108) Dolcissime

Il biglietto da acquistare per “Dolcissime” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Dolcissime” è un film di Francesco Ghiaccio. Con Giulia Barbuto, Alice Manfredi, Margherita De Francisco, Giulia Fiorellino, Licia Navarrini. Commedia, 85′. Italia 2019

Sinossi:

Chiara, Letizia e Mariagrazia sono compagne di scuola e grandi amiche. Le tre sono anche accomunate da un altro dettaglio: la taglia oversize, che le rende oggetto di insulti da parte dei “normotaglia”. La madre di Mariagrazia, ex campionessa e ora allenatrice di nuoto sincronizzato, iscrive la figlia a un corso di aquagym, e Mary trascina le amiche del cuore nell’impresa. Nella stessa piscina si allena però la squadra di nuoto sincronizzato capitanata da Alice, la “vincente” della scuola nonché cocca della mamma di Mary…

Recensione:

Ci siamo talmente abituati a leggere sui giornali e a sentire raccontate in tv storie di bullismo, che si verificano soprattutto in ambito scolastico e sui social, da arrivare a considerarle quasi una sorta di passaggio di crescita obbligato per i giovani di oggi. Falso, falsissimo.

Il problema è che noi “adulti” difficilmente riusciamo a capire fino in fondo la portata distruttiva di un commento o di una foto postate online, e di quella violenza psicologica e verbale a cui sono esposti alcuni giovani, amplificata dalla diffusione social.

Francesco Ghiaccio, con il suo secondo film, “Dolcissime”, prova a colmare il gap generazionale e ad affrontare la questione con garbo e la giusta dose di ironia, attraverso una storia attuale e intensa con protagoniste tre ragazze “bullizzate”, Mariagrazia, Chiara e Letizia, e la bella ma stronza di turno, Alice.

L’intreccio narrativo è semplice, lineare, magari prevedibile e scontato in alcuni passaggi e poca approfondito e sviluppato in altri ma sicuramente capace di catturare lo spettatore, che segue con passione le vicende di queste tre outsider.

Giulia Barbuto, Margherita De Francisco e Giulia Fiorellino sono credibili, autentiche e talentuose nell’interpretare le tre protagoniste, dando loro la giusta profondità, umanità e forza ma mettendone anche in evidenza fragilità e contraddizioni. Alice Manfredi è la meno sicura davanti alla telecamera, ma ha dalla sua il fatto di essere un’esperta atleta di nuoto sincronizzato. continua su

“Dolcissime”: ironia e garbo per parlare di bullismo a scuola

211) Otzi e Il Mistero del Tempo

“Otzi e Il Mistero del Tempo ” è un film di Gabriele Pignotta. Con Michael Smiley, Diego Delpiano, Alessandra Mastronardi, Amelia Bradley, Judah Cousin. Avventura, 90′. Italia 2018

Sinossi:

Kip ha undici anni e ha da poco perso la mamma, archeologa con una grande passione per i misteri del passato. Il padre ha deciso di voltare pagina e trasferirsi con il figlio a Dublino, ma Kip non vuole lasciare il Sud Tirolo dove è cresciuto e dove vivono i suoi due migliori amici, Elmer ed Anna, che si autodefiniscono “cacciatori di tesori”. E il passato verrà inaspettatamente in suo soccorso: la mummia Ötzi, custodita nel Museo Archeologico dell’Alto Adige di Bolzano, viene rubata da una strega dai capelli bianchi, Gelica, che vuole resuscitarla per carpirne un importante segreto. E poiché la mamma di Kip ha comunicato a suo figlio la passione per Ötzi e il suo mistero, sarà proprio il ragazzino il primo ad accorgersi che la mummia è tornata in vita e a comunicare con lei.

Recensione:

Manuela Cacciamani della One More Pictures, nelle note di produzione, mostra di avere le idee chiare: per lei “Ötzi e il mistero del tempo” è un esperimento riuscito, che unisce elemento fantasy, avventura e storia per famiglie.

