253) Free Fire

Il biglietto da acquistare per “Free Fire” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto (con riserva). Sempre.

“Free Fire” è un film di Ben Wheatley. Con Enzo Cilenti, Sam Riley, Brie Larson, Michael Smiley, Cillian Murphy. Azione, 90′. Francia, Gran Bretagna, 2016

Boston, anni ’70. Frank (Smiley) e Chris (Murphy) sono membri dell’IRA in cerca di mitragliatori M-16. Devono incontrare dei contrabbandieri, guidati dal sudafricano Vernon (Copley), per valutare lo stock in loro possesso, mentre Justine (Larson) e Ord sono mediatori della transazione. A causa di una coincidenza e dei caratteri bollenti di alcuni elementi delle due gang nel giro di breve tempo parte uno sparo e il meeting degenera in una lotta all’ultimo sangue tra gang rivali.

C’è poca storia e molta azione, in “Free fire” di Ben Wheatley, che per soggetto e struttura ricorda da vicino “Le Iene” di Quentin Tarantino senza però possederne la forza e la profondità.

Nel film si parla poco e si spara tanto, ma i pochi dialoghi sono comunque divertenti e brillanti, con spunti della tipica ironia British che incuriosiscono e catturano lo spettatore.

Nonostante questo, “Free fire” finisce per risultare ripetitivo, girando a vuoto in più punti. Sarebbe stato opportuno ridurne la durata e tagliare almeno un paio di scene. continua su

http://paroleacolori.com/free-fire-di-ben-wheatley-chiude-il-festival-tra-azione-e-umorismo/

Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci, nonostante tutto”

41) Absolutely Fabulous – Il Film

fabulus

Il biglietto da acquistare per “Absolutely fabulous – Il film” è: 1)Neanche regalato; 2)Omaggio; 3)Di pomeriggio; 4)Ridotto; 5)Sempre.

Un film di Mandie Fletcher. Con Jennifer Saunders, Joanna Lumley, Julia Sawalha, Jane Horrocks, June Whitfield. Commedia, 91′. 2016

Vi considerate dei teledipendenti? E se sì, di che tipo? Molto probabilmente vi farete questa domanda, guardando “Absolutely fabulous – Il film” di Mandie Fletcher, ispirato all’omonima serie televisiva britannica andata in onda sulla BBC tra il 1992 e il 2012.

Protagoniste della sit-com sono Edina Moonson (Jennifer Saunders) e la sua migliore amica Patsy Stone (Joanna Lumley), due ex hippy, oggi signore benestanti, dedite ad alcool e consumo di droghe.

Edina è proprietaria di un’agenzia di pubbliche relazioni e vive in una casa in Holland Park con la figlia; ha avuto due mariti, ed è ossessionata dalla moda e dal tentativo continuo di dimagrire. Patsy, invece, dirige una rivista, è un’ex modella e attrice, e nella serie si dice che non mangia niente da trent’anni ma la sua età non viene mai rivelata.

La figlia di Edina, Saffron (Julia Sawalha), fa da contraltare alla vita sregolata delle due: ragazza colta e studiosa, entra spesso in contrasto con la madre. Nella quarta serie scriverà un dramma sul suo rapporto con lei, che il pubblico interpreterà però come una commedia. Nella quinta serie tornerà a casa incinta da una missione umanitaria in Uganda e darà alla luce una bambina che chiamerà Jane, ma che Edina si ostinerà a chiamare Lola.

Tutte queste informazioni provengono da Wikipedia, mai come in questo caso necessaria per cercare di comprendere l’essenza del film.

Io sono un vero teledipendente d’antan, cresciuto nel fulgore degli anni ‘80, e sono abituato a vedere e applaudire, se è il caso, anche il genere trash o demenziale. Onestamente questo film, molto atteso dai fan, supera anche questi parametri.

Definirlo brutto e inutile è poco, cari lettori, e questa non vuole essere una critica verso il vostro metro di giudizio, se deciderete di andare al cinema, ma solo una pressa d’atto sincera dopo che ho provato, con scarso successo, a trovare uno spunto, una battuta, una scena degne di essere menzionate. continua su

http://paroleacolori.com/al-cinema-absolutely-fabulous-il-film/

Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci, nonostante tutto”

 

20) Dopo l’amore

dopo-lamore

Il biglietto da acquistare per “Dopo l’amore” è: 1)Neanche regalato; 2)Omaggio; 3)Di pomeriggio; 4)Ridotto (con riserva); 5)Sempre.

Un film di Joachim Lafosse. Con Bérénice Bejo, Marthe Keller, Cédric Kahn, Catherine Salée, Tibo Vandenborre. Drammatico, 100’. 2016

L’amore è eterno… finché dura, finché non si consuma nel suo stesso fuoco oppure non ci innamoriamo di un’altra persona.

Oggi sono sempre meno numerose le coppie che decidono di sposarsi, e di contro, spesso, chi decide di dire “sì” dopo pochi anni è di fronte al giudice per ottenere la separazione.

Le coppie capaci di resistere alle crisi – del secondo anno e del settimo, provocate dai problemi economici, dallo stress, da incompatibilità caratteriali grandi e piccole – sono davvero poche.

Spesso andarsene e voltare pagina sembra l’unica scelta possibile, ma cosa fare quando si vuole lasciare il coniuge ma non la casa, acquistata insieme con sudore e fatica?

Dopo 15 anni e due bambine, il matrimonio di Marie (Bejo) e Boris (Kahn) è giunto al capolinea e i due decidono di lasciarsi. Boris, però, non può permettersi un’altra casa e questo apre la strada a una serie di complicazioni. Nessuno è infatti disposto a liberare il campo e la coppia, in attesa del divorzio, continua, nonostante tutto, a vivere insieme e a litigare.

Marie non ama più Boris, anzi lo detesta. Ogni cosa che fa l’uomo la infastidisce, ed è anche stanca di mantenerlo. Marie vorrebbe solo voltare pagina. Di contro Boris, architetto disoccupato senza un soldo, non intende lasciare la casa senza ricevere una giusta liquidazione per i lavori di ristrutturazione che a suo tempo vi ha fatto e che ne hanno raddoppiato il valore. Riusciranno a risolvere la disputa?

Lo spettatore si prepari a un film che si pone a metà strada tra “La guerra dei Roses” di Danny De Vito e “La separazione” di Asghar Farhadi, mantenendo però una sua identità e uno spirito “francese” ben definito. continua su

http://paroleacolori.com/al-cinema-dopo-l-amore/

Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci, nonostante tutto”

257) Bella e Perduta

perduta

Il biglietto d’acquistare per “Bella e Perduta” è : 1) Neanche regalato 2) Omaggio 3) Di pomeriggio 4) Ridotto 5) Sempr

“Bella e Perduta” è un film del 2015 diretto da Pietro Marcello, scritto da Pietro Marcello, Maurizio Braucci, con :Sergio Vitolo, Tommaso Cestrone, Elio Germano, Gesuino Pittalis, Claudio Casadio.

Recensione a cura di Remì

Bella e perduta è un bel documentario, ma anche molto singolare.
La camera entra nei luoghi, quasi dentro le persone. Diventa addirittura l’occhio di un bufalo immergendoci in un realismo a 360°. Bella e perduta non è commedia, non è lieto fine. Non è dramma. E’ densità. E’ come un’immersione nel nocciolo della vita.
Ci troviamo di fronte a persone e non a personaggi, idiomi e dialetti e non lingua e dizione. Paesaggi vergini. Crudezza di vivere, insomma poesia.
C’è molta poesia nel documentario di PietroMarcello, una poesia dei poveri.
Nonostante non abbia una trama subito comprensibile e lineare il documentario si può dividere in due momenti.
La prima parte ci presenta Tommaso Cestrone, l’angelo di Carditello: il volontario che accudì la reggia di carditello come una sua creatura. Un posto che amava anche se non serviva più a nulla, anche se cadeva a pezzi. Lo amava forse proprio perchè condannato a morte. Ha subito intimidazioni, ha sofferto, faticato senza compenso. E’ morto lì.
Lascia come sua eredità solo un bufalo. Un maschio. Anche questo di nesssuna utilità perchè non dà latte. Anche questo amato.
Qui si apre la seconda parte. Si fa maggiormente spazio l’elemento fantastico quasi fiabesco di cui lo spettatore aveva avuto fin dai primi fotogrammi qualche indizio.
Il protagonista diventa l’erede di Tommaso Cestrone, il suo bufalo. Un erede in tutti i sensi. Eredita la nostalgia di qualcosa di bello e perduto (come la purezza del suo padrone) eredita per certi versi la sua vana morte.
Un bufalo rassegnato, pacificamente rassegnato ma che non rimane zitto. Parla dell’uomo, della vita senza accuse nè rancori. Lo fa con un quasi divino distacco come se gli fosse rivelata la saggezza di millenni.
Ad accompagnarci lungo tutto il percorso la singolare figura di Pulcinella mandato sulla terra da un posto non ben definito, con la missione di “dar voce al bufalo”e salvarlo dal macello ma anche impegnato in un suo proprio percorso personale che lo vedrà non più servo, oggetto delle volontà altrui ma soggetto libero che decide di disfarsi della propria maschera per incontrare autenticamente se stesso e poter quindi vivere e amare a viso scoperto.
Documentario ricco di allegorie e spunti di riflessione.Ottime scenografia e fotografia. Il linguaggio crudo e poetico sottolineano la caratteristica presenza simultanea di elementi fortemente contrastanti.
Forse tale complessità compromette l’immediatezza,la fluidità e la linearità della trama rendendo difficile assemblare i molti e differenti aspetti della storia. Il ritmo è, credo, volutamente monotono. Il tempo che il regista ci mostra, è un tempo espanso, dilatato. Calmo. Rassegnato e pacifico.

Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci,nonostante tutto”

http://www.ibs.it/ebook/de-agr-vittorio/amiamoci-nonostante-tutto/9788891176837.html

 

The ticket to buy for “Beauty and the Lost” is: 1) Not even gave 2) Tribute 3) In the afternoon 4) Reduced 5) sempr
“Beautiful and the Lost” is a film of 2015 directed by Pietro Marcello, written by Pietro Marcello Maurizio Braucci, with: Sergio Vitolo, Thomas Cestrone, Elio Germano, Gesuino Pittalis, Claudio Casadio.
Review by Remi
Beautiful and lost is a good documentary, but also very unique.
The room entering most, almost inside people. Even becomes the eye of a buffalo immersing ourselves in a realistic 360 °. Beautiful and lost is not comedy, is not a happy ending. It is not drama. And ‘density. And ‘how to dive into the core of life.
We are in front of people and not to the characters, idioms and dialects and language and diction. Virgin landscapes. Rawness of life, in short poem.
There’s a lot of poetry in the documentary PietroMarcello, a poem of the poor.
Despite not having a plot immediately understandable and straightforward documentary can be divided into two parts.
The first part presents Thomas Cestrone, the angel Carditello a volunteer who nursed the palace of carditello as one of his creatures. A place he loved even though it was no longer anything, even if falling apart. Perhaps because she loved him sentenced to death. Suffered intimidation, suffered, struggled without compensation. And ‘who died there.
He leaves as his legacy only a buffalo. A male. Even this nesssuna of utility because it gives milk. This also loved.
This opens the second part. It makes more space element fantastic fairytale which the viewer had some clues from the first frames.
The protagonist becomes the heir of Thomas Cestrone, his buffalo. An heir in every sense. Inherit the nostalgia of something beautiful and lost (as the purity of his master) inherits some ways her death vain.
A buffalo resigned peacefully resigned but that does not remain silent. He speaks of man, of life without charges nor grudges. It does so with an almost divine detachment as if he had revealed the wisdom of millennia.
To accompany us along the way the singular figure of Pulcinella sent to earth from a place not well defined, with a mission to “give voice to the buffalo” and save it from the slaughterhouse but also engaged in his own personal journey that will see him no more a servant , subject to the will of others but free agent who decides to get rid of his mask to meet authentically himself and then be able to live and love with unveiled face.
Documentary full of allegories and food for riflessione.Ottime set design and photography. The crude language and emphasize the poetic feature simultaneous presence of strongly contrasting elements.
Perhaps this complexity affect the immediacy, fluidity and the linearity of the plot making it difficult to assemble the many different aspects of the story. The pace is, I believe, deliberately monotonous. The time that the director shows us, is a time expanded, dilated. Calm. Resigned and peaceful.

254) The Final Girls

The final Girls

Il biglietto d’acquistare per “The Final Girls” è: 1) Neanche regalato 2) Omaggio 3) Di pomeriggio 4) Ridotto 5) Sempre.

“The Final Girls” è un film del 2015 diretto da Todd Strauss-Schulson, scritto da M.A. Fortin, Joshua John Miller, con : Taissa Farmiga e Malin Åkerman; Alexander Ludwig,Thomas Middleditch, Alia Shawkat, Adam DeVine, Nina Dobrev e Chloe Bridges.

Lo confesso, avevo perso quasi completamente la speranza di poter dare, durante il Festival di Torino, un biglietto pieno a un film presente nel programma. Nonostante la varietà di titoli provenienti da tutto il mondo, fino a ieri sera nulla mi aveva convinto fino in fondo.
Non credevo possibile che un film horror, scelto all’ultimo momento, potesse invece regalarmi una serata piacevole e sorprendente.
Ebbene, “The Final Girls”, presentato nella sezione ”After Hours”, ha sorpreso in positivo il vostro cronista per natura e struttura del film.
Presentato come un horror, invero la pellicola si rivela come una commedia con venature splatter in cui su quest’ultima prevale l’ironia. Alcuni critici hanno voluto accostare questo film alla saga di “Scary movie” o comunque alla categoria ‘parodia di genere’.
Personalmente, non sono d’accordo con questa classificazione poiché “The Final girls” ha un suo potenziale narrativo e comico personale e originale che merita di essere evidenziati.
Nell’abc dell’horror con la parola “Final girl” si identifica la giovane ragazza che, sopravvissuta alla follia omicida del maniaco, si trova nella scena madre finale a doverlo combattere a costo della propria vita.
Il titolo stesso del film è un omaggio/parodia del genere, facendo capire da subito come gli autori abbiano deciso di muoversi ironizzando su molti luoghi comuni dei film horror e giocando con la storia del cinema.
L’incipit è molto classico: la giovane protagonista Max (Farmiga) perde l’amata madre Amanda (Akerman), attrice di horror cult di seri B, in un incidente stradale. Anni dopo Max, ancora traumatizzata dall’incidente e addolorata per la perdita, accetta di partecipare con alcuni amici alla proiezione di un vecchio film della madre in un cinema. A causa di un accidentale incendio, i ragazzi, per sfuggire alle fiamme, cercano rifugio dietro lo schermo e, inspiegabilmente, si trovano proiettati all’interno del film. Un film dentro il film ,come nel più classico metacinema, ma con la differenza che i ragazzi, sapendo come agisce l’assassinio, decidono di difendersi e di non commettere gli errori tipici dei personaggi di un film horror, come ad esempio ”Niente sesso”.. Il testo è brillante, ben scritto, fluido e regalan risate al divertito e coinvolto pubblico. Si assiste a una commedia nera in cui ogni personaggio è ben caratterizzato e costruito per prendere in giro i luoghi comuni dei personaggi horror, dimostrando come sia possibile divertire con poco. L’intreccio narrativo è agile, funzionale al progetto, ben sostenuto da una fotografia di qualità e in sintonia con l’idea del film, alternando colori intensi al bianco e nero.
La regia di Schulson è una delle note più positive per ispirazione artistica e per il talento dimostrato nel mettere in scena un film fresco, diverso e ironico, riuscendo a dargli un buon ritmo e pathos narrativo nei giusti momenti. continua su

http://www.mygenerationweb.it/201511292799/articoli/palcoscenico/cinema/2799-torino-film-festival-the-final-girls

Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci,nonostante tutto”

http://www.ibs.it/ebook/de-agr-vittorio/amiamoci-nonostante-tutto/9788891176837.html

The ticket purchase for “The Final Girls” is: 1) Not even gave 2) Tribute 3) In the afternoon 4) Reduced 5) Always.

“The Final Girls” is a film of 2015 directed by Todd Strauss-Schulson, written by MA Fortin, Joshua John Miller, with: Taissa Farmiga and Malin Åkerman; Alexander Ludwig, Thomas Middleditch, Alia Shawkat, Adam DeVine, Nina Dobrev and Chloe Bridges.

