122) Cinquanta in Blu ( Costa, Malvadi, Piazzese, Recami, Robecchi, Savatteri, Simi, Stassi)

“Cinquanta in Blu” è una raccolta di racconti scritti da Costa, Malvadi, Piazzese, Recami, Robecchi, Savatteri, Simi, Stasi e pubblicato da Sellerio Editore il 4 luglio 2019.

Sinossi:
Per i 50 anni della casa editrice alcuni autori Sellerio hanno tratto dallo scaffale un libro del catalogo per raccontarlo in una nuova avvincente trama. Ne sono nate otto avventure straordinarie.

Recensione:
Sebbene il numero di lettori, almeno in Italia, sia in costante e preoccupante calo è ancora indiscutibile come i bei romanzi possano lasciarci un segno profondo nell’animo e memoria.
Un particolare passaggio dell’intreccio, il carisma di personaggio possono incidere da trasformare un libro nella sensibilità del singolo lettore in una sorta di coperta di Linus di genere letterario.
Anche la persona più recalcitrante alla lettura dovrà ammettere d’avere un libro del cuore magari letto in un determinato quanto delicato momento della propria esistenza.
Sono gli stessi scrittori di successo a riconoscere questa debolezza/dipendenza letteraria ed in alcuni casi la lettura di quel romanzo li ha spinti ad intraprendere questa fortunata carriera.
La Sellerio Editore volendo festeggiare il cinquantesimo anniversario della propria nascita con i propri lettori, ha chiesto ad alcuni dei suoi più celebri autori di scrivere un racconto partendo dal romanzo che gli avesse maggiormente colpiti nella ricca collezione del catalogo della casa editrice palermitana
Se da una parte “Cinquanta in blu” rappresenta un meritato momento auto celebrativo della casa editrice palermitana, ma dall’altra evidenzia il talento e creatività di ogni autore nel creare una storia comunque intensa , toccante e ricca di pathos e colpi di scena.
Otto racconti diversi, variegati, alcuni anche grotteschi. ma accomunati dalla ricerca e desiderio autoriale di descrivere, mostrare, approfondire la vastità e contraddizioni dell’animo umano
Avidità, egoismo, amore, ingiustizia, cupidigia, cinismo, morte sono alcune delle tematiche magistralmente utilizzate dagli autori per firmare otto storie caratterizzate da uno stile semplice, lineare, leggero, ironico nonostante alcuni passaggi drammatici e financo tragici.
Otto racconti che rimarcano l’occhio creativo quanto illuminato della Sellerio nell’individuare storie capaci di conquistare negli anni l’attenzione e curiosità del lettore.
Otto racconti brillanti, avvincenti, commoventi che si dimostrano per Sellerio un bellissimo regalo di compleanno.
Il lettore non può che augurarsi altri cinquant’anni in blu targati Sellerio ormai divenuto un colore di famiglia e sinonimo di qualità letteraria e virtù umana.

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121 ) Chiara Ferragni :Unposted

“Chiara Ferragni : Unposted Un film di Elisa Amoruso. Con Chiara Ferragni. Documentario, 90′. Italia 2019

Sinossi:

La storia di Chiara Ferragni, imprenditrice digitale italiana, dalla nascita del primo blog alla costruzione di un impero nel mondo della comunicazione digitale.

Recensione :

Quando, a luglio, il direttore Barbera presentò il programma della Mostra del cinema di Venezia 2019, l’annuncio della presenza, nella sezione Sconfini, di un documentario su Chiara Ferragni gelò la sala. Al gelo seguirono le critiche. Senza la proiezione di neppure un fotogramma, “Chiara Ferragni: unposted” di Elisa Amoruso aveva già vinto il Leone d’oro delle polemiche!

Il vostro inviato, invece, temeva più che altro il momento di doverne scrivere. Perché sapeva che la direttora Turillazzi non avrebbe potuto farsi scappare l’occasione di inserirlo in scaletta… E infatti.

Personalmente ignoravo chi fosse Chiara Ferragni – blogger? Influencer? Modella? Imprenditrice digitale? – prima che i giornali italiani iniziassero a dedicarle articoli e prime pagine. Come approcciarsi quindi al film su di lei? Ma nel solo modo possibile: senza pregiudizi di sorta.

