83) Quando Eravamo Fratelli

“Quando eravamo fratelli” è un film di Jeremiah Zagar. Con Evan Rosado, Isaiah Kristian, Josiah Gabriel, Raúl Castillo, Sheila Vand. Drammatico, 94′. USA 2018

Sinossi:

Tre fratelli portoricani, Manny, Joel e Jonah, vivono in una zona arretrata degli Stati Uniti chiamata Utica e rispondono come possono all’affetto precario dei loro genitori. Il padre è portoricano, impulsivo e manesco, la madre bianca, il loro amore è di quelli impegnativi, pericolosi, capaci di fare e disfare una famiglia più volte. I bambini si fanno strada nella loro infanzia, ma mentre Manny e Joel diventano sempre più simili al padre, Jonah abbraccia un mondo di immaginazione che è solo suo.

Recensione :

Quante pellicole e serie tv abbiamo visto, quanti libri abbiamo letto, con al centro i rapporti e le dinamiche familiari? Tanti, forse persino troppi. Non tanto per il tema in sé, sempre interessante e meritevole, quanto piuttosto perché la rappresentazione che viene fatta di questo microcosmo è spesso edulcorata, lontana dalla realtà.

Trovare una chiave registica, stilistica e interpretativa per raccontare la famiglia in modo convincente non è facile, quindi potete immaginare il mio stupore – e la mia gioia – nel vedere che “Quando eravamo fratelli” di Jeremiah Zagar ci riesce, e piuttosto bene!

La pellicola è volutamente costruita più sulle immagini che sui dialoghi. Zagar, formatosi come documentarista, al suo secondo lungometraggio di finzione dopo “In a dream” del 2008, evita di realizzare un adattamento classico e prevedibile del breve romanzo di Justin Torres “Noi, gli animali“, optando invece per un taglio più realistico.

Sebbene il regista, nelle sue note, scrive di essersi ispirato ai lavori di Ken Loach degli anni ’60 o a film come “Ratcatcher”, personalmente ho riscontrato diversi punti di contatto con il meraviglioso “Capitan Fantastic” di Matt Ross, visto qualche anno fa. I due film hanno in comune soprattuto la prospettiva del racconto, che è quella dei figli, dei più piccoli.

“Quando eravamo fratelli” trascina lo spettatore dentro la vita apparentemente felice e normale di questa famiglia, in cui l’amore tra i genitori e un sincero legame di fratellanza tra i tre figli sembrano sufficienti per superare ogni problema economico o passaggio drammatico. continua su

“Quando eravamo fratelli”: un racconto sull’infanzia autentico

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82) Dolor y Gloria

“Dolor y Gloria” è un  film di Pedro Almodóvar. Con Antonio Banderas, Asier Etxeandia, Leonardo Sbaraglia, Nora Navas, Julieta Serrano. Drammatico, 113′. Spagna 2019

Sinossi:

Salvador Mallo è un regista cinematografico oramai sul viale del tramonto, che ricorda con nostalgia tutta la sua vita. L’infanzia negli anni ’60, quando la famiglia si trasferì a Paterna, in provincia di Valencia, in cerca di una vita migliore; il primo grande amore a Madrid durante gli anni ’80 e il successivo dolore per la sua perdita; la consolazione nella scoperta della scrittura e l’amore per il cinema e il teatro che lo hanno aiutato a colmare un vuoto esistenziale.

Recensione

Dopo aver visto “Dolor y Gloria”, il sottoscritto è ancora più curioso di sapere cosa deciderà la prossima settimana la giuria presieduta da Iñárritu. La maggioranza dei colleghi presenti a Cannes, infatti, non ha alcun dubbio: Pedro Almodóvar è tornato agli antichi fasti e non tornerà in Spagna a mani vuote!

Se mi segui da qualche tempo sai bene, caro lettore, come sia un Bastian contrario per natura e vocazione, ma mai come questa volta sono sinceramente meravigliato da questa campagna “pro Pedro”. Probabilmente il 25 maggio ci sarà gloria, per questo film, ma al momento io sento solo il dolor davanti al pensiero di doverlo recensire!

Intendiamoci “Dolor y Gloria” è una pellicola sentita, sincera, appassionata come può essere quella basata su elementi autobiografici. Ma questo basta a renderla esaltante? A mio modesto parere, no.