Pur apprezzando il suo entusiasmo imprenditoriale, devo dissentire per ciò che riguarda il risultato. Nonostante l’impegno e la passione profusi dalla produzione, dalla crew e dal cast, il progetto risulta nel complesso deludente e poco riuscito.

La sceneggiatura è stiracchiata, forzata, piuttosto povera nel presentare e poi approfondire i diversi personaggi. I tre autori si sforzano – invano – di unire fantasy e avventura, ma il risultato è un intreccio “arlecchinesco”, dove tanti spunti e idee non si fondono mai per dar vita a qualcosa di coerente. Lo spettatore si trova così coinvolto solamente a tratti.

I tre giovani interpreti (Diego Delpiano, Amelia Bradley e Judah Cousin) hanno buone potenzialità recitative e in futuro, se vorranno, potranno dimostrare tutto il loro valore, ma in questo caso sono una mezza delusione. Così come lo è l’inglese Michael Smiley che ce la mette tutta per dare profondità al suo Ötzi scontrandosi però con una sceneggiatura deficitaria.

Insomma, una debacle da evitare? Ebbene caro lettore sto per stupirti: ci sono ben tre buoni motivi per andare a vedere “Ötzi e il mistero del tempo” al cinema! continua su

http://paroleacolori.com/otzi-e-il-mistero-del-tempo-tra-fantasy-e-avventura-vince-la-natura/

 

83) Quanto Basta

Il biglietto da acquistare per “Quanto basta” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Quanto Basta” è un film di Francesco Falaschi. Con Vinicio Marchioni, Valeria Solarino, Luigi Fedele, Nicola Siri, Mirko Frezza. Commedia, 92′. Italia, 2018

Sinossi:

Arturo (Marchioni) è un cuoco stellato caduto in disgrazia a causa del suo temperamento collerico, che gli ha fruttato un arresto per percosse e lesioni aggravate. La pena alternativa che gli è stata comminata è quella di insegnare a cucinare ad un gruppetto di ragazzi autistici affidati ai servizi sociali e supervisionati dalla bella psicologa Anna (Solarino). Nel gruppetto spicca Guido (Fedele), un ragazzo affetto da sindrome di Asperger, che ha un talento innato per l’alta cucina. Guido chiederà ad Arturo di fargli da tutor per un concorso culinario: uno di quelli che lo chef odia e che hanno partorito fenomeni mediatici come il suo acerrimo rivale, il simil-Cracco Daniel Marinari. Riusciranno Arturo e Guido ad aiutarsi a vicenda a superare i rispettivi limiti comportamentali?

Recensione:

Quanto contano, oggi, la semplicità e la linearità nel dimostrare il proprio talento in contrapposizione alle smanie dei cosiddetti tuttologi? E quanto un ragazzo afflitto dalla sindrome di Asperger può rivelarsi affidabile, talentuoso e leale, professionalmente quanto umanamente?

Quanta basta… ci dimostra il regista toscano Francesco Falaschi con il suo quarto lungometraggio, una commedia di incontri, un feel good movie, un film di personaggi, che non ha paura delle emozioni e dei sentimenti positivi.

Volendo suggerire allo spettatore ulteriori suggestioni cinematografiche, potremmo vedere “Quanto basta” come un riuscito ibrido italiano tra due celebri pellicole: l’americano “Rain man” e il francese “Quasi amici” (grazie al collega Valerio Brandi per il brillante suggerimento).

Falaschi e il valido team di sceneggiatori hanno voluto raccontare il mondo dei ragazzi afflitti dalla sindrome di Asperger e le difficoltà quotidiane che si trovano ad affrontare, evitando però di scrivere una storia melensa, retorica o buonista.

L’idea brillante e vincente, piuttosto, è quella di unire il tema culinario a quella sociale, proponendo al pubblico una storia godibile, brillante, autentica e coinvolgente.

Protagonisti il burbero chef stellato Arturo (Marchioni), caduto in disgrazia per colpo del suo caratteraccio, e Guido (Fedele), un giovane aspirante pieno di talento, intenzionato a non farsi fermare dalla sua neurodiversità.

L’inedita coppia formata Vinicio Marchioni e Luigi Fedele si rivela quanto mai azzeccata, empatica, sincera, brillante e intensa. I due attori si completano e compensano a vicenda, sul piano artistico e su quello umano, offrendo due prove di assoluto valore. continua su

http://paroleacolori.com/quanto-basta-una-commedia-sulla-diversita-con-un-grande-luigi-fedele/

53) La Gatta sul tetto che scotta

La gatta sul tetto che scotta

Un dramma teatrale scritto da Tennessee Williams, tradotto da Gerardo Guerrieri, diretto da Arturo Cirillo. Con Vittoria Puccini, Vinicio Marchioni, Paolo Musio, Franca Penone, Salvatore Caruso, Clio Cipoletta, Francesco Petruzzelli.

È più comodo adattarsi alla moda del momento che andare controcorrente. Meglio mentire ed essere popolare, che dire la verità e restare solo. Viviamo in una società dove l’ipocrisia e il conformismo sono ancora i tratti prevalenti, e anche all’interno di una stessa famiglia è possibile osservare l’apoteosi della falsità.

Nonostante le parole modernità e progresso siano sulla bocca di tanti, certi usi e costumi non si evolvono mai davvero.

Fino a ieri non conoscevo direttamente il drammaturgo Tennessee Williams, anche se voci del suo talento e soprattutto dei suoi successi teatrali e cinematografici mi erano giunte all’orecchio – chi non ha almeno sentito nominare “Un tram che si chiama desiderio”? Non sapevo quindi cosa aspettarmi da La gatta sul tetto che scotta – al teatro Ambra Jovinelli di Roma fino al 15 marzo – e leggendo la sinossi di regia che lo presenta come un dramma ho avuto, lo confesso, un attimo di smarrimento. Ero ovviamente curioso di vedere per la prima volta in scena Vittoria Puccini e di riconfermare la stima artistica a Vinicio Marchioni e ho incrociato le dita

Quando si è aperto il sipario e ho iniziato a conoscere le dinamiche della coppia formata da Margaret (Puccini) e Brick (Marchioni) e ad ascoltare i rispettivi lamenti, nella mia mente è apparso il ricordo del bellissimo e feroce film danese “Festen”. Già perché in entrambi i casi lo spettatore viene avvolto dalla storia e soprattutto dai turbolenti e precari equilibri di una famiglia in cui niente è come appare.

Chiusi nella propria camera da letto, Maggie e Brock si confrontano sull’infelicità del loro matrimonio, in cui non ci sono più passione, sesso e complicità. Per via dell’amarezza e della delusione di lei, dell’apatica indifferenza di lui.

Maggie la gatta cerca di scuotere il marito, di sedurlo, di richiamarlo ai suoi doveri e soprattutto di non farsi ingannare dal fratello Cooper (Petruzzell) e dalla cognata Mae (Cipoletta) per ciò che riguarda la probabile divisione dell’eredità di papà Harvey (Musio), malato di cancro.

Nonostante i tentativi della donna, Brick sembra non prestare alcuna attenzione né nutrire il minimo interesse per le parole della moglie, preso com’è dall’alcol e dal doloroso ricordo dell’amico Skipper, prematuramente scomparso. Un’amicizia intensa, particolare, forse più che intima, quella che univa i due uomini, capace di generare più che qualche sospetto nella famiglia.

Famiglia guidata con rigore e forza da Papà Harvey che, nonostante la malattia, si dimostra energico e carismatico al punto da battibeccare continuamente con la moglie Ida (Penone), con i figli e con la mal sopportata nuora. Harvey, nel corso di un drammatico e serrato dialogo con Brick, capirà quali sono i motivi che spingono il figlio a bere, e cosa lo renda tanto infelice, facendo in qualche modo capire allo stesso figlio la vera natura del legame che lo legava a Skipper. Una rivelazione che, insieme alla malattia del patriarca, rischierà di far saltare l’apparente serenità familiare, tanto da spingere Maggie, intenzionata a non perdere la propria posizione, ad annunciare una futura nascita, rendendo felice i genitori di Brick e suscitando perplessità nel resto della famiglia.

Probabilmente scrivendo che il testo di Williams – premiato con il secondo Pulitzer nel 1955 – non mi ha particolarmente colpito, e in alcuni punti è arrivato addirittura ad annoiarmi, farò gridare allo scandalo i puristi del teatro, eppure da spettatore pagante ho colto solo in parte il pathos e la vera essenza di questa storia… continua su

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Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci, nonostante tutto”

http://www.amazon.it/Amiamoci-nonostante-tutto-Vittorio-Agr%C3%B2-ebook/dp/B00TJEWLZU/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1425729620&sr=1-1&keywords=amiamoci+nonostante+tutto

Vittorio De Agrò e Cavinato Editore presentano : “Essere Melvin”

http://www.cavinatoeditore.com

 

A play written by Tennessee Williams, translated by Gerardo Warriors, directed by Arturo Cirillo. With Vittoria Puccini, Vinicio Marchioni, Paolo Musio, Franca Penone, Salvatore Caruso, Clio Cipoletta, Francesco Petruzzelli.

It is more comfortable fit the current fashion that go against. Better to lie and be popular, that tell the truth and be alone. We live in a society where the hypocrisy and conformism are still prevalent traits, and even within the same family is possible to observe the apotheosis of falsehood.

Despite the words modernity and progress are on the lips of many, certain customs and traditions never evolve really.

Until yesterday I did not know directly the playwright Tennessee Williams, although rumors of his talent and above all of his achievements theater and film I had reached the ear – who has not at least heard of “A Streetcar Named Desire”? I did not know then what to expect from Cat on a Hot Tin Roof – the theater Ambra Jovinelli Rome until 15 March – and reading the synopsis of direction which presents him as a drama I had, I confess, a moment of bewilderment. I was obviously curious to see for the first time on stage Vittoria Puccini and reconfirm estimates artistic Vinicio Marchioni and I crossed my fingers

When the curtain opened and I started to learn about the dynamics of the couple formed by Margaret (Puccini) and Brick (Marchioni) and to listen to their complaints, in my mind it appeared the memory of the beautiful and fierce Danish film “Festen”. Yes, because in both cases the viewer is surrounded by history and especially by the turbulent and precarious balance of a family in which nothing is as it seems.

Closed in their own bedroom, Maggie and Brock comparing sull’infelicità of their marriage, where there are no more passion, sex and complicity. Because of the bitterness and disappointment of her, dell’apatica indifference to him.

Maggie the cat tries to shake her husband, to seduce him, to call him back to his duties, and above all not to be fooled by his brother Cooper (Petruzzell) and sister Mae (Cipoletta) as regards the probable division of inheritance Dad Harvey ( Musio), cancer patient.

Despite attempts by the woman, Brick seems not paying any attention nor nourish the slightest interest in the words of his wife, taken as alcohol and painful memory of his friend Skipper, who died prematurely. Intense friendship, especially, perhaps more than intimate, one that united the two men, capable of generating more than some suspicion in the family.

Family tour with rigor and strength from Dad Harvey, despite the disease, proves energetic and charismatic enough to constantly bickering with his wife Ida (Penone), with the children and with the unwelcome daughter. Harvey, during a dramatic and intense dialogue with Brick, will understand what are the motives for his son to drink, and what makes him so unhappy, doing somewhat the same child understand the true nature of the bond that bound him to Skipper . A revelation which, together with the disease of the patriarch, in danger of blowing up the apparent serenity family, so much so that Maggie, determined not to lose its position, to announce a future birth, making happy parents of Brick and arousing concerns in the rest family.

Probably writing the text of Williams – awarded second Pulitzer in 1955 – I was not particularly impressed, and in some places even came to bore me, I will cry foul purists theater, yet by paying spectator I caught only partially the pathos and the true essence of this story … read on

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Vittorio De Agro presents “Let us love, despite everything”

http://www.amazon.it/Amiamoci-nonostante-tutto-Vittorio-Agr%C3%B2-ebook/dp/B00TJEWLZU/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1425729620&sr=1-1&keywords=amiamoci+nonostante+tutto

Vittorio De Agro and have Cavinato Publisher: “Being Melvin”