“Chiara Ferragni: unposted” non è un film, non è un documentario né nulla di vagamente cinematografico o televisivo: è una lunga, costosa e autoreferenziale story di Instagram, che sarà visibile al cinema per tre giorni (dal 17 al 19 settembre) e poi sparirà per sempre. continua su

“Chiara Ferragni: Unposted”: un documentario che non sa osare

120) Grandi bugie tra amici

Il biglietto da acquistare per “Grandi bugie tra amici” è:
Nemmeno regalato. Omaggio (con riserva). Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Grandi bugie tra amici” è un film di Guillaume Canet. Con François Cluzet, Marion Cotillard, Gilles Lellouche, Laurent Lafitte, Benoît Magimel. Commedia, 131′. Francia 2019

Sinossi:

Sfiancato dalle scadenze e da una situazione economica assai poco rosea, Max si trasferisce nella casa al mare per riflettere. Lì, senza preavviso, lo raggiunge il suo gruppo di amici storici, che non vede da oltre tre anni, per festeggiare il suo compleanno. La sorpresa è certamente riuscita ma l’accoglienza lascia a desiderare. Max non finge neppure di essere felice. Anzi, fa di tutto per non mettere a proprio agio gli (ex?) amici. Una situazione che metterà il gruppo in una situazione ancora una volta imprevedibile.

Recensione:

L’amicizia è davvero l’unico legame capace di resistere alla prova del tempo e all’instabilità emotiva dell’uomo? Una compagnia di amici può restare insieme per trent’anni, senza farsi sconvolgere dagli imprevisti professionali, privati, finanziari e sentimentali di ciascun componente?

A distanza di otto anni da “Piccole bugie tra amici”, grande successo di critica e pubblico, Guillaume Canet decide di riprendere la storia dei suoi personaggi, nell’atteso “Grandi bugie tra amici”.

Ma avevamo davvero bisogno di questo sequel? Di sapere come e quanto sono cambiati i protagonisti con l’età, magari in peggio? Lo spettatore se lo chiede all’inizio del film, con la sensazione di assistere a una rimpatriata narrativamente debole e prolissa, per quanto ben recitata.

“Grandi bugie tra amici” risulta privo di appeal, mordente e incisività per colpa di una sceneggiatura lenta, dispersiva e a tratti confusionaria, che mescola troppi spunti diversi. continua su

“Grandi bugie tra amici”: un sequel atteso che non graffia come dovrebbe

119) Ninfa Dormiente (Ilaria Tuti)

“Ninfa Dormiente” è un romanzo scritto da Ilaria Tuti e pubblicato nel Maggio 2019 da Longanesi Editore

Sinossi:
“Li chiamano «cold case», e sono gli unici di cui posso occuparmi ormai. Casi freddi, come il vento che spira tra queste valli, come il ghiaccio che lambisce le cime delle montagne. Violenze sepolte dal tempo e che d’improvviso riaffiorano, con la crudele perentorietà di un enigma. Ma ciò che ho di fronte è qualcosa di più cupo e più complicato di quanto mi aspettavo. Il male ha tracciato un disegno e a me non resta che analizzarlo minuziosamente e seguire le tracce, nelle valli più profonde, nel folto del bosco che rinasce a primavera. Dovrò arrivare fin dove gli indizi mi porteranno. E fin dove le forze della mia mente mi sorreggeranno. Mi chiamo Teresa Battaglia e sono un commissario di polizia specializzato in profiling. Ogni giorno cammino sopra l’inferno, ogni giorno l’inferno mi abita e mi divora. Perché c’è qualcosa che, a poco a poco, mi sta consumando come fuoco. Il mio lavoro, la mia squadra, sono tutto per me. Perderli sarebbe come se mi venisse strappato il cuore dal petto. Eppure, questa potrebbe essere l’ultima indagine che svolgerò. E, per la prima volta nella mia vita, ho paura di non poter salvare nessuno, nemmeno me stessa”.

Recensione:
Ci prendiamo convintamente la responsabilità d’ annunciare ai nostri due lettori la nascita di una vera stella nell’attuale quanto  modesto panorama letterario italiano: Ilaria Tuti.
“Ninfa Dormiente” consacra Ilaria Tuti nell’Olimpo dei giallisti, avendo dimostrato ancora una volta tutto il proprio talento, creatività, sensibilità, umanità nel tratteggiare e rendere vivi, credibili ogni personaggio in questo affascinante, cupo e magnetico secondo romanzo.
Non è per nulla azzardato sancire la nascita dello “stile Tuti” nel costruire un impianto drammaturgico in cui si mescolano splendidamente finzione, storia e spiritualismo.
“Ninfa Dormiente” ha una struttura narrativa stratificata, complessa, piena di rimandi e continui flashback ciò nonostante si rivela una lettura incalzante, fluida, intensa che non lascia spazio e modo al lettore di mollare il libro fino alla sua conclusione.
Tuti incanta, inquieta, commuove con intreccio narrativo ricco di pathos, colpi di scena spiazzando costantemente il lettore.
Teresa Battaglia affronta probabilmente l’indagine più difficile della propria carriera, ma con l’agrodolce consapevolezza d’aver trovato una vera famiglia nella sua fidata squadra, pronta a sostenerla nella risoluzione di un misterioso omicidio avvenuto nel lontano 1945 e nel voler consegnare l’assassino alla giustizia
“Ninfa Dormiente” trasporta il lettore dentro una storia in cui si alternano orrore ed amore, misticismo ed ossessione, guerra e desiderio di pace, ricerca della propria
identità personale e quella di un popolo.
“Ninfa Dormiente” è una storia d’amore, vendetta e tragica resa dei conti in cui a nessun personaggio è consentito una  via di fuga.
Tuti firma un romanzo di respiro cinematografico stimolando con facilità e naturalezza il lettore nell’immaginare luoghi e personaggi e soprattutto l’evoluzione psicologica ed interiore di quest’ultimi.
“Ninfa Dormiente” è un racconto di sofferenza, dolore e rabbia, ma che ha nella parte finale una svolta catartica e liberatoria, magari narrativamente un po’ eccessiva e frettolosa, ma emotivamente efficace e soprattutto necessaria per far tirar il fiato al coinvolto quanto commosso lettore.
Teresa Battaglia è una donna forte, orgogliosa, preparata, dura, ma dietro quella spessa corazza si cela un’anima nobile, ferita dal doloro passato oltre che giustamente spaventata all’inesorabile avanzare di una malattia che rischia di renderla “vuota” e soprattutto “impotente” nel quotidiano.
“Ninfa Dormiente” è un romanzo da leggere, divorare e consumarlo quanto prima, nonostante un finale aperto che ci trasmette contemporaneamente curiosità ed inquietudine.

118) La vita invisibile di Euridice Gusmao

Il biglietto da acquistare per “La vita invisibile di Eurìdice Gusmão” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“La vita invisivile di Euridice Gusmao” è un film di Karim Aïnouz. Con Fernanda Montenegro, Carol Duarte, Gregório Duvivier, Cristina Pereira, Flavio Bauraqui, Júlia Stockler. Drammatico, 139′. Brasile 2019

Sinossi:

Rio de Janeiro, 1950. Euridice e Guida sono due sorelle inseparabili di 18 e 20 anni. Una sogna di diventare una pianista, l’altra di trovare il vero amore. Costrette a vivere separate per colpa del padre, prenderanno in mano il proprio destino senza rinunciare mai alla speranza di ritrovarsi.

Dal Brasile, terra di telenovelas e melodrammi, arriva in concorso nella sezione Un certain regard di Cannes 2019 – con buone chance di vittoria – “La vita invisibile di Eurídice Gusmão” di Karim Aïnouz.

Recensione:

La sinossi ufficiale parla di “tropical melodramma”, e dopo aver visto la prima mezz’ora, eccessivamente lenta e melensa, iniziavo a temere che mi sarei dovuto sorbire oltre due ore di simil soap opera con pretese autoriali.

Per fortuna non mi sono data alla fuga, e ho avuto modo di veder dissolvere pregiudizi e timori, grazie anche a un intreccio originale e alla bella prova delle due protagoniste, Carol Duarte (Eurídice) e Júlia Stockler (Guida).

“La vita invisibile di Eurídice Gusmão” è una sincera storia di sorellanza ambientata nella Rio de Janeiro degli anni ’50, contesto in cui le donne non potevano aspirare ad altro che essere mogli (in matrimoni combinati dalle famiglie) e madri.

Le sorelle Gusmão, invece, hanno altri progetti. Eurídice sogna di studiare piano al Conservatorio di Vienna; Guida, passionale quanto romantica, fugge con un marinaio, convinta che sia l’amore della sua vita. Rinnegata dal padre Alfonso, la ragazza verrà allantonata fisicamente dall’amata sorella. Ma le due non smetteranno mai di cercare di ritrovarsi.

Il film di Aïnouz è una sorta di versione femminile e fraterna di “L’amore ai tempi del colera” di Gabriel García Márquez, con le due protagoniste colpevoli solo di voler essere indipendenti e libere di amare chi e cosa vogliono. continua su

“La vita invisibile di Eurídice Gusmão”: una sincera storia di sorellanza

117) Il Signor Diavolo

Il biglietto da acquistare per “Il Signor Diavolo” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Il Signor Diavolo ” è un film di Pupi Avati. Con Filippo Franchini, Lino Capolicchio, Cesare Cremonini, Gabriel Lo Giudice, Massimo Bonetti. Drammatico, 86′. Italia 2019

Sinossi:

Roma, 1952. Il giovane funzionario ministeriale Furio Momenté viene convocato dal suo superiore per una questione delicatissima. In Veneto, un minore ha ucciso un coetaneo convinto di uccidere il diavolo. Per motivi elettorali la questione va trattata in modo da evitare scandali. La madre della vittima è molto potente e, da sostenitrice della causa della maggioranza politica, ha cambiato opinione assumendo una posizione assai critica nei confronti della Chiesa e di chi politicamente la supporta. Il compito di Momenté è quindi quello di evitare un coinvolgimento di esponenti del clero nel procedimento penale in corso. Durante il lungo viaggio in treno, Momenté legge i verbali degli interrogatori condotti dal giudice istruttore, a partire da quello del piccolo assassino, Carlo. La realtà che comincia a dispiegarglisi davanti è complessa e sinistra, ma le cose, una volta che si troverà sul posto, si dimostreranno ben peggiori.

Recensione:

Fin dalla notte dei tempi le forze del bene e quelle del male si sono contese il controllo sull’animo umano. I miti, la letteratura, la storia ci insegnano che nessuno è immune dalla tentazione del Diavolo, sommo mistificatore.

Dopo sei anni di assenza, Pupi Avati torna al cinema riprendendo in mano con esperienza e bravura l’amato genere horror/gotico. “Il Signor Diavolo”, trasposizione spiazzante dell’omonimo romanzo, è ambientato a Roma negli anni ’50.

Il film, più che paura, trasmette inquietudine, timore e senso di oppressione nell’osservare come molti temi caldi di oggi siano simili a quelli dell’Italia del dopoguerra, impegnata nella ricostruzione. Il “diverso”, in questo caso, è il giovane Emilio (Salvatori), marchiato come figlio del demonio, considerato pericoloso e cattivo.

Scena dopo scena, attraverso atmosfere splendidamente ricostruire e contraddizioni di una società bigotta, ci si rende conto che l’epoca raccontata da Avati, con il suo inconfondibile marchio, è lontana da noi soltanto sulla carta. continua su

“Il Signor Diavolo”: Pupi Avati riscrive il suo romanzo, tra horror e storia

116) Il Tempo dell’Ipocrisia (Petros Markaris)

“Il Tempo dell’Ipocrisia” è un romanzo scritto da Petros Markaris pubblicato da La Nave di Teseo nel Giugno 2019

Sinossi:
Il commissario Charitos è appena diventato nonno del piccolo Lambros, quando un imprenditore filantropo, proprietario di una catena di alberghi, viene ucciso con un’autobomba nei dintorni di Atene. L’attentato viene rivendicato da un gruppo che si firma Esercito degli Idioti Nazionali, ma i motivi dell’omicidio restano oscuri. I sospetti su terrorismo e criminalità organizzata svaniscono a mano a mano che la polizia ricostruisce i segreti della vittima, ben nascosti sotto la vita di specchiata onestà che ha sempre esibito. Un messaggio ricevuto dagli investigatori conferma che sono sulla strada giusta: la vittima è colpevole di ipocrisia. La scia di sangue non si ferma, alcune tra le più alte sfere della Grecia e dell’Europa vengono assassinate con la stessa accusa, che sembra l’unico elemento in comune tra loro. Charitos, diviso tra il desiderio di guadagnarsi l’agognata promozione e quello di godersi il nipotino, conduce l’inchiesta come un direttore d’orchestra, che tutti ascolta e da ciascuno coglie un elemento che può rivelarsi decisivo, fino a scoprire chi si cela dietro l’Esercito degli Idioti Nazionali e perché ha deciso di vendicare l’ipocrisia e l’ingiustizia del nostro mondo. Kostas Charitos indaga su un nemico dai mille volti, che costringerà il suo implacabile desiderio di giustizia a fare i conti con la propria coscienza, e con le ragioni imprevedibili del cuore.
Recensione:
Parafrasando le sacre scritture “Scagli la prima pietra chi non è mai stato accusato od indicato qualcuno d’essere  stato ipocrita!”
La verità appare nella nostra società come qualcosa d’inopportuno, scomodo, fastidioso ed addirittura pericoloso.
Chi mente, omette, tradisce è altresì destinato ad avere un futuro radioso e ricco di soddisfazioni.
Ma chi paga le conseguenze di questa condotta amorale e falsificata se a “praticarla” sono soprattutto i nostri politici e le istituzioni formalmente impegnate a verificare la correttezza dei primi?
Ovviamente siamo noi i cittadini a pagare il conto di quest “insano” Mondo dei Balocchi 3.0.
Già per quanto appaia assurdo e grottesco viviamo in un’epoca in cui i redivivi “Gatto e la volpe” di collodiana memoria abbiano preso il potere riuscendo a far credere che la loro visione di vita sia quella più giusta ed equa.
“Il Tempo dell’Ipocrisia” di Petros Markais mi ha personalmente trasmesso l’amara quanta tragica sensazione di leggere una versione cupa di “Pinocchio” di Collodi, in cui le bugie e le malefatte sono diventate le basi fondanti dell’Istituzioni e che la popolazione abbia ormai passivamente accettato questo stato di cose.
Petros Markais firma, a mio modesto avviso, il romanzo più devastante, cinico quanto lucido e sincero della saga del commissario Kostas Charistos, esplicitando con l’abituale lungimiranza e realismo il declino morale prima ancora che economico della Grecia e più in generale dell’Europa.
L’invocata quanto ipocrita austerity imposta al popolo greco ha affamato milioni di persone, distrutto la “classe media” e soprattutto creando i presupposti per una ribellione sociale quanto mai imminente e giustificata.
“Il tempo dell’Ipocrisia” seppure costruito come un classico “thriller” si dimostra ben presto come un puntuale saggio critico sulle malefatte e mancanze del governo greco e come gli annunci trionfalistici della fine dell’austerity imposta dalla “Troika” e l’inizio della ripresa economica non corrispondano per nulla alla realtà sociale del Paese in cui la generazione dei cinquantenni si è ritrovata improvvisamente senza un lavoro e pochi fortunati sopravvivendo con una pensione da poche centinaia di euro.
“Il Tempo dell’Ipocrisia” è una storia di finzione ma che tristemente odora di quotidiano, trasuda rabbia e frustrazione e soprattutto lancia un chiaro monito alle forze politiche nazionali ed internazionali: continuando con questa “cura” non soltanto si uccide i pazienti, ma trasforma i “moribondi” in pericolosi quanto risoluti vendicatori della povertà.

115) L’Ospite

Il biglietto da acquistare per “L’ospite” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“L’Ospite” è un film di Duccio Chiarini. Con Daniele Parisi, Silvia D’Amico, Anna Bellato, Thony, Milvia Marigliano. Commedia, 94′. Italia, Francia 2018

Sinossi:

Guido (38 anni) ha una relazione con Chiara (33 anni) che viene messa in crisi dalla possibilità che lei sia rimasta incinta. Mentre lui si sente pronto per la paternità lei ci vuole pensare. Nell’attesa Guido, sperando di farle cambiare idea, se ne va di casa ottenendo ospitalità sia dai suoi genitori che dagli amici. Avrà modo di diventare testimone di storie che non conosceva fino in fondo.

Recensione:

Ci sono molti modi di raccontare la crisi e la fine di una stora d’amore tra ultratrentenni. Gabriele Muccino ha costruito la sua fortuna affrontando questo tema, ed elevandosi al ruolo di “cineasta generazionale” e dopo di lui in tanti hanno provato a fare altrettanto.

Se però, caro spettatori, rientri tra coloro che non ne possono più di eterni Peter Pan e personaggi eccessivi e urlanti, non potrai non apprezzare come una ventata di aria fresca la commedia di Duccio Chiarini “L’ospite”, presentata al TFF 2018 nella sezione Festa Mobile.

Chiarini, al secondo lungometraggio dopo “Short skin” (2014), conferma di possedere grande sensibilità e spirito romantico. Queste doti umane, unite al talento e alla creatività del regista, cooperano a creare uno stile di racconto semplice, lineare quanto profondo, incisivo e autentico.

“L’ospite” è una commedia agrodolce, classica quanto originale, che racconta sì la fine di un solido rapporto di coppia ma, per una volta, non per colpa di un tradimento o di un colpo di testa dei uno dei due partner. È che nella vita reale l’amore, qualche volta, semplicemente non basta.

Uno degli elementi originali della pellicola – che finisce per diventare un’indagine sociologico-sentimentale sul significato e l’utilità della vita di coppia – è che la famigerata “pausa di riflessione” viene raccontata per una volta dal punto di vista maschile, con inaspettati risvolti narrativi ed emotivi. continua su

“L’ospite”: quando la crisi sentimentale è raccontata senza forzature

114) Il Libro dell’Inquietudine di Bernardo Soares ( Fernando Pessoa)

“Il Libro dell’Inquietudine” di Bernardo Soares è un romanzo scritto da Fernando Pessoa e pubblicato da Feltrinelli nel dicembre 2012.

Sinossi:
“Il libro di Soares è certamente un romanzo. O meglio, è un romanzo doppio, perché Pessoa ha inventato un personaggio di nome Bernardo Soares e gli ha delegato il compito di scrivere un diario. Soares è cioè un personaggio di finzione che adopera la sottile finzione letteraria dell’autobiografia. In questa autobiografia senza fatti di un personaggio inesistente consiste l’unica grande opera narrativa che Pessoa ci abbia lasciato: il suo romanzo”. (Antonio Tabucchi).
Recensione:
Oggi se avvertiamo una sorta di malessere interiore, ci sentiamo insoddisfatti, ansiosi, “depressi” non abbiamo alcuna esitazione a farci prescrivere dal medico di base o magari dal primo psichiatra trovato sull’elenco degli psicofarmaci illudendoci di risolvere così ogni problema.
Quelli “più illuminati” consapevoli che solamente “la pasticca” non possa essere sufficiente ad arginare i tormenti dell’anima decidono d’affidarsi ad uno psicoterapeuta iniziando un lungo, costoso e spesso doloroso percorso di analisi.
Nonostante i progressi della farmacologia e soprattutto delle neuroscienze la cura dell’anima e financo della mente rimangono ancora campi per lo più inesplorati e misteriosi.
Non esiste la cura universale, ogni persona /paziente è un caso a sè stante
Su un punto convergono i vari neurologi, psichiatri e psicoterapeuti, la scrittura è uno degli strumenti più consigliati e funzionali affinché un paziente possa liberarsi del proprio malessere.
Scrivere di sé, mettere su carta le proprie paure, ossessioni o banali pensieri svolge una funzione catartica, liberatoria e soprattutto terapeutica.
Tenere un diario, prendere appunti, raccontare una storia non è soltanto un impegno creativo, ma è altresì un esercizio di costanza e volontà che consente alla mente d’uscire dall’impasse emotiva e sbloccando la paralisi psicologica.
Fernando Pessoa, pur non disponendo delle moderne conoscenze mediche e psichiatriche, scrivendo “Il Libro dell’Inquietudine” , da geniale autore, anticipò  i tempi realizzando un’opera rivoluzionaria non soltanto in campo letterario ma anche a livello medico.
“Il Libro dell’Inquietudine” con una prima quanto superficiale lettura potrebbe visto e percepito come una sorta di “Zibaldone” di leopardiana memoria, quando in realtà è qualcosa di più profondo oltre che di diverso.
Pessoa nell’ attribuire la “paternità” del romanzo all’immaginario ed anonimo contabile Bernardo Soares, rende più sincero, realistico, toccante il flusso di pensieri, gli stati d’animi e le fragilità che possono attraversare il cuore e la mente di qualsiasi individuo.
Sebbene i pensieri di Soares siano numerati e datati non consentono di stabilire una vera e chiara struttura narrativa del romanzo, lasciando volutamente al lettore una sensazione d’ improvvisazione quanto confusione autoriale.
Una sensazione ovviamente ingannevole studiata con talento e sensibilità da Pessoa per descrivere e raccontare con maggiore efficacia ed intimità la personalità e psicologia del protagonista.
“Il Libro dell’Inquietudine” è un tortuoso, amaro, malinconico viaggio nella psiche umano magistralmente descritto, rappresentato facendo diventare Bernardo Soares, non soltanto una persona conosciuta, ma soprattutto un amico a cui voler bene sentendolo vicino nella comune consapevolezza che il suo malessere è vicino al nostro.
Perché ciò che scrive e prova Bernardo è una declinazione della vita fatta di luci ed ombre, con le ultime sempre più numerose e pericolosamente in agguato.
“Il libro dell’inquietudine “è una lettura consigliata soprattutto a coloro che in modo sciocco  si dichiarano immuni a certe tematiche e soprattutto diffidenti   all’introspezione.

113) Crawl- Intrappolati

Il biglietto da acquistare per “Crawl – Intrappolati” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Crawl – Intrappolati” è Un film di Alexandre Aja. Con Kaya Scodelario, Barry Pepper, Ross Anderson, George Somner, Ami Metcalf. Azione, 87′. USA 2019

Sinossi:

Haley Keller non parla più con suo padre Dave, per anni anche suo allenatore di nuoto. I genitori si sono separati e papà è rimasto nella casa di famiglia in Florida, incapace di accettare che sua moglie ora abbia un altro. Haley, dal canto suo, continua a gareggiare e ad essere superata in velocità e destrezza dalle compagne, risentendo le parole del padre che la spingeva costantemente oltre i suoi limiti. Ma quando un potentissimo uragano colpisce la costa sud-est degli Stati Uniti, la ragazza decide di mettere da parte le ostilità e si reca alla sua casa, trovandolo intrappolato e ferito…

Recensione:

Capita spesso di paragonare i rapporti conflittuali o problematici con i genitori a delle vere e proprie calamità naturali. Eppure, ogni ostilità dovrebbe venire meno – e spesso è così! – davanti a situazioni di emergenza o pericolo.

Dopo “Piranha 3D” del 2010, Alexandre Aja torna a immergersi in acque torbide e pericolose con “Crawl – Intrappolati” (si noti la doppia valenza del titolo inglese, che allude sia al seminterrato che allo strisciare tipico dei coccodrilli), una pellicola che mescola in modo convincente horror e azione con dei buoni spunti drammatici e familiari.

La sceneggiatura è avvincente – anche se nella seconda parte perde terreno, con passaggi forzatamente epici e una tendenza eccessiva verso l’inverosimile. Il regista si dimostra capace di mantenere un discreto equilibrio narrativo, oltre che visivo, per tutta la durata della pellicola, coinvolgendo il pubblico e mantenendo viva la sua attenzione fino alla fine. continua su

“Crawl – Intrappolati”: tra azione e horror, claustrofobia e ossessione