strasburgo.
Marcel sognava la carriera attoriale. Era concentrato esclusivamente sulla propria arte, al punto di disinteressarsi o quasi alla sciagurata avanzata tedesca in tutta Europa.
Ma la brutale realtà unito all’amore per la bella partigiana Emma spinse il refrattario Marcel a compiere una decisa e sofferta scelta di campo.
Marcel l’artista, il mimo, si “sporcò le mani” entrando attivamente nella resistenza francese compiendo diversi atti di guerriglia e ribellione.
Marcel comprese l’importanza di “vincere” i comprensibili sentimenti d’odio e rabbia contro i nazisti, facendo di tutto per poter garantire un futuro al maggior numero di bambini possibili.
Combattere il nazismo non soltanto con le armi, ma creando un’alternativa di vita a centinaia d’innocenti che a loro volta avrebbero permessi il ricordo delle vittime e la continuazione della stirpe ebraica
Un messaggio forte e potente che l’artista fa suo nel momento più difficile quando dovette riabbracciare l’amata Emma “risparmiata” dalle torture della SS Barbie (un efficace e credibile Schweighofer)
“La voce del silenzio” è complessivamente un prodotto ben confezionato, visivamente duro e spietato in alcuni passaggi, anche se dal prevedibile sviluppo narrativo e dallo stile registico piuttosto televisivo.
“La voce del silenzio” emoziona, colpisce lo spettatore grazie alla solida , intensa interpretazione di Jesse Eisenberg nel ruolo di Marcel Marceau.
Eisenberg è bravo, duttile da una parte ad incarnare e modulare il carattere spigoloso dell’artista francese e dall’altra parte nel rendere credibile il travaglio interiore ed il suo avvicinamento alla resistenza attiva senza eccedere nel retorico.
Eisenberg porta sulla scena tanti Marcel: sbruffone, presuntuoso, arrogante, Un giovane egoista, ambizioso, ma capace di vedere oltre “l’ora più buia” rivelando sensibilità e lungimiranza.
Clémence Poésy è altrettanto adeguata nel ruolo di Emma nel trasmettere allo spettatore l’idea di una donna coraggiosa, moderna e nello stesso tempo inevitabilmente traumatizzata avendo assistito impotente al brutale assassinio dell’amica.
“La Voce del Silenzio” è un film da vedere e far vedere per applaudire e rendere omaggio l’altruismo e sensibilità dell’uomo Marceau prima ancora del grande artista.

85) The Room

Il biglietto d’acquistare per “The Room” è: di pomeriggio

“The Room” è un film del 2019 diretto da Christian Volckman , scritto da Christian Volckman, Éric Forestier , con: Olga Kurylenko, Kevin Janssens, Carole Weyers, Marianne Bourg, John Flanders.

Sinossi:
La giovane coppia formata da Kate e Matt si trasferisce in una vecchia e grande casa in aperta campagna. La casa necessita di sistemazioni, ma i due sono pieni di buona volontà: lei fa la traduttrice, lui è un pittore in cerca di affermazione, ma con poca ispirazione. I soldi sono quindi pochi e i desideri tanti. Durante i lavori di riordino della casa, Matt scopre una stanza segreta che, sorprendentemente, è in grado di esaudire qualunque desiderio. È l’inizio di un’orgia di gioia e sfarzo che porta i due a desiderare opere d’arte, gioielli e soldi in grande quantità. Ma un elettricista chiamato per risolvere un problema all’impianto elettrico rivela a Matt che anni prima gli allora proprietari della casa erano stati assassinati da un uomo apparentemente senza identità, tuttora rinchiuso in manicomio. Come se non bastasse, Kate, ancora turbata da precedenti tentativi falliti di maternità, entra nella stanza magica e decide di desiderare un figlio.

Recensione:
“Attento a ciò che desideri, perché potresti ottenerlo” scriveva beffardo Oscar Wilde.
I desideri provengono dalla sfera più intima e profonda dell’animo umano.
Una profondità sconosciuta in cui bene e male si mescolano fino a confondersi.
La genesi dei desideri hanno ispirato molti sceneggiatori nello scrivere numerosi film spaziando dalla commedia al horror.
In particolare l’horror si è dimostrato il genere più congeniale sul piano creativo e drammaturgico nello sfruttare pienamente questa complessa quanto misteriosa tematica .
“The Room” di Christian Volkan si muove su un canovaccio narrativo e registico piuttosto classico e noto, rientrando organicamente nella categoria horror esistenziale /psicologico.
Christian Volkan e l’altro sceneggiatore Eric Forestier sebbene siano stati poco originali nella stesura dell’intreccio e piuttosto prevedibili in alcuni passaggi ed esagerando con alcuni cliché di genere, sono stati abili nel costruire una sostenibile cornice narrativa. Dando soprattutto consistenza e realismo ai turbamenti emotivi e psicologici della giovane coppia.
“The Room” è un horror giocato sulle sensazioni, aspirazioni e frustrazioni dei due protagonisti e come quest’ultimi ne diventino tragicamente succubi ed infine prigionieri.
Gli attori muovendosi nell’unica location della casa amplificano il taglio e respiro teatrale, comportando gli inevitabili pregi e difetti strutturali e stilistici.
Da una parte questa scelta autoriale esalta positivamente le doti interpretative e caratteriali dei due attori che si sono dimostrati artisticamente ed umanamente compatibili.
La coppia composta Olga Kurylenko e Kevin Janssens piace anche sul piano visivo conquistando l’ interesse ed attenzione dello spettatore creando così il presupposto per una prolungata ed intensa empatia con i personaggi.
Dall’altra parte la teatralità del film penalizza oltremodo la fluidità della storia caratterizzata da un ritmo compassato ed un pathos narrativo spesso ritondante.
Lo spettatore ha la sensazione di vedere un film lungo (sebbene nella realtà duri 1 h 30 min.) e ripetitivo nello sviluppo nonostante il “succo” della storia sia ben chiaro dopo prima la mezz’ora.
“The Room” ci mostra come l’avidità ed egoismo possano condurre l’uomo alla rovina e come i giovani d’oggi dovrebbero evitare di prendere pericolose scorciatoie nel realizzare i propri desideri.
Il desiderio può risultare effimero ed inutile se non inserito in un solido progetto di futuro come quello d’avere accanto il giusto partner di vita.