42) La verità su Amedeo Consonni (Francesco Recami)

“La verità su Amedeo Consonni” è un romanzo scritto da Francesco Recami e pubblicato nell’ottobre 2019 da Sellerio Editore.

Sinossi:
Ritornano in un grande affresco gli inquilini della Casa di ringhiera ognuno alle prese con le sue fissazioni e miserie. Angela Mattioli dopo la dipartita del pensionato Amedeo Consonni, crivellato di colpi sul ballatoio di casa come i lettori di Morte di un ex tappezziere ricorderanno, se ne è andata sulla riviera ligure e lì vive, con il nuovo compagno. Recami sposta la scena a Camogli ma solo per poco perché presto ci ritroviamo nel condominio milanese, e lì tiene le fila di tutti i personaggi della saga, interseca le storie, scombina i giochi, spiazza il lettore fino a ricomporre tutto come in un gioco di prestigio.

Recensione:
L’obbligata, tragica, quanto necessaria quarantena nazionale mi sta offrendo la possibilità d’allargare le mie conoscenze letterarie su autori e personaggi che finora avevo “conosciuto” solo in brevi racconti e/o raccolte.
“La verità su Amedeo Consonni” mi piace considerarlo da una parte come una rilettura moderna e ironica de “Il Fu Mattia Pascal” di Luigi Pirandello e dall’altra come una commedia nera degli equivoci in cui la solidarietà e generosità tra vicini di casa risultano parole vuote ed ipocrite.

Francesco Recami costruisce un intreccio narrativo ricco di sorprese e colpi scena caratterizzato da storie diverse, strampalate quanto surreali, ma accomunate dal fatto che tutti i personaggi si muovono o vivano nel famigerato condominio a “ringhiera”.
“La verità su Amadeo Consonni” seppure sia una lettura godibile, leggera, e complessivamente ben strutturata, non convince però in fondo.
La scelta di Recami d’alternare le storie alla lunga sfianca l’attenzione del lettore costringendolo a continui “stop and go” oltre a non trovare il giusto ritmo nella lettura e una piena affinità emozionale con i personaggi.
Paradossalmente sul piano drammaturgico è proprio la parte riguardante l’indagine sull’omicidio del buon Consonni ad apparire meno avvincente, strutturata e scorrevole.
Il lettore “intuisce” quasi subito che qualcosa non “quadra” in quest’orribile omicidio, riscontrando passaggi forzati e poco credibili nello sviluppo narrativo /investigativo immaginato dal Recami.
Si rimane altresì maggiormente colpiti, divertiti incuriositi dalle vicende che si palesano e susseguono dentro il condominio.
Ricatti, furti, inganni, e soprattutto l’arrivo di una bella quanto misteriosa donna sconvolgeranno l’apparente normalità di questa piccola comunità dando vita ad un simil noir di stampo condominiale.
“La verità su Amadeo Consonni” regala sprazzi d’ilarità quanto d’amara ironia nel descrivere, raccontare il passaggio sulla scena di una serie di nuovi “mostri” all’italiana.
“La verità su Amedeo Consoni” è una storia imperfetta eppure capace di donare un sorriso amaro al lettore, desideroso di vivere in questo particolare ed unico condominio a ringhiera.

41 ) Mercato Nero ( Gian Mauro Costa)

“Mercato Nero” è un romanzo scritto da Gian Mauro Costa e pubblicato il 20 Febbraio 2020 da Sellerio Editore.

Sinossi:
A Ballarò, il vasto quartiere popolare del centro storico di Palermo, una notte, nel pieno della movida, un proiettile colpisce alla testa up giovane uomo che cade di schianto. È Ernesto Altavilla, di una famiglia molto ricca dell’aristocrazia. Il modo di vita e le caratteristiche del personaggio non sembrano adatti a spiegare l’omicidio: un proiettile vagante, uno scambio di persona o il vero obiettivo raggiunto? Ballarò è un palcoscenico dalle varie scenografie. Ha i molti volti della comunità multietnica che ci vive integrata, quasi ricordando l’antica capitale siciliana che mescolava popoli. Di giorno è l’enorme mercato dove si trova ogni merce e persona, legale e illegale. Di notte cambia un’altra volta e diventa l’anima di una vita notturna eccitante e confusa. Il capo della Omicidi gira ad Angela Mazzola, agente semplice, l’incarico di infiltrarsi nei segreti di Ballarò. La scusa è la competenza vinaiola della ragazza, ma la poliziotta sa benissimo che la ragione è un’altra. Angela, bella e piena di vita, attrae gli uomini come una calamita. Però, e anche i capi cominciano a scoprirlo, ha l’istinto, la curiosità, la capacità di ricordare particolari dimenticati che poi potrà unire ad altri elementi per profilare un indizio, una pista da battere. E insomma una «sbirra» nata. Inoltre, la sua origine da una famiglia povera le dà quel desiderio di affermarsi con il lavoro.

