18) Downsizing

Il biglietto da acquistare per “Downsizing” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Downsizing” è un film di Alexander Payne. Con Matt Damon, Jason Sudeikis, Christoph Waltz, Hong Chau, Kristen Wiig, Alec Baldwin, Neil Patrick Harris. Commedia, 140’. USA, 2017

Le dimensioni contano… anche per salvare il mondo dal disastro ambientale ed ecologico.

Non cominciate a sorridere maliziosi, cari lettori, ma sono i centimetri a dominare la scena in “Downsizing” di Alexander Payne, film d’apertura di Venezia74.

Il mondo sta morendo, lo gridano rabbiosi gli ambientalisti, lo sostengono inascoltati gli scienziati Le scellerate politiche dei governi, il sovraffollamento, la diminuzione delle risorse potrebbero rivelarsi legatali per l’umanità.

Ma ci sono speranze per fermare questo suicidio collettivo? Tanti i progetti e i buoni propositi, pochissime le azioni concrete.

Alexander Payne insieme all’altro sceneggiatore Jim Taylor hanno deciso, con ironia e creatività, di affrontare questa delicata questione scrivendo una favola moderna che mescola fantasia e amara realtà.

In un futuro non molto lontano uno scienziato norvegese, dopo lunghi studi, ha scoperto la formula per rimpicciolire gli esseri viventi. Una scoperta che potrebbe salvare la Terra dal disastro, se l’umanità – posta di fronte al bivio se rimanere un gigante nel mondo morente oppure diventare un nano, ma in un mondo florido – decidesse di sottoporsi al trattamento in tempi rapidi.

Per convincere la comunità scientifica della bontà ed efficacia della propria invenzione lo scienziato si presenta davanti ai colleghi rimpicciolito, insieme a un gruppo di uomini e donne felici di essere le prime cavie umane.

Tra questi c’è Paul Safranek (Damon), che nella vita ha sempre anteposto il dovere ai propri sogni. Stanco di un quotidiano fatto di ristrettezze economiche e rimpianti professionali, l’uomo decide insieme alla moglie Audrey (Wiig) di sottoporsi al trattamento di riduzione.

All’ultimo momento, però, Audrey cambia idea e abbandona il “piccolo” Paul, che anche nella nuova comunità finisce per sentirsi quasi come un corpo estraneo.

Quando, dopo un anno circa, Paul accetta l’invito del vicino Dusan (Waltz), la sua esistenza subisce una svolta. Scoprirà infatti che anche nel mondo dorato dei piccoli esistono ingiustizie sociali e povertà da combattere.

“Downsizing” lascia allo spettatore l’amara sensazione che gli sceneggiatori, nel tentativo di dire troppo, abbiano finito per scrivere una storia prolissa, caotica, incisiva solo in parte. continua su

http://paroleacolori.com/downsizing-un-matt-damon-piccolo-piccolo-contro-disastri-ambientali/

11) Ella & John

Il biglietto da acquistare per “The Leisure Seeker” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre (con riserva)

“Ella & Johm” è un film di Paolo Virzì. Con Helen Mirren, Donald Sutherland, Kirsty Mitchell, Robert Walker Branchaud, Joshua Mikel. Drammatico, 112′. Italia, Francia, 2017

Data di uscita italiana: 25 gennaio 2018

Liberamente ispirato al romanzo “In viaggio contromano” di Michael Zadoorian

L’’istituzione del matrimonio è in crisi. Oggi infatti i giovani non si sposano più, preferendo la convivenza.

In realtà sposarsi in sé per sé è molto semplice; il difficile per una coppia arriva dal giorno dopo la cerimonia, quando i parenti e gli amici se ne tornano a casa loro e si è chiamati a costruire una vita insieme, rinunciando a un po’ del proprio egoismo per far sì che il rapporto funzioni.

Paolo Virzì è evidentemente ancora innamorato di sua moglie (Micaela Ramazzotti, ndr) e nonostante non sia più un ragazzino conserva un animo romantico, credendo alle promesse pronunciate quel giorno: nella buona e nella cattiva sorte, in ricchezza e in povertà, ecc., ecc.

Il regista toscano decide, nel suo primo film americano e in lingua inglese, di mostrare al mondo il suo manifesto dell’amore e della vita coniugale.