I confess, I had almost completely lost hope of being able to give, during the Festival of Turin, a full ticket to a movie in the program. Despite the variety of titles from around the world, until last night nothing he had convinced me to the end.
I did not believe it possible that a horror movie, chose at the last minute, could instead give me a pleasant evening and surprising.
Well, “The Final Girls” presented in the “After Hours”, surprised positively your reporter for nature and structure of the film.
Billed as a horror, indeed the film is revealed as a comedy with streaks splatter when the latter prevails over the irony. Some critics have wanted to approach this film to the saga of “Scary Movie” or at least to the category ‘gender parody’.
Personally, I disagree with this classification as “The Final Girls” has its narrative potential and comedian personal and original that deserves to be highlighted.
In the ABC horror with the word “final girl” identifies the young girl who survived the killing spree of the maniac, is in the final stage mother to have to fight at the cost of his own life.
The title of the film is an homage / parody of the genre, making it clear from the start as the authors have decided to move ironic take on many clichés of horror movies and playing with the history of cinema.
The beginning is very classic: the young protagonist Max (Farmiga) loses his beloved mother Amanda (Akerman), actress of cult horror of serious B, in a car accident. Years after Max, still traumatized by the incident and saddened by the loss, agrees to participate with some friends to the screening of an old movie mother in a movie theater. Due to an accidental fire, the boys, to escape the flames, seeking refuge behind the screen and, inexplicably, are shown in the film. A film within the film, as in the classic metacinema, but with the difference that the kids, knowing how to act the murder, they decide to defend themselves and not make the mistakes typical of the characters in a horror movie, such as “No sex “.. The text is brilliant, well written, fluid and regalan laughter and the fun involved public. We are witnessing a black comedy in which every character is well characterized and built to make fun of the clichés of the horror characters, showing how you can have fun with little. The storyline is agile, functional design, well supported by a quality photography and in tune with the idea of the film, alternating between intense colors to black and white.
Directed by Schulson is one of the most positive for artistic inspiration and talent demonstrated in staging a film fresh, different and ironic, managing to give him a good rhythm and narrative pathos in the right moments. continues on

http://www.mygenerationweb.it/201511292799/articoli/palcoscenico/cinema/2799-torino-film-festival-the-final-girls

Vittorio De Agro presents “Let us love, despite everything”

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253) Blade Runner-High Rise- Keeper

Essere libero è un lusso per pochi. Un lusso che presto la nostra società non si potrà più permettere.
Dite che ho letto troppi romanzi dispostici? Forse, ma sicuramente sarete d’accordo con me che una donna ti dice ‘fai tu’ significa comunemente l’opposto.
La mia cara e bella caporedattrice Emma Di Lorenzo in questi primi giorni di Festival aveva adottato un approccio ‘zen’ lasciandomi libertà artistica nei film da recensire. Finché non è uscito il lato organizzatore di ogni donna e la Di Lorenzo, dando una rapida occhiata al programma mi ha ‘invitato’ a vedere “Blade runner –original cut” e poi “High Rise”.
E si sa, quando il capo redattore invita, è scortese declinare.
Sono un anziano cinico e disilluso della vita e dell’uomo e confesso di non avere una particolare attrazione e simpatia nei confronti del film e romanzi di genere ‘dispotico’.

blade runner
Blade Runner

So di essere stato uno dei pochi fino a ieri a non aver mai visto per intero “Blade Runner”. Leggendo sul web, ho appreso che questa pellicola cult uscita per la prima volta al cinema nel 1982, per poi essere distribuita nel corso degli anni in diverse versioni, per la felicità dei fan e dei puristi.
Sarebbe sciocco fare una recensione di un film considerato un punto saldo della cinematografia del genere, rischiando di essere banale o irriverente.
Cosa dunque posso aggiungere alla discussione su “Blade Runner” che già non si stata detta o scritta?
Nulla, semmai posso condividere con voi il mio personale apprezzamento per la grandiosità e stupefacente creatività messa in campo dal regista Ridley Scott. Sebbene sia un film ‘datato’, Blade Runner” conserva una forza narrativa e scenica di grande impatto e incisività. Lo spettatore rimane incantato dalle ambientazioni e dalla sorprendente e visionaria rappresentazione del futuro, oggi solo futuro prossimo. Il testo è essenziale, asciutto e nello stesso tempo ricco di contenuti e spunti esistenziali e filosofici. Un film che mantiene ancora oggi intatto il suo fascino sia nello stile sia nella struttura narrativa. L’atmosfera cupa, l’effetto pioggia costanze, come la scelta di girare scene solo notturne, amplificano nello spettatore l’effetto angosciante e di apocalisse imminente per l’umanità. Un’umanità che è ormai quasi essente nell’uomo e che invece è agognata dai Replicanti. Come ci suggerisce l’intenso ed epico finale, se l’uomo smette di interrogarsi su se stesso e la natura delle proprie azioni e sentimenti, rischia di diventare assai simile a una macchina. Il cast, capitanato da Harrison Ford, è assolutamente perfetto nei rispettivi ruoli, giustamente rimasti impressi nella memoria e nel cuore dei fan di diverse generazioni. “Blade Runner” ha segnato un’epoca diventando un punto di riferimento per il cinema di genere e ispirando i registi nel voler immaginare come la nostra società rischi di diventare, se non saremo in grado di porre un freno all’egoismo e all’avidità che sembrano diventate le “Muse” del vivere oggi.

high rise
High Rise

Se il sottoscritto è colpevole di aver guardato solo in questi giorni “Blade Runner”, temo che il regista inglese Ben Wheatley non l’abbia proprio visto, convinto, come sembra, di saper realizzare un film dispotico.

Ebbene, si è sbagliato e anche di molto. Il suo “High Rise”, tratto dal romanzo “Condominio” di James Ballard, è una ”incommensurabile cagata pazzesca”, sperando che il buon Paolo Villaggio non me ne voglia per la citazione. Nonostante la presenza di un cast davvero notevole, tra cui Tom Hiddleston, Siena Miller e Jeremy Irons, il film è davvero brutto, lungo, insensato e caotico. Lo spettatore esce provato nel fisico e nella mente dopo la visione, non avendo trovato un appiglio cui aggrapparsi per non essere travolto da uno tsunami di parole e immagini messe in scena senza alcun raziocino e idea di storia.

Rappresentare la società come fosse un grande e alto grattacielo diviso in piani in base allo stato sociale ed economico degli inquilini, non brilla per originalità. È chiaro come il messaggio principale del film voglia essere comunicare quanto questa impostazione della società rigida e piramidale possa crollare su stessa, creando al suo interno tensioni e conflitti. E, in una società senza regole e schemi, l’uomo non è capace di vivere e di relazionarsi dando ascolto ai suoi istinti più primitivi e feroci. Vedere “High Rise” dopo Blade runner è davvero qualcosa di faticoso e offensivo, persino per l’estetica. Dispiace per il talentuoso cast impiegato male e gettato nella mischia come fosse autogestito. L’unica consolazione è per le fan di Tom Hiddleston di poterlo ammirare in diverse scene come “mamma l’ha fatto”, ma ciò non salva il film da un biglietto “neanche regalato”.

keeper

Keeper

Nella giornata mondiale del ”No alla violenza contro le donne”, sempre la cara Emma mi aveva invitato a cercare nella programmazione odierna del Festival qualche film che potesse dare voce ai diritti della donna.
Ho voluto così dare fiducia al film belga “Keeper” dell’esordente regista Guillaume Senez che racconta in maniera delicata e fresca come sia ancora bello e semplice l’amore in età adolescenziale. Ci si ama teneramente e magari con candore, eppure oggi non è più l’epoca di film come “Il tempo delle mele”, oggi i ragazzi scoprono il sesso subito e spesso ne pagano anche le conseguenze. Nonostante l’uso di preservativi, pillole e programmi divulgativi. sono in aumento le gravidanze tra le giovanissime. La giovane coppia protagonista della nostra storia è composta da due quindicenni. Si voglio bene, come lo spettatore nota fin dalla scena quando osserva i due baciarsi. Il ragazzo sogna di diventare un calciatore professionista e spera di superare il provino in un importante club francese. Un sogno che è spazzato via quando la fidanzatina gli rivela di essere rimasta incinta. Per la coppia è ovviamente uno shock enorme. Eppure, messi da parte timori e dubbi, i due decidono di tenere il bimbo, trovando invece l’ostilità e il pregiudizio dei genitori. Un film semplice, diretto che però ha un forte impatto emotivo e trasmette calore e intensità allo spettatore per merito dei due giovani attori, davvero bravi e credibili nel ruolo. Entrambi riescono con naturalezza e semplicità a trasmettere il coraggio dei due protagonisti, decisi a sfidare anche il mondo perché certi del loro amore. Nella coppia il personaggio forte è ovviamente la ragazza, che decide di portare avanti la gravidanza, nonostante il parere contrario della madre, e poi di saper mantenere lucidità e raziocino anche nei momenti più difficili. Un film che parla d’amore e di coraggio tra i giovani, valori quasi assenti nella nostra generazione. Un prodotto forse più televisivo che cinematografico ma capace di regalare sincere emozioni che, con il malinconico finale, ci ricorda che purtroppo oggi non c’è spazio per il lieto fine, nonostante l’amore.
“Keeper” merita comunque un biglietto “Di pomeriggio”.