Recensione:
E’ ormai evidente come le figure femminili , almeno in campo letterario, abbiano giustamente conquistato spazio e visibilità.
Ed in particolare notiamo come nel thriller italiano si sia sorto un vero “sotto genere” in cui è la donna ad indossare i panni dell’ispettore, commissario o comunque della persona responsabile dell’indagine.
“Mercato Nero” è il primo romanzo completamente dedicato alla bella quanto libera agente Angela Mazzola, chiamata a dimostrare il proprio talento e determinazione come “sbirra” svolgendo un’ indagine “sotto copertura”.
“Mercato Nero” è un noir alla siciliana ambientato nella colorata , fascinosa Palermo in cui ricchezza e povertà si toccano e mescolano pericolosamente.
Gian Mauro Costa firma una storia intensa, amara, drammaturgicamente realistica e ben costruita intorno al personaggio di Angela, una giovane donna desiderosa d’imporsi in campo professionale ed altresì nel voler rimarcare la proprià libertà in campo sessuale e sentimentale.
“Mercato Nero” è una storia d’avidità, tradimento, sfruttamento nei riguardi di uomini e donne “colpevoli” d’essere venuti in Sicilia per fuggire dalla povertà e conflitti dei loro lontani paesi.
Angela Mazzola è una donna schietta, forte, appassionata, furba e ruvida nei momenti giusti capace di conquistare l’attenzione e simpatie del lettore trascinandolo dentro la storia fino all’ultima pagina.
“Mercato Nero” è un concentrato d’emozioni, sensazioni e riflessioni che ci spingerà a rivalutare, rivedere e soprattutto correggere la comune quanto errata prospettiva verso lo straniero, il diverso.
“Mercato Nero” ci mostra, ci fa conoscere una Palermo lontana dai luoghi comuni, una città più verace, evidenziandone l’anima popolare quanto internazionale.
“Mercato Nero” è il giallo giusto ed alternativo per staccare un po’ la spina da questo unico e drammatico momento storico.

40) La Concessione del Telefono

“La Concessione del Telefono” è un film di Roan Johnson. Con Alessio Vassallo, Fabrizio Bentivoglio, Corrado Guzzanti, Thomas Trabacchi, Federica de Cola, Dajana Roncione. Drammatico, 135’. Italia 2020

Vigata, seconda metà del XIX secolo. Pippo Genuardi, classe 1856, è un commerciante di legnami con il pallino per le nuove tecnologie e un talento naturale per cacciarsi nei guai. Desideroso di ottenere la concessione per una linea telefonica privata, inizia a scrivere lettere alle autorità competenti, senza sapere di avere avviato una rocambolesca catena di eventi che lo portano a essere considerato un pericolo per lo Stato e a essere guardato con crescente ostilità da un malavitoso locale.

Ma quale uomo sano di mente può chiedere informazioni per ottenere una linea telefonica casalinga?

Probabilmente questa bizzarra domanda posta dal grottesco prefetto campano Marascianno al ligio questore Monterchi racconta più di tante parole perché “La concessione del telefono” sia stato uno dei romanzi storici più riusciti e divertenti usciti dal genio creativo quanto ironico di Andrea Camilleri.