Se volessi vestire i panni del colto critico cinematografico, dovrei scrivere che “The Leisure Seeker” non è altro che la risposta nostrana – con le debite differenze – all’osannato “Amour” di Michael Haneke, miglior film straniero agli Oscar del 2012.

Se invece volessi cedere alla pignoleria, potrei dire che il film è una magistrale, intensa, tenera lectio magistralis sull’arte della recitazione che Donald Sutherland ed Helen Mirren hanno voluto donare a tutti gli amanti del cinema di oggi, e a quelli che verranno.

Ella (Mirren) e John (Sutherland) hanno commosso e conquistato Venezia 74 e penso che nei prossimi mesi scuoteranno anche i giurati dell’Academy. continua su

http://paroleacolori.com/leisure-seeker-quando-il-cinema-si-fa-vita/

4) Tre Manifesti a Ebbing, Missouri

Il biglietto d’acquistare per “Tre Manifesti a Ebbing, Missouri” è: Sempre
“Tre Manifesti a Ebbing, Missouri” è un film del 2017 scritto e diretto da Martin McDonagh, con : Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell, Peter Dinklage, John Hawkes, Abbie Cornish, Caleb Landry Jones, Lucas Hedges.
Sinossi: Three Billboards Outside Ebbing, Missouri segue le tragicomiche vicende di una madre in cerca di giustizia per la figlia, che ingaggia una lotta contro un disordinato branco di poliziotti pigri e incompetenti. Dopo mesi trascorsi senza passi in avanti nelle indagini sull’omicidio di sua figlia, Mildred Hayes (Frances McDormand) decide di prendere in mano la situazione e “rimbeccare” le indolenti forze dell’ordine. Sulla strada che porta in città, la madre furente noleggia tre grandi cartelloni pubblicitari sui quali piazza una serie di messaggi polemici e controversi, rivolti al capo della polizia William Willoughby (Woody Harrelson). Lo stimato sceriffo di Ebbing prova a far ragionare la donna, ma quando viene coinvolto anche il vice Dixon (Sam Rockwell), uomo immaturo dal temperamento violento e aggressivo, la campagna personale di Mildred si trasforma in una battaglia senza esclusione di colpi, calci, schiaffi, morsi, insulti e frasi scurrili.
Recensione :
Se ancora ci fosse un italiano stupito, sconvolto, incredulo della vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali americane del 2016, considerando la sua presidenza come la più terribile sciagura per il mondo, allora è quanto mai utile ed urgente che corra al cinema a vedere il film di Martin McDonagh.
“Tre Manifesti a Ebbing, Missouri” oltre ad essere un film d’ assoluto valore artistico, creativo e recitativo, è una straordinaria, precisa, chiara ed approfondita rappresentazione di che cosa sia davvero l’America e soprattutto quali siano i sentimenti dell’americano medio e le sue vere priorità.
Dove hanno miseramente fallito politologi, scrittori, giornalisti, sondaggisti, è invece riuscito con talento ed efficacia Martin MCDonagh, ovvero studiare, percepire, ascoltare e fare propria la parte più vera, feroce ed autentica del cuore e della pancia degli yankee, trovando cosi i perfetti spunti drammaturgici per scrivere la sceneggiatura di Tre Manifesti a Ebbing, Missouri.
Inoltre “Tre Manifesti a Ebbing, Missouri” dimostra ed evidenzia chiaramente il fallimento in politica interna di Barack Obama e come i suoi otto anni di presidenza paradossalmente insieme all’infelice scelta di candidare Hilary Clinton, abbiano aperto una vera autostrada a Donald Trump per la conquista della Casa Bianca.
“Tre Manifesti a Ebbing, Missouri” è una tragicommedia come solo può essere il racconto di una realtà complessa, contradittoria e difficile come quella che si vive e respira ogni giorno negli Stati americani del Sud.
Ignoranza, povertà, razzismo, disoccupazione, violenza, malagiustizia sono il cuore narrativo di Tre Manifesti rappresentando anche il rovescio della medaglia per un Paese che ancora si ritiene campione delle libertà ed opportunità per chiunque.
“Tre Manifesti a Ebbing, Missouri” è un piccolo capolavoro drammaturgico costruito sulla magistrale, armoniosa ed incisiva alternanza d’emozioni e sensazioni provate e vissute dai protagonisti.
Tre Manifesti punge, scuote, fa ridere, sorridere, commuovere lo spettatore trascinandolo dentro una storia in cui non esiste una vera distinzione tra buoni o cattivi. Perché ad Ebbing sono tutte vittime dell’abbandono da parte del governo centrale e dalla mancanza d’opportunità di riscatto sociale e culturale.