Almodóvar usa il suo talento e la sua creatività per realizzare una straordinaria seduta pubblica di auto-analisi. Non c’è niente di male, per un artista: anche il sommo poeta Dante Alighieri avvertì l’urgenza di farlo, nel mezzo del cammin di sua vita. continua su

“Dolor y Gloria”: un film emotivamente sentito ma piuttosto monocorde

81) Sabbia Nera ( Cristina Cassar Scalia)


“Sabbia Nera” è un romanzo scritto da Cristina Cassar Scalia e pubblicato da Einaudi editore nel Maggio 2018.

Sinossi:
Mentre Catania è avvolta da una pioggia di ceneri dell’Etna, nell’ala abbandonata di una villa signorile alle pendici del vulcano viene ritrovato un corpo di donna ormai mummificato dal tempo. Del caso è incaricato il vicequestore Giovanna Guarrasi, detta Vanina, trentanovenne palermitana trasferita alla Mobile di Catania. La casa è pressoché abbandonata dal 1959, solo Alfio Burrano, nipote del vecchio proprietario, ne occupa saltuariamente qualche stanza. Risalire all’identità del cadavere è complicato, e per riuscirci a Vanina servirà l’aiuto del commissario in pensione Biagio Patanè. I ricordi del vecchio poliziotto la costringeranno a indagare nel passato, conducendola al luogo dove l’intera vicenda ha avuto inizio: un rinomato bordello degli anni Cinquanta conosciuto come «il Valentino». Districandosi tra le ragnatele del tempo, il vicequestore svelerà una storia di avidità e risentimento che tutti credevano ormai sepolta per sempre, e che invece trascinerà con sé una striscia di sangue fino ai giorni nostri.
Recensione:
La mia amata Sicilia continua a regalarmi piacevoli ed interessanti scoperte letterarie.
Dopo Barbara Bellomo, è il turno della Dott.ssa Cristina Cassar Scalia a farmi rimpiangere la tardiva lettura.
“Sabbia nera” si rivela fin dalle prime pagine una storia intrigante, avvolgente, piena di colpi di scena scandito da un incalzante e crescente ritmo narrativo.
“Sabbia nera” ci piace definirlo come un riuscito ibrido tra thriller e noir contenendo il meglio dei due generi, magistralmente mescolati dalla creativa autrice.
“Sabbia nera” certifica la nascita di una nuova stella letteraria destinata, senza dubbio, a conquistare nei prossimi anni l’interesse e curiosità dei lettori.
Mi riferisco ovviamente al vicequestore Giovanna Guarrasi, detta Vanina.
Vanina è una donna forte, intelligente, capace nel proprio lavoro, ma costretta a con convivere con un passato doloroso mai sopito.
Il lettore più attento e scrupoloso potrebbe cogliere nella personalità e soprattutto nelle dure spigolature caratteriali della protagonista più di un’assonanza narrativa con i più famosi “colleghi” Montalbano e Schiavone.
Ma seppure queste comparazioni siano corrette oltre che legittime, sarebbe altresì errato credere che la Scalia si sia limitata ad adattare uno script valido in chiave femminile.
“Sabbia Nera” è molto di più potendo contare su altri personaggi dal notevole potenziale drammaturgico . Già in questo primo episodio appaiono preziosi nel dare brio e profondità all’intreccio.
L’altra protagonista di “Sabbia Nera” è la città di Catania raccontata e descritta dall’autrice con sincerità e passione senza dover ricorrere ad inutili cliché e stereotipi.
“Sabbia nera” permette al lettore di conoscere una Catania in bianco e nero in cui vizi e tradimenti erano paradossalmente tollerati fino a quando non venissero meno la facciata pubblica o peggio ancora gli interessi economici individuali.
Già perché l’avidità scatenava e scatena tutt’oggi i peggiori istinti criminali dell’uomo o di una donna.

80) Attacco a Mumbai

Il biglietto da acquistare per “Attacco a Mumbai – Una vera storia di coraggio” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto (con riserva). Sempre.

2Attacco a Mumbai” è un film di Anthony Maras. Con Dev Patel, Armie Hammer, Nazanin Boniadi, Jason Isaacs, Anupam Kher. Drammatico, 110′. Australia 2018

Sinossi:

Nel 2008 sbarca dal Pakistan, nel quartiere di Colaba a Mumbai, una piccola imbarcazione con dieci giovani armati fino a denti. Attaccheranno la grande città indiana colpendo nel nome di Allah punti di grande concentrazione umana, come la stazione ferroviaria, e luoghi simbolici dell’opulenza e dell’influenza occidentale, come l’hotel a cinque stelle Taj Mahal. Qui un cameriere coraggioso, una coppia per metà americana che ha appena avuto un figlio, un imprenditore e puttaniere russo, uno chef abituato alla leadership e molti altri cercano di sopravvivere al massacro in corso.