C’era molto attesa per il terzo adattamento televisivo della serie “C’era una volta Vigata”, realizzato dalla Palomar. E se già in “tempo di pace” questi film danno la possibilità di riflettere sui limiti e le contraddizioni della nostra società, oggi, in piena “guerra al Coronavirus”, colpiscono ancora di più, evidenziando come certi atteggiamenti di chi ci governa tendano a peggiorare col passare degli anni ..continua su

https://ilritornodimelvin.wordpress.com/wp-admin/post-new.php

39) La Rete di Protezione – Film TV – Il Commissario Montalbano

Ha ancora senso scrivere la recensione di un film, di una serie tv, di uno spettacolo teatrale (visto in streaming, naturalmente) ai tempi del Coronavirus? Ci sarà qualcuno interessato a leggerla, tra flash-mob sul balcone e paura?

Probabilmente no, ma nonostante la situazione precaria ho deciso comunque di accettare l’invito della direttora Turillazzi e parlarvi del nuovo episodio del Commissario Montalbano, “La rete di protezione”, andato in onda su Ra1. Fosse solo per regalare a me stesso qualche minuto di normalità.

Il sottoscritto ha poche certezze nella vita, una di queste è il valore letterario di Andrea Camilleri. Nessun racconto o romanzo scritto dal Maestro mi ha mai veramente deluso. Al loro interno ho sempre trovato un messaggio, uno spunto di riflessione, un’opportunità per sorridere.

Ma quando, tre anni fa, ho letto “La rete di protezione”, non ne ho avuto purtroppo un’impressione molto positiva:

Mi permetto di dire che probabilmente è l’indagine meno riuscita del commissario Montalbano. Solo sul finale, infatti, per quanto costruito in modo magistrale, si ritrovano gli elementi che hanno reso celebre la serie.

Rileggendo oggi queste mie parole mi rendo conto di quanto possano adattarsi anche all’adattamento televisivo. La puntata denota infatti criticità narrative e debolezze strutturali, e si fatica più del dovuto a entrare dentro la storia e a empatizzare con i personaggi continua su

“La rete di protezione”: recensione del nuovo episodio di Montalbano

38) Dodici rose a Settembre (Maurizio de Giovanni)

“Dodici rose a Settembre” è un romanzo scritto da Maurizio de Giovanni e pubblicato il 29 Agosto 2019 da Sellerio Editore.

Sinossi:
Una nuova detective, Mina Settembre: l’assistente sociale che indaga nei Quartieri Spagnoli di Napoli affronterà il misterioso Assassino delle Rose.

Recensione:
Maurizio de Giovanni rilancia il suo ambizioso progetto autoriale d’ampliare, diversificare il thriller italiano iniziando una nuova serie con un’altra donna come protagonista assoluta.
Dopo Sara Marozzi, invisibile quanto malinconica “profiler”, è arrivato il turno di Mina Settembre.
Dopo la pubblicazione di due racconti, de Giovanni si è deciso al “gran passo” realizzando un intero romanzo su questo nuovo personaggio femminile destinato, ne siamo certi, a conquistare le simpatie ed il cuore del lettore.
Mina è un’assistente sociale napoletana dotata di sensibilità ed umanità, costretta però a dover “convivere” con due grandi problemi:
1) Sopravvivere alla forzosa convivenza con la cinica e pizzuta madre Concetta
2) Possedere un seno notevole.
Mina, dopo il divorzio, si è buttata con anima e cuore nel proprio lavoro in uno dei quartieri più desolati e difficili di Napoli.
Una missione resa però più “piacevole” dalla presenza nello stesso studio del bellissimo quanto gentile ginecologo Domenico. Con quest’ultimo che se da una parte turba la quiete emotiva della nostra protagonista dall’altra ne provoca la gelosia vedendolo sempre circondato da “adoranti pazienti”
“12 rose a Settembre” è un giallo “atipico”  strutturato su due filoni narrativi apparentemente paralleli e lontano tra loro, trovando però un’inaspettata convergenza emozionale e logica nel riuscito finale.
I due filoni narrativi alternandosi  sulla scena dando vita ad un intreccio avvolgente, incalzante e financo divertente in alcuni passaggi.
Il lettore segue contemporaneamente l’indagine su una serie di misteriosi omicidi in cui i il segno distintivo del serial killer è lasciare una rosa accanto al corpo e la faticosa quando buffa operazione di “salvataggio” messa in atto da Mina in favore di una giovane donna peruviana e della figlia vittime di violenza domestica.
“Dodici rose a Settembre” si dimostra una lettura intensa, godibile, piena di colpi di scena e densa di vivacità l raccontandoci come il dolore e la rabbia possano covare per anni dentro l’animo di una persona spingendolo a compiere azioni tragiche.
“Dodici rose a Settembre” è da una parte una storia di vendetta, sofferenza e dall’altra è l’inizio probabilmente di una storia d’amore tra Mina e il bel Mimmo che inevitabilmente farà sognare e sorridere il lettore nei successivi romanzi.
Mina Settembre pur apparendo come una via di mezzo narrativa tra “L’Allieva” e “ I diari di Bridget Jones” , riesce  con merito ad imporsi all’ attenzione del lettore grazie al proprio carisma e peculiarità caratteriali evitando così l’omologazione creativa e drammaturgica.
Mina Settembre ed i suoi due Problemi ci faranno sorridere , allentando magari un po’ la tensione che viviamo in questo difficile momento del nostro Paese.
I problemi di Mina dovrebbero essere gli unici problemi da leggere, sentire e ci auguriamo presto da vedere in TV.

37) Mia Suocera Beve ( Diego De Silva)

“Mia suocera beve” è un romanzo scritto da Diego De Silva, pubblicato da Einaudi nel Dicembre 2010.
Sinossi:
Vincenzo Malinconico è un avvocato semi disoccupato, semi divorziato, semi felice. Ma soprattutto è un grandioso filosofo autodidatta, uno che mentre vive pensa, si distrae, insegue un’idea da niente facendola lievitare. E di deriva in deriva va lontano, con l’aria di sparare sciocchezze dice cose grosse sull’amore, la giustizia, il senso della vita.
Intorno a lui capitano eventi straordinari, ma più straordinari ancora sono i pensieri stravaganti e fuori luogo di cui ci mette a parte in tempo reale, facendoci ridere e riflettere, trascinandoci nella sua testa sgangherata e bellissima.
Al centro del romanzo questa volta c’è un sequestro di persona ripreso in diretta dalle telecamere di un supermercato. Ad averlo studiato ed eseguito è il mite ingegnere informatico che ha progettato il sistema di videosorveglianza. Il sequestrato è un boss della camorra che l’ingegnere considera responsabile della morte accidentale del suo unico figlio.
Il piano è d’impressionante efficacia: all’arrivo della televisione, l’ingegnere intende raccontare il suo dramma e processare in diretta il boss. La scena del sequestro diventa così il set di un tragicomico reality, con la folla e le forze dell’ordine che assistono impotenti allo «spettacolo».
La sola speranza d’impedire la tragedia è affidata, manco a dirlo, all’avvocato Vincenzo Malinconico, che l’ingegnere incontra casualmente nel supermercato e «nomina» difensore d’ufficio.
Malinconico, con la sua proverbiale irresolutezza, il suo naturale senso del ridicolo, la sua insopprimibile tendenza a rimuginare, uscire fuori tema, trovare il comico nel tragico, il suo riepilogare e riscrivere gli eventi recenti della sua vita privata (la crisi sentimentale con Alessandra Persiano, le incomprensioni dell’ex moglie e dei due figli, l’improvvisa malattia dell’ex suocera), riuscirà a sabotare il piano dell’ingegnere e forse anche quel gran pasticcio che è la sua vita.
Recensione:
Ho affrontato con il sorriso questo mio secondo appuntamento letterario con l’avvocato Vincenzo Malinconico mentre osservavo il mio Paese scivolare ora dopo ora nella più desolante quanto drammatica anarchia psicotica.
È stato un vero piacere leggere in che modo l” anti eroe” Malinconico abbia affrontato e risolto il sequestro e poi il processo mediatico messo in piedi da un padre desideroso d’avere giustizia per il proprio figlio ucciso “erroneamente” dalla camorra.
“Mi suocera beve” è una storia tragicomica in cui il lettore non avvertirà mai un brusco cambio dei toni e dello stile per merito di un impianto narrativo calibrato quanto attento nel dosare i toni e tempi del pathos e dell’emozione.
Una lettura divertente, brillante avendo allo stesso tempo una valenza sociopolitica nel dare il giusto risalto ad importanti e delicate tematiche quali malagiustizia e l’errato e grottesco utilizzo dei media.
Diego De Silva è riuscito a dare vita ad un personaggio in cui chi più o chi meno si identifica dovendo quotidianamente “lottare” o con una ex moglie, con l’indisciplina e poca comunicazione con i propri figli, sopravvivere ad un lavoro insoddisfacente e non ultimo casi estremi fare “da compagnia” alla suocera malata.
Vincenzo Malinconico è un filosofo, un cinico, un saggio, un povero cristo. Ogni lettore leggendo questo romanzo arriverà alla sua personale convinzione su questo personaggio davvero unico nelle sue contraddizioni e limiti, ma sempre mosso da un’umanità e senso di giustizia al punto d’essere amato e poi rimpianto dalle donne della sua turbolenta vita sentimentale.
Ora che più mai, state a casa, leggendo e sorridendo insieme all’amico Malinconico.

