100) Interruption

“Interruption” è un film di Yorgos Zois. Con Alexandros Vardaxoglou, Sofia Kokkali, Pavlos Iordanopoulos, Romanna Lobach, Angeliki Margeti. Drammatico, 109′. Grecia, Francia, Croazia, 2015

Sinossi:

Un teatro di Atene ai nostri giorni. In scena si sta rappresentando l’Orestea di Eschilo in un adattamento postmoderno. All’improvviso, in seguito a un breve blackout, un gruppo di giovani in abiti scuri e armati di pistole sale sul palco invitando chi lo desidera a raggiungerli per prendere il posto degli attori. La recita prosegue ma ora le dinamiche sono profondamente mutate.

Recensione:

Il teatro è morto. A dirlo, con amarezza mista a rabbia, sono gli stessi attori e addetti ai lavori che a questa forma d’arte hanno consacrato la loro vita.

Purtroppo è un triste dato di fatto: oggi per portare il pubblico in sala servono “volti noti”, interpreti di serie tv, fiction o persino youtuber. E a questa logica – più che a quella del talento – si attengono i direttori artistici, al momento di stilare il cartellone della stagione.

È il trionfo dell’ignoranza e dell’effimero sulla bellezza e sulla cultura, la negazione stessa dell’essenza del teatro. Chissà cosa penserebbero gli antichi Greci, e quale tragedia potrebbero comporre, osservando la degenerazione di questa loro creatura bella e splendente.

Il 23 ottobre 2002 cinquanta ceceni armati presero in ostaggio 850 spettatori all’interno del teatro Dubrovka di Mosca. Inizialmente il pubblico, affascinato dall’ambivalenza del momento, pensò di avere davanti degli attori e che tutto facesse parte della rappresentazione. In momenti tanto cruciali, finzione e realtà, verità e bugie, logica e assurdo si fondono.

Come avrete capito da questa presentazione, “Interruption” di Yorgos Zois non è un film per tutti. La comprensione del messaggio e della storia è complicata, data l’intersezione di metateatralità e finzione (rappresentata dalla messa in scena moderna dell’Orestea di Eschilo).

“Interruption si svolge all’interno di un teatro. La parola ‘teatro’ deriva dal greco theatron, che significa luogo in cui vediamo. Il mio è quindi un film sull’atto di vedere. – Yorgos Zois”

È come avere davanti agli occhi un reality show teatrale, dove il finale é nelle mani del pubblico, incapace di distinguere tra realtà e finzione. Ma “Interruption” è anche un atto d’accusa nei confronti dell’ignoranza che oggi dilaga, dell’assenza di una coscienza civile e politica, di un pubblico acritico che accetta qualunque cosa, sulla scena come nella vita. continua su

http://paroleacolori.com/interruption-qual-e-la-funzione-del-teatro-ieri-come-oggi/

42) Dark Night

“Dark Night” è un film del 2016 scritto e diretto da Tim Sutton, con: Eddie Cacciola
Aaron Purvis, Shawn Cacciola, Anna Rose Hopkins, Robert Jumper, Karina Macias, Conor A. Murphy, Rosie Rodriguez, Kirk S. Wildasin.

Sinossi:
Liberamente ispirato al tragico caso del Massacro di Aurora, Dark Night ritrae sei personaggi, compreso il giovane killer, nelle ore precedenti l’attentato criminale. Sei giovani individui galleggiano in un vuoto di relazioni, ciascuno di loro potrebbe essere l’artefice del folle gesto. Le loro azioni e il loro vissuto sembrano condurli a piccoli passi verso il dramma finale, lo stesso che si consumò nel cinema Century 16 alla prima di The Dark Knight Rises (Il cavaliere oscuro – Il ritorno, di Christopher Nolan).
Dark Night è stato presentato al Sundance Film Festival, nella selezione ufficiale 2016, ricevendo una calorosa accoglienza da parte della critica statunitense entusiasta. Il film ha inoltre vinto il Premio Lanterna Magica alla 73a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, nella sezione Orizzonti de La Biennale di Venezia 2016.
Recensione:
Ogni qualvolta, purtroppo, quando si verifica una strage d’innocenti in una città europea i media non esitano a definirla genericamente come atto terroristico.
Se però il terrorismo si prende “una pausa” l’alternativa è presentarla come il “gesto inspiegabile e terribile” di un folle.
Come se la parola follia debba e possa giustificare un’azione criminale e soprattutto chi soffre di disagio mentale debba possedere nel proprio Dna un’indole omicida.
Il disagio psichico è un argomento così ampio, complesso, controverso che non dovrebbe essere consentito a chiunque di parlarne e pontificarne in TV o sui giornali senza averne competenza o un reale idea sulla materia.
Se l’atto folle si verifica poi negli Stati Uniti scatta puntuale anche la polemica sull’uso e incontrollata circolazione delle armi da fuoco.
Sono tragicamente in aumento gli episodi di violenza compiuti da giovani americani, responsabili di inaudite stragi scuotendo e sconcertando l’opinione pubblica internazionale.
Per comprendere meglio l’urgenza artistica e narrativa del regista Tim Sutton nell’ affrontare questo caso di cronaca nera, lo spettatore legga con attenzione l’accurato e dettagliato riassunto dei fatti scritto dal bravo ufficio stampa del film:
“Il 20 luglio 2012, all’interno del cinema Century 16 di Aurora, in Colorado, alla prima del film The Dark Knight Rises di Christopher Nolan, durante la proiezione di mezzanotte, si verificò una sparatoria. Un giovane uomo armato, vestito con un abbigliamento militare, lanciò granate di gas lacrimogeni contro il pubblico e sparò agli spettatori con diverse armi da fuoco. Dodici persone persero la vita e altre 70 rimasero ferite. Dopo il massacro della Columbine High School nel 1999, quello di Aurora fu l’attentato che causò il maggior numero di vittime in un’unica sparatoria sul suolo statunitense, fino a quella avvenuta nella scuola di Sandy Hook il 14 dicembre dello stesso anno. Da quello di Aurora fu l’incidente che causò più vittime in Colorado. Il killer, il ventiquattrenne James Eagan Holmes, fu arrestato vicino alla sua auto fuori del cinema la sera stessa del massacro.
Holmes sparò 76 colpi nella sala. Uccise 10 persone sul colpo, mentre altre due persero la vita in ospedale nelle ore successive. Tra i deceduti vi furono molti ragazzi giovani e una bambina di 6 anni. Tra i feriti, che riportarono gravissime conseguenze, anche una donna incinta, rimasta poi tetraplegica, perse il proprio bambino dopo una settimana dalla sparatoria.
La polizia giunse sul posto in 90 secondi. Circa 15 minuti dopo l’attentato, sul retro del cinema, Holmes fu arrestato vicino alla sua auto, senza che questi opponesse alcuna resistenza. Inizialmente Holmes era stato scambiato per un altro ufficiale di polizia a causa del suo abbigliamento. La polizia dichiarò che al momento dell’arresto il killer era calmo, aveva i capelli tinti di rosso e disse di essere “Joker”.
Dai dettagli contenuti nel taccuino di Holmes, rinvenuto in una cassetta della posta universitaria indirizzata alla sua psichiatra Lynne Fenton, è emerso che Holmes era insoddisfatto della sua vita, frustrato per la ricerca di un lavoro e oppresso da problemi di salute, nonché ossessionato dall’idea di uccidere già da dieci anni prima dell’attentato. Nel taccuino erano contenuti anche alcuni dettagli relativi alla pianificazione della sparatoria. Diversi psichiatri, nominati dal tribunale e chiamati a testimoniare, hanno dichiarato che Holmes era malato di mente, affetto da disturbi schizo affettivi, ma in grado di intendere e di volere al momento dell’attentato. L’appello per la clemenza è stato dunque respinto il 3 agosto in base al presupposto che fattori attenuanti come la malattia mentale non hanno prevalso su fattori aggravanti come il numero di vittime nel massacro.

Holmes è stato condannato all’ergastolo senza possibilità di libertà condizionale il 7 agosto dopo che i giurati non hanno raggiunto una decisione unanime sulla condanna a morte. Al termine dell’udienza del 26 agosto, Holmes è stato condannato formalmente a dodici ergastoli senza condanna a morte e ad un massimo di 3.318 anni in più per tentato omicidio e possesso di armi da fuoco.”

Tim Sutton non ha voluto ricostruire quella notte di paura e morte, né mettere la violenza gratuita e brutale al centro della scena come spesso è accaduto in analoghe pellicole su tale argomenti. Bensì il giovane regista ha sottoposto allo spettatore una sua personale quanto incisiva rappresentazione delle ore precedenti alla strage con protagonisti sei personaggi, sulla carta, tutti potenzialmente “adatti” a ricoprire il ruolo del killer.
“Dark Night” ha il merito d’evidenziare come la noia, l’alienazione sociale, la disoccupazione giovanile e la crisi economica possano diventare il terreno fertile per trasformare una persona normale in un folle.
Lo spettatore segue le vite di questi sei personaggi, assorbendo la loro rabbia, solitudine e distacco da una società insensibile ed incapace d’aiutare chi si trova in difficoltà.
“Dark Night” certifica l’assenza e disinteresse delle istituzioni americane verso le nuove generazioni, le quali abbandonate a sé stesso, si illudono di trovare una forma di riscatto e fuga dalla desolante realtà immergendosi nell’effimero mondo dei social o sperando di trovare uno spazio nel cinico mondo dello spettacolo. continua su

http://www.nuoveedizionibohemien.it/index.php/appuntamento-al-cinema-44/

30) The Shape Of Water

“The Shape of Water” è un film di Guillermo Del Toro. Con Sally Hawkins, Doug Jones, Michael Shannon, Octavia Spencer, Richard Jenkins, Michael Stuhlbarg. Drammatico, 119′. USA, 2017

Se l’anno scorso Alberto Barbera (direttore artistico della Biennale cinema, ndr) aveva pensato a tutte le coppie innamorate tirando fuori dal cilindro “La La Land”, quest’anno ha voluto regalare una speranza ai single con “The Shape of Water” di Gullermo Del Toro, presentato a Venezia 74 in concorso.

Tranquilli, zitelle e scapoli d’Italia e del mondo: il vero amore può arrivare in qualsiasi momento, sotto forme inaspettate.

Ci sentiamo di scrivere fin da ora che il film di Del Toro promette di ripetere il successo di quello di Chazelle, perché come quello sa toccare con magia, eleganza e sensibilità il cuore e l’anima di ogni spettatore, anche del più cinico.

Molti colleghi saranno tentati di fare confronti, ma personalmente credo sarebbe un errore, perché per quanto belli “La La Land” e “The Shape of Water” sono diversi per scrittura, impianto registico e recitazione.

Questa storia è assai semplice, lineare, per alcuni versi persino povera. Gli sceneggiatori sono stati bravi a costruirci sopra un fantasy romantico, ambientato negli anni ‘50, in piena Guerra fredda.

La scelta temporale dà risalto alla storia d’amore impossibile e per molti versi folle tra due anime pure in cerca d’affetto, ma assai diverse, in un’epoca in cui il diverso era visto come un nemico pericoloso, da eliminare.

Elise Esposito (Hawkins) è una gentile e schiva inserviente in una base militare americana, divenuta muta da bambina e cresciuta come una figlia dall’eccentrico disegnatore (Perkins), costretto a celare la sua omosessualità.

Elise, che ha nella polemica Zela (Spencer) la sua unica amica, passa le giornate annoiandosi, ma sogna d’incontrare l’anima gemella o quanto meno d’essere amata. continua su

http://paroleacolori.com/shape-water-uninsolita-storia-damore-sullo-sfondo-della-guerra-fredda/

20) Paradise

“Paradise ” è un film di Andrey Konchalovskiy. Con Yuliya Vysotskaya, Christian Clauss, Philippe Duquesne, Peter Kurth, Jakob Diehl. Drammatico, 130′. Russia, Germania, 2016

Sinossi:

Olga, aristocratica russa e membro del Fronte di Resistenza francese, viene arrestata per aver nascosto due bambini ebrei. Sofisticata e astuta, prova a sedurre il suo aguzzino per sfuggire alla tortura ma la morte dell’uomo per mano dei partigiani la condanna ai campi di concentramento. Assegnata allo smistamento degli oggetti appartenuti alle vittime dello sterminio, Olga viene riconosciuta da Helmut, un alto ufficiale tedesco che aveva abbagliato qualche anno prima in Toscana. Il sentimento dell’uomo per Olga, le garantisce presto la libertà e un salvacondotto per la Svizzera. Ma le cose andranno diversamente e Olga si guadagnerà un posto in paradiso.

Recensione:

Chi scrive ammette di provare una certa stanchezza davanti alla proliferazione di film incentrati sul tema dell’Olocausto e sulle crudeltà perpetrate dal nazismo. La stanchezza non ha a che vedere con l’argomento in sé, sempre attuale e degno, quanto con il fatto che il cinema ha prodotto negli anni ogni tipo di lungometraggio, documentario e corto a tema, finendo per consumare, in un certo senso, la potenza visiva di questa immane tragedia.

Allora perché “Paradise” di Andrei Konchalovsky, presentato in concorso alla Biennale di Venezia 2016, merita di essere visto e applaudito, come hanno fatto alla proiezione pubblico e critica?

Un motivo è sicuramente di natura drammaturgica. Il film è costruito in modo originale, con tre storie legate dal fil rouge della guerra e dell’occupazione tedesca in Francia, raccontate in prima persona alla telecamera dai protagonisti.

Ci sono un funzionario di polizia francese collaborazionista, una nobile russa arrestata perché accusata di nascondere degli ebrei e infine un giovane ufficiale nazista convinto sostenitore dell’ideologia hitleriana. Non sappiamo dove si trovino né con chi stiano parlando, e solo andando avanti con la storia scopriamo come si sono evolute le loro storie.

Tre personaggi che hanno fatto scelte diverse, eppure che inseguono, ciascuno a suo modo, un ideale Paradiso in terra, sforzandosi di seguire il proprio cuore e di rimanere fedeli ai propri principi. continua su

http://paroleacolori.com/paradise-orrore-della-guerra-in-tre-destini/

184)In Dubious Battle

Il biglietto da acquistare per “In dubious battle” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“In dubious battle” è Un film di James Franco. Con Selena Gomez, Vincent D’Onofrio, Robert Duvall, Ed Harris, Bryan Cranston, Nat Wolf, James Franco. Drammatico, 110′. USA, 2016
Tratto dal romanzo omonimo di John Steinbeck

I sindacati oggi, soprattutto in Italia, sono visti dall’opinione pubblica principalmente come delle potenti lobby che frenano il progresso del Paese pur di mantenere il loro status quo, piuttosto che tutelare qualcuno. Ma se guardiamo al passato, non sono troppo lontani gli anni in cui i diritti non erano garantiti, anche nei paesi cosiddetti civili.

Solitamente è durante le crisi sociali ed economiche che la tutela delle classi più svantaggiate viene meno. È stato così, ad esempio, negli Stati Uniti reduci dal crollo del 1929, quando il livello di disoccupazione toccò livelli drammatici, gettando milioni di famiglie sul lastrico.

Negli Stati del sud la situazione era, se possibile, ancora più iniqua e drammatica. I proprietari terrieri, contando sulla fame e sulla disperazione dei contadini, crearono un cartello, imponendo un salario da fame ai raccoglitori di mele, ricattando i lavoratori, disperati e senza alternative.

“In dubious battle” di James Franco, presentato alla Biennale 2016 nella sezione Cinema nel giardino, racconta la storia di London, uno dei tanti lavoratori che ha speso tutto quel che aveva per raggiungere un campo di mele, insieme alla figlia e alla nuora incinta.

Siamo nel 1933, nella California del sud. Al suo arrivo, però, il padrone della terra dimezza il salario concordato, da due dollari a un dollaro al giorno, cifra che rende la vita impossibile.

Mac (Franco) e il nuovo arrivato Jim (Wolf) sono attivisti del partito marxista-leninista, pronti a infiltrarsi tra i raccoglitori per convincerli a scioperare e a rifiutare l’assenza di diritti e i soprusi che stanno subendo. Mac, in particolare, sembra disposto a tutto per la causa in cui crede, anche a dare una spinta agli eventi, se necessario.

James Franco realizza un film di denuncia sociale e storica di forte intensità narrativa, evidenziando ancora una volta come la più grande democrazia del mondo contemporaneo sia stata, meno di un secolo fa, una società illiberale, violenta, dove lo stato di diritto era solo un’utopia. continua su

http://paroleacolori.com/biennale-di-venezia-cinema-nel-giardino-dubious-battle/

Roberto Sapienza presenta “Ninni, mio padre”

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144) Un appuntamento per la sposa

Il biglietto da acquistare per “Un appuntamento per la sposa” è:Neanche regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

Un film di Rama Burshtein. Con Noa Koler, Amos Tamam, Oz Zehavi, Oded Leopold, Jonathan Rozen. Commedia, 110’. Israele 2016.

Decidere di legarsi per la vita a una persona, sposandola davanti a Dio, sarà anche diventato un vero e proprio atto di fede, ma quale donna, una volta deciso di fare il grande passo, sarebbe in grado di reagire positivamente, se il promesso sposo le rivelasse di non amarla più?

Nessuna, forse, eccezione fatta per Michal (Koler), la protagonista di “Un appuntamento per la sposa” di Rama Burshtein, una favola moderna folle, tenera e romantica.

La donna, un’ebrea ortodossa sulla trentina, lasciata dal fidanzato a tre settimane dalla cerimonia, invece di annullare tutto decide di trovare un uomo da sposare in 22 giorni. “Ho la sala, l’abito, la data e 200 invitati – afferma – non sarà difficile trovare marito”.

Inizia così la ricerca del partner ideale, attraverso una serie di incontri fortuiti e appuntamenti combinati. Perché Michal non vuole più accontentarsi, vuole amare ed essere amata. È stanca di sentirsi diversa, desidera essere moglie, madre, completa.

Attenzione a considerarla un’antitesi del femminismo: la protagonista ha un lavoro e una casa, ma nella sua scala dei valori ha deciso di mettere la famiglia al primo posto.

Nella sua ricerca, Michal incontra una serie di ipotetici uomini da sposare: la rock star Yos (Zehavi), il professor Assaf, e Shimi (Tamam), proprietario della location del matrimonio.

Lo spettatore assiste con divertimento a questo originale casting matrimoniale, facendo naturalmente il tifo per un lieto fine. Ma la protagonista imparerà che la fede in Dio non sempre è sufficiente, per realizzare i proprio sogni. continua su

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Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci, nonostante tutto”

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89) Assalto al Cielo

Il biglietto da acquistare per “Assalto al cielo” è: 1)Nemmeno regalato; 2)Omaggio; 3)Di pomeriggio; 4)Ridotto; 5)Sempre.

Un film di Francesco Munzi. Documentario, 72′. 2016

La Terza Repubblica è fondata sul tripolarismo, sul nuovissimo e sulla ricerca di volti giovani e rassicuranti. Gli elettori, oggi, chiedono ai politici, più che la competenza, di essere onesti e capaci di amministrare senza rubare la “cosa pubblica”.

Sembra che il tempo delle ideologie sia ormai tramontato, quel fuoco che animava gli elettori degli anni ‘60 e ‘70 spento.

Eppure c’è stato momento in cui essere comunisti, fascisti, anarchici, femministi, populisti aveva un significato e dava una vera identità morale ed esistenziale al militante.

Francesco Munzi, regista dell’acclamato “Anime nere”, firma un interessante documentario sul movimento studentesco italiano degli anni ‘60-’70, presentato alla Biennale di Venezia fuori concorso.

Adoperando solo immagini di repertorio, con un efficace e incisivo montaggio, il regista porta lo spettatore indietro nel tempo, quando per strada e nelle aule universitarie si discuteva, spesso con toni violenti, di idee e visioni del mondo.

Vedendo e ascoltando quei discorsi e quei dibattiti, lo spettatore moderno non potrà che restare spiazzato, pensando di trovarsi dentro a un sogno – o a un film – e non a uno spaccato di vita vera. continua su

http://paroleacolori.com/al-cinema-assalto-al-cielo/

Roberto Sapienza presenta “Ninni, mio padre”

87) Il viaggio

Il biglietto da acquistare per “The journey” è: 1)Nemmeno regalato; 2)Omaggio; 3)Di pomeriggio; 4)Ridotto; 5)Sempre (con riserva).

Un film di Nick Hamm. Con: Timothy Spall, Colm Meaney, Freddie Highmore, John Hurt, Toby Stephens, Catherine McCormack, Ian McElhinney, Ian Beattie, Barry Ward. Drammatico, 94’. 2016.

Ci sono vari modi per raccontare la storia del proprio Paese, per riportare alle nuove generazioni momenti che hanno cambiato il corso degli eventi, facendo nascere la pace dove prima c’era solo conflitto e morte.

L’Irlanda del Nord è stata teatro per oltre trent’anni di un sanguinoso conflitto etnico-religioso che ha viste contrapposti protestanti e cattolici. Una guerra civile a tutti gli effetti, che ha scosso l’Europa e provocato migliaia di vittime.

Grazie alla mediazione del governo Blair, nel 2006 iniziarono le trattative di pace in Scozia, trattative rese difficili anche dai caratteri spigolosi dei leader dei due schieramenti, il protestante Ian Paisley (Spall) e il cattolico Martin McGuinness (Meaney).

Rivali da una vita, sostenitori di posizioni inconciliabile che andavano oltre la mera confessione religiosa, Paisley era un acceso antipapista, reverendo e cofondatore della Libera Chiesa Presbiteriana dell’Ulster, mentre McGuinness uno degli esponenti di spicco dell’Ira (Irish Republican Army).

La storia riporta che i due trovarono la quadra del cerchio durante il viaggio di ritorno dalla Scozia, fatto insieme.

Lo sceneggiatore del film “The journey” di Nick Hamm modifica il mezzo di trasporto utilizzato dalla coppia, facendo compiere ai due personaggi il viaggio in auto e creando una sorta di “road peace movie”.

Lo spettatore segue, insieme ai servizi segreti inglesi, il lento e difficile avvicinamento tra i due leader, divisi da tutto tranne che dalla reciproca antipatia e diffidenza.

Un film costruito sulle magistrali e intense interpretazioni degli attori protagonisti, che con talento ed efficacia riescono a dare vita a queste figure storiche. È divertente ascoltare i brillanti, incisivi e sagaci dialoghi tra i due, che passano dal personale al politico senza perdere in forza. continua su

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Roberto Sapienza presenta “Ninni, mio padre”

68) La Luce sugli Oceani

Il biglietto da acquistare per “La Luce sugli Oceani” è: 1)Neanche regalato; 2)Omaggio; 3)Di pomeriggio (con riserva); 4)Ridotto; 5)Sempre.

Un film di Derek Cianfrance. Con Alicia Vikander, Michael Fassbender, Rachel Weisz, Caren Pistorius, Emily Barclay. Drammatico, 133’. 2016

Trattato dal omonimo romanzo di M. L. Steadman.

Non poteva certo mancare, in concorso a Venezia 73, il filmone melodrammatico e strappalacrime che farà sognare il pubblico femminile e sbadigliare rassegnato quello maschile. “The light between oceans” di Derek Cianfrance o si ama o si odia, le mezze misure non sono possibili.

Dramma in costume ambientato poco dopo la fine della Prima guerra mondiale, mette in evidenza il cambiamento radicale a cui vanno incontro gli uomini e la società in seguito a un evento bellico di tale portata.