Recensione:

Se pensiamo a un attentato terroristico del nuovo millennio è facile richiamare alla mente le immagini dell’11 settembre 2001. Sfortunatamente di episodi drammatici e disumani, negli ultimi 19 anni, se ne sono susseguiti parecchi.

Uno di questi è avvenuto in India il 26 novembre 2018, quando dieci terroristi pakistani hanno messo a ferro e fuoco la città di Mumbai. Miliardi di persone seguirono i tragici avvenimenti – culminati nell’assedio del Taj Mahal Palace Hotel – in diretta televisiva.

“Attacco a Mumbai – Una vera storia di coraggio” del regista esordiente Anthony Maras conduce lo spettatore in un doloroso viaggio nel tempo, facendogli rivivere quelle tre giornate infernali con l’intento di omaggiare, soprattutto, l’eroismo e l’altruismo dello staff del TaJ Mahal, che non esitò a sacrificarsi pur di garantire l’incolumità dei clienti.

All’inizio del film, il capo chef Hemant Oberai (Kher) ricorda al suo staff come “il cliente è sacro”. La sequenza si svolge prima dell’attacco. Queste parole acquistano ancora più significato alla luce degli eventi successivi. continua su

“Attacco a Mumbai”: un thriller spietato su una carneficina reale

 

79) Le Grand Bal

“Le Grand Bal” è un film di Laetitia Carton. Documentario, 95′. Francia 2018

Sinossi:

Ogni estate a Gennetines, paesino dell’Alvernia, duemila persone arrivano da ogni parte del mondo per ballare, per sette giorni e otto notti di fila. Non è un rave, e non è una gara di resistenza come quelle ai tempi della Grande Depressione: è il Grand Bal de l’Europe, festival di danza popolare dove chiunque, giovani e anziani, francesi e non, si lanciano in polke e mazurke, quadriglie e gironde, valzer impari e circoli circassiani. Un fiume umano in movimento che la mattina riceve lezioni da esperti provenienti da tutta Europa (sì, anche l’Italia, con insegnanti di pizzica a taranta) e la sera balla fino allo sfinimento, per poi lasciare posto ai giovanissimi protagonisti del “boeuf”, la versione notturna del Grand Bal, o unirsi a loro non stop.

Recensione:

Non passa giorno che non leggiamo sui giornali o sentiamo in tv come ormai si sia perso qualsiasi desiderio di comunicazione diretta, personale e fisica. Lo schermo del pc o dello smartphone rappresenta lo scudo perfetto dietro cui nascondersi; i social network la terra delle amicizie virtuali.

In questa nostra epoca triste ed egoista, sembra quasi che umanità, gentilezza e voglia di condividere siano diventate solo parole vuote. Quasi, appunto, perché esistono ancora delle piccole eccezioni a colori, nel nostro mondo in bianco e nero, luoghi dove è possibile respirare autenticità e vivere intensamente, senza alcun tipo di filtro.

Uno di queste “oasi di vitalità” è il Grand Bal de l’Europe, un festival di danza popolare della durata di sette giorni e otto notti, che si svolge ogni estate da 25 anni a questa parte nel paesino di Gennetines, in Alvernia.

Migliaia di persone arrivano da ogni parte del mondo, per partecipare. Ma se non credete di riuscire a tenere il ritmo, potete almeno farvi un’idea precisa di cosa vi perdete attraverso il documentario di Laetitia Carton, presentato al Festival di Cannes 2018 e candidato come miglior documentario al Premio César 2019.

Ci piace immaginare il Grand Bal come una sorta di Woodstock del ballo, senza però gli eccessi che hanno caratterizzato quella storica adunanza. In Francia, infatti, si partecipa a un’esperienza sì trascinante e unica ma assolutamente legale. continua su

“Le grand bal”: quando l’incontro tra corpi e musica genera bellezza

78) Il Grande Spirito

Il biglietto da acquistare per “Il grande spirito” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

2Il Grande Spirito” è un film di Sergio Rubini. Con Rocco Papaleo, Sergio Rubini, Ivana Lotito, Bianca Guaccero, Geno Diana, Alessandro Giallocosta. Commedia, 113′. Italia 2019.