36) Non avevo capito niente ( Diego De Silva)

“Non avevo capito niente” è un romanzo scritto da Diego De Silva e pubblicato il 10 Febbraio 2014 da Einaudi Editore.

Sinossi:
Vincenzo Malinconico è un avvocato napoletano che finge di lavorare per riempire le sue giornate. Divide con altri finti-occupati come lui uno studio arredato con mobili Ikea, chiamati affettuosamente per nome, come fossero persone di famiglia. È stato appena lasciato dalla moglie, ma cerca con ogni mezzo di mantenere un legame con lei e i due figli adolescenti. Un giorno viene improvvisamente nominato difensore d’ufficio di un becchino di camorra detto “Mimmo ‘o burzone” e, arrugginito com’è, deve ripassarsi il Bignami di diritto. Ma ce la fa, e questo è solo il primo dei piccoli miracoli che gli capitano. Il secondo si chiama Alessandra: la pm più bella del tribunale, che si innamora di lui e prende a riempirgli la vita e il frigorifero. E intanto Vincenzo riflette sull’amore, la vita, la delinquenza, la musica: su tutto quello che attraversa la sua esistenza e la sua memoria, di deriva in deriva.
Recensione:
In uno dei momenti più drammatici, complessi e tragicamente imprevedibili del nostro Paese .
Un Paese “infettato” dalla paura e dal panico piuttosto che dal vero “corona virus”, urgeva farsi una risata , almeno io ne sentivo il bisogno .
Ovviamente nessuna risata sguaiata , irrispettosa, bensì una distrazione capace di farmi alleggerire lo stato di “perenne tensione” in cui ero caduto leggendo i giornali ed ascoltando i talk show in TV
Ci voleva uno stacco letterario. Così ho deciso d’ approfondire la conoscenza dell’ avvocato Vincenzo Malinconico , partendo dal primo romanzo della fortunata serie.
“Non avevo capito niente” è un libro brioso, brillante, ironico quanto cinico nel descrivere magistralmente le disavventure del caro Malinconico incapace di riprendersi, dopo 2 anni, dalla dolorosa separazione con la moglie Nives.
Una “separazione sui generis” perché Nives anche se formalmente impegnata, illude l’ex marito concedendosi alcuni incontri clandestini.
Vicenzo Malinconico si è perso nella selva oscura dell’amore e dell’insicurezza ritrovandosi in una prematura crisi di mezz’età
Non gli piace il suo lavoro, è stato ferito, umiliato dall’ex moglie e soprattutto teme di perdere l’affetto e la fiducia dei suoi 2 figli.
“Non avevo capito bene” scritto magistralmente da Diego De Silva fatta scattare da parte del lettore un’immediata quanto sincera empatia con il protagonista che si eleva come buffo “simbolo” dell’uomo medio o se preferite normale, ma “portatore” di sensibilità ed umanità superiore alla media.
Il lettore si immedesima nei pensieri, emozioni dell’uomo Malinconico, sorride per le gaffe professionali e personali dell’Avvocato , ammirando l’armoniosa imperfezione del personaggio.
Malinconico ha tanti limiti, contradizioni, non è esente da colpe eppure “seduce” per la sua goffa onestà e candore, rivelandosi così un insospettabile latin lover.
“Non avevo capito niente” è una lettura profonda, sincera quanto divertente in cui dramma e commedia si alternano sapientemente sulla scena mantenendo sempre una coerenza narrativa e costanza nei toni fino all’ultima pagina del libro.
Nell’epoca del corona virus e del timore del contatto fisico è altamente consigliato trascorrere del tempo con l’avvocato Vincenzo Malinconico.

