56) Giuda (Amos Oz)

“Giuda” è un romanzo scritto da Amos Oz e pubblicato in Italia da Feltrinelli Editore nell’ottobre 2014.
Sinossi:
Gerusalemme, l’inverno tra la fine del 1959 e l’inizio del 1960. Shemuel Asch decide di rinunciare agli studi universitari, e in particolare alla sua ricerca intitolata Gesù visto dagli ebrei, a causa dell’improvviso dissesto economico che colpisce la sua famiglia e del contemporaneo abbandono da parte della sua ragazza, Yardena. Shemuel è sul punto di lasciare Gerusalemme quando vede un annuncio nella caffetteria dell’università. Vengono offerti alloggio gratis e un modesto stipendio a uno studente di materie umanistiche che sia disposto a tenere compagnia, il pomeriggio, a un anziano disabile di grande cultura. Quando si reca all’indirizzo riportato nell’annuncio, Shemuel trova una grande casa abitata da un colto settantenne, Gershom Wald, e da una giovane donna misteriosa e attraente, Atalia Abrabanel. Si trasferisce nella mansarda e inizia a condurre una vita solitaria e ritirata, intervallata dai pomeriggi trascorsi nello studio di Gershom Wald. Chi è veramente Atalia? Cosa la lega a Gershom? Di chi è la casa dove vivono? Quali storie sono racchiuse tra quelle mura? Shemuel Asch troverà la risposta nel concetto di tradimento, non inteso in senso tradizionale, bensì ancorato all’idea che si ritrova nei Vangeli gnostici, dove emerge che il tradimento di Giuda, aver consegnato Gesù alle autorità e a Ponzio Pilato, non fu altro che l’esecuzione di un ordine di Gesù stesso per portare a termine il suo disegno.
Recensione:
Non era previsto che leggessi Amos Oz dopo avergli dato, qualche anno fa, “una chance” da lettore.
So che questa mia affermazione da “diversamente ignorante” farà inorridire i lettori colti, radical e puri. Ma lo stile di Amos Oz non mi ha mai convinto né toccato l’anima.
Ma “Il Destino letterario” incarnato dall’amico e collega Luigi Noera, ha voluto diversamente. Così mi sono ritrovato tra le mani, come dono, il romanzo “Guida” e di conseguenza nella posizione di rinnovare la mia capacità intellettiva con un testo di Amos Oz.
“Guida” mi ha sorpreso , lo confesso, rivelandosi una lettura originale, sfaccettata, appassionante e mai banale.
Amos Oz è stato bravo nell’unire insieme finzione, politica e testi sacri dando cosi vita ad una storia sospesa tra le vicende personali e sentimentali del giovane protagonista Shemuel Asch e la situazione politica e sociale d’Israele del 1959 rimasta pressoché invariata a quella d’oggi.
Il tocco creativo di Amos Oz però si è concretizzato nell’aver inserito in questa cornice narrativa anche la complessa quanto controversa figura di Giuda Iscariota considerato il traditore per eccellenza.
Siamo davvero certi che Giuda tradì Gesù? Siamo davvero convinti che Giuda, ricco ebreo, accettò la condanna eterna per trenta denari?
Amos Oz si pone questi legittimi dubbi ribaltando certezze secolari tramite l’escamotage narrativo dello studente Shemuel di voler scrivere una tesi originale su Giuda partendo dai testi conosciuti ed analizzando quelli più scomodi e poco noti.
“Giuda” si è rivelata una lettura affascinante, stimolante ed al tempo stesso malinconica, sfuggente. Oz si è preso tutto il tempo necessario per dare al testo una propria identità e filo narrativo senza però mai annoiare il lettore medio.
L’intreccio narrativo pur presentando alcuni passaggi prolissi ed altri un po’ noiosi, conserva un livello costante di pathos ed empatia incuriosendo il lettore fino all’ultima pagina.
Il finale forse è la parte meno riuscita e meno coerente, in cui si evidenzia una certa fretta o se preferite l’indecisione autoriale su come con in modo armonico e chiaro le diverse storie ed in particolare l’elemento romantico caratterizzato dalla simpatia tra protagonista e la bella quarantenne Atalia Abrabanel, che scopriremo essere vedova nonché ex nuora del vecchio Wad.
In ultima analisi “Giuda” è un romanzo, un saggio politico e religioso scritto in modo semplice , lineare trovando così il modo di allargare la platea di lettori potenziali e nel mio caso di rivedere positivamente il giudizio su Amos Oz.
“Giuda” è una storia d’amore, tradimento e seconda possibilità che merita d’essere letta, vissuta e conosciuta.

38) Maschile singolare

“Maschile singolare” è un film di Alessandro Guida, Matteo Pilati. Con Giancarlo Commare, Eduardo Valdarnini, Gianmarco Saurino, Michela Giraud, Lorenzo Adorni. Commedia, 101′. Italia 2021

Sinossi:

Antonio è sposato da 12 anni con Lorenzo, il suo primo amore. Ma Lorenzo ha una relazione con un altro uomo e decide di porre fine all’unione, e Antonio si ritrova così anche disoccupato e senza fissa dimora. Decide perciò di dividere l’affitto con Denis, un tipo stravagante e creativo che ascolta Verdi, Rossini e Puccini al massimo volume e si accompagna quasi ogni sera con un uomo diverso. Anche Antonio prova a dimenticare Lorenzo frequentando i siti di incontri, ma la sua indole non è altrettanto superficiale e godereccia. Il suo talento in cucina lo porterà prima a trovare lavoro presso una panetteria gestita dal “trombamico” Luca, poi a frequentare un corso di alta pasticceria.

Recensione:

Quando una storia d’amore finisce, un matrimonio va in pezzi, una coppia scoppia non ci sono differenze di colore, genere o sesso. I problemi, i dolori, le difficoltà sono uguali per tutti.

Inutile girarci intorno: fino a pochi anni fa pensare, in Italia, di vedere un film costruito intorno a una giovane coppia gay era praticamente impensabile. Ci voleva Ferzan Özpetek, con la sua libertà autoriale e creativa, per affrontare una tematica considerata tabù.

Onore al merito al coraggio del produttore Matteo Pilati per aver investito tutta la sua liquidazione in “Maschile singolare”, disponibile da fine maggio su Prime Video. Un film tutt’altro che perfetto, va detto, ma che ha il merito di essere fresco, attuale e di rivolgersi ai giovani parlando di amore, tradimenti e libertà sessuale da una diversa prospettiva. continua su

21) Judas and The Black Mesiah

Il biglietto da acquistare per “Judas and the Black Messiah” è:
Di pomeriggio.

“Judas and The Black Mesiah” è un film di Shaka King. Con Jesse Plemons, Daniel Kaluuya, Lakeith Stanfield, Martin Sheen, Dominique Fishback. Biopic, 126′. USA 2021

Sinossi:

A Chicago, verso le fine degli anni Sessanta, il criminale minorenne Bill O’Neal accetta di fare l’informatore per l’FBI dopo il suo arresto. Infiltrato da un agente nell’influente Black Panther Party, O’Neal scala le gerarchie del partito e si avvicina al leader Fred Hampton, prima arrestato e poi liberato in attesa dell’appello. Militante di giorno e traditore stipendiato la notte, Bill vive in maniera tormentata la sua doppia natura, da un lato aderendo alla visione politica di Hampton ma dall’altra contribuendo in maniera decisiva alla sua violenta uccisione, avvenuta per mano dell’FBI nel dicembre 1969.

Recensione:

Tradire una persona che si fida di noi è probabilmente uno degli atti più spregevoli che possiamo compiere – non è un caso che Dante collochi questa categoria di peccatori nell’ultimo cerchio dell’Inferno, il “peggiore”, potremmo

E nella bocca stessa di Lucifero, insieme a Cassio e Bruto, per restare in tema dantesco, troviamo lui, Giuda, IL traditore per eccellenza. Colui che, secondo i Vangeli, vendette il suo benefattore, Cristo, per trenta denari con un bacio. E che dopo, travolto dal rimorso e dal senso di colpa, si impiccò.

La figura biblica dell’apostolo, tradimento e senso di colpa sono i punti centrali della sceneggiatura di “Judas and the Black Messiah” di Shaka King, che arriva in streaming nel nostro Paese a poche settimane dalla notte degli Oscar – dov’è in lizza come miglior film.

Sull’onda emotiva dell’uccisione di George Flyod, il 25 maggio, negli Stati Uniti sono esplose nuovamente le proteste e la mai sopita “questione razziale”. Hollywood, non ci pronunciamo se per reale convinzione o per intercettare il favore del pubblico, è scesa in campo con una serie di film a tema – per citarne un paio, “Il processo ai Chicago 7” e “One night in Miami”.

“Judas and the Black Messiah” ha il merito narrativo, creativo e stilistico di discostarsi in larga parte dai cliché e dagli stereotipi di genere, raccontando da una prospettiva insolita il movimento Black Panthers ed evidenziando come, già negli anni ‘60 e ’70, esistessero molti gruppi di protesta, animati da personalità diverse e con visioni differenti, tutt’altro che uniti.

Shaka King descrive i rapporti umani oltre che politici all’interno del movimento con sguardo realista, superando il tradizionale approccio ideologico da duri e puri. continua su

71 ) Mancarsi – La Donna Di Scorta (Diego De Silva)

“Mancarsi” è un romanzo scritto da Diego De Silva e pubblicato nel gennaio 2013 da Einaudi

Sinossi:
Diego De Silva fa un passo a lato, si allontana dalle irresistibili vicende di Vincenzo Malinconico e ci regala una semplice storia d’amore. Semplice per modo di dire, perché la scommessa è tutta qui: nel nascondere la profondità in superficie, nel tratteggiare desideri e dolori, speranze e rovine, con poche parole essenziali, dritte e soprattutto vere. Perché, come diceva Fanny Ardant ne La signora della porta accanto, solo i racconti scarni e le canzoni dicono la verità sull’amore: quanto fa male, quanto fa bene. Solo lì si cela l’assoluto. Cosi De Silva prende i suoi due personaggi e li osserva con pazienza, li pedina, chiedendoci di seguirlo – e di seguirli – senza fare domande. Irene vuole essere felice, e quando il suo matrimonio inizia a zoppicare se ne va. Nicola è solo, confusamente addolorato dalla morte di una donna che aveva smesso di amare da tempo. Anche lui, come Irene, è mosso da un’assoluta urgenza di felicità. Anche lui vuole un amore e sa esattamente come vuole che sia fatto. Sarebbero destinati a una grande storia, se solo s’incontrassero una volta nel bistrot che frequentano entrambi. Ma il caso vuole che ogni volta che Nicola arriva, Irene sia appena andata via. Se le vite di Nicola e Irene non s’incontrano fino alla fine, le loro teste invece s’incontrano nelle pagine di questo libro: i pensieri, le derive, il sentire si richiamano di continuo, sono ponti gettati verso il nulla o verso l’altro. Forse, verso l’attimo imprevisto in cui la felicità finalmente abbocca.

“La Donna di Scorta” è un romanzo scritto da Diego De Silva e pubblicato nel aprile 2014 da Einaudi.

Sinossi:
Un uomo sposato e una giovane single s’incrociano su un marciapiede in una mattina di pioggia. Subito s’innamorano. Ma i ruoli di quella che potrebbe sembrare una normale relazione fra amanti, s’invertono fin dall’inizio. Livio, antiquario radicato in una solida vita matrimoniale, si trova invischiato in un rapporto privo di gerarchie che la sua normalità non può reggere: Dorina non vuole prendere il posto di sua moglie. Non chiede niente di più di quello che Livio è disposto a darle, sconvolgendo in questo modo l’assetto ordinato della vita di lui. Il romanzo mette a nudo un sentimento vero e autosufficiente che non ricatta, non pretende, non ha bisogno di sacrifici, riconoscimenti, ma nel puro desiderio dell’altro trova la sua ragion d’essere.

Recensione Unica:
Ero curioso di leggere questi due romanzi di Diego De Silva, avendo percepito dalla lettura delle due  sole sinossi che in qualche modo fossero legati da un filo rosso narrativo.
Una sensazione confermata dopo averli letti entrambi.
Anche se scritti in momenti diversi De Silva ha realizzato una sorta di manifesto sull’infedeltà coniugale o se preferite una chiave di lettura “tollerabile per accettare il triangolo amoroso e/o vedere la perdita di un coniuge mal sopportato come il primo segno per rinnamorarsi una seconda volta.
“Mancarsi” e “La Donna di Scorta” vanno assolutamente letti uno dietro l’altro per cogliere il senso più profondo del messaggio amoroso messo in campo da Silva.
L’amore non può essere considerata una proprietà privata né una persona può reclamarne l’esclusività.
L’innamoramento secondo De Silva sfugge a qualsiasi regola, codice, imposizione travolgendo tutto e tutti.
Un uomo può amare contemporaneamente la propria moglie e la giovane amante, non trovando il coraggio né la forza di scegliere.
Un’indecisione deprecabile in linea generale, ma nella storia tra Livio e Dorina, vede quest’ultima stranamente non interessata a reclamare maggiore spazio, visibilità e tempo rispetto alla famiglia di Livio.
Livio ama Dorina, ma allo stesso tempo è irritato dalla natura pacifica e tranquilla dell’amante.
Livio vorrebbe vedere, sentire una Dorina nelle vesti dell’amante appassionata, arrabbiata, esigente.
Ma Dorina non gli concederà mai questo sazio.
La loro storia travolgente, intensa finirà con la modalità straordinariamente normale voluta da Dorina.
Invece Nicola è rimasto improvvisamente vedovo. Costretto a piangere una moglie che purtroppo non amava più.
Un lutto che se da una parte si è rivelato paradossalmente liberatorio, dall’altra ha obbligato il protagonista a guardarsi dentro e comprendere se sia ancora capace d’amare.
Irene invece ha detto basta ad un matrimonio che la rendeva ogni giorno più triste e vuota emotivamente.
Nicola e Irene sono soli per motivi diversi, ma entrambi cercano, vogliono una seconda chance d’amare ed essere amati.
Il Destino in versione romantica gli darà una mano, facendoli causalmente incontrare in un luogo caro ad entrambi.
“Mancarsi” rievoca nella struttura narrativa e soprattutto nel continuo sfiorarsi dei due protagonisti, il celebre quanto romantico film americano “Insonnia d’amore” di Nora Ephron con protagonisti i bravissimi Tom Hanks e Meg Ryan.
“Mancarsi” ci spinge a credere, sperare che la fine di un amore, di un matrimonio non debba per forza significare la fine di tutto, anzi.
Diego De Silva regala vivide e sincere emozioni al lettore tramite questi due scritti , facendoci riflettere sulla nostra intima e personale idea sull’amore di coppia.

76) La Gabbia Dorata ( Camilla Lackberg)

“La Gabbia dorata” è un romanzo scritto da Camilla Lackberg e pubblicato nell’ Aprile 2019 da Marsilio editore.
Sinossi:
Faye sembra avere tutto. Un marito perfetto, una figlia adorabile e un lussuoso appartamento nel quartiere più elegante di Stoccolma. Ma, al di là della superficie scintillante, è una donna tormentata dai ricordi legati al suo oscuro passato a Fjällbacka, una donna che sempre più si sente prigioniera di una gabbia dorata. Un tempo era forte e ambiziosa. Poi è arrivato Jack, il marito, e lei ha rinunciato alla sua vita. Jack non è un uomo fedele, però, e quando Faye lo scopre, il suo mondo va in pezzi. Non le resta più niente, è distrutta. Fino al momento in cui decide di passare al contrattacco e di vendicarsi in modo raffinato e crudele… Faye non è certo la prima donna al mondo a essere stata umiliata dal marito, trattata come una stupida e costretta a lasciare il posto a una più giovane e piacente. Ma per lei è arrivato il momento di dire basta: «Unite siamo forti, non ci rassegneremo mai più al silenzio.»
Recensione:

È possibile porgere l’altra guancia come ci insegnano le sacre scritture?
Il perdono è una priorità divina?
La vendetta è un piatto che va servito freddo.
Camilla Lackberg sembra averci preso “gusto” nel raccontare come una donna ferita, umiliata e soprattutto tradita dal proprio partner possa tramutarsi nel più spietato e feroce “Angelo Vendicatore”.
L’autrice svedese, ad un anno dall’ avvincente racconto sulla realizzazione del “delitto perfetto” in chiave femminile come reazione alla violenza e sopruso maschile, decide con il suo nuovo romanzo d’approfondire e sviluppare questa delicata e scottante tematica.
“La Gabbia dorata” è infatti la storia di una vendetta lungamente e pazientemente studiata e preparata dalla protagonista Faye, dopo che il suo fascinoso e ricco marito Jack l’ha tradita spudoratamente, umiliata e buttata via come una “scarpa vecchia”.
Faye che per amore di Jack ha sacrificato sé stessa, le sue ambizioni e talenti ritagliandosi il ruolo di moglie innamorata e madre affettuosa della piccola Julienne. Dopo l’iniziale e comprensibile momento di sconforto, la donna trova dentro di sé la forza o se preferite l’odio implacabile per ottenere una subdola quanto inesorabile vendetta.
Una vendetta totale, spietata e devastante che solamente una donna intelligente oltre che ferita nell’animo sarebbe stata capace di realizzare.
“La Gabbia dorata” è la classica storia di vendetta, riscatto ed emancipazione esistenziale ed economica da parte della protagonista.
Ed è proprio per via di un impianto narrativo solido quanto prevedibile che ci dispiace sottolineare come quest’ultima fatica letteraria della brava Lackberg ci abbia complessivamente deluso sul piano creativo e letterario.
Ci saremmo aspettati dalla Lackberg qualcosa di più originale, profondo e potente.
Invece fin dalle prime pagine il lettore ha la netta sensazione di leggere situazioni e vivere colpi scena già noti e quindi prevedibili.
“La Gabbia dorata” più che un romanzo sembra essere la sceneggiatura di un film TV in cui non possono mancare scene di sesso e dettagli scabrosi per soddisfare la “libido visiva” del pubblico, ma pressoché inutili sul piano narrativo.
“La Gabbia dorata” si fa leggere con facilità per merito di uno stile semplice, diretto e Scorrevole, ma lontano dall’abituale qualità della Lackberg.
“La Gabbia dorata” sembra più un romanzo scritto per esigenze commerciali piuttosto che da un’urgenza creativa dell’autrice.
È una lettura consigliata soprattutto a tutti quei uomini che stanno tradendo o pensano di tradire la propria compagna illudendosi di farla franca.
Dopo l’ira di Dio, l’uomo tema quella della donna dal cuore spezzato.
Perché Dio perdona, lei no.

233) La Resa dei Conti (John Grisham)

La resa dei conti è un romanzo scritto da John Grisham e pubblicato da Mondadori Editore nel novembre 2018.

Sinossi:
Ottobre 1946, Mississippi. Pete Banning, cittadino modello di Clanton, reduce di guerra pluridecorato, patriarca di una nota famiglia locale proprietaria di campi di cotone, amato padre di famiglia e fedele membro della locale comunità metodista, in una fresca giornata di ottobre si alza presto, sale in macchina e si dirige verso la chiesa. Entra nello studio del pastore, il suo amico reverendo Dexter Bell, e con calma e determinazione gli spara e lo uccide.
Da quel momento, l’unica cosa che Pete ripete a tutti, familiari, avvocati, uomini di giustizia, è “non ho niente da dire”. Qualunque sia stato il motivo del suo inconcepibile gesto non verrà svelato. Pete non ha paura della morte e viene giustiziato portando il suo segreto nella tomba, lasciando incredula l’intera comunità di Clanton.
Ma perché l’ha fatto?
In questo intenso romanzo, John Grisham accompagna il lettore in un incredibile viaggio colmo di suspense alla scoperta della sua verità, dagli Stati del Sud alla giungla delle Filippine durante la guerra degli americani contro i giapponesi, a un claustrofobico manicomio pieno di segreti fino all’aula del tribunale dove l’avvocato del protagonista cerca invano di salvarlo senza la sua collaborazione, mostrando gli effetti che può avere a lungo termine un crimine terribile e inspiegabile.

Recensione:
“La verità vi farà liberi” recitano le Sacre Scritture.
“Tutti mentono “ripeteva convintamente il Dr House.
Non voglio essere accusato di blasfemia, ma dopo aver terminato la lettura del nuovo romanzo del Maestro Grisham, mi è venuto amaramente spontaneo ripensare a queste due opposte quanto validi frasi.
Ed ancora mi sono interrogato se l’errore, un momento di debolezza di uno dei coniugi debba comportare come conseguenza la distruzione ed il futuro dell’intera famiglia.
John Grisham si rivela, ancora una volta, un attento osservatore della nostra società e sensibile indagatore dell’animo umano tematiche utilizzando un vecchio caso di cronaca come spunto narrativo per raccontare una tragica storia di vendetta amorosa.
“La resa dei conti” può essere ancje letta come una rilettura dell’Otello da parte dell’autore americano e di come la gelosia possa trasformare anche il più mite dell’uomo in una persona vendicativa e spietata.
“La resa dei conti” strutturata in tre atti ribalta l’abituale schema narrativo di un thriller o se preferite del dramma shakespeariano, portando il lettore subito nel climax più alto e violento della storia in cui accompagna il protagonista nella sua lucida e fredda missione d’uccidere l’amante di sua moglie.
Almeno questo sembra essere l’unico motivo plausibile per indurre un eroe di guerra a trasformarsi in feroce assassino.
Peccato che Pete Banning, dopo aver commesso l’efferato crimine, si rifiuti categoricamente di fornire qualsiasi motivazione o simil giustificazione e negando testardamente l’infermità mentale suggerita dai propri legali, come unica speranza, per evitare la condanna alla pena capitale.
Il lettore osserva sgomento la ferrea volontà di Bannig di farsi processare e condannare rimanendo fedele al suo ostinato ed orgoglioso silenzio .
Una scelta che inevitabilmente sconvolge la tranquillità della comunità e soprattutto getta i suoi due figli Joel e Stella, brillanti studenti universitari, nell’assoluto sconforto ed incredulità
Joel e Stella sono trascinati, loro malgrado, dentro un incubo ad occhi aperti, da dove è impossibile svegliarsi.
Infatti mentre il loro padre è in procinto d’essere ucciso mediante la sedia elettrica, la madre Liza è letteralmente rinchiusa in un ospedale psichiatrico, a seguito di un misterioso esaurimento nervoso, per preciso volere dello stesso Pete.
Cosa è successo tra Liza e Pete?
Cosa o chi ha spezzato il profondo legame che univa questa coppia innamorata e desiderosa di formarsi una numerosa famiglia sfidando nonostante il parere contrario delle rispettive famiglie d’origine

Il lettore pur intuendo nell’infedeltà coniugale di Liza come unico movente possibile accetta di seguire Grisham nella sua inusuale ricostruzione dei fatti e soprattutto nelle controverse condizioni emotive e psiche che colpirono i personaggi determinandone le fatali scelte.
Una ricostruzione contraddistinta prima dal racconto del primo incontro e successivo innamoramento dei giovani Pete e Liza e culminata dalla comune decisione stabilirsi, dopo il matrimonio, nella citta natia dell’uomo, nonostante entrambi avessero differenti ambizioni professionali.
Sarà l’entrata in guerra degli Stati Uniti nel secondo conflitto mondiale a sconvolgere la quiete e prosperità della famiglia Banning.
Costringendo da una parte Pete a vivere tre anni terribili e disumani nelle Filippine prima come prigioniero nelle mani dei giapponesi e poi da coraggioso combattente nella giungla e dall’altra allo stesso tempo imponendo Liza ed i suoi figli a doversi tragicamente rassegnare all’idea della sua precoce morte come caduto di guerra.
Grisham racconta volutamente con accurati e crudi dettagli i tre anni vissuti da Pete al fronte affinché il lettore possa sentire, provare ed infine condividere l’indicibile sofferenza fisica e psicologica patita dal protagonista e magari capirne meglio il carattere e soprattutto l’aspetto più rigoroso e tenace della propria indole.
Nel secondo atto Grisham trascinando il lettore dentro l’’orrore della guerra, facendogli rivivere la crudeltà e ferocia dei giapponesi contro gli inermi e provati prigionieri americani e filippini non soltanto compie un meritorio quanto interessante lavoro storico ma getta le basi per un finale, se possibile, ancora più tragico quanto sconvolgente: aprire “il vaso di Pandora” della famiglia Bannig.
L’ultimo atto de “La resa dei conti” svela i segreti, le bugie e soprattutto le debolezze e limiti, che di fatto, hanno caratterizzato la vita coniugale di Pete e Liza Banning e come soprattutto la paura e lo stolto orgoglio abbia minato una bella e solida storia d’amore.
Facendo altresì cadere ingiustamente “le colpe” materiali anche sugli amati ed innocenti figli.
“La resa dei conti” è un romanzo tosto, cupo, angosciante e purtroppo senza alcun riscatto finale, ma ciò nonostante liberatorio almeno per Joel e Stella, finalmente, forti e determinati nel lasciarsi alle spalle il passato e gli errori dei propri genitori.
Un insegnamento oltre che un monito rinnovato magistralmente dal Maestro Grisham.

177) Un Marito a metà

Il biglietto da acquistare per “Un marito a metà” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Un marito a metà ” è un film di Alexandra Leclère. Con Didier Bourdon, Valérie Bonneton, Isabelle Carré, Hélène Vincent, Laurent Stocker. Commedia, 104. Francia 2017

Sinossi:

Dopo 15 anni di matrimonio e due figli, la violinista Sandrine scopre che il marito Jean la tradisce con Virginie, proprietaria single di una libreria. Inizialmente Sandrine invita Jean a lasciare Virginie, cosa che l’uomo fa immediatamente, terrorizzato di perdere la famiglia. Ma quando Sandrine si accorge che Jean è disperato per l’assenza di Virginie, decide di proporre alla rivale una sorta di affido congiunto che vede protagonista non i figli ma il marito fedifrago, che trascorrerà una settimana con la moglie e una con l’amante.

Recensione :

Quali motivi spingono un marito a tradire la moglie? Noia? Calo della libido? Crisi di mezza età? Una coppia sposata da 15 anni può uscire indenne dalla scoperta di un tradimento? E come dovrebbe reagire una moglie, cacciando il fedifrago di casa oppure provando a perdonarlo?

La fedeltà, il tradimento, la gestione di una o più amanti sono tematiche assai utilizzate – se non abusate – in ambito cinematografico, ieri come oggi, tra commedie, gialli, drammi. Attraverso queste registi e sceneggiatori hanno cercato di raccontare l’evoluzione dei rapporti umani, e della società nel suo complesso.

“Un marito a metà” di Alexandra Leclère, nonostante tematicamente vanti una bella serie di precedenti, è comunque una pellicola inedita, divertente e brillante, capace di offrire allo spettatore una prospettiva diversa e numerosi spunti di riflessione.

A suo favore gioca prima di tutto il fatto di evitare luoghi comuni e pregiudizi, scegliendo di muoversi sul filo del paradossale e dell’inverosimile nel mettere in scena la crisi attraversata da Jean (Bourdon) e Sandrine (Bonneton).

I due formano la più classica delle coppie borghesi: professore universitario alla Sorbona lui, insegnante di violino lei. La loro quotidianità, dopo quindici anni di matrimonio e due figli, viene sconvolta dalla scoperta della prolungata infedeltà di lui.

“Un marito a metà” rilegge in modo ironico, garbato ma anche provocatorio il tema del triangolo amoroso, magistralmente affrontato da mostri sacri del cinema come François Truffaut (Jules e Jim) e Bernardo Bertolucci (The Dreamers). continua su

http://paroleacolori.com/un-marito-a-meta-una-commedia-sullamore-che-rifugge-i-luoghi-comuni/

120) L’Università del crimine (Petros Markaris)

“L’Università del crimine” è un romanzo scritto da Petros Markaris e pubblicato da “La Nave di Teseo” nell’Aprile 2018.

Sinossi:
Una notizia improvvisa scuote il commissariato di Kostas Charitos: il direttore Ghikas va in pensione e lascia proprio a Charitos il comando temporaneo della Centrale di polizia di Atene. Ma il commissario più famoso di Grecia non ha tempo di festeggiare la promozione. Viene infatti ucciso il ministro per le Riforme: nella rivendicazione si legge che il politico, già stimato professore universitario, è stato ucciso perché ha tradito la sua missione di docente per fare carriera politica, venendo così meno ai suoi doveri verso gli studenti. L’aria in città è tesa, ma Charitos e l’amata moglie Adriana assaporano una nuova felicità perché la figlia Caterina li renderà presto nonni, così si rilassano frequentando tre nuove amiche dalla simpatia irresistibile, conosciute durante una vacanza in Epiro. Qualche giorno dopo viene ucciso con un’iniezione letale un altro ministro, ex docente anch’egli. Quando spunta il cadavere di un terzo professore, la situazione sembra andare fuori controllo: il governo chiede un’immediata svolta alle indagini che, tuttavia, continuano a brancolare nel buio. Kostas Charitos deve abituarsi in fretta alle responsabilità del suo nuovo ruolo per venire a capo di un intrigo tra politica e università che lo vede coinvolto in prima persona, un gioco pericoloso in cui nulla è come appare.
Recensione:
Il sapere, la conoscenza, lo studio sono gli strumenti a disposizione dell’uomo per diventare una persona migliore.
Una società istruita, colta e consapevole sarà certamente una società meno conflittuale, egoistica ed avida di potere.
Sono concetti e principi, sulla carta, assolutamente condivisibili, ma non pronunciateli, a voce alta e soprattutto alla presenza dello scrittore Petros Markaris. Quest’ultimo potrebbe avere una reazione molto brusca e poco intellettuale.
La nuova indagine del commissario Kostas Charistos infatti non è altro che un saggio critico e spietato del sistema universitario greco, sotto le mentite spoglie, di un anomalo thriller.
Charistos si ritrova a dover indagare sugli omicidi di tre illustri professori universitari “rei”, secondo i misteriosi quanto colti assassini, d’aver tradito la nobile causa universitaria in favore della corrotta politica.
Tre Professori accusati d’ “Alto Tradimento” culturale, giustiziati utilizzando le loro debolezze umane ed intime.
Gli assassini agiscono nella “folle” convinzione di dare un messaggio chiaro e forte: L’Università non è un porto di mare né un albergo in cui andare e tornare, a seconda degli interessi e convenienze.
Petros Markaris punta il dito contro il malcostume dei professori greci di farsi sedurre dalla politica abbandonando i propri studenti e soprattutto l’Università, sempre più povera e decadente, sotto ogni punto di vista
Il lettore italiano leggendo questo romanzo non potrà non sorridere amaro, assistendo alle convulse ore per la controversa nascita di governo guidato prof Conte e sui presunti diktat sul nome del professore Savona come possibile ministro dell’Economia.
“L’Università del Crimine” è un saggio divenuto thriller nel voler conferire maggiore forza, pathos e teatralità all’impianto accusatorio costruito da Markaris nei confronti dell’élite universitaria.
Markaris non perdona il tradimento culturale ed etico compiuto da numerosi studiosi e professori, attratti fatalmente dalla Politica nelle vesti di una novella Circe.
Un passaggio del colloquio tra il commissario Charistos e Seferoglou, vecchio professore universitario greco in pensione, rivela ed evidenzia più d’altri la vera e profonda essenza drammaturgica e sociologica del romanzo ideato e poi messo in scena in modo acuto e magistrale da Markaris.
“…Forse lei mi può spiegare quel che sto cercando di capire e che nessuno, fino a questo momento, è riuscito spiegarmi. Com’è possibile che un uomo che ha passato tutta la vita all’università, tra lezioni e lavoro intellettuale, abbandoni studenti e colleghi, cancelli tutto per l’ambizione di diventare ministro?…
.. Ai giorni nostri non esistono più gli studiosi. Ci sono rimasti gli intellettuali”
“E che differenza c’è?”
Gli studiosi sono uomini e donne che vivono nelle biblioteche, studiano e producono lavoro scientifico. Gli intellettuali sono specialisti in generalizzazioni e, soprattutto sono convinti di possedere un sapere esteso a tutto lo scibile umano.
Gli studiosi hanno conoscenze; gli intellettuali hanno opinioni che amano esprimere in ogni occasione…Non ci sono più studiosi, così come non ci sono più professori d’università…
…Esistono universitari, come esistono commercialisti, bancari, poliziotti come lei…I professori d’università sono stati assimilati agli universitari in generale, come gli studiosi agli intellettuali. Il cerchio si è chiuso”