Mildred Hayes (una sublime Frances McDormand) è sì una madre in cerca di giustizia per la morte brutale della figlia, ma è anche una donna costretta a convivere con il senso di colpa di non aver mai compreso la figlia e d’averci litigato furiosamente prima del suo tragico assassinio.
Mildred è una donna arrabbiata, devastata dal dolore, divorziata da un uomo violento, ma disposta a lottare contro tutto e tutti per trovare l’assassinio della figlia.
Mildred non teme e soprattutto non fa sconti allo sceriffo Willoughby (Woody Harrelson), sebbene le riveli d’ essere malato terminale di cancro.
Quest’ultimo è uomo duro, ruvido quanto però giusto ed intelligente, accettando la provocazione pubblicitaria della donna, capendone le ragioni più profonde ed intime.
Woody Harrelson sorprende con una performance davvero toccante, potente e d’impatto trovando per il suo personaggio un perfetto ed inaspettato equilibrio tra machismo e tenerezza familiare, lasciando il segno nella storia e soprattutto nel cuore e coscienze del pubblico.
Il duello verbale e simbolico tra Mildred e Willoughby caratterizza la prima parte del film dividendo il pubblico inevitabilmente in due fazioni, su quale sia il limite alla protesta per una madre e la compassione per uomo malato. continua su

http://www.nuoveedizionibohemien.it/index.php/appuntamento-al-cinema-31/

256) Suburbicon

Il biglietto da acquistare per “Suburbicon” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio (con riserva). Ridotto. Sempre.

“Suburbicon” è un film di George Clooney. Con Matt Damon, Julianne Moore, Noah Jupe, Oscar Isaac, Josh Brolin, Woody Harrelson, Glenn Fleshler. Commedia, 104’. USA, 2017
Data di uscita italiana: 14 dicembre 2017

Gli Stati Uniti sono il paese della libertà, delle opportunità, della democrazia. No, non sono un alieno appena giunto sulla Terra, so che Donald Trump è l’attuale presidente.

Eppure è George Clooney con la sua ultima fatica da regista, “Suburbicon”, presentato in concorso a Venezia 74, a ricordarci come l’America di oggi non sia poi tanto diversa da quella degli anni ‘50, rimpianta da molti per il benessere che la contraddistinse.

Simbolo di questo quadro idilliaco è la cittadina di Suburbicon, dove nel 1957 vive una perfetta comunità periferica di famiglie giovani e sorridenti.

Quando però i nuovi vicini sono persone di colore, la comunità si mobilita, passando dall’ostilità alla violenza.

Quando pensate già di trovarvi davanti solo all’ennesimo film sui diritti civili, ecco che i fratelli Coen, autori della sceneggiatura, inseriscono un elemento crime, mostrando l’irruzione notturna nella casa dei Lodge – Garden (Damon), la moglie paraplegica Rose (Moore), la sorella di lei Maggie (Moore) e il figlio della coppia Nicky – che finisce in tragedia.

Il film si articola quindi in due filoni narrativi distinti: quello razziale, che acquista via via intensità, e quello che ha come protagonista il piccolo Nicky, sempre più allo sbando.

Non volendo svelare i numerosi colpi di scena che si susseguono nella seconda parte della pellicola, sicuramente più riuscita e interessante della prima, ci limitiamo a evidenziare come la presenza dei fratelli Coen si senta, non solo nella sceneggiatura ma anche nelle scelte registiche. Clooney, sempre più sicuro dietro la macchina da presa, ha infatti attinto a piene mani dallo stile e dalla sensibilità dei due. continua su

http://paroleacolori.com/suburbicon-bugie-adulteri-e-crimini-sconvolgono-il-giardino-damerica/

Roberto Sapienza presenta “Ninni, mio padre”

214) Brutti e Cattivi

Il biglietto da acquistare per “Brutti e cattivi” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto (con riserva). Sempre.