Vittorio De Agrò e Cavinato Editore presentano “Essere Melvin”

http://www.ibs.it/code/9788899121372/de-agrograve/essere-melvin-tra.html

To be free is a luxury for the few. A luxury that soon our society can no longer afford.
You say that I read too many novels dispostici? Perhaps, but surely you will agree with me that a woman says ‘you do’ commonly means the opposite.
My dear and lovely managing editor Emma Di Lorenzo in these early days of the Festival had adopted an approach ‘zen’ leaving me artistic freedom in film to review. Until it came out the side organizer of every woman and Di Lorenzo, giving a quick look at the program I was ‘invited’ to see “Blade Runner -Original cut” and then “High Rise”.
And you know, when the chief editor calls, rude decline.
Am a senior cynical and disillusioned of life and man, and I confess that I have a special attraction and sympathy of the film and genre novels ‘despotic’.
blade Runner

I know I was one of the few until recently never to have seen the entire “Blade Runner”. Reading on the web, I learned that this cult film output for the first time at the cinema in 1982, only to be distributed over the years in several versions, to the delight of fans and purists.
It would be foolish to do a review of a film considered a solid point of mainstream filmmaking, the risk of being trite or flippant.
So what I can add to the discussion of “Blade Runner” already not been said or written?
Nothing, if anything I can share with you my personal appreciation for the grandeur and amazing creativity fielded by director Ridley Scott. Although a film ‘dated’, Blade Runner “retains a strong narrative and scenic high-impact and effectiveness. The viewer is enchanted by the scenery and the amazing and visionary representation of the future, today only the near future. The text is essential, dry and at the same time rich in content and ideas and existential philosophy. A film that still retains its charm both in style and in the narrative structure. The gloomy atmosphere, the rain effect stances, such as the choice to shoot night scenes only, amplifying the viewer the effect distressing and impending apocalypse for humanity. A humanity that is now almost-being in humans and that instead it is coveted by Replicants. As suggests the intense and epic final, if man ceases to question himself and the nature of their actions and feelings, it is likely to become very similar to a machine. The cast, led by Harrison Ford, is absolutely perfect in their roles, rightly stuck in my memory and in the hearts of fans of different generations. “Blade Runner” an era becoming a benchmark for the genre films and inspiring filmmakers in wanting to imagine how our society risks becoming, if not we will be able to curb the selfishness and greed that seem to have become the “Muse” of living today.
High Rise

If yours is guilty of only watched these days “Blade Runner”, I fear that the British director Ben Wheatley has not just seen, convinced, as it seems, to be able to make a film despotic.

Well, he is wrong and also by much. His “High Rise”, based on the novel “block” James Ballard, is an “immeasurable crazy shit,” hoping that the good Paolo Villaggio I do not want to quote. Despite the presence of a truly remarkable cast, including Tom Hiddleston, Sienna Miller and Jeremy Irons, the film is really bad, long, senseless and chaotic. The viewer comes tried in body and mind after watching, but did not find a foothold to cling will be swept away by a tsunami of words and images staged without raziocino and story idea.

Representing the company as if it were a big and tall skyscraper divided into plans based on the social and economic status of tenants, not shine for originality. It is clear as the main message of the film wants to be to communicate what this company setting rigid pyramid will collapse on itself, creating tensions and conflicts within it. And, in a society without rules and patterns, man is not capable of living and relating by listening to his most primitive instincts and fierce. See “High Rise” after Blade Runner really is something tiresome and offensive, even for aesthetics. Sorry for the talented cast used badly and thrown into the fray as if it were self-administered. The only consolation is for fans of Tom Hiddleston enough to admire in several scenes as “mom did it,” but that does not save the film from a business “not given”.

Keeper

In the global day of “No to violence against women”, always dear Emma invited me to look in the programming of the Festival today some films that could give voice to women’s rights.
I so wanted to give confidence to the Belgian film “Keeper” dell’esordente director Guillaume Senez who said in a delicate and fresh as it is still nice and simple love in adolescence. We love dearly and perhaps naively, yet today is no longer the era of movies like “The Party”, today the boys discover the sex early and often are paying the consequences. Even if the use of condoms, pills and educational programs. pregnancies are on the rise among young women. The young couple protagonist of our story has two olds. They love you, as the viewer known since the scene when observing the two kissing. The boy dreams of becoming a soccer player professional and hopes to pass the audition in an important French club. A dream is wiped out when the girlfriend tells him she was pregnant. For the couple is obviously a huge shock. Yet, put aside fears and doubts, they decide to keep babies, finding instead the hostility and prejudice of the parents. A simple film, directed but has a strong emotional impact and conveys warmth and intensity to the viewer about the two young actors, really good and believable in the role. Both can naturally and easily to convey the courage of the two protagonists, I determined to challenge even the world because some of their love. In the couple’s character he is obviously the strong girl, who decides to continue the pregnancy, against the advice of his mother, and then to be able to maintain clarity and raziocino even in difficult times. A film about love and courage among young people, values ​​almost absent in our generation. A product perhaps more film and television but capable of giving sincere emotions, with the melancholy end, reminds us that unfortunately there is no room for happy endings, despite the love.
“Keeper” deserves a ticket “afternoon”.

Vittorio De Agro and Cavinato Publisher present “Being Melvin”

http://www.ibs.it/code/9788899121372/de-agrograve/essere-melvin-tra.html

252) Kilo Two Bravo, Borsalino City, Lo Scambio

La vita è bella perché varia e soprattutto complessa. Nell’arco di un’esistenza viviamo momenti, sentimenti, azioni anche contrarie e antitetiche. L’uomo è artefice del proprio destino e molto spesso vittima di se stesso e della sua stupidità.
Il Torino Film, come ogni buon festival, si sforza di mostrare e raccontare le diverse sfumature della vita e dell’uomo. Negli ultimi due giorni il vostro cronista ha visto un modo sciocco e amaro di morire, ha apprezzato l’eleganza e la moda italiana e, infine, ha osservato come anche i mafiosi abbiano sentimenti e crisi di coscienza. Ed eccone i risultati…

kilo two bravo

Kilo Two Bravo

L’uomo non riesce a stare in pace, sentendo il costante bisogno di farsi del male.
La guerra è sicuramente più vantaggiosa dal punto di vista economico. Non si spiega in altro modo il fatto che le truppe Nato siano ancora in Afganistan.
Non si sa più chi sia il nemico da combattere, eppure non passa un giorno che non ci sia la morte di un militare. Quanto sangue versato, in nome di cosa e di chi?
Forse sembrerò cinico, ma si può morire lontani da casa per colpa di una mina messa chissà da chi?
Il paradosso delle missioni di pace.
Il film inglese dell’esordiente Paul Katis (sezione “After Hours” del festival) ci racconta un fatto realmente accaduto a un plotone di militari inglesi in Afghanistan nel 2006. Un conflitto di quindici anni che non sembra avere mai una fine. Tanti, troppi militari di diversa nazionalità hanno perso la vita e non sempre durante un conflitto a fuoco. Sì, perche tutto il territorio afghano è pieno di mine antiuomo, posizionate ai tempi dell’invasione sovietica negli anni Ottanta. Anche una semplice operazione di controllo del territorio può essere fatale. Esattamente quello che successe al plotone inglese quando finì bloccato in una sperduta vallata. I militari non si accorsero delle mine e ben presto molti di loro furono feriti quasi mortalmente. Se non fosse un fatto tragicamente vero, si potrebbe affermare che lo spettatore stia assistendo a una vicenda tra il kafkiano e il fantozziano, all’interno di una banale e ordinaria giornata di un conflitto permanente. I soldati inglesi cadono uno dopo l’altro, non per mano nemica, bensì per qualche forza militare straniera che ha scelto di rendere inaccessibile questo luogo sperduto. Lo spettatore assiste alla lenta agonia dei feriti, costretti ad attendere ansiosamente e lungamente i soccorsi e all’eroico impegno dell’ufficiale medico di curarli e rincuorarli con i pochi mezzi a disposizione. È un film bellico, eppure non c’è azione, movimento. Tutta la storia si svolge in pochi metri come se fossimo su un palcoscenico teatrale. Il film è paradossalmente claustrofobico, sebbene da una parte la scena sia limitata e quasi soffocante, dall’altra gli occhi dello spettatore non possono non notare lo sconfinato deserto afghano e le maestose montagne che lo circondano. Una struttura scenica e narrativa che evoca il teatro, ma non ne ha la forza comunicativa ed espressiva. Nonostante le vicende drammatiche, il film non trasmette pathos e coinvolgimento emotivo. La regia, seppure volenterosa e scrupolosa nel ricostruire al meglio le vicende, non è stata capace di dare un’anima al film. Il risultato è un prodotto magari dignitoso artisticamente, ma lento nel ritmo e noioso da vedere. Alla lunga Il cast risulta privo di mordente e carisma interpretativo. Una storia vera e tragica che sicuramente meritava di essere raccontata, ma purtroppo il film non va oltre un biglietto “Omaggio”.