Le amare e lucide parole dell’immaginario professore rappresentano la delusione e soprattutto il pessimismo dell’autore sul futuro Grecia e soprattutto dell’inadeguatezza di chi aspira a diventarne classe dirigente.
Una rabbiosa rassegnazione diffusa e comune, purtroppo. anche tra gli altri cittadini europei.

95) Parlami di Lucy

“Parlami di lucy” è un film di Giuseppe Petitto. Con Antonia Liskova, Michael Neuenschwander, Linda Mastrocola, Mia Skrbinac. Drammatico, 84′. Italia, Svizzera, Slovenia, 2017

Sinossi:

Nicole (Liskova) è una donna attenta a controllare la propria vita fin nei più insignificanti dettagli. La sua piccola Lucy è una bambina di otto anni solitaria e problematica. Roman, suo marito, è un uomo affascinante e più vecchio di lei, colpevole di aver in passato messo a repentaglio il loro matrimonio con un tradimento. Sogni inquietanti e inspiegabili tormentano Nicole. Oscure presenze si manifestano all’interno e nei dintorni della loro isolata villa di montagna. La ragione non è più sufficiente a spiegare gli angoscianti fenomeni che si palesano. Lucy è chiaramente in pericolo e Nicole deve trovare la forza di mettere in discussione tutte le proprie certezze per salvare la bambina.

Recensione:

Caro lettore, è per me umanamente difficile scrivere del film “Parlami di Lucy” dopo aver appreso, dalla cartella stampa, che il regista Giuseppe Petitto è tragicamente scomparso in un incidente stradale nel settembre 2015 all’età di soli 46 anni.

Oltre il cordoglio per la famiglia, è triste pensare che Petitto – laureato in giurisprudenza e poi formatosi al Centro sperimentale di cinematografia di Roma, regista, produttore e montatore con una spiccata passione per i film inerenti i diritti civili – non sia qui per ricevere il meritato plauso per la sua coraggiosa opera prima.

Mi è sembrato giusto partire da questa nota extra-cinematografica, perché solo così è possibile capire come “Parlami di Lucy” sia diventato, da opera prima e involontariamente, una sorta di testamento artistico – che avrebbe meritato un passaggio in qualche festival, sia per la portata della storia che per darle il massimo della visibilità.

La storia mostra come una famiglia “tradizionale” possa sfaldarsi per via dell’infedeltà di uno dei coniugi e come questo influisca drammaticamente sulla vita non solo dei partner ma dei figli.

Nicole (Liskova) sembra apparentemente una donna sicura, elegante, rigida nell’educare la figlia. In realtà, se si allarga la prospettiva, ci troviamo davanti una moglie umiliata, tradita, che si rifugia nell’alcolismo per lenire il dolore dell’anima, creando però i presupposti per una lenta e inesorabile dissociazione, prima emotiva e poi mentale.

“Parlami di Lucy” è un viaggio doloroso, straziante, intenso, autentico dentro l’anima devastata di una donna. Antonia Liskova regala, probabilmente, la migliore interpretazione della sua carriera, sparendo dentro il personaggio, rendendolo vivo, umano e trascinando lo spettatore nel suo dramma, dove realtà e illusione si mescolano. continua su

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