L’ombroso Tom (Fassbender) è un reduce in cerca di pace per fuggire dai demoni della guerra. Di lui si innamora la bella Isabel (Vikander), che accetta di sposarlo e seguirlo su un’isola deserta per diventare i guardiani del faro.

La donna resta incinta due volte, ma in entrambe le circostanze è costretto ad abortire. Devastata dal dolore, quando un giorno giunge sull’isola una scialuppa con all’interno un uomo morto e una neonata convince il marito a non avvertire la polizia, ma a crescere la bambina come fosse figlia loro.

Il sogno di felicità di Isabel dura poco, però. Tom scopre infatti che la madre naturale della bambina (Weisz) la crede morta ed è chiamato a prendere una difficile decisione…

Il film si trasforma alla fine in un melodramma ideologico, che pone anche allo spettatore la spinosa domanda: madre è la donna che partorisce oppure quella che cresce il bambino? Una questione sempre attuale che accende il film, portando il pubblico a seguire le vicende con curiosità.

La pellicola, dilemmi morali a parte, è apprezzabile in quanto non cade troppo nel melenso e nello scontato, grazie anche alle convincenti interpretazioni del cast. continua su

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Roberto Sapienza presenta “Ninni, mio padre”

29) La Battaglia di Hacksaw Ridge

gibson

Il biglietto d’acquistare per “La Battaglia di Hacksaw Ridge” è : 1) Neanche regalato 2) Omaggio 3) Di pomeriggio 4) Ridotto (Con Riserva) 5) Sempre

Un film di Mel Gibson. Con Andrew Garfield, Teresa Palmer, Hugo Weaving, Vince Vaughn, Sam Worthington, Luke Bracey, Ryan Corr, Rachel Griffiths. Storico, 131′. 2016

La guerra è una cosa brutta, sporca, cattiva. Un vero pacifista rifiuta ogni forma di conflitto e di violenza.

Essere obiettori di coscienza è un atto di vigliaccheria o di fede? Per noi italiani, salvo rari casi, aver fatto o fare una scelta di questo tipo significa “imboscarsi”, scappare di fronte al pericolo per far fare il lavoro sporco agli altri.

Negli Stati Uniti la prospettiva è molto diversa. Per quanto il Paese sia amato e odiato in egual misura in giro per il mondo, non si può negare che la sua storia, sebbene relativamente giovane, sia ricca di uomini e donne che con le loro vite hanno lasciato un segno importante nella società.

È il caso di Desmond Doss, primo obiettore americano, premiato con la medaglia d’oro al valore militare per gli atti di eroismo durante il Secondo conflitto mondiale.

Vi starete chiedendo come un obiettore di coscienza possa essere ritenuto un eroe di guerra? Ci ha pensato Mel Gibson con il suo nuovo film “La battaglia di Hacksaw Ridge”, presentato fuori concorso alla Biennale di Venezia, a rispondere alla domanda.

Desmond (Garfield) è stato un bambino vivace, spesso in lite con il fratello – tanto da rischiare di ucciderlo, una volta. Proprio questo episodio lo ha spinto ad abbracciare la fede in maniera convinta e quando, da adulto, salva la madre dal padre alcolizzato, promette al Signore di non alzare mai un’arma contro qualcuno.

Quando però gli Stati Uniti entrano in guerra, Desmond si sente in dovere di fare la sua parte e si arruola volontario come soccorritore medico. Una scelta che mette a dura prova il protagonista, mal visto nell’esercito per le sue idee.

Processato dalla corte marziale, che gli riconosce poi il diritto a essere obiettore e soldato nello stesso tempo, nella battaglia di Hacksaw Ridge Desmod dà prova del suo coraggio salvando in una sola notte settantaquattro suoi commilitoni feriti.

Mel Gibson costruisce un film potente e incisivo, anche sul piano etico e religioso, senza mai cadere nel retorico, riuscendo a descrivere in maniera semplice la posizione del protagonista.

Non amo molto il genere e confesso di aver faticato a seguire le scene belliche, ma sebbene lunghe e forse eccessivamente truculente queste risultano comunque ben fatte e ben girate. continua su

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Roberto Sapienza presenta “Ninni, mio padre”