borsalino city

Borsalino City

Noi italiani siamo dei grandi imprenditori. Il “made in italy” è uno dei marchi più richiesti e invidiati al mondo.
Spesso, però, ce ne dimentichiamo, come se i demeriti fossero superiori ai nostri talenti.
A chi avesse questa convinzione si consiglia caldamente di dare un’occhiata all’interessante documentario “Borsalino City” di Enrica Viola, presentato al Festival di Torino nella sezione “Festa Mobile”.
Oggi sono pochi quelli che amano indossare il cappello, un accessorio che fino a qualche decennio fa era per l’uomo non solo necessario, ma indispensabile. Il tipo di cappello raccontava chi fosse l’uomo e a quale categoria sociale appartenesse.
Quello che forse pochi sanno è che la migliore azienda al mondo di cappelli è italiana. È la Borsalino, fondata nel 1857 ad Alessandria da Giuseppe Borsalino, di umili origini, che ha il fiuto di comprendere che coprire la testa dell’uomo sarebbe potuto diventare un grande business. Così, dopo essere emigrato in Francia per apprendere le tecniche dai migliori cappellai d’Europa, Giuseppe sceglie di fondare la sua ditta e di aggredire letteralmente il mercato. La Borsalino, in poco tempo, si impone come azienda leader del settore e, quando nel 1900 all’Esposizione Universale riceve il premio come miglior cappellaio, è l’azione decisiva per farsi conoscere e apprezzare in tutto il mondo. Si sono succeduti con successo e profitto alla guida dell’azienda, dopo la morte di Giuseppe, il figlio Terencio e poi il nipote Nino, espandendo il nome Borsalino e legandolo in maniera forte e incontrovertibile alle parole moda, eleganza e glamour. I cappelli Borsalino sono stati indossati da uomini di Stato, imperatori, scrittori e, soprattutto, attori. Il connubio Borsalino – cinema risale all’inizio degli anni venti, ancor prima della nascita di Hollywood. Non c’era un personaggio, sia esso buono o cattivo, che non indossava come completamento della sua personalità un cappello dell’azienda di Alessandria. Il documentario inizia proprio con l’omaggio dell’attore americano Robert Redford alla Borsalino, che rivela il suo amore per i cappelli al punto di essere andato in “pellegrinaggio” fino ad Alessandria per acquistare il suo cappello preferito. La città di Alessandria vive da sempre in simbiosi con l’azienda. Negli anni d’oro dei cappelli la maggioranza degli abitanti aveva un lavoro nella fabbrica.
Oggi la “Borsalino” non è più in mano agli eredi di Giuseppe e i numeri di vendita sono drasticamente calati dopo che, dagli anni sessanta, la società è profondamente cambiata. Eppure, Borsalino continua a esserci e resta un marchio di qualità e orgoglio italico davanti al quale il mondo non può far altro che togliersi il cappello.

Lo scambio

Lo scambio

Siamo soliti pensare che gli uomini e le donne di mafia non abbiano sentimenti e non sappiano cosa sia la crisi di coscienza.
Nel corso degli anni il cinema e la TV hanno provato a raccontare e a mettere in scena la realtà, mafiosa cercando di spiegarne soprattutto la mentalità. È difficile però comprendere fino in fondo qualcosa che ben poco ha di umano nello spirito.
“Lo scambio”, film dell’esordiente Salvo Cuccia, cerca di raccontare non la solita storia di mafia, bensì di costruire un noir psicologico e onirico, mettendo al centro della scena una serie di personaggi che solo con lo scorrere delle scene riusciamo a collocare nella giusta prospettiva e dimensione morale e umana. Non è facile mettere a fuoco chi siano i buoni, chi i cattivi, come se il regista avesse deciso di “giocare” con lo spettatore, invitandolo a seguire le storie che più volte cambiano direzione narrativa e soprattutto evidenziando l’assenza di un vero filo rosso narrativo. Il “gioco” pirandelliano, però, finisce per penalizzare il film, rendendo altalenanti le strutture e confuso l’intreccio narrativo. Si fatica a capire il messaggio finale del film e cosa il regista speri che lo spettatore colga. C’è una donna (Barbara Tabitta) ossessionata dal rapimento del piccolo Matteo e fatalmente schiacciata dalla “colpa” di un fratello collaboratore di giustizia. Abbiamo un commissario (Filippo Luna), che poi scopriamo non essere tale, che cerca delle risposte a qualsiasi costo, arrivando perfino a torturare e uccidere un ragazzo qualunque (Maziar Firouzi) perché erroneamente considerato una fonte da spremere. Si possono formulare tante ipotesi senza però trovare un appiglio concreto cui aggrapparsi per definire il film e dargli un valore. Dispiace per un cast preparato, professionale e, nel complesso, discreto nell’interpretare i personaggi, ma penalizzato e travolto dai gravi limiti della sceneggiatura..continua su

http://www.mygenerationweb.it/201511282797/articoli/palcoscenico/cinema/2797-torino-film-festival-kilo-two-bravo-borsalino-city-lo-scambio

Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci,nonostante tutto”

http://www.ibs.it/ebook/de-agr-vittorio/amiamoci-nonostante-tutto/9788891176837.html

Life is beautiful because various and especially complex. Over the course of a life we ​​live moments, feelings, actions and even antithetical to the contrary. Man is master of its own destiny, and very often a victim of himself and of his stupidity.
The Turin Film, like any good festival, strives to show and tell the different shades of life and man. In the last two days, your reporter saw a silly way and bitter death, he appreciated the elegance and Italian fashion and, finally, it looked like the mobsters also have feelings and crises of conscience. And here are the results …

Two Kilo Bravo

The man can not be at peace, feeling the constant need to get hurt.
The war is definitely more advantageous from the economic point of view. It can not be explained in any other way the fact that NATO troops are still in Afghanistan.
You no longer know who the enemy to fight, but not a day goes by that there is not the death of a soldier. How much blood shed in the name of what and whom?
Perhaps it will seem cynical, but you can die away from home because of a mine placed by who knows who?
The paradox of peace missions.
The British film debutant Paul Katis (the “After Hours” of the festival) tells a true story of a platoon of British soldiers in Afghanistan in 2006. A fifteen-year conflict that seems to have no end. Too many soldiers of different nationalities lost their lives and not always during a firefight. Yes, because all the Afghan territory is full of landmines, positioned at the time of the Soviet invasion in the eighties. Even a simple control of the territory can be fatal. Exactly what happened to the English squad when he finished locked in a remote valley. The military did not notice mine and soon many of them were wounded almost mortally. Were it not a fact tragically true, it could be argued that the viewer is witnessing a Kafkaesque affair between and Fantozzi, in a banal and ordinary day of a permanent conflict. British soldiers fall one after another, not to enemy hands, but for some foreign military force that has chosen to make this remote place inaccessible. The viewer watches the slow agony of the wounded, forced to wait anxiously and long relief and heroic efforts by the medical officer to treat them and cheer them up with the few resources available. It is a war film, but there is no action, movement. The whole story takes place in a few meters like we were on a theater stage. The film is paradoxically claustrophobic, although on the one hand the scene is limited and almost suffocating, the other eye of the viewer can not help but notice the endless Afghan desert and the majestic mountains that surround it. A stage structure and narrative that evokes the theater, but he has the power of communication and expression. Despite the dramatic events, the film does not convey pathos and emotional involvement. Directed, although willing and scrupulous in reconstructing the most of the events, has not been able to give a soul to the film. The result is a product maybe decent artistically, but slow in pace and boring to watch. The long cast comes without the bite and charisma of interpretation. A true story and tragic that definitely deserved to be told, but unfortunately the film goes beyond a ticket “Tribute”.

Borsalino City

We Italians are of great entrepreneurs. The “Made in Italy” is one of the most popular brands and envied in the world.
But often we forget, as if the demerits outweigh our talents.
Who we had this conviction is advised that you take a look to the interesting documentary “Borsalino City” Enrica Viola, presented at the Turin Film Festival in “A Moveable Feast.”
Today there are few who love to wear the hat, an accessory that until a few years ago was for a man not only necessary but essential. The type of hat told who the man was and what social category belonged.
What perhaps few know is that the best company in the world of hats is Italian. Is Borsalino, founded in 1857 in Alexandria by Giuseppe Borsalino, of humble origins, who has the flair to understand that cover the man’s head could have become a big business. So, after going to France to learn the techniques from the best haters of Europe, Joseph decided to found his firm and literally attack the market. Borsalino, in a short time established itself as an industry leader and, when in 1900 at the Universal he receives the award for best hatter, is decisive action to be known and appreciated worldwide. They have followed successfully and profitably running the company after the death of Joseph, the son Terencio and then his nephew Nino, expanding the name Borsalino and tying it in a strong and incontrovertible words fashion, elegance and glamor. Borsalino hats were worn by men of State, emperors, writers, and especially actors. The union Borsalino – film goes back to the twenties, even before the birth of Hollywood. There was a character, whether it be good or bad, who was not wearing as completion of his personality a hat company in Alexandria. The documentary begins with a tribute to the American actor Robert Redford Borsalino, which reveals his love of hats to the point of going on a “pilgrimage” to Alexandria to buy his favorite hat. The city of Alexandria has always lived in symbiosis with the company. In the golden years of the hats the majority of people had a job in the factory.
Today the “Borsalino” is no longer in the hands of the heirs of Joseph and sales numbers are down dramatically after that, the sixties, the company has changed dramatically. Yet, Borsalino continues to be and remains a quality brand and Italian pride before whom the world can not help but take off his hat.

Exchange

We used to think that men and women of the Mafia have no feelings and does not know what the crisis of conscience.
Over the years, film and television have tried to tell and to stage the reality, especially mafia trying to explain the mentality. It is however difficult to fully comprehend something which has little of the human spirit.
“The Crossing”, films by first-time Salvo Cuccia, tries to tell not the usual story of the Mafia, but to build a psychological noir and dreamlike, putting at center stage a series of characters that only with the passing of the scenes we can place in perspective and moral and human dimension. It is not easy to focus on who the good, who the bad guys, as if the director had decided to “play” with the viewer, inviting him to follow the stories that repeatedly change direction fiction and especially highlighting the lack of a true pro Red narrative. The “game” Pirandello, however, penalizing the film, making erratic structures and confused the storyline. It is hard to figure out the final message of the film and what the director hope that the viewer will seize. There is a woman (Barbara Tabitta) obsessed by the kidnapping of little Matthew and fatally crushed by the “guilt” of a brother associate justice. We have a commissioner (Philip Moon), that we find out not to be such, that is looking for answers to any cost, going so far as to torture and kill an ordinary boy (Maziar Firouzi) because it erroneously considered to be a squeeze. You can make many hypotheses without finding a foothold concrete hold on to define the film and give it a value. Sorry for a cast prepared, professional and, overall, discreet in interpreting the characters, but penalized and overwhelmed by severe limits on sceneggiatura..continua

http://www.mygenerationweb.it/201511282797/articoli/palcoscenico/cinema/2797-torino-film-festival-kilo-two-bravo-borsalino-city-lo-scambio

Vittorio De Agro presents “Let us love, despite everything”

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247) La felicità è un sistema complesso

felicità

Il biglietto da acquistare per “La felicità è un sistema complesso” è: 1)Neanche regalato; 2)Omaggio; 3)Di pomeriggio; 4)Ridotto; 5)Sempre.

Un film di Gianni Zanasi. Con Valerio Mastandrea, Hadas Yaron, Giuseppe Battiston, Filippo De Carli, Camilla Martini. Commedia, 117′. 2015

Nel mondo dell’altra finanza e degli affari non c’è spazio per i buoni sentimenti, solo i più forti e determinati si impongono. C’è chi si arricchisce speculando in borsa, chi ha fatto del talento di saper dire e fare la cosa giusta al momento opportuno una professione.

In un universo perfetto, però, le aziende dovrebbero sì guadagnare ma anche avere a cuore il benessere dei propri impiegati. Oggi invece, appena si sentono avvisaglie di crisi, i primi a pagare e a essere mandati a casa sono i lavoratori semplici, gli operai, le persone meno tutelate. Nel 2015 chi ha un lavoro, anche sottopagato, può dirsi fortunato.

Enrico Giusti (Mastandrea) è l’uomo incaricato da un’avida lobby di convincere gli imprenditori in difficoltà a cedere le azioni delle proprie aziende prima che queste falliscano. Enrico è capace di diventare l’amico del cuore, il confidente, sa ascoltare e dare l’impressione di capire i tuoi problemi. Enrico è davvero bravo nel suo lavoro, un lavoro che svolge con impegno e professionalità anche per riscattare la figura del padre, fuggito all’estero anni prima dopo una bancarotta.

L’uomo non ha mai messo in dubbio la sua professione. Questo fino a che non è chiamato a occuparsi del gruppo Lievi. I vertici dell’azienda sono morti in un incidente, lasciando le responsabilità sulle spalle dei due figli, Filippo e Camilla.

Ma per i due ragazzi non c’è spazio per il dolore né per le lacrime, perché la società per cui lavora Giusti li ha già puntati come obiettivo. Filippo e Camilla devono cedere le quote della società, prima di compiere azioni economiche avventate e non in linea con i dettami del mercato.

Enrico, chiamato a occuparsi del caso, si rende conto che i due ragazzi, sebbene giovanissimi, hanno veramente a cuore il benessere degli impiegati. E questo lo porta a vivere una vera crisi di coscienza, che si somma all’incontro con la giovane israeliana Achrinoam (Yaron), ex fidanzata del fratello minore Matteo.

Se l’idea di portare sul grande schermo il mondo dell’economia e i molti squali che nuotano dentro questo mare era ed è interessante, non si può dire che nello sviluppo narrativo Gianni Zanasi abbia fatto un lavoro impeccabile. “La felicità è un sistema complesso”, infatti, è un film farraginoso e confuso. Guardandolo non si riesce a capire quale sia il fil rouge della storia né cosa gli autori abbiano voluto veramente raccontare.

La struttura narrativa non convince per nulla, essendo frastagliata e poco lineare. Il personaggio di Achrinoam, ad esempio, è come un corpo estraneo nella storia, del tutto slegato degli altri personaggi. Anche la storia d’amore, appena accennata, tra lei ed Enrico sembra forzata e priva di logica – tra parentesi tra i due attori non scatta nessuna alchimia e questo incide pesantemente sulle emozioni che sono in grado (o non in grado) di trasmettere al pubblico. continua su

http://paroleacolori.com/al-cinema-la-felicita-e-un-sistema-complesso/

Vittorio De Agrò e Cavinato Editore presentano “essere melvin”

http://www.ibs.it/code/9788899121372/de-agrograve/essere-melvin-tra.html

The ticket to buy for “Happiness is a complex system” is: 1) Not even a present; 2) Tribute; 3) In the afternoon; 4) Low; 5) Always.

A film by Gianni Zanasi. Valerio Mastandrea, Hadas Yaron, Giuseppe Battiston, Filippo De Carli, Camilla Martini. Comedy, 117 ‘. 2015

In the world of the other finance and business there is no room for the good feelings, only the strongest and most determined are necessary. There are those who enriches speculating on the stock market, who did the talent of being able to say and do the right thing at the right time a profession.

In a perfect universe, however, companies should earn yes but also to care about the welfare of their employees. But today, just feel signs of crisis, the first to pay and be sent home are simple workers, the workers, the less protected. In 2015 those who have a job, even underpaid, can be lucky.

Enrico Giusti (Mastandrea) is the man in charge of a greedy lobby to convince business owners struggling to sell the shares of their companies before they fail. Henry is able to become the best friend, confidant, he knows how to listen and give the impression to understand your problems. Henry is really good at his job, a job that plays with commitment and professionalism also to redeem the father figure, he fled abroad years before after a bankruptcy.

Man has never questioned his profession. This until it is called to take care of the group are slight. The head of the company died in an accident, leaving the responsibility on the shoulders of the two sons, Phillip and Camilla.

But for the two boys there is no room for pain or for tears, because the company he works for Giusti them already pointed target. Philip and Camilla are to sell the shares of the company, before the age of economic actions reckless and not in line with the dictates of the market.

Henry, called to take up the case, he realizes that the two boys, although very young, they really care about the welfare of employees. And this leads him to live a real crisis of conscience, which is added to the meeting with the young Israeli Achrinoam (Yaron), former girlfriend of his younger brother Matthew.

If the idea of ​​bringing to the big screen the world economy and the many sharks that swim in this sea was and is interesting, it can not be said that the development narrative Gianni Zanasi has done an impeccable job. “Happiness is a complex system,” in fact, is a film muddled and confused. Looking at it you can not understand what the common thread of the story or what the authors have really wanted to tell.

The narrative structure is not convincing at all, being rugged and very linear. The character of Achrinoam, for example, is like a foreign body in history, completely unrelated to the other characters. Even the love story, barely visible, between her and Henry seems forced and illogical – in brackets between the two actors not fire any alchemy and this weighs heavily on the emotions that are able (or not able) to supply to public. continues on

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Vittorio De Agro and Cavinato Publisher feature “be melvin”

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244) La Patota/ Paulina

la patota- paulina

Il biglietto d’acquistare per “La Patota /Paulina” è: 1) Neanche regalato 2) Omaggio 3) Di pomeriggio 4) Ridotto 5) Sempre.

“La Patota/Paulina” è un film del 2015 diretto da Santiago Mitre e scritto da Santiago Mitre, Mariano Llinas, Eduardo Borras con: Dolores Esteban Lamothe, Oscar Martinez.
Il film è in concorso nella 33° edizione del Torino Film Festival.

