90 ) Underworld – Blood Wars

Il biglietto da acquistare per “Underworld – Blood Wars” è: 1)Neanche regalato (con riserva); 2)Omaggio; 3)Di pomeriggio; 4)Ridotto; 5)Sempre.

Un film di Anna Foerster. Con Kate Beckinsale, Tobias Menzies, Theo James, Charles Dance, James Faulkner, Lara Pulver, Peter Andersson, Clementine Nicholson. Azione, 91′. 2017

Chi vi scrive è un fan della prima ora della saga di Underworld, nata nel lontano 2003.

Il mio cuore ha sobbalzato quando ha visto per la prima volta Kate Beckinsale nelle vesti della vampira guerriera Selene sparare, uccidere, combattere e infine innamorarsi, indossando una tuta nera e attillata di lattice.

Per la mia generazione, Underworld è stato l’alternativa gotica, adulta e sexy ai vampiri adolescenti e melensi di “Twilght”. È dunque con dolore che lancio questo appello ai produttori dei film e anche alla bella e tosta Beckinsale: per favore, finitela qui.

Il quinto episodio della saga, “Underlword – Blood wars”, è il trionfo del nulla drammaturgico, della banalità scenica e di un amaro piattume interpretativo.

L’atmosfera gotica, lo stile pulp, le scenografie cupe ed eleganti, i costumi tra il trash e il modaiolo non bastano a salvare una pellicola priva di una sua identità, di una logica narrativa e soprattutto di una vera ragion d’essere che non sia quella commerciale.

Nel film Selene (Beckinsale) è braccata da un lato dal clan dei Lycans, guidati dal carismatico Marius (Menzies), dall’altro dalla fazione dei vampiri che l’ha tradita, e può contare soltanto su due alleati: David (James) e il padre di lui Thomas (Dance).

Marius intanto riesce a convincere i Lycans che la chiave per porre fine alla millenaria battaglia contro i vampiri è il sangue di Eve, la figlia di Selene, per metà Lycans, per metà vampira, che conferisce a chi lo beve poteri eccezionali.

C’è solo un problema, Eve è desaparecida. Tutti la vogliono, nessuna sa dove trovarla. Sembra d’assistere alla versione dark di “Aspettando Godot”.

Selene si sente una madre inadeguata, è stanca di combattere, ma al contempo, davanti al pericolo d’estinzione per il suo popolo, non esita a mettere in gioco la propria vita ancora una volta.

Kate Beckinsale è da sempre l’anima, il corpo e il cuore di “Underworld” e anche in questo quinto episodio da tutta se stessa per riuscire a dare un quid al film, ma anche per lei, probabilmente, è tempo di pensionare il personaggio. La sua bellezza, il suo talento e la vitale e carismatica presenza scenica non riescono a colmare i limiti strutturali, narrativi e di regia. continua su

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Roberto Sapienza presenta “Ninni, mio padre”

89) Assalto al Cielo

Il biglietto da acquistare per “Assalto al cielo” è: 1)Nemmeno regalato; 2)Omaggio; 3)Di pomeriggio; 4)Ridotto; 5)Sempre.

Un film di Francesco Munzi. Documentario, 72′. 2016

La Terza Repubblica è fondata sul tripolarismo, sul nuovissimo e sulla ricerca di volti giovani e rassicuranti. Gli elettori, oggi, chiedono ai politici, più che la competenza, di essere onesti e capaci di amministrare senza rubare la “cosa pubblica”.

Sembra che il tempo delle ideologie sia ormai tramontato, quel fuoco che animava gli elettori degli anni ‘60 e ‘70 spento.

Eppure c’è stato momento in cui essere comunisti, fascisti, anarchici, femministi, populisti aveva un significato e dava una vera identità morale ed esistenziale al militante.

Francesco Munzi, regista dell’acclamato “Anime nere”, firma un interessante documentario sul movimento studentesco italiano degli anni ‘60-’70, presentato alla Biennale di Venezia fuori concorso.

Adoperando solo immagini di repertorio, con un efficace e incisivo montaggio, il regista porta lo spettatore indietro nel tempo, quando per strada e nelle aule universitarie si discuteva, spesso con toni violenti, di idee e visioni del mondo.

Vedendo e ascoltando quei discorsi e quei dibattiti, lo spettatore moderno non potrà che restare spiazzato, pensando di trovarsi dentro a un sogno – o a un film – e non a uno spaccato di vita vera. continua su

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Roberto Sapienza presenta “Ninni, mio padre”

88) La vendetta di un uomo tranquillo

Il biglietto d’acquistare per “La vendetta di uomo tranquillo” è: 1) Neanche regalato 2) Omaggio 3) Di pomeriggio 4) Ridotto 5) Sempre

“La vendetta di un uomo tranquillo” è un film del 2017 diretto da Raúl Arévalo, scritto da Raúl Arévalo e David Pulido, con: Antonio de la Torre(Josè), Luis Callejo(Curro), Ruth Díaz(Ana)
La parola di Dio ci insegna a porgere l’altra guancia, a perdonare, ed amare anche i tuoi nemici.
Tutto bello per chi ha fede e desidera vivere una vita pacifica e serena con il mondo,
Se poi il mondo sotto forma di criminali, assassini, stupratori irrompono nella tua vita togliendoti una moglie, un amico, un parente, allora ci chiediamo se sia moralmente sbagliato covare vendetta al posto della giustizia spesso deludente e iniqua dei tribunali?
Giustizia o feroce vendetta? È un dilemma antico e controverso che nasce insieme con l’uomo, sempre combattuto tra questi opposti sentimenti.
La vendetta è un piatto da servire freddo dice un vecchio proverbio, quanto mai calzante nel caso di José, protagonista della nostra storia e autore di una vendetta feroce, voluta, cercata, ma eseguita senza mai alzare voce o tramite gesti eclatanti.
José è un giustiziere assai diverso da quelli che abbiamo visto e magari apprezzato in altri film, perché lo spettatore sebbene ne sia in parte preparato avendo chiaro il tema fin dall’eloquente titolo, rimane comunque spiazzato dall’evoluzione psicologica e drammaturgica dei personaggi.
La scena iniziale porta lo spettatore dentro una rapina, finita male, in una gioielleria, almeno per Curro, autista della banda, l’unico a scontare una pena lungo otto anni di reclusione.
Nel frattempo la sua fidanzata storica Ana cresce il loro figlio e lavora duramente nel suo piccolo bar insieme al fratello per vivere dignitosamente.
Tutti vivono nell’attesa del giorno del ritorno di Curro, per rompere la bolla d’aria i cui i protagonisti sembrano essere prigionieri.
Lo stesso Josè sembra aspettare la liberazione di Curro, motivato, in apparenza avendo iniziato una relazione segreta con Ana, la quale si illude di poter vivere con l’uomo una nuova e più felice pagina della sua esistenza.
Come in una pièce teatrale, ben costruita, arriva il colpo di scena drammaturgico che cambia gli equilibri psicologici ed emotivi dei personaggi fino allora sviluppati.
Il violento Curro, l’infelice Ana diventano infatti pedine nello scacchiere pensato e studiato da tempo da Josè, per ottenere l’agognata vendetta.
La vita di José è infatti terminata otto anni fa a causa di quella rapina in cui ha perso la persona amata. È uomo che ha probabilmente verso tutte le lacrime che aveva in corpo, ha urlato, eppure ora lo spettatore osserva e trattiene il respiro vedendolo agire in modo glaciale e senza pietà nei confronti dei colpevoli come uno spietato vendicatore.
Eppure per Josè ciò che compie rappresenta un atto d’amore, l’ultimo nei confronti della sua donna e non ammette deroghe al suo piano.
La sceneggiatura è semplice, lineare, diretto quanto profonda e incisiva nelle cose non dette trasmettendo pathos, emozione e pieno coinvolgimento nello spettatore.
Lo spettatore accompagna Curro e Josè in questa caccia all’uomo sotto le sembianze di un road movie in cui i silenzi e gli sguardi racchiudono magnificamente più di tante parole gli stati d’animo dei due uomini.
Raul Arevalo, vincitore del Premio Goya come migliore regista esordiente, è secca, precisa, puntuale e abile nel creare le condizioni per un film psicologico e allo stesso tempo violento senza mai eccedere in luoghi comuni veicolando alla perfezione il messaggio di fondo della storia: la vendetta di uomo come scopo di vita e non come sete di giustizia.
L’intero cast merita un convinto e sincero plauso le rispettive performance, assai credibili, convincenti e di talento e rivelando ogni attore in stato di grazia sul piano della personalità e presenza scenica.
Il finale tragicamente sorprendente e brutale è la degna conclusione di un film magistralmente scritto, diretto ed interpretato che merita di essere visto assolutamente, mettendo da parte, qualsiasi etica ed immaginando semplicemente che cosa ognuno di noi avrebbe fatto al posto di José, allo stesso tempo vittima e carnefice.

Vittorio De Agrò e Cavinato Editore presentano “Essere Melvin”

87) Il viaggio

Il biglietto da acquistare per “The journey” è: 1)Nemmeno regalato; 2)Omaggio; 3)Di pomeriggio; 4)Ridotto; 5)Sempre (con riserva).

Un film di Nick Hamm. Con: Timothy Spall, Colm Meaney, Freddie Highmore, John Hurt, Toby Stephens, Catherine McCormack, Ian McElhinney, Ian Beattie, Barry Ward. Drammatico, 94’. 2016.

Ci sono vari modi per raccontare la storia del proprio Paese, per riportare alle nuove generazioni momenti che hanno cambiato il corso degli eventi, facendo nascere la pace dove prima c’era solo conflitto e morte.

L’Irlanda del Nord è stata teatro per oltre trent’anni di un sanguinoso conflitto etnico-religioso che ha viste contrapposti protestanti e cattolici. Una guerra civile a tutti gli effetti, che ha scosso l’Europa e provocato migliaia di vittime.

Grazie alla mediazione del governo Blair, nel 2006 iniziarono le trattative di pace in Scozia, trattative rese difficili anche dai caratteri spigolosi dei leader dei due schieramenti, il protestante Ian Paisley (Spall) e il cattolico Martin McGuinness (Meaney).

Rivali da una vita, sostenitori di posizioni inconciliabile che andavano oltre la mera confessione religiosa, Paisley era un acceso antipapista, reverendo e cofondatore della Libera Chiesa Presbiteriana dell’Ulster, mentre McGuinness uno degli esponenti di spicco dell’Ira (Irish Republican Army).

La storia riporta che i due trovarono la quadra del cerchio durante il viaggio di ritorno dalla Scozia, fatto insieme.

Lo sceneggiatore del film “The journey” di Nick Hamm modifica il mezzo di trasporto utilizzato dalla coppia, facendo compiere ai due personaggi il viaggio in auto e creando una sorta di “road peace movie”.

Lo spettatore segue, insieme ai servizi segreti inglesi, il lento e difficile avvicinamento tra i due leader, divisi da tutto tranne che dalla reciproca antipatia e diffidenza.

Un film costruito sulle magistrali e intense interpretazioni degli attori protagonisti, che con talento ed efficacia riescono a dare vita a queste figure storiche. È divertente ascoltare i brillanti, incisivi e sagaci dialoghi tra i due, che passano dal personale al politico senza perdere in forza. continua su

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Roberto Sapienza presenta “Ninni, mio padre”

86) The Start Up

Il biglietto d’acquistare per “The Start Up” è : 1) Neanche regalato 2) Omaggio 3) Di pomeriggio (Con Riserva) 4) Ridotto 5) Sempre.

“The Start Up” è un film del 2017 diretto da Alessandro D’Alatri, scritto da Alessandro D’Alatri e Francesco Arlanch, con: Andrea Arcangeli, Paola Calliari, Matilde Gioli, Luca De Giovanni, Matteo Leoni, Lidia Vitale, Massimo Gallo.

Un tempo si sognava il posto fisso, la certezza del posto fisso e l’agognata pensione.
Oggi tutte queste cose, almeno in Italia, sono svanite per vari motivi o se volete per colpa della globalizzazione, della crisi, del mal governo e della scarsa lungimiranza dei nostri imprenditori.
Un ragazzo oggi ha due scelte davanti a sé: lasciare il nostro Paese o armarsi di creatività ed ingegno inventandosi un lavoro, creando un’azienda per potersi garantire un futuro.
In America e nel resto del mondo creare un’azienda negli anni Duemila è stata la “moda” della nuova e dinamica imprenditoria, facendo diventare l’espressione “start up”, una parola diffusa e comune anche all’uomo della strada.
Per chi come il sottoscritto mastica assai poco l’inglese oltre che l’italiano per “start up” intendiamo la creazione dal nulla di un’azienda che nel giro di poco tempo è capace di diventare una realtà economica di grande potenzialità e visibilità.
Nella storia dei creatori di “start up” non si possono non ricordare nomi come Steve Jobs e Bill Gates, che partendo dal garage di casa hanno letteralmente conquistato il mondo.
In Italia tutto ciò è possibile? Molti di voi, scettici e disillusi, direte ovviamente di no, eppure c’è chi invece c’è l’ha fatta contro tutto e tutti.
“The Start Up”, nuovo film di Alessandro D’Alatri e prodotto da Luca Barbareschi, è ispirato alla storia vera di Matteo Achilli, diciottenne romano nato e cresciuto nella borgata romana del Corviale, che partito con il sogno di diventare un nuotare professionista e una volta finto il liceo dì iscriversi alla prestigiosa Università milanese “La Bocconi”.
Matteo reagisce all’ingiustizia esclusione dalla squadra di nuoto da parte dell’allenatore decidendo d’inventare un “app” con la quale chiunque possa trovare un lavoro solo ed esclusivamente tramite il merito.
Matteo Achilli (Arcangeli) sostenuto dal padre Armando (Gallo) e dall’amata fidanzata Emma (Calliari) decide con coraggio e determinazione di sviluppare da solo l’algoritmo creando così l’app.
È una storia che profuma ed evoca nello spettatore atmosfere americane, quando invece si ritrova nella periferia romana ad osservare un ragazzo qualunque desideroso di riscatto sociale e scrivere con le proprie mani il proprio futuro.
Egomnia, questo è il nome dell’app scelto da Matteo, diventa realtà anche grazie al fattivo e determinante aiuto di Giuseppe (Di Giovanni), brillante e sconosciuto ingegnere, che accetta di “sposare” il progetto.
Il 7 marzo 2012 è la data che segna la nascita di “Egomnia” e l’inizio della sua sorprendente e instabile ascesa.
Matteo, ora studente svogliato della Bocconi, grazie al supporto della bella e carismatica Alice(Gioli), direttrice del giornale universitario, è introdotto nei salotti buoni della città e corteggiato da numerose e prestigiose aziende.
La vita privata e professionale di Matteo entrano in un vortice, facendo perdere al ragazzo l’equilibro e il senso delle priorità, al punto di compromettere la vita privata e soprattutto la bella e profonda storia d’amore del protagonista con Emma.
“The Start up” ci ricorda da parte il mito di Icaro per la fretta e irruenta del nostro protagonista nel voler toccare l’apice bruciando le tappe e dall’altra sembra essere la versione nostrana del film americano “Social Network” di David Fitcher.
La scelta dei due sceneggiatori, almeno nelle intenzioni, non era quella di raccontare una storia di successo quanto piuttosto la storia di un ragazzo che decide di scommettere su sé stesso e sul proprio talento. Eppure nel suo sviluppo drammaturgico e poi nella messa in scena si ha la sensazione di assistere a una favola moderna in cui la dominante della parte romance in stile Romeo e Giulietta, faccia perdere potenza ed incisività al racconto. continua su

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Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci, nonostante tutto”

 

85) La meccanica delle Ombre

Il biglietto d’acquistare per “La meccanica delle ombre” è : 1) Neanche regalato 2) Omaggio 3) Di pomeriggio 4) Ridotto 5) Sempre.

“La meccanica delle ombre” è un film del 2016 diretto da Thomas Kruithof, scritto da Yann Gozlan, Thomas Kruithof, con : François Cluzet, Alba Rohrwacher, Denis Podalydes, Sami Bouajila, Simon Abkarian, Daniel Hanssens, Bruno Georis.

La politica dovrebbe essere al servizio dei cittadini e lo Stato dovrebbe agire per garantire il benessere, la sicurezza e il rispetto delle leggi.
Il condizionale è d’obbligo perché ciò che dovrebbe essere naturale, scontato e logico spesso non lo è.
Esistono infatti all’interno di ogni Stato, di ogni democrazia delle strutture, organizzazioni composte da uomini che agiscono nell’ombra avendo come obiettivo di manipolare la vita democratica, ambendo a creare uno Stato nello Stato.
Quello che può sembrare lo spunto per un romanzo o film noir è invece la triste realtà di servitori dello Stato che si muovono convinti di poter agire al di la della legge.
Thomas Kruithok partendo da queste amare considerazioni con l’altro sceneggiatore Yann Gozlan ha voluto scrivere e poi mettere in scena una pellicola a metà strada tra il thriller politico e il noir, avendo come protagonista un uomo qualunque, coinvolto, suo malgrado, in qualcosa di più grande di lui.
Il film inizia portando lo spettatore in Francia all’interno ufficio in cui osserva Duval (François Cluzet), contabile riflessivo e meticoloso, costretto a rispettare vanamente una scadenza urgente per il giorno dopo, perdendo così il lavoro soprattutto a causa della sua dipendenza dall’alcool. Sono trascorsi due anni dal licenziamento e Duval fatica a trovare un nuovo posto di lavoro, trascorrendo le sue giornate senza nessuno scopo, ad eccezione della frequentazione del gruppo di sostegno degli alcolisti anonimi. Così, quando l’inquietante Clement, capo di una misteriosa organizzazione gli offre come lavoro di trascrivere delle intercettazioni telefoniche, accetta senza porre domande: rimanendo invischiato in un pericoloso intrigo che vede coinvolti i servizi segreti e le alte sfere del governo francese.
La prima parte drammaturgica del film rievoca per molti aspetti quella del fortunato (Premio Oscar 2006) ed apprezzato film tedesco “Le vite degli Altri”, essendoci soprattutto molte similitudini nella costruzione psicologica e caratteriale dei due protagonisti principali, entrambi taciturni, schivi, e soli.
François Cluzet si conferma un attore di grande esperienza, personalità oltre che di talento, calandosi in maniera credibile e naturale nel personaggio di Duval, facendo leva su un’interpretazione basata più sulla fisicità e sugli sguardi che sulle parole. continua su

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Roberto Sapienza presenta “Ninni, mio padre”

84) 17 anni (e come uscirne vivi)

Il biglietto da acquistare per “17 anni (e come uscirne vivi)” è: 1)Nemmeno regalato; 2)Omaggio; 3)Di pomeriggio; 4)Ridotto (con riserva); 5)Sempre.

Un film di Kelly Fremon. Con Hailee Steinfeld, Haley Lu Richardson, Blake Jenner, Kyra Sedwick, Woody Harrelson, Eric Keenleyside. Commedia, 104′. 2016

Tornare ad avere 17 anni, essere costretto a sopravvivere di nuovo alla scuola e ai compagni, e a soffrire della sindrome del Calimero nerd, è uno dei miei peggiori incubi.

Quelli che invece sostengono che accoglierebbero il ritorno all’adolescenza con piacere, o non sono mai stati giovani oppure mentono sapendo di mentire.

Poche giri di parole: l’adolescenza è un periodo di m***a, che siamo costretti a vivere; un Vietnam emotivo, dove non c’è spazio per la compassione, per la clemenza o per la gentilezza. Nessuno sa essere crudele come un giovane in crescita, soprattutto quando se la prende con un coetaneo per sottrarre se stesso dall’occhio del ciclone.

Esagero? Forse, ma provate a chiudere un attimo gli occhi e tornate indietro con la mente ai vostri diciassette anni. Sicuri di non sentire un leggero brivido di terrore, alla sola idea?

Il cinema ha provato spesso a mostrare al pubblico che cosa provi un ragazzo/a di quell’età, non sempre riuscendo nell’intento.

“17 anni (e come uscirne vivi)” di Kelly Fremon, invece, porta a compimento la missione con efficacia, incisività e delicatezza, merito soprattutto della straordinaria interpretazione di Hailee Steinfeld.

Nadine (Steinfeld) ha 17 anni. È complessata, logorroica, crede di essere la persona più sfigata sul pianeta Terra. Nadine ha perso l’adorato padre per un incidente e ora si ritrova a dover sopravvivere accanto alla nevrotica madre Mona (Sedwick), e al fratello Darian, che è il suo esatto opposto, bello, di successo, benvoluto da tutti.

L’unica ancora di salvezza è la sua miglior amica Krista (Richardson), la sola amica mai avuta da quando è nata. Le due si sono conosciute alle elementari, e da allora non si sono mai separate.

Fino a quando l’impensabile non diventa realtà: Krista perde la testa per il fratello di Nadine. Nadine si ritrova sola, ferita, rischia di implodere, senza avere una guida, una figura paterna a cui aggrapparsi.

L’unico uomo con cui sente di potersi sfogare è il signor Bruner (Harrelson), stralunato ed eccentrico professore di storia.

Nadine sbanda, sbaglia a dare fiducia al classico, fascinoso bad boy, litiga con la madre e solo alla fine si rende conto che il vero principe azzurro è il timido ed educato compagno di classe. continua su

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Roberto Sapienza presenta “Ninni, mio padre”

83) La Verità Vi spiego sull’Amore

Il biglietto d’acquistare per “La verità Vi spiego sull’Amore” è : 1) Neanche regalato 2) Omaggio (Con Riserva) 3) Di pomeriggio 4) Ridotto 5) Sempre.

“La Verità Vi Spiego sull’Amore” è un film del 2017 di Max Croci, scritto da Federico Sperindei con la collaborazione di Enrica Tesio e Corrado Trioni, con: Ambra Angiolini, Carolina Crescentini, Massimo Poggio, Edoardo Pesce, Giuliana De Sio, Pia Engleberth.

L’amore verso il proprio partner è probabilmente il sentimento più bello, intenso e magico che una persona possa provare.
Chi in vita sua non si è concesso il lusso di innamorarsi, decisamente non ha mai vissuto realmente e pienamente.
L’innamoramento è una favola che si ripete o se volete è come una magica liturgia nell’atto dell’incontrarsi, conoscersi, unendo due estranei e spingendoli a creare una vita insieme.
Sfortunatamente come ogni favola anche le unioni, in apparenza, più felici e forti si sgretolano magari durante la crisi del settimo anno.
Non esistono cure per evitare questo dolore, né astuzie per prevenire la fine di un amore e come ripartire, trovandosi anche nella condizione di madre di due bambini piccoli.
Ispirata da una storia, quella di Enrica Tesio blogger (TiAsmo)e poi scrittrice di successo dell’omonimo romanzo, costretta a reinventare la propria vita dopo una dolorosa separazione, ecco arrivare nelle nostre sale la trasposizione cinematografica a firma di Max Croci, al suo terzo lungometraggio.
La vita di Dora (Angiolini) è finita sottosopra quando il compagno Davide(Poggio) l’ha lasciata dopo sette anni di relazione e due figli: Pietro di cinque anni e Anna, di uno. Sopraffatta dalla routine bambini/lavoro, Dora si rifiuta di elaborare e soprattutto comprendere il perché della scelta del compagno. Dora, spronata dalla amica Sara (Crescentini) felice del suo status di single e allergica ai legami, prova a reagire ed uscire dal guscio della depressione affettiva. Il primo passo sarà riappropriarsi del proprio tempo assumendo il bizzarro e buffo babysitter Simone (Pesce), poeta-bidello e nuovo fidanzato di Sara.
Dora può contare, seppure in modo diverso. sull’appoggio delle due nonne: Mimi(Engleberth) sua mamma, libera ed emancipata e Roberta (De Sio), madre di Davide, che si rifiuta di guardare la carta d’identità strizzando ancora l’occhiolino ai baldi e giovani pretendenti.
Non aspettatevi un film che passerà alla storia del cinema italiano, e né che dal punto drammaturgico contenga chissà quali spunti interessanti e memorabili. Premesso ciò, la pellicola di Croci è nel complesso gradevole, divertente e godibile anche se piuttosto che al cinema sarebbe stata più opportuna la sua destinazione direttamente in TV, magari la domenica sera su Rai Uno o Canale 5. continua su

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Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci, nonostante tutto”

82) La tartaruga rossa

Il biglietto da acquistare per “La tartaruga rossa” è: 1)Neanche regalato; 2)Omaggio; 3)Di pomeriggio; 4)Ridotto (con riserva); 5)Sempre.

Un film di Michael Dudok de Wit. Animazione, 80′. 2016

Al cinema dal 27 al 29 marzo.

Durante un festival cinematografico capita anche all’inviato più volenteroso di perdersi un film, perché non possiede il dono dell’ubiquità o la forza di affrontare l’ennesima coda, per stanchezza o magari consigliato da un collega che lo ha già visto e bocciato.

“La tartaruga rossa” è uno dei film da festival che mi è sfuggito nel 2016, e non una ma ben due volte – la prima a Cannes nel mese di maggio, la seconda a ottobre alla Festa del cinema di Roma.

In entrambi i casi avevo lunghe liste di pellicole da vedere, per mandato del magazine e per scelta personale, e i “feedback” che avevo ricevuto sulla pellicola giapponese erano tali da spingermi a girare a largo dalla sala.

Ebbene “La tartaruga rossa ” di Michael Dudok de Wit è arrivato nella cinquina dei film d’animazione candidati agli Oscar, accompagnato da un largo consenso di critica. E da cronista curioso quale sono ho finalmente deciso di colmare la mia lacuna, partecipando all’ultima anteprima per giornalisti pigri prima dell’uscita nei cinema il 27, 28 e 29 marzo.

Sebbene manchino del tutto i dialoghi – al loro posto lo spettatore potrà ascoltare i suoni del mare, e quelli spaventosi di un’isola deserta -, il film offre un’esperienza sensoriale emotiva e coinvolgente.

Tutto inizia con il drammatico naufragio di un uomo. Non sappiamo chi sia né da dove venga. Nella mente di chi guarda scatta quasi subito il parallelo con la storia di Robin Crusoe, ma l’accostamento è calzante solo in parte. continua su

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Roberto Sapienza presenta “Ninni, mio padre”

81) Il Labirinto degli Spiriti (Carlos Ruiz Zafòn)

“Il Labirinto degli Spiriti” è un romanzo di Carlos Ruiz Zafon e pubblicato da Mondadori per la prima volta in Itala nel novembre 2016.
È stato innamoramento letterario fulminante per il sottoscritto quando lessi anni fa “L’ombra del vento” dello scrittore spagnolo.
Mi colpì la forza, lo stile, il talento di Zafon di rompere le regole drammaturgiche finora conosciute creando uno straordinario e profondo legame tra il lettore e la storia da lui creata.
Il lettore veniva travolto dalle parole e coinvolto in un intreccio narrativo, che sebbene complesso ed articolato, dava la sensazione di scorrere fluido, semplice e chiaro.
Aspettavo con grande ansia e fiducia il nuovo libro di Zafon, felice di poter tornare nella Barcellona magistralmente costruita ed immaginata, perdendomi ancora una volta in un thriller gotico, misterioso ed intenso, in cui tutto ruota intorno all’amore per i libri.
Ebbene, dopo aver terminato la lettura de “Il Labirinto degli Spiriti”, provo, ahimè, la stessa sensazione che sente un cuoco quando ha sfornato una ciambella senza il buco.
Il voluminoso (815 pagine) e complesso romanzo di Zafon è sicuramente l’ulteriore conferma della creatività, fantasia ed ingegno dell’autore, ma allo stesso tempo evidenzia, forse, un atto di presunzione e civetteria artistica dell’uomo.
Zafon, forte dei meritati consensi di pubblico e critica, dà vita a un romanzo che sembra bearsi di sé stesso e della sua struttura narrativa articolata e suddivisa in più sotto storie.
Il lettore affronta le numerose pagine faticando a trovare un chiaro e preciso filo rosso narrativo, dovendo passare da un personaggio all’altro e sforzandosi di ricordare tutte le storie annesse.
La lettura risulta così non facile, naturale e spontanea, ed imponendo al lettore uno sforzo di memoria, se non addirittura di dover prendere appunti su un taccuino.
Non si discute ovviamente la bravura di Zafon di creare nuovi personaggi e di dargli anima e credibilità ed umanità, quanto però di averne messi troppi in scena, senza che il lettore possa entrarci in empatia fino in fondo.
Sarebbe stato opportuno, a mio parere, asciugare e ridurre la storia di qualche centinaio di pagine e soprattutto di rendere il finale meno frettoloso e maggiormente incisivo sul piano del pathos e ritmo narrativo.
“Il Labirinto degli Spiriti” resta comunque un romanzo da leggere non solamente per i già fan d Zafon, ma anche per chi ancora non ha avuto modo di conoscerlo ed apprezzarlo, rassicurandoli che Zafon è stato capace di scrivere libri davvero unici nel suo genere e magari d’approfondirlo in precedenti romanzi.

Roberto Sapienza “Ninni, mio padre”