Sinossi_

Tonino è un ladruncolo sempre in cerca del grande colpo di fortuna: che sembra finalmente arrivare quando il bottino di una rapina, per cui lui era stato relegato al ruolo di palo, finisce fortuitamente nelle sue mani. Tonino fugge con la refurtiva sui tetti di Taranto e trova rifugio in un abbaino fatiscente abitato da uno strano personaggio: Renato, che si è dato il soprannome di Cervo Nero perché si ritiene un indiano, parte di una tribù in perenne lotta contro gli yankee. Renato, come sillaba sprezzantemente Tonino, è un “mi-no-ra-to”, ma è anche l’unica àncora di salvezza per il fuggitivo, che tra l’altro si è ferito malamente cadendo dall’alto di un cantiere sopraelevato. Fra i due nascerà un’intesa frutto non solo dell’emarginazione, ma anche di un’insospettabile consonanza di vedute.

Recensione :

La strada che porta in Paradiso è lastricata di rinunce, sacrifici e dolore… almeno quella per il Paradiso inteso in senso cristiano. Per un rapinatore, invece, nessuna ricompensa futura sarà mai tanto allettante quanto godersi qui, in Terra, i frutti di un colpo andato a buon fine.

Lo sa bene Tonino, detto “Barboncino”, il protagonista del film “Il grande spirito” di Sergio Rubini, un ladro pugliese caduto in disgrazia dopo una rapina finita male per colpa di un cane. Considerato inutile e superato dagli altri criminali, viene utilizzato al massimo come palo. Durante un colpo entra fortuitamente in possesso della refurtiva e trova rifugio sui tetti di Taranto dove incontra il bizzarro Renato…

La sceneggiatura si basa su due elementi: la strana amicizia tra i due protagonisti e la caccia all’uomo in stile crime. Il primo risulta convincente e valido, merito della bella alchimia nata tra Rubini e Papaleo. Il secondo, invece, appare fin dalle prime battute forzato, fuori contesto e poco credibile. continua su

“Il grande spirito”: una storia di miseria e nobiltà italiana

77) I Provinciali (Jonathan Dee)

‘I provinciali’ è un romanzo scritto da Jonathan Dee e pubblicato da Fazi Editore nell’aprile 2019.
Sinossi:
Howland, Massachusetts. Mark Firth è un imprenditore edile con grandi ambizioni ma scarsa competenza negli affari, tanto da aver affidato tutti i suoi risparmi a un truffatore; lo sa bene sua moglie Karen, molto preoccupata per l’istruzione della figlia: sarebbe davvero oltraggioso se dovesse ritrovarsi nei pericolosi bassifondi della scuola pubblica. Il fratello di Mark, Jerry, è un agente immobiliare che ha mollato la precedente fidanzata sull’altare e ha una relazione con la telefonista della sua agenzia. C’è poi Candace, la sorella, che è insegnante alla scuola pubblica locale e coltiva una relazione clandestina con il padre di una delle sue allieve. La famiglia Firth è il nucleo centrale di una estesa nebulosa di personaggi, tutti abitanti di Howland. L’intera cittadina attraversa una crisi economica che influenza le vite di tutti, accentuata dai sentimenti ambivalenti che la gente del posto nutre nei confronti dei weekender newyorkesi. Sarà proprio uno di questi a far precipitare il fragile equilibrio della comunità. Dopo l’11 settembre infatti il broker newyorkese Philip Hadi, sapendo grazie a “fonti riservate” che New York non è più un posto sicuro, decide di traslocare a Howland insieme a moglie e figlia…
Recensione:

Un tempo lontano abbiamo vissuto la cruenta e tragica lotta di classe tra padroni ed operai.
Poi ci fu il 68 e dalla lotta di classe si passò a quella ideologica: conservatori contro rivoluzionari o presunti tali.
Oggi invece con toni e linguaggi più comici che tragici assistiamo alla lotta tra chi ancora conosce ed utilizza l’uso del congiuntivo e chi invece non ha mai sfogliato un libro o un giornale in vita propria.
Cambiano i Tempi, i nomi ma restano forti le contrapposizioni e le divisioni nella nostra società.
Resiste immutabile nella nostra società , nonostante tutto , una predisposizione antropologica ancora prima che sociale e culturale . Ovvero la sottile quanto profonda diffidenza dell’uomo di provincia o campagnolo nei confronti di quello di città.
Anche negli Stati uniti è molto radicato e diffuso questo sentimento che ciclicamente tocca l’ apice. Come fu, ad esempio, dopo l’undici settembre 2001.
Gli Stati Uniti si scoprirono fragili , vulnerabili ed impauriti.
Vivere a New York era diventato un pericolo piuttosto che un ‘opportunità.
Cosi parecchi eccentrici milionari decisero di trasferirsi nell’ amena quanta sicura provincia.
Ma come si vive nella provincia americana?
Chi sono i “provinciali?
Come hanno reagito all’undici settembre?
Non avevo mai letto nulla di Jonathan Dee , ma sollecitato dalla mia libraria di fiducia ho voluto dargli fiducia.
“I provinciali” potrebbe suscitare inizialmente una sensazione di noia n leggendo le banali e semplici vite dei vari personaggi di questa storia.
Infatti il lettore catapultato nel quotidiano grigiore della piccola cittadina di Howland nel Massaechustes, é “costretto” ad ascoltare i dialoghi e criticità esistenziali ed economici di ogni personaggio e soprattutto nel dover prendere nota in che modi la comunità di Howlanda reagisca e quanto cambi all’arrivo dell’ sig Hadi, eccentrico broker newyorkese e della sua famiglia.
Il silenzioso Hadi stravolge lo status quo cittadino fino a farsi eleggere al ruolo di primo consigliere donando, a proprie spese, prosperità e sviluppo alla città.
Il ciclone Hadi non soltanto cambierà il sistema politico di Howland , ma influenzerà il modo di pensare ed agire dei cittadini.
“I provinciali” è un feroce , ironico quanto incisivo affresco sull’ipocrisia e contraddizione imperante in America sulle tematiche di Stato, senso civile e libero mercato.
Da una parte gli americani continuano a sognare in grande e dall’altra si rivelano insofferenti a qualsiasi tipo di controllo statale ed obbligo fiscale.
L’undici settembre fu un’ immane tragedia nazionale , ma che ben presto assunse agli occhi dei famelici speculatori come l’irripetibile opportunità di creare una pericolosa bolla immobiliare e finanziaria esplosa drammaticamente nel 2007.
“I provinciali” è un tragicomico alternarsi di sogni e frustrazioni magistralmente disegnato con i caratteri e personalità dei personaggi.
Quest’ultimi che lentamente ed inesorabilmente sentiamo emotivamente vicini al punto di rispecchiarci nei loro vizi e debolezze.
Dee punta il dito contro un ‘America incapace di cambiare cogliendo la tragica lezione dell’undici settembre rimanendo prigioniera di un perverso sistema economico fondato sull’egoismo ed avidità ai danni del ben comune e delle nuove generazioni.
Probabilmente la lettura sarebbe risultata più agevole e vivace se alcuni passaggi fossero stato asciugato ed eliminato permettendo di giungere al finale con maggior pathos e coinvolgimento.
Il lettore dovrà infatti compiere uno sforzo supplementare per comprendere tra le righe il vero significato di un finale apparentemente fuorviante.
Jonathan Dee si augura che i nostri figli per quanto spaesati, annoiati e social dipendenti, possano mantenere la capacità di ragionare, approfondire al punto di poter dire no e porsi le giuste domande sull’effettiva salute della democrazia negli Stati Uniti.

76) La Gabbia Dorata ( Camilla Lackberg)

“La Gabbia dorata” è un romanzo scritto da Camilla Lackberg e pubblicato nell’ Aprile 2019 da Marsilio editore.
Sinossi:
Faye sembra avere tutto. Un marito perfetto, una figlia adorabile e un lussuoso appartamento nel quartiere più elegante di Stoccolma. Ma, al di là della superficie scintillante, è una donna tormentata dai ricordi legati al suo oscuro passato a Fjällbacka, una donna che sempre più si sente prigioniera di una gabbia dorata. Un tempo era forte e ambiziosa. Poi è arrivato Jack, il marito, e lei ha rinunciato alla sua vita. Jack non è un uomo fedele, però, e quando Faye lo scopre, il suo mondo va in pezzi. Non le resta più niente, è distrutta. Fino al momento in cui decide di passare al contrattacco e di vendicarsi in modo raffinato e crudele… Faye non è certo la prima donna al mondo a essere stata umiliata dal marito, trattata come una stupida e costretta a lasciare il posto a una più giovane e piacente. Ma per lei è arrivato il momento di dire basta: «Unite siamo forti, non ci rassegneremo mai più al silenzio.»
Recensione:

È possibile porgere l’altra guancia come ci insegnano le sacre scritture?
Il perdono è una priorità divina?
La vendetta è un piatto che va servito freddo.
Camilla Lackberg sembra averci preso “gusto” nel raccontare come una donna ferita, umiliata e soprattutto tradita dal proprio partner possa tramutarsi nel più spietato e feroce “Angelo Vendicatore”.
L’autrice svedese, ad un anno dall’ avvincente racconto sulla realizzazione del “delitto perfetto” in chiave femminile come reazione alla violenza e sopruso maschile, decide con il suo nuovo romanzo d’approfondire e sviluppare questa delicata e scottante tematica.
“La Gabbia dorata” è infatti la storia di una vendetta lungamente e pazientemente studiata e preparata dalla protagonista Faye, dopo che il suo fascinoso e ricco marito Jack l’ha tradita spudoratamente, umiliata e buttata via come una “scarpa vecchia”.
Faye che per amore di Jack ha sacrificato sé stessa, le sue ambizioni e talenti ritagliandosi il ruolo di moglie innamorata e madre affettuosa della piccola Julienne. Dopo l’iniziale e comprensibile momento di sconforto, la donna trova dentro di sé la forza o se preferite l’odio implacabile per ottenere una subdola quanto inesorabile vendetta.
Una vendetta totale, spietata e devastante che solamente una donna intelligente oltre che ferita nell’animo sarebbe stata capace di realizzare.
“La Gabbia dorata” è la classica storia di vendetta, riscatto ed emancipazione esistenziale ed economica da parte della protagonista.
Ed è proprio per via di un impianto narrativo solido quanto prevedibile che ci dispiace sottolineare come quest’ultima fatica letteraria della brava Lackberg ci abbia complessivamente deluso sul piano creativo e letterario.
Ci saremmo aspettati dalla Lackberg qualcosa di più originale, profondo e potente.
Invece fin dalle prime pagine il lettore ha la netta sensazione di leggere situazioni e vivere colpi scena già noti e quindi prevedibili.
“La Gabbia dorata” più che un romanzo sembra essere la sceneggiatura di un film TV in cui non possono mancare scene di sesso e dettagli scabrosi per soddisfare la “libido visiva” del pubblico, ma pressoché inutili sul piano narrativo.
“La Gabbia dorata” si fa leggere con facilità per merito di uno stile semplice, diretto e Scorrevole, ma lontano dall’abituale qualità della Lackberg.
“La Gabbia dorata” sembra più un romanzo scritto per esigenze commerciali piuttosto che da un’urgenza creativa dell’autrice.
È una lettura consigliata soprattutto a tutti quei uomini che stanno tradendo o pensano di tradire la propria compagna illudendosi di farla franca.
Dopo l’ira di Dio, l’uomo tema quella della donna dal cuore spezzato.
Perché Dio perdona, lei no.

75) Tutti pazzi a Tel Aviv

“Tutti pazzi a Tel Aviv” è Un film di Sameh Zoabi. Con Kais Nashif, Lubna Azabal, Yaniv Biton, Maisa Abd Elhadi, Nadim Sawalha. Commedia, 100′. Lussemburgo, Francia, Belgio, Israele 2018

Sinossi:

Salam è un trentenne che vive a Gerusalemme e lavora a Ramallah. È stato assunto da poco da uno zio come stagista sul set di una famosa soap opera palestinese, “Tel Aviv on Fire”. Ogni giorno, per raggiungere lo studio televisivo, deve passare dal rigido checkpoint israeliano, sorvegliato dalla squadra di militari del comandante Assi. Poiché la moglie di Assi è una grande fan della serie televisiva, e Salam si è spacciato per sceneggiatore, Assi esige di farsi coinvolgere personalmente nella stesura della storia. In un primo tempo, la carriera di Salam ne beneficia, al punto che viene realmente assunto per scrivere il seguito, peccato, però, che l’ufficiale israeliano e i finanziatori arabi non intendano il finale nello stesso modo.

Recensione :

La vita è una fiction. Potrei apparire presuntuoso nell’autocitazione, ma questa frase mi sembra efficace per sintetizzare il mio pensiero sul divertente, ironico, meraviglioso “Tutti pazzi a Tel Aviv” del regista palestinese Sameh Zoabi, presentato nella sezione Orizzonti della Mostra del cinema di Venezia.

La pellicola promette di far sorridere i teledipendenti, che qui ritroveranno molto del loro modo di pensare, di fare e di relazionarsi con il mondo esterno. Ma anche chi rifiuta con sdegno questo status, sebebene sia capace di trascorrere un intero weekend su Netflix, per guardare serie dopo serie, potrà apprezzarlo.

“Tutti pazzi a Tel Aviv” è un vero gioiello narrativo e registico, che unisce momenti comici, efficaci spruzzate di romanticismo e riflessione politica, mantenendo sempre uno stile semplice, diretto e coinvolgente quanto ironico.

La crasi perfetta tra la serie “Boris” e la pellicola “Questione di cuore” di Francesca Archibugi, con una sceneggiatura migliore, personaggi di assoluto valore e un finale davvero imprevedibile e geniale. continua su

“Tutti pazzi a Tel Aviv”: una commedia corale godibile, briosa, mai banale

74) Che fare quando il mondo è in fiamme?

“Che Fare quando il mondo è in fiamme ?” è Un film di Roberto Minervini. Con Judy Hill, Dorothy Hill, Michael Nelson, Ronaldo King, Titus Turner, Ashley King. Titolo originale: What you gonna do when the world’s on fire? Documentario, 123’. Italia, Francia, USA, Danimarca, Belgio 2018

Sinossi:

Il costume di piume e perle brillanti di Big Chief Kevin Goodman, colto mirabilmente nell’epilogo dalla “fotosensibilità” di Roberto Minervini, è qualcosa difficile da comprendere per gli spettatori europei. Confluenza di minorità oppresse, è un costume di ispirazione indiana indossato da un afroamericano e cucito idealmente dal regista per rendere conto di quelle minoranze, di quei luoghi di forte métissage, dove convivono culture antiche e tradizioni radicate. Dopo l’incandescenza di “Louisiana”, ficcato nello stato omonimo, Roberto Minervini trasloca a Baton Rouge restando fedele a quella porzione di Sud venduto da Napoleone per quindici milioni di dollari. Se per il resto del Paese la Louisiana è una sorta di gigantesca festa permanente dove non ci si preoccupa che della musica e della cucina, dove la gente non fa altro che cantare e suonare nelle strade, la realtà smentisce lo stereotipo e rivela una complessità che impone rispetto.

Recensione:

Che fare quando il mondo è in fiamme? È la domanda angosciante, preoccupata e vitale che si pone il regista italiano Roberto Minervini, da anni residente negli Stati Uniti, nel suo documentario omonimo, presentato in concorso alla Mostra del cinema di Venezia 2018.

Il mondo è come una donna sull’orlo di una crisi di nervi o, se preferite, come un vulcano pronto a esplodere e le avvisaglie di questo immane disastro sono evidenti, sotto gli occhi di tutti. La storia dovrebbe essere maestra di vita, aiutandoci a non commettere di nuovo gli stessi errori ma stando ai comportamenti dei governanti di mezzo mondo qualche dubbio viene…

Siamo nel 2018, nel terzo millennio, ma si ha la nefasta sensazione di essere tornati indietro nel tempo, agli anni in cui intolleranza, brutalità e violenza si dimostrarono le migliori armi di “distrazione di massa” per i regimi nazifascisti, impegnati nella conquista del potere e nella soppressione di ogni libertà.

Anche gli Stati Uniti sembrano vivere una stagione di restaurazione politica, economica e morale e si teme per il futuro dei diritti civili faticosamente conquistati negli anni. La questione razziale è riesplosa con forza in diverse città, riportando in auge parole, slogan e sigle che consideravamo estinti – Pantere nere, Potere nero, Klu Klux Klan.

Credete che sia tutta colpa delle politiche razziste e demagogiche del presidente Trump? La percezione europea della complessa e controversa realtà americana si dimostra spesso fallace o solo parzialmente corretta, non potendo contare su informazioni dirette ma filtrate da inviati che hanno smesso di sporcarsi le scarpe sul campo. continua su

“Che fare quando il mondo è in fiamme?”: il nuovo film di Minervini