La violenza sulle donne è tra i crimini più spregevoli che ci siano. Lo stupro è un atto infame per chi lo compie e devastante per chi lo subisce. Il corpo di una donna è come un santuario e, nonostante tale “sacralità”, ormai quasi quotidianamente leggiamo e ascoltiamo di stupri.
Difficile comprendere per un uomo come avvenga e soprattutto cosa cambi nella mente e nell’anima di una donna vittima di una violenza. Si rompe qualcosa nel suo equilibrio e la sua anima e innocenza sono ferite a morte. Ci sono donne traumatizzate che neanche denunciano la violenza per la vergogna, chi preferisce fare finta di nulla e chi si chiude a riccio preferendo rimanere sola con il proprio dolore.
E poi c’è il caso di Paulina (Estaban), giovane donna protagonista della nostra storia. Paulina è una donna capace, testarda, idealista oltre che un promettente avvocato di Buenos Aires che ha deciso di mollare tutto per andare a insegnare in provincia per sentirsi realizzata.
Una scelta che non piace a suo padre, giudice rigoroso anche se, a parole, d’indirizzo progressista.
Paulina vuole decidere da sola della sua vita, senza subire interferenze e pressioni, mostrando una forte personalità. Quando una sera, mentre sta tornando in motorino a casa dopo una cena con amici, è aggredita e stuprata da un gruppo di giovani balordi.
Balordi che ben presto scopriamo essere gli stessi studenti di Paulina fomentati da Ciro, rozzo falegname.
Paulina, pur avendo scoperto l’identità degli aggressori, sceglie di non denunciarli, non per viltà o timore, ma, piuttosto, consapevole che il carcere aggraverebbe le condizioni già difficili di questi ragazzi e soprattutto consegnarlii alla giustizia non sarebbe di sollievo per lei.
E, quando scopre di essere rimasta incinta, Paulina non si scompone e dopo lunghe riflessioni decide di tenere il bambino consapevole di sfidare il comune buon senso e l’ira del padre e del fidanzato.
Paulina è un remake di un omonimo film argentino di successo degli anni Sessanta.
Non avendo visto l’originale, non posso fare un confronto, ma in sincerità mi sento di dire che gli argentini non dovrebbero seguire la cattiva abitudine americana di rinverdire i capolavori.
Essi sono tali appunto perché unici. Nascondere la mancanza d’idee e creatività con una toppa, seppure lucida, non risolve il problema. continua su

http://www.mygenerationweb.it/201511222784/articoli/palcoscenico/cinema/2784-la-patota-paulina-il-coraggio-di-una-scelta

Vittorio De Agrò e Cavinato Editore presentano : “Essere Melvin”

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The ticket purchase for “La Patota / Paulina” is: 1) Not even gave 2) Tribute 3) In the afternoon 4) Reduced 5) Always.

“The Patota / Paulina” is a film of 2015 directed by Santiago Mitre and written by Santiago Mitre, Mariano Llinas, Eduardo Borras with Dolores Esteban Lamothe, Oscar Martinez.
The film is in competition in the 33 th edition of the Turin Film Festival.

Violence against women is one of the most despicable crimes there is. Rape is an act infamous for who does and devastating to those who suffer. The body of a woman is like a sanctuary and, despite the “sacredness”, almost every day we read and hear of rapes.
Difficult to understand how it is for a man and especially what changes in the mind and soul of a woman victim of violence. Something breaks in his balance and his soul and innocence are fatally wounded. There are traumatized women who either denounce violence to shame, those who prefer to turn a blind eye and who closes like a clam preferring to be alone with their grief.
And then there is the case of Paulina (Estaban), young woman protagonist of our story. Paulina is a capable woman, headstrong, idealistic as well as a promising lawyer from Buenos Aires who has decided to drop everything to go and teach in the province in order to feel fulfilled.
A choice that does not please his father, even if strict judge, in words, in progressive address.
Paulina wants to decide for herself in her life, without interference and pressures, showing a strong personality. One evening, while flying back on a motorbike home from a dinner with friends, is attacked and raped by a group of young thugs.
Thugs who soon discover to be students themselves Paulina fomented by Cyrus, rough carpenter.
Paulina, despite having discovered the identity of the attackers, chooses not to report them, not out of cowardice or fear, but rather, aware that the prison would exacerbate the already difficult conditions of these guys and especially consegnarlii to justice would be of relief to her.
And, when he discovers that she is pregnant, Paulina does not move and after much thought decided to keep the child aware of defying common sense and the wrath of his father and boyfriend.
Paulina is a remake of an eponymous film Argentine successful sixties.
Not having seen the original, I can not make a comparison, but honestly I would say that the Argentines should not follow the bad habit of reviving American masterpieces.
Precisely because they are such unique. Hide a lack of ideas and creativity with a patch, although polished, does not solve the problem. continues on

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Vittorio De Agro and Cavinato Publisher are: “Being Melvin”

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242) February – Suffragette

febraury

Spesso i figli ambiscono a diventare più bravi, famosi e apprezzati dei propri genitori.
Questi ultimi, pur lasciandoli liberi di scegliere la propria strada, purché siano felici spesso li spingono a succedere loro nell’attività e a compiere gli stessi studi. Per questa ragione esistono tanti figli d’arte, ma raramente “il talento” è stato trasferito attraverso un passaggio genetico.
Fino a due settimane fa non sapevo chi fosse Osgood Perkins e, quando il direttore del Torino Film Festival, Emanuela Martini, nella conferenza stampa di presentazione della kermesse ha invitato ad assistere all’esordio alla regia di questo figlio d’arte, ho deciso di fidarmi. Sì, perché il caro Osgood non è altro che il figlio del celebre Anthony Perkins. Osgood, già sceneggiatore e attore, ha deciso di esordire alla regia con un film horror, probabilmente anche per rendere omaggio al padre.
Il problema è che, pur essendo un omaggio fatto di cuore, per il povero spettatore è stato un colpo quasi mortale. “February” è davvero un film brutto e insulso per cui si fa anche fatica a inserirlo in un preciso genere. Definirlo un horror sarebbe un’offesa ai veri Maestri del genere. Non si capisce cosa Perkins voglia raccontarci con questa storia in cui sono mescolati in maniera caotica diversi cliché dell’horror: due studentesse costrette a rimanere da sole in un college deserto, una misteriosa presenza maligna e l’esorcista.
Una struttura narrativa composta di due diversi livelli temporali (presente e passato) che convince poco, mostrando limiti e difetti sia a livello di trama che di regia. Una regia che cerca di strizzare l’occhio a David Lynch e al suo talento naturale e soprattutto alla capacità di costruire dei film immersi in un’atmosfera surreale e onirica accattivante e seducente. Sfortunatamente, il tentativo si rivela maldestro e goffo, al punto da far deragliare fin da subito il film facendolo diventare un prodotto assai difficile da digerire artisticamente. Lo spettatore in platea non prova paura, ansia, né viene coinvolto dal pathos o dall’atmosfera cupa e angosciante, bensì deve lottare per non addormentarsi profondamente, anche a causa di lentezza esasperante e di un ritmo pressoché assente.
Dispiace per il giovane Perkins ma, se il buongiorno si vede dal mattino, forse è il caso di concentrarsi esclusivamente sulla carriera di attore lasciando ad altri il compito di regia. “February” rientra nella categoria biglietto “neanche regalato”, senza se e senza ma, con la speranza che da lassù il buon Anthony non se la prenda troppo e non torni giù a farmi visita mentre sono sotto la doccia.

sufragette

Dopo l’orrore soporifero di Perkins, il vostro cronista si è spostato al Lingotto per assistere alla cerimonia d’inaugurazione del Festival e, subito dopo, alla “Premiere” nazionale del film inglese “Suffragette” di Sarah Gavron, inserito nella sezione “Festa Mobile.”
Torino si conferma una città sobria, riservata e non amante dell’eccesso e della volgarità e il suo festival del cinema rispecchia la sua anima ed essenza. La Cerimonia è iniziata con l’omaggio dell’orchestra sinfonica torinese alle vittime di Parigi, intonando la marsigliese. Successivamente, è salito sul palco il sindaco di Torino, Piero Fassino, per aprire ufficialmente il Festival in nome della città, affermando la vicinanza e solidarietà ai cugini francesi e sostenendo la necessità, dopo lunghe e sofferte riflessioni, di continuare con la kermesse perché la paura non deve né fermare la vita né condizionarla.
Dopo la musica e la politica, con l’arrivo sul palco della madrina, Chiara Francini, è stato il momento della bellezza. Anche se un po’ impacciata e poco naturale, l’attrice toscana ha presentato il programma del festival e, sforzandosi di essere una buona padrona di casa, invitando a farle compagnia il direttore del Festival Emanuela Martini. Non poteva mancare ovviamente il tributo al regista Orson Welles cui è dedicato il festival, a cento anni dalla sua nascita e a trenta dalla sua morte.
L’attore Giuseppe Battiston ha letto alcuni brevi passi di film di e con Orson welles per celebrare l’artista e raccontare l’uomo.
Dopo tante parole le luci si sono finalmente abbassate e lo spettatore ha fatto un passo indietro nella storia tornando al 1912, un secolo, come sappiamo bene, fatto di violenza, sangue e soprattutto di diritti negati. Ciò che i libri di storia raccontano poco e nulla come e quanto le donne abbiano dovuto lottare per aver riconosciuto i propri riconoscimenti civili, come ad esempio il diritto al voto.
Se vi dicessi che in un certo paese le donne non avevano diritto di voto, erano sottopagate e sfruttate al lavoro e non potevano esercitare alcuna forma di patria podestà sui figli, probabilmente pensereste con orrore a qualche nazione del terzo mondo.
Ebbene, cadreste in errore perché l’incivile paese di cui si parla è l’Inghilterra. Difficile da accettare, ma le donne inglesi furono costrette a una vera e propria resistenza civile per vedere riconosciuti i propri diritti. Il movimento delle “Suffragette” ha sostenuto una battaglia lunga e difficile nelle piazze e nei luoghi istituzionali.
Chi erano le Suffragette? Erano donne comuni, madri di famiglia, lavoratrici e soprattutto di diversa estrazione sociale, unite in questa missione di libertà.
Le Suffragette furono viste dalla polizia e dall’opinione pubblica per molto tempo come delle sovversive e quindi destinatarie di dure e violente rappresaglie da parte della polizia.
Arresti indiscriminati, interrogatori e detenzioni illegali, torture furono il prezzo che migliaia di donne inglesi pagarono per aver scelto di abbracciare il movimento civile.
Fu un movimento di massa e di opinione senza alcuna reclusione e impedimento sociale.
Un esempio in tal senso è rappresentato dalla protagonista della nostra storia Maud Watts (Carey Mulligan), umile donna, madre, moglie e sfruttata operaia in una lavanderia.
Maud non ha grilli per la testa. Si rompe la schiena in lavanderia fin da piccola, obbedendo alle regole, al padrone e al suo amato marito. Eppure un giorno Maud si ritrova ad assistere involontariamente a un’azione di protesta delle Suffragette ed è condotta in caserma.
Per la donna è ovviamente uno shock ma anche una presa d’atto di una condizione sociale e civile impossibile. Maud decide di sposare la causa delle Suffragette, anche a costo di perdere tutto: lavoro e famiglia. Maud non è un’eroina, bensì una donna qualsiasi che pretende di avere pari diritti dell’uomo. Il film è nel complesso ben girato, anche se ha un taglio per lo più televisivo. La sceneggiatura puntuale e storicamente curata ha il merito di raccontare in maniera semplice e diretta la condizione della donna dell’epoca e di come l’uomo la vedeva e considerava. Le due visioni della società si toccano e si scontrano attraverso le belle e toccanti scene tra la protagonista Maud e il commissario di polizia Steed (Brendan Glesson), mettendo in risalto come tra le leggi dei tribunali e i diritti naturali dell’uomo ci fosse un’enorme differenza. Il film può vantare una grande cura per le scene, una perfetta costruzione degli ambienti e accurati costumi. La struttura narrativa è però nel complesso poco agile e fruibile, rendendo il film lento e poco brillante sul piano del ritmo, pregiudicandone incisività e forza.
Carey Mulligan sfoggia un’interpretazione di livello, appassionata e intensa, ma non carismatica fino in fondo. Non possiede ancora quel quid per rendere il personaggio Maud memorabile. Sono evidenti le potenzialità com’è costante la crescita artistica dell’attrice.
Il resto del cast è di altrettanto valore e di solidità e forza artistica. continua su

http://www.mygenerationweb.it/201511212782/articoli/palcoscenico/cinema/2782-anteprime-da-torino-film-festival-suffragette-e-february

Vittorio De Agrò e Cavinato Editore presentano “Essere Melvin”

http://www.ibs.it/code/9788899121372/de-agrograve/essere-melvin-tra.html

Often the children aspire to become better, famous and appreciated their parents.
The latter, while leaving them free to choose their own way, as long as they are happy often push them to happen to them in the activity and to do the same studies. For this reason there are so many sons of art, but rarely “talent” was transferred through a passage genetic.
Until two weeks ago I did not know who he was and Osgood Perkins, when the director of the Turin Film Festival, Emanuela Martini, in the press conference to present the festival invited to attend directorial debut of this family tradition, I decided to trust. Yes, because the dear Osgood is none other than the son of the famous Anthony Perkins. Osgood, former screenwriter and actor, has decided to debut as a director with a horror movie, probably also to pay tribute to his father.
The problem is that, despite being a tribute made of heart, for the poor spectator was a near-fatal blow. “February” is really a bad film and silly so you also find it hard to put it in a specific genre. Call it a horror film would be an insult to the true masters of the genre. It is not clear what Perkins wants to tell this story in which they are mixed in a chaotic manner different horror cliché: two students forced to stay alone in a desert college, a mysterious evil presence and the exorcist.
A narrative structure composed of two different time levels (past and present) that convinces little, showing the limits and flaws both in terms of plot that director. A director who tries to wink to David Lynch and his natural talent and especially the ability to build the film immersed in a surreal and dreamlike captivating and seductive. Unfortunately, the attempt proves to be clumsy and awkward enough to derail the film right away making it a product very difficult to digest artistically. The spectator in the audience does not feel fear, anxiety, or gets caught by the pathos or the atmosphere gloomy and distressing, but has to struggle not to fall asleep deeply, partly because of an agonizingly slow pace and almost absent.
Sorry for the young Perkins but if the morning starts in the morning, maybe it’s time to focus solely on the acting career, leaving to others the task of directing. “February” falls into the category ticket “even given” without ifs and buts, with the hope that from there the good Anthony do not take it too much and do not come down to visit me while I’m in the shower.

After the horror of soporific Perkins, your reporter has moved to the Lingotto to attend the opening ceremony of the Festival, and soon after, the “Premiere” National English film “Suffragette” by Sarah Gavron, entered in the “Festival Mobile.”
Turin confirms a city sober, reserved and not a lover of excess and vulgarity and its film festival reflects its soul and essence. The ceremony began with a tribute to the victims of the symphony orchestra in Turin in Paris, singing the Marseillaise. Later, he took the stage, the mayor of Turin, Piero Fassino, to officially open the Festival in the name of the city, saying the closeness and solidarity to the French cousins ​​and supporting the need, after long and painful reflections, to continue with the festival because the Fear should not stop neither life nor to condition.
After the music and politics, with the arrival on stage of the godmother, Chiara Francini, was the moment of beauty. Although a little ‘awkward and unnatural, the actress Tuscan presented the program of the festival and, striving to be a good hostess, inviting her company Festival director Emanuela Martini. Obviously could not miss the tribute to director Orson Welles which is dedicated to the festival, a hundred years after his birth and thirty of his death.
The actor Giuseppe Battiston read some brief passages of movies and Orson welles to celebrate the artist and tell the man.
After so many words the lights finally dimmed and the audience has taken a step back in history going back to 1912, a century, as we know, the fact of violence, blood and especially of denied rights. What the history books tell little and nothing like and what women have had to fight to have recognized their civil awards, such as the right to vote.
If I told you that in a certain country women had no right to vote, were underpaid and exploited at work and could not engage in any form of parental authority over children, you’d probably think with horror in some third world nation.
Well, you would fall into error because the uncivilized country we are talking about is England. Hard to accept, but British women were forced to a real civil resistance to see their rights recognized. The movement of “Suffragettes” claimed a long and hard battle in the streets and institutional sites.
Who were the suffragettes? They were ordinary women, mothers of families, workers, and above all from different social backgrounds, united in this mission of freedom.
The suffragettes were seen by the police and the public for a long time as the subversive and then target of harsh and violent reprisals by the police.
Indiscriminate arrests, interrogations and detentions, torture was the price that they paid thousands of British women for choosing to embrace the civil movement.
It was a mass movement and opinion without any imprisonment and social impediment.
An example of this is the hero of our story Maud Watts (Carey Mulligan), a humble woman, mother, wife and exploited working in a laundry.
Maud has no shackles on my mind. It breaks his back in the laundry since childhood, obeying the rules, to master and to her beloved husband. Yet one day Maud finds himself inadvertently assist in a protest action of the Suffragette and be conducted in the barracks.
For the woman is obviously a shock but also an acknowledgment of a social and civil impossible. Maud decided to espouse the cause of the suffragettes, even at the cost of losing everything: work and family. Maud is not a hero, but an ordinary woman who claims to have equal rights. The film overall is well shot, although it has a cutting mostly television. The screenplay timely and historically accurate is the merit to tell in a simple and direct the status of women and the age of the man as he saw it and considered. The two visions of society meet and clash through the beautiful and touching scenes between the protagonist and Maud Police Commissioner Steed (Brendan Glesson), highlighting how between the laws of the courts and the natural rights of man there was a ‘ huge difference. The film boasts a great care for scenes, a perfect building environments and accurate costumes. The narrative structure, however, is generally not very agile and usable by making the film slow and lackluster in terms of rhythm, jeopardizing incisiveness and strength.
Carey Mulligan boasts an interpretation of level, passionate and intense, but not charismatic way down. It does not yet have that something to make the character memorable Maud. There are obvious potential as a constant artistic growth of the actress.
The rest of the cast is equally of value and solidity and artistic force. continues on

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Vittorio De Agro and Cavinato Publisher present “Being Melvin”