35) L’ Agnello

Il biglietto da acquistare per “L’agnello” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio (con riserva). Ridotto. Sempre.

“L’Agnello” è un film di Mario Piredda. Con Nora Stassi, Luciano Curreli, Piero Marcialis, Michele Atzori.
Drammatico, 97′. Italia, Francia 2019

Sinossi:

Sardegna in un’area sottoposta alle servitù militari. La sedicenne Anita non ha più la madre, il padre Jacopo si è ammalato di leucemia e ha bisogno di un trapianto di midollo osseo. Né lei né il nonno paterno sono compatibili e la situazione rischia di peggiorare in assenza di un donatore. Non resta che andare a cercare lo zio Gaetano che da anni non parla più con il fratello per un rancore che non sembra poter estinguersi.

Recensione:

È sempre più difficile avere rapporti cordiali, civili e rispettosi con il prossimo. Se poi il prossimo in questione è un fratello, un genitore o comunque un parente, sembra diventare ancora tutto più complicato. E così finiamo per avere maggiori difficoltà a perdonare chi ci è vicino rispetto a coloro che conosciamo poco.

“L’agnello”, film di esordio di Mario Piredda, presentato in concorso ad Alice nella città 2019, ci porta in un angolo della Sardegna ancora rurale e selvaggia per raccontarci una storia familiare tragica, sofferta quanto universale.

Un forte litigio ha allontanato i fratelli Jacopo e Gaetano. Il primo, un serio e onesto lavoratore, dopo la morte della moglie vive con la figlia Anita (Stassi). Il secondo, invece, dopo un anno di reclusione si arrangia vendendo ferro vecchio recuperato illecitamente e passa il tempo in bar discutibili. Ma quando Jacopo si ammala gravemente, Anita e il nonno cercano di riportare Gaetano in seno alla famiglia…

“L’agnello”: un dramma familiare duro e schietto, una grande Nora Stassi

34) Volevo Nascondermi

Il biglietto da acquistare per “Volevo nascondermi” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Volevo nascondermi” è un film di Giorgio Diritti. Con Elio Germano, Oliver Ewy, Leonardo Carrozzo, Pietro Traldi, Orietta Notari.
Biopic, 120′. Italia 2020

Sinossi:

Antonio è figlio di emigranti. Dopo la morte della madre viene affidato a una coppia svizzero-tedesca ma i suoi problemi psicofisici lo porteranno all’espulsione. Viene mandato a Gualtieri, in Emilia, luogo di cui è originario l’uomo che è ufficialmente suo padre. Qui vive per anni in estrema povertà sulle rive del Po fino a quando lo scultore Renato Marino Mazzacurati lo indirizza allo sviluppo delle sue naturali doti di pittore.

Recensione di Valeria Lotti e Vittorio De Agrò:

Non è semplice realizzare un film biografico senza scadere nel retorico o nella noia drammaturgica e visiva. Se poi la vita che si sceglie di raccontare è quella di un artista, una vita segnata da gravi problemi mentali e familiari, il rischio di portare sul grande schermo qualcosa di stereotipato e banale è ancora più grande.

Ma Giorgio Diritti e gli altri sceneggiatori sono stati bravi a evitare questa deriva, trovando un adeguato approccio alla sofferta vita del pittore Antonio Ligabue. “Volevo nascondermi” è infatti un biopic atipico, che sfugge alle regole tradizionale del genere, cercando di evidenziare lo stato psicologico ed emotivo del suo protagonista piuttosto che tracciarne un preciso resoconto della vita.

continua su :

“Volevo nascondermi”: Elio Germano fa sua la sofferenza di Ligabue

33 ) La Fine del Tempo (Guido Maria Brera)

“La fine del tempo” è un romanzo scritto da Guido Maria Brera, pubblicato il 20 febbraio 2020 dalla Nave di Teseo.

Sinossi:
Philip Wade è uno stimato professore di Storia contemporanea al Birkbeck College di Londra, ma in passato ha vissuto molte vite e in una di queste ha lavorato per una grande banca d’affari della City in qualità di analista, chiamato a prevedere le tendenze economiche, politiche e sociali su cui indirizzare gli investimenti. Colpito da una forma di amnesia, Philip oggi non riesce più a trattenere alcun ricordo recente: nei buchi della sua memoria scompare anche il saggio che stava scrivendo e di cui non c’è più traccia. Con il ritmo di un giallo, “La fine del tempo” narra l’indagine di un uomo nell’abisso della propria mente, intorno al mistero di un libro rivoluzionario e perduto. Scoperta dopo scoperta, mentre l’Europa si infiamma sotto il montare della marea populista, Philip Wade ricompone il mosaico del suo libro, che potrebbe mettere in discussione il dominio delle grandi corporation che governano l’economia mondiale. E che hanno fondato la loro ascesa inarrestabile sull’eliminazione della principale variabile del gioco finanziario – il tempo – condannando così il nostro pianeta a vivere un eterno presente, quando tutto è possibile per i nuovi padroni del vapore, i signori del silicio, l’aristocrazia delle app.
Recensione:
Sei anni fa decisi di leggere “I Diavoli “i, romanzo d’esordio di Guido Maria Brera spinto dalla curiosità e soprattutto dalla convincente campagna promozionale messa in campo.
Una scelta letteraria che si rivelò complessivamente felice avendo riscontrato un efficace mix tra finzione e finanza nella struttura narrativa di “I Diavoli” .
Guido Maria Brera si era dimostrato bravo quanto furbo nel “nascondere” un saggio economico dentro un romanzo trovando così una modalità di racconto capace di conquistare l’attenzione ed interesse del lettore.
“I Diavoli” è diventato meritoriamente un best seller internazionale al punto che Sky ne ha acquistato i diritti televisivi con lo scopo di realizzarne una serie con protagonisti i bravi e belli Patrick Dempsey ed Alessandro Borghi.

“Squadra che vince non si cambia” recita un saggio proverbio sportivo e Brera traslandolo in chiave letteraria ripropone la stessa struttura, lo stesso “inganno” narrativo nel firmare “La fine del tempo”.
“La fine del tempo” è infatti un dotto, interessante saggio economico /finanziario incentrato sulla controversa tematica del QE (quantitative easing, strumento finanziario introdotto da Mario Draghi durante la crisi economica del 2011) e come la finanza mondiale ne abbia stravolto il valore “terapeutico” destinato allele Borse e soprattutto rivolto alla crescita economica, facendolo diventare un pericoloso quanto silente “cavallo di Troia” di distruzione per l’economia reale.
“La fine del tempo” è un testo avvincente, profondo quanto inquietante nell’evidenziare come il sistema economico e finanziario internazionale si muova dentro una pericolosa bolla “drogata” dal costante flusso di denaro iniettato dalle Banche centrali.
Una bomba ad orologeria che secondo Brera inevitabilmente esploderà provocando, se possibile, maggiori disastri rispetto alla crisi iniziata nel 2008 in America.
“La Fine del tempo” fallisce od almeno convince poco nella parte di “finzione” risultando debole, risicata rispetto al contesto principale.
“La fine del tempo” deve essere considerato drammaturgicamente come una sorta di spin off di “I Diavoli” in cui dove il protagonista, il professore Philip Wade si relazionerà con i carismatici personaggi del primo romanzo.
“La fine del tempo” avendo un’anima, una visione più tecnica, scientifica, a tratti filosofica, perde slancio e coerenza quando la storia vira sull’aspetto intimistico e personale del protagonista.
L’escamotage drammaturgico di Brera di voler equiparare la sofferenza fisica ed esistenziale del professore Wade nell’affrontare la perdita della memoria alla colpevole amnesia collettiva di non vedere come il sistema sia truccato , lascia piuttosto tiepido il lettore.
Nel lettore non scatta l’empatia con Wade, con la sua storia, e soprattutto con tormenti interiori “ risultando poco coinvolgente rispetto al vero cuore narrativo del libro.
“La fine del tempo” nonostante i limiti strutturali e narrativi evidenziati rimane comunque una lettura consigliata per chi ha amato “I Diavoli” e soprattutto desidera capire i misteri ed i pericoli dell’alta finanza.