“Brutti e Cattivi” è un film di Cosimo Gomez. Con Claudio Santamaria, Marco D’Amore, Sara Serraiocco, Simoncino Martucci, Narcisse Mame. Commedia, 87′. Italia, Belgio, Francia, 2017

Sinossi: Periferia di Roma. Un mendicante paraplegico soprannominato il Papero (Santamaria), con la complicità di sua moglie, una bellissima donna senza braccia detta la Ballerina (Seraiocco), del suo accompagnatore, un tossico rastaman detto il Merda (D’Amore) e di un nano rapper il cui nome d’arte è Plissé (Martucci), mette a segno una rapina nella banca dove il boss di un potente clan mafioso cinese nasconde i proventi delle sue attività illecite. Dopo il colpo però le cose si complicano.

Se la vulgata buonista impone di pensare che chi ha una disabilità fisica o psicologica non possa essere una cattiva persona, “Brutti e cattivi” di Cosimo Gomez sfata questo luogo comune, raccontando le avventure di una banda di rapinatori senza scrupoli, tutti disabili.

Quella che si dice una rivoluzione drammaturgica – oltre che sociologica – per il cinema italiano! Fino ad oggi il ruolo del cattivo era sempre toccato a personaggi guasti dentro ma fisicamente integri – se non addirittura fascinosi. Ma qui si cambia musica.

Partendo dal soggetto vincitore al Premio Solinas, Gomez riscrive con talento, creatività e originalità la commedia nera italiana. Il suo film è il nuovo modello da seguire per chi, in futuro, vorrà cimentarsi nel genere.

“Brutti e cattivi” è divertente, scorretto, dissacrante su alcuni temi storicamente tabù nel nostro Paese come la fede e la condotta privata di chi si professa cattolico.

Per quanto si tratti di una produzione italiana, per la spumeggiante sceneggiatura e la messa in scena di notevole livello stilistico e tecnico potrebbe essere inserita senza sfigurare nel genere indie a stelle e strisce. continua su

http://paroleacolori.com/brutti-e-cattivi-una-commedia-spregiudicata-e-nerissima/

Roberto Sapienza presenta “Ninni, mio padre”

 

209) Nico, 1988

Il biglietto da acquistare per “Nico, 1988” è:
Nemmeno regalato. Omaggio (con riserva). Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Nico, 1988” è un film di Susanna Nicchiarelli. Con Trine Dyrholm, Anamaria Marinca, Sandor Funtek, Thomas Trabacchi, Karina Fernandez, Calvin Demba. Drammatico, 93’. Italia, Belgio, 2017

Chi è Nico? È questa semplice domanda che il vostro inviato ha cominciato ossessivamente a porsi prima e durante la proiezione stampa del film di Susanna Nicchiarelli che ha aperto la sezione “Orizzonti” a Venezia74.

Poi, a metà circa della pellicola, la domanda si è modificata in: chi è Christa Päffgen?

In entrambi i casi, il sottoscritto non è riuscito a darsi una risposta, colpa forse anche della sua smisurata ignoranza in campo musicale.

Ambientato tra Parigi, Praga, Norimberga, Manchester, la campagna polacca e il litorale romano, “Nico, 1988” è un road movie incentrato sugli ultimi anni di Christa Päffgen, in arte Nico.

Musa di Andy Warhol, cantante dei Velvet Underground e donna dalla bellezza leggendaria, Nico vive una seconda vita dopo quella che tutti conoscono quando inizia la sua carriera da solista.

La sua musica è tra le più originali degli anni ‘70 e ‘80 ed influenza tutta la produzione musicale successiva. La “sacerdotessa delle tenebre”, come veniva chiamata, ritrova veramente se stessa dopo i quarant’anni, quando si libera del peso della sua bellezza e riesce a ricostruire un rapporto con il figlio dimenticato.

“Nico, 1988” è la storia di una rinascita, la storia di un’artista, di una madre, di una donna oltre l’icona. continua su

Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci, nonostante tutto”

203) Ammore e Malavita

“Ammore e Malavita” è un film di Antonio Manetti, Marco Manetti. Con Giampaolo Morelli, Serena Rossi, Claudia Gerini, Carlo Buccirosso, Raiz, Franco Ricciardi. Musical, 134’. Italia, 2017

Gentile Alberto Barbera, torno a scriverle a distanza di pochi giorni dalla mia prima lettera di questa Venezia 74 perché cosi mi impone la mia onestà intellettuale.

Questa volta devo farle i mie complimenti per il coraggio mostrato nel portare in concorso “Ammore e malavita” dei Manetti Bros., vedendoci potenzialità narrative, stilistiche e recitative capaci di scuotere, sorprendere ed entusiasmare pubblico e critica – e che ci auguriamo sappia cogliere anche la giuria.

Questo sì che è un film che può segnare un risveglio del cinema italiano, un piccolo, grande gioiello che eleva i Manetti ad autori e registi non più di genere o di nicchia ma di ampio respiro.

Due anni fa con il riuscito “Song ‘e Napule”, rivelazione al box office, i due romani avevano dato prova di saper raccontare Napoli e i napoletani da una prospettiva originale che andava oltre i soliti cliché, oggi con “Ammore e malavita” hanno ridato smalto – o come hanno tenuto a sottolineare in conferenza, continuità – alla sceneggiata napoletana, mescolando musical e crime.

Se qualcuno vedrà nel film influenze del successo dello scorso anno “La La Land”, ahinoi, prenderà un abbaglio, perché come hanno dichiarato i Manetti a nostra precisa domanda, loro il film di Chazelle sono tra i pochi a non averlo nemmeno visto. E comunque “Ammore e malavita” era pronto ben prima che quello arrivasse nelle sale.

Comunque – non ce ne vogliano Marco e Antonio – noi tendiamo a concordare con il produttore Rai Cinema Paolo Del Brocco: il film è un po’ la risposta nostrana al musical a stelle e strisce, con tanti elementi positivi che lo faranno apprezzare dal pubblico. continua su

http://paroleacolori.com/ammore-e-malavita-musical-e-crimen-nel-film-dei-manetti-bros/

Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci, nonostante tutto”

198) Una Famiglia- Madre !

Non è un vero Festival se il vostro inviato non è costretto a scrivere almeno una lettera aperta a direttori artistici, organizzatori o chi di dovere – e probabilmente i mie due o tre lettori affezionati attendono il momento dei reclami con ansia.

Poteva deludermi in questo senso la Mostra del Cinema di Venezia? Ovviamente no, cosi ecco tre pellicole di sicura ispirazione per le mie rimostranze.

Egregi Alberto Barbera e Giorgio Cosetti, anno nuovo, nuovo edizione della Biennale ma stessi, amari errori di valutazione nella selezione dei film per il Concorso generale e le Giornate degli autori.

Ho ascoltato con grande attenzione le due conferenze stampa romane di fine luglio, nelle quali avete presentato con orgoglio e convinzione il vostro programma, difendendo le vostre scelte.

Lei, dottor Barbera, per spiegare la presenza di ben quattro titoli italiani in concorso aveva esaltato l’inaspettato del cinema italiano, splendidamente rappresentato dai titoli scelti. Io e gli altri colleghi presenti, memori della traumatica esperienza “Spira Mirabilis” di un anno fa, abbiamo preso nota incrociando le dita.

Se possibile ancora più spericolato era stato lei, delegato Cosetti, confessando che la selezione per le Giornate degli Autori era stata particolarmente difficile e discussa, ma che alla fine aveva prevalso come criterio di selezione la capacità di stupire, di lasciare il segno.

 

Ebbene, dopo aver assistito alle proiezioni di “Una famiglia” di Sebastiano Riso e “Madre!” di Darren Aronosky in concorso e “M” di Sara Forestier nelle Giornate, ho pensato che inaspettata e stupefacente sia stata soprattutto la mia resistenza.

Dover criticare registi giovani, alla prima esperienza in un Festival internazionale, è assai spiacevole, ma la responsabilità ricade in larga parte sui selezionatori che, sicuramente in buona fede, hanno permesso che si bruciassero con lavori mediocri questa grande possibilità.

Sebastiano Riso e Sara Forestier hanno le carte in regola per diventare in futuro nomi di spicco del panorama cinematografico, ma oggi purtroppo hanno mostrato soltanto quando ancora abbiano da imparare, prima di farcela.

“UNA FAMIGLIA”: GENITORIALITÀ SURROGATA NEL FILM DI RISO

Un film di Sebastiano Riso. Con Micaela Ramazzotti, Patrick Bruel, Pippo Delbono, Fortunato Cerlino, Marco Leonardi. Drammatico, 119′. Italia, Francia, 2017
Data di uscita italiana: 28 settembre 2017
“Una famiglia”, secondo quanto dichiarato da Riso in conferenza stampa, dovrebbe raccontare la storia d’amore morbosa quanto intensa della coppia formata da Vincenzo (Bruel) e Maria (Ramazzotti), al contempo vittime e carnefici.

Lui è un francese da tempo trapianto in Italie, lei una romana verace. Anche se dei rispettivi passati sappiamo ben poco, si capisce subito che sono la famiglia l’uno dell’altra.

Sul piano drammaturgico e poi nella messa in scena, l’intenzione narrativo di Riso e degli altri sceneggiatori viene spazzata via dalla voglia del pubblico di capire quale sia il lavoro dei due. Immaginate lo sconcerto, quando si scopre che sono genitori surrogato, che illegalmente fanno figli per chi non può averne.

Maria però è fisicamente ed emotivamente stanca di questa “professione”, vorrebbe essere madre davvero e tenere tra le braccia un bambino che non le sarà portato via.

“Una famiglia” è la storia di un amore criminale, ispirata a fatti realmente accaduti, che fin dall’inizio risulta forzata, noiosa e fredda, nonostante la tematica delicata e attuale.

Il momento di svolta e di climax arriva solo alla fine, quando l’ultimo neonato risulta essere gravemente malato al cuore, e questo porta la coppia che ha pagato Vincenzo e Maria per realizzare il proprio sogno a porsi un grande dilemma etico ed esistenziale.

Un film che vorrebbe essere autoriale e allo stesso tempo di denuncia civile e sociale, ma che finisce per irritare lo spettatore con una messa in scena, regia e recitazione mai coinvolgente e appassionate.

Si salva dal disastro generale Matilda De Angelis, che nonostante compaia in solo tre scene, con il personaggio di Stella riesce e convincere, unendo bellezza, freschezza e buona presenza.

“MADRE!”: UN’IDEA CERVELLOTICA DELLA CREAZIONE E DELL’AMORE

Un film di Darren Aronofsky. Con Jennifer Lawrence, Javier Bardem, Michelle Pfeiffer, Ed Harris, Domhnall Gleeson. Drammatico, 120′. USA, 2017
Data di uscita italiana: 28 settembre 2017
Il primo posto sul podio di questo sciagurato triplete va sicuramente a “Madre!” di Darren Aronofsky, che ha avuto l’abilità di far fare una figura pessima a due premi Oscar come Javier Bardem e Jennifer Lawrence con l’aggravante che quest’ultima è anche la sua fidanzata.

Vorremmo definire il film una supercazzola, ma temiamo d’offendere il genio di Mario Monicelli affiancando un gioiellino come “Amici miei” a questo disastro drammaturgico, in cui l’utilizzo dell’allegoria sfocia dapprima in una visione anche divertente, poi grottesca, alla fine snervante e ridicola.

Un impianto narrativo e tecnico in cui è difficile trovare un appiglio di raziocinio e linearità. Aronofsky decide di mettere al centro della scena la sua personale e cervellotica idea della creazione, della vita e delle relazioni umane, sfruttando in modo imbarazzante i talenti a disposizione.

L’unica nota lieta è rappresentata dalla presenza di Michelle Pfeifferr che regala momenti di classe, bellezza e talento oscurando la Lawrence.

L’amore per il regista sarà anche la scintilla da cui tutto ha inizio, ma dopo aver visto “Madre!” il pubblico ha nei suoi confronti istinti tutt’altro che amorevoli.

2 film che spaziano dal deludente all’incomprensibile, la cui carica di novità non sembra così forte, signori miei, da giustificarne la presenza a Venezia 74.

Parere di un umile inviato, ma le reazioni del pubblico in sala sembrano muoversi nella mia stessa direzione. E detto questo… speriamo che questa sia la sola lettera che sono costretto a scrivere per questo Festival.

Cordialmente Vostro

Vittorio

http://paroleacolori.com/lettera-aperta-ai-vertici-della-biennale-una-famiglia-m-madre/

191) L’equilibrio

Il biglietto da acquistare per “L’equilibrio” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio (con riserva). Ridotto. Sempre.

“L’equilibrio” è un film di Vincenzo Marra. Con Mimmo Borrelli, Roberto Del Guadio, Lucio Giannetti, Giuseppe D’Ambrosio, Francesca Zazzera. Drammatico, 90′. Italia, 2017

ono poche le persone che hanno il coraggio nell’Italia di oggi come nel passato di prendere posizione, fare la cosa giusta, scegliere la legalità al posto della connivenza e credere allo Stato di diritto, anche se questo può portare a doversi sacrificare in prima persona.

Se però a voltare la testa dall’altra parte di fronte al crimine è un prete, un religioso, il tradimento dei valori e della moralità sembra ancora più grande.

Don Giuseppe (Borrelli), sacerdote campano già missionario in Africa, opera in una piccola diocesi di Roma. Quando una giovane donna mette in crisi la sua fede, chiede al vescovo (Sassanelli) di essere trasferito in un comune della sua terra.

La sua richiesta viene accolta: prenderà il posto di Don Antonio (Del Gaudio), che sovrintende la parrocchia di un paesino del napoletano ed è molto apprezzato dai fedeli, anche per la sua battaglia contro lo smaltimento illegale di rifiuti tossici.

Don Giuseppe cerca di inserirsi nella comunità aiutando i parrocchiani, ma questo lo porterà a toccare con mano lo stato della Chiesa, che in certe zone ha abdicato al suo ruolo di guida per non incontrare problemi.

“L’equilibrio”, come scrive lo stesso regista nelle sue note, nasce dal desiderio di fare un film sentito e moderno sulla religione, sul cammino spirituale.

Ma Vincenzo Marra, passando dalla scrittura della sceneggiatura alla messa in scena, è riuscito con talento, esperienza e sensibilità ad ampliare la cornice drammaturgica, raccontando non solo l’atteggiamento da Giano bifronte della Chiesa ma l’assenza dello Stato nelle piccole realtà del Sud. continua su

http://paroleacolori.com/l-equilibrio-rapporto-tra-chiesa-e-malavita-organizzata-nel-film-di-marra/

Vittorio De Agrò presenta ” Amiamoci, nonostante tutto”

188) Gatta Cenerentola

Il biglietto da acquistare per “Gatta Cenerentola” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Gatta Cenerentola” è un film di Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri, Dario Sansone. Con Massimo Gallo, Maria Pia Calzone, Alessandro Gassmann, Renato Carpentieri, Mariano Rigillo. Animazione, 86’. Italia, 2017

Se il cinema italiano a Venezia 74 ha saputo attirare l’attenzione di quotidiani e siti internazionali il merito va in gran parte riconosciuto alla creatività e magia di Napoli, e dei suoi autori.

Che la città non sia soltanto quella raccontata in “Gomorra” lo sa chi ci vive e chi la conosce, ma serviva una prova tangibile anche al cinema per togliere ogni dubbio a tutti quelli – e ve lo garantiamo, sono tanti! – che preferiscono far passare un altro tipo di messaggio.

Dopo che “Ammore e malavita” dei Manetti Bros. ha fatto ballare, divertire e commuovere, prendendosi, con merito, il titolo di film rivelazione del concorso principale, dalla sezione “Orizzonti” si innalzano forti e convinti gli applausi anche per il film d’animazione “Gatta Cenerentola” di Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone.

A quattro anni dall’esordio con “L’arte delle felicità”, presentato anche lui a Venezia, i quattro registi confermano talento, creatività e forza nel tentativo di reinventare e rilanciare l’animazione made in Italy.

Gatta Cenerentola è il crudele soprannome affibbiato alla piccola Mia dalle sorellastre, in questa rivisitazione moderna e partenopea della famosa fiaba.

Vittorio Basile (Rigillo) è un armatore che inventa “un fiore all’occhiello dell’ingegneria navale italiana” per dare lustro alla città di Napoli. Ma l’avidità del faccendiere Salvatore Lo Giusto (Gallo), detto ‘o Re, e della bella Angelica Carannante (Calzone), promessa sposa di Basile, mettono fine alla vita e ai sogni dell’armatore.

La piccola Mia, figlia di primo letto di Vittorio, resta sola nelle grinfie della matrigna e dei suoi sei figli – cinque femmine e un “femminiello”.

Riuscirà Primo Gemito (Gassmann), ex uomo della scorta di Basile, a riportare la legalità nel porto di Napoli e a sottrarre Cenerentola alla sua prigionia?

“Gatta Cenerentola” è una favola nera, cruda, pulp, adatta più ad un pubblico adulto che a dei ragazzini, e al contempo una ballata agrodolce su Napoli, croce e delizia allo stesso tempo, ritmata da una vibrante colonna sonora. continua su

http://paroleacolori.com/gatta-cenerentola-quando-il-film-animazione-e-italiano-e-riuscito/

Roberto Sapienza presenta “Ninni, mio padre”