93) Ghost Stories

Il biglietto da acquistare per “Ghost stories” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre (con riserva).

“Ghost Stories” è un film di Andy Nyman, Jeremy Dyson. Con Andy Nyman, Paul Whitehouse, Alex Lawther, Martin Freeman, Jake Davies. Drammatico, 98′. Gran Bretagna, 2017

Sinossi:

Il professor Philip Goodman (Nyman) è un investigatore televisivo del soprannaturale, che ritiene possa essere sempre smascherato come una truffa tutto ciò che appare inspiegabile. Ha un mito di gioventù, un altro uomo di televisione che faceva la stessa cosa, ma è scomparso da anni. Quando questi si mette in contatto con Philip, il professore vede il suo entusiasmo deluso nel trovare l’uomo non solo in disgrazia, ma pure convinto di aver sbagliato tutto e che il soprannaturale esista davvero. Affida a Philip tre casi per lui inspiegabili, sperando che sappia risolverli e gli dica di non aver gettato la sua vita. Il primo caso riguarda un guardiano notturno che ritiene di essersi imbattuto in un fantasma, il secondo un giovane che sostiene di aver incontrato una creatura demoniaca, il terzo è un uomo di successo la cui casa è infestata da poltergeist.

Recensione :

È sempre difficile, per il sottoscritto, scrivere la recensione di un film cercando, da una parte, di non fare spoiler, dall’altra di rendere il compito del caporedattore Turillazzi non troppo gravoso.

“Ghost stories” di Andy Nyman e Jeremy Dyson è sicuramente una di quelle pellicole dove il rischio di rovinare la visione allo spettatore, usando le parole sbagliate nel pezzo, è concreto.

Si tratta un piccolo, grande capolavoro drammaturgico e registico, nato e celebrato in teatro ma che nella trasposizione cinematografica riesce a trasformarsi in qualcosa di diverso, mantenendo però i pregi che l’hanno reso così popolare tra il pubblico negli anni.

“La religione ha rovinato la mia famiglia. Mio padre, ebreo, da rigido credente ci ha distrutto ogni possibilità di serenità e felicità.”

Per cogliere pienamente l’essenza filosofica di “Ghost stories”, lo spettatore è caldamente invitato a osservare attentamente la scena iniziale e soprattutto ad ascoltare la voce fuori campo, che appartiene al protagonista, il professor Goodman (Nyman).

Un breve passaggio che, di fatto, è la chiave di lettura migliore per comprendere il finale, quanto mai spiazzante e sorprendente. Il film, infatti, è da una parte un horror, tra storie di fantasmi ed entità maligne; dall’altra, però, è un’indagine sul senso di colpa e su quanto questo possa condizionare l’esistenza e soprattutto l’animo umano. continua su

http://paroleacolori.com/ghost-stories-film-costruito-come-un-puzzle/

68) Una Festa Esagerata

Il biglietto da acquistare per “Una festa esagerata” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Una Festa Esagerata” è un film di Vincenzo Salemme. Con Vincenzo Salemme, Massimiliano Gallo, Tosca D’Aquino, Iaia Forte, Nando Paone. Commedia, 90′. Italia, 2018

Sinossi:

Napoli. A casa Parascandolo fervono i preparativi per la festa per il diciottesimo compleanno di Mirea, figlia di Gennaro (Salemme), geometra e piccolo imprenditore, e dell’ambiziosa Teresa (D’Aq). La donna ha deciso di fare le cose in grande, e non ha badato a spese. Ma il giorno tanto atteso il signor Scamardella, l’anziano del piano di sotto, muore. Cosa fare adesso?

Recensione:

Può un onesto lavoratore, un uomo perbene, un padre e marito amorevole sopravvivere al diciottesimo compleanno della figlia, soprattutto se la moglie – ambiziosa e senza scrupoli – ha deciso di trasformarlo nell’evento dell’anno?

Vincenzo Salemme si pone la domanda, adattando per il grande schermo uno spettacolo teatrale di successo. Il risultato – “Una festa esagerata” – è una commedia agrodolce che racconta i limiti, i vizi e i paradossi non solo di Napoli ma di tutta la società italiana, dove spesso a soccombere sono i buoni e gli onesti.

Protagonista Gennaro Parascandolo (Salemme), piccolo imprenditore edile napoletano rispettoso della legge, novello Don Chisciotte all’interno della sua stessa famiglia dove la moglie Teresa (D’Aquino) ambisce al salto di qualità sociale e vede un’opportunità di farlo organizzando la festa della figlia Mirea (Del Vecchio).

Nonostante la riscrittura della sceneggiatura per il cinema, si avverte l’origine teatrale della storia, sia nella struttura che nell’intreccio. Quello che si perde, soprattutto, è il messaggio di fondo, ovvero la solitudine dell’uomo onesto nel mondo di oggi.

Nonostante Vicenzo Salemme e tutto il cast abbia dato prova di talento, esperienza, vis comica e naturalezza nel calarsi nei rispettivi personaggi, questi risultano talvolta caricaturali. continua su

http://paroleacolori.com/una-festa-esagerata-vincenzo-salemme-e-la-solitudine-dell-uomo-onesto/

217 )Sympatia per il Diavolo

“Sympatia per Il Diavolo” è uno spettacolo teatrale scritto, diretto ed interpretato da Ludovica Ottaviani, e con: Stefano De Santis, Carlotta Guido e Marco Mazzullo.
Aiuto Regia: Clara Giannini, Scenografia e Costumista: Loredana Ivagnes, truccatrice Simona Paolantoni.
“Sympatia per il Diavolo” è in scena al Teatro “Le Sedie” al Labaro fino al 22 ottobre.

Sinossi: Lu (Ottaviani)-Il Diavolo in persona- è stanco, frustato e annoiato; decide così di scommettere con Dio(Guido) le anime dei Rolling Stones. Il prescelto della scommessa è Eli (De Santis), uno psichiatra londinese dalla vita apparentemente perfetta, che Lu è pronto a rovinare fino a spingerlo alla bestemmia. A patto di non toccarlo mai in prima persona, il Diavolo scende sulla terra pronto a vincere la sua scommessa, barattando – dopo una partita a carte- l’anima del turbolento fratello di Eli, Adam (Mazzullo), e costringendo “l’uomo serio” che ha scelto a perire sotto i colpi della sua bizzosa volontà.
Questo almeno finché non irrompe Zelda(Guido), una donna che metterà in crisi le certezze dei due uomini e che dimostrerà di saperne… una più del Diavolo stesso.

Recensione:
A cura di Roberto Sapienza

Gli antichi non so se fossero davvero saggi e lungimiranti come appaiono, ma sicuramente avendo vissuto momenti e situazioni particolari ed intensi prima di noi, hanno voluto tramandarci dei proverbi e delle massime che ancora oggi risultano calzanti ed universali.
Mentre ieri sera osservavo con attenzione e divertimento la brillante commedia di Ludovica Ottaviani, ripensavo ad alcuni di questi preziosi lasciti
“La donna ne sa uno più del Diavolo”
“Un vero giocatore i conti li fa in ascensore”
“il diavolo fa la pentola ma non il coperchio”
Anche se Ludovica Ottaviani, come ci tiene a precisare nelle sue note di regia, “All’origine di #Sympatya” c’è un’immagine: una foto in bianco e nero che ritraeva il Diavolo come un distinto gentiluomo in frac, protagonista della commedia di Ferenc Molnar. Da lì un lampo di genio: cosa succederebbe se il Diavolo, castigatore dei costumi come nella tradizione della commedy of manners britannica, si ritrovasse oggi sulla Terra per vincere ad ogni costo una scommessa?”

Ludovica dimostra d’essere un’attenta osservatrice della nostra società cogliendone tutte le contraddizioni, limiti e soprattutto evidenziandone il degrado morale ed intellettuale oltre che spirituale.
La Ottaviani si rivela una penna brillante, ironica, pungente, garbata e soprattutto intelligente, evitando con talento e furbizia di costruire una storia dai toni duri, critici tipici di Catone il Censore.
Invece, come nelle migliori tradizioni delle commedie inglesi, “Sympatia per il diavolo” ribalta la prospettiva, avendo come protagonista il Diavolo e come egli stesso si ritrovi in difficolta nel relazionarsi con i “diabolici” umani.
Lo spettatore osserva divertito le disavventure del “povero” Diavolo convinto di poter ancora manipolare, assoggettare, tentare l’uomo come ai bei tempi. Invece si renderà conto come l’uomo per quanto imperfetto sia capace di vincerlo in furbizia.
“Sympatia” è una commedia frizzante, allegra, musicale, che regala allo spettatore vere e sincere risate ed altrettanti spunti di riflessione per merito di una drammaturgia calibrata ed attenta nel dosare battute e provocazioni in modo elegante ed appropriato. Gli stessi dialoghi sono stati pensati, scritti ed infine interpretati con abilità, credibilità ed incisività.
Ludovica Ottaviani è “diabolicamente” brava nella triplice vesti di autrice, regista e soprattutto come autentica mattatrice sulla scena con il personaggio di Lou.
Il suo Lu è sornione quanto pericoloso, fascinoso quanto furbo ciò nonostante lo spettatore quasi si augura che possa vincere la scommessa con l’Altissimo.
Se la figura di Lu diverte, affascina e conquista è anche per merito degli altri personaggi drammaturgicamente ben costruiti anche sul piano psicologico e poi ben interpretati e resi autentici nelle loro rispettive imperfezioni e peccati dai validi e bravi componenti del cast.
“Sympatia per il diavolo” è uno spettacolo da vedere, gustare fino alla fine non solamente per trascorrere una piacevole serata, ma per ricordarci sorridendo quanto la natura umana possa essere anche molto perfida al punto da mettere in difficoltà anche il Re delle Tenebre.

Roberto Sapienza presenta “Ninni, mio padre”

195) Per Colpa di un coniglio

“Per colpa di un Coniglio” è uno spettacolo teatrale di Paolo Camilli e Simone Zafferani. Con Paolo Camilli e Moira Angelastri.
Regia: Moira Angelastri e Paolo Camilli | Aiuto Regia: Paolo Macedonio | Costumi: Barbara Calderoni | Scene: Alessandro Di Cola | Luci: Alessio Pascale | Assistente: Saba Lucidi | Foto Locandina: Riccardo Bagnoli | Graphic: Luigi D’Onofrio
In scena fino a domenica 24 settembre al teatro Lo Spazio di Roma

È da sciocchi credere ancora alle favole, al principe azzurro e alla bontà dell’uomo? Dovremmo rispondere amaramente di sì, se ci limitassimo solo a dare una una rapida occhiata ai fatti di cronaca.

La nostra società sembra oggi afflitta da un’irreversibile forma di schizofrenia morale e civile, capace com’è di alcuni gesti di altruismo e solidarietà e altri di razzismo, violenza feroce e pregiudizio.

Sulla carta viviamo nel Terzo millennio, ma basta ascoltare i deliranti discorsi di alcuni politici, leggere i titoli dei quotidiani nazionali o prendere il caffè in un qualunque bar accorgersi che, per certi versi, siamo tornati indietro al Medioevo.

È sempre stato compito dell’arte, e in particolare del teatro, di denunciare con talento e creatività lo stato d’imbarbarimento della società e la negazione dei diritti civili primari.

Anche se la mia visione è conservatrice e rigida, da osservatore obiettivo non posso non apprezzare spettacoli capaci di scuotere le coscienze e stimolare la riflessione, facendo passare al contempo una serata piacevole.

È questo il caso di “Per colpa di un coniglio”, che coniuga con efficacia e incisività l’attenta, irriverente e profonda drammaturgia, magistralmente scritta da Paolo Camilli e Simone Zafferani, alla straripante, brillante e talentuosa performance dell’inedita ma già collaudata coppia artistica composta da Camilli e Moira Angelastri, anche registi dello spettacolo. continua su

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101) Sotto un Cielo Azzurro

“Sotto un Cielo Azzurro” è uno spettacolo teatrale scritto e diretto da Mariella Pizziconi, con: Veronica Milaneschi, Simona Ciammaruconi, Veronica Cinque, Monica Cecchini, Lavinia Origoni, Lorenzo Benvenuti, Sara Persichetti.
“Sotto un Cielo Azzurro” è andato in scena fino al 23 aprile al teatro “Lo Spazio” di Roma.
Esistono delle date che rimangono impresse in modo indelebile nella memoria di una persona per il verificarsi di avvenimenti dolorosi, felici, unici.
Una data che per l’uomo ha un valore emozionale, per una città ed un’intera comunità ha assume un significato storico.
Il 19 luglio 1943 è per la città di Roma, il giorno del dolore, del sangue e dell’orrore.
Recita così al riguardo Wikipedia”
Il primo bombardamento di Roma avvenne il 19 luglio del 1943, durante la seconda guerra mondiale, ad opera di bombardieri statunitensi delle forze aeree alleate del Mediterraneo, guidati dal generale James Doolittle.
L’attacco, sferrato la mattina da quasi trecento bombardieri pesanti quadrimotori Boeing B-17 Flying Fortress e Consolidated B-24 Liberator e nel pomeriggio da altri duecento bombardieri medi, incontrò solo una debole resistenza; la città di Roma subì pesanti danni materiali e le perdite umane furono numerose. Il bombardamento di Roma fece grande scalpore ed ebbe importanti conseguenze militari e soprattutto politiche…
Dopo un triennio di ipotesi intorno all’inserimento della capitale italiana nel novero degli obiettivi aerei alleati[3], San Lorenzo fu il quartiere più colpito dal primo bombardamento degli Alleati mai effettuato su Roma, insieme al Tiburtino, al Prenestino, al Casilino, al Labicano, al Tuscolano e al Nomentano.
Le 4.000 bombe (circa 1.060 tonnellate) sganciate sulla città provocarono circa 3.000 morti e 11.000 feriti, di cui 1.500 morti e 4.000 feriti nel solo quartiere di San Lorenzo[4].
Al termine del bombardamento papa Pio XII si recò a visitare le zone colpite, benedicendo le vittime sul Piazzale del Verano.
Benché tra i soccorritori morti (morirono ventiquattro vigili del fuoco) vi fosse anche il comandante dei carabinieri generale Azzolino Hazon, fedelissimo monarchico che era accorso sul posto, la limousine di Vittorio Emanuele III fu fatta oggetto di sassate e di grida ostili che gli consigliarono un rapido dietro-front mentre un coro di donne gli gridava: “non vogliamo le vostre elemosine, vogliamo la pace, fate la pace”
Questo è il “freddo” e tragico” resoconto cronistico dei fatti sconvolsero la città eterna, ma che cosa provarono, come reagirono gli abitanti dei quartieri colpiti, e in particolare quelli di San Lorenzo?
Mariella Pizziconi risponde a queste nostre domande, scrivendo una drammaturgia semplice quanto potente e avvolgente sul piano umano ed emotivo portando lo spettatore indietro nel tempo fino a quella fatidica data, mostrandogli come i Romani, convinti che la presenza del Vaticano e del Papa fossero una garanzia d’incolumità, non fossero preparati a tale sciagura.
Era una giornata d’estate caldissima, a Roma non si respirava, così una mamma (Milaneschi) decide di portare i propri figli ad Ostia, anche per non fargli pesare l’assenza del padre impegnato da tempo al fronte.
La guerra ha portato via tutti gli uomini, in città sono rimasti vecchi, donne e bambini inseguiti dalla paura e dall’angoscia per un conflitto che li ha ridotti alla povertà e alla fame.
Nel quartiere di San Lorenzo ci si sforzava di vivere una vita “normale”. Come ogni giorno apriva il banco di frutta e verdura, sempre meno fornito, i cantastorie si aggiravano per le strade sperando di guadagnarsi la giornata.
Mussolini non è più l’uomo della Provvidenza, ma colui che ha trascinato un Paese verso il baratro.
Eppure i Romani erano sicuri che mai gli Alleati avrebbero bombardato la città, perché c’era il Papa a proteggerli.
Il 19 luglio 1943 è una ferita ancora aperta per Roma e soprattutto per il quartiere di San Lorenzo. Tanti innocenti persero la vita a causa dei bombardamenti indiscriminati degli americani.
Sul palco si alternano le toccanti e commoventi testimonianze dei sopravvissuti che rievocano quel giorno, rese vive dall’ intense e convincenti performance di ogni singolo attore o attrice.
Svetta però su tutti, la straordinaria, magnetica e profonda interpretazione di Veronica Milaneschi che con talento e sensibilità fa rivivere in modo credibile e reale i dolori e la disperazione della giovane madre per la perdita dei figli sotto le macerie.
“Sotto un cielo azzurro” è un tributo alla memoria dei caduti, un omaggio alla città eterna che è stata capace di rialzarsi e soprattutto un monito per il futuro affinché ciò non si ripeta più.
Sperando, visti i tempi, che oggi la presenza del Papa non sia uno svantaggio piuttosto che una sicurezza.

Roberto Sapienza presenta “Ninni, mio padre”

71) Due

“Due” è uno spettacolo di Miniero – Smeriglia. Diretto da Luca Miniero, con Raoul Bova e Chiara Francini. Atto unico, 80′.

In scena fino al 26 marzo al teatro Ambra Jovinelli di Roma.

Oggi la sfida più difficile per una giovane coppia non è tanto scegliersi tra mille e innamorarsi, ma iniziare un percorso di vita insieme, superando il terrore della convivenza prima e del matrimonio poi.

Sì perché progettare il futuro a due è l’investimento più rischioso che un uomo o una donna possano fare, e chiedersi “sarà la persona giusta?”, “Lo/La amerò ancora tra vent’anni?” e via dicendo è normale.

Tutte domande che anche la coppia formata da Marco (Bova) e Paola (Francini), protagonisti dello spettacolo teatrale “Due” di Luca Miniero, si pone, a una settimana dalle nozze, mentre lui è impegnato nell’ardua impresa di montare il letto matrimoniale comprato all’Ikea.

Marco è un professore di educazione fisica di origini calabresi, seguace della filosofia di Epicureo e con il sogno di scrivere un saggio sull’essenza della vita. Paola, invece, è una donna esuberante, sognatrice e romantica, ma al contempo insicura.

I due stanno insieme ormai da sette anni, ma nonostante questo Paola si chiede se Marco sia l’uomo giusto per lei e se il matrimonio sia la scelta giusta.

L’assembramento del letto coniugale è lo spunto drammaturgico e insieme la metafora delle dinamiche di una coppia, che giunta a un bivio fondamentale entra in crisi rischiando di rompersi.

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Roberto Sapienza presenta “Ninni, mio padre”

57) Regine Sorelle

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“Regine Sorelle” è uno spettacolo teatrale scritto e diretto da Mirko Di Martino, Costumi: Annalisa Ciaramella, aiuto Regia Claudia Moretti con: Titti Nuzzolese.
“Regine Sorelle” è andato in scena fino al 26 febbraio al Teatro “Kopò” di Roma.

C’era una volta due sorelle, Maria Antonietta e Maria Carolina, che giocavano da bambine ad essere Regine, sapendo però che presto lo sa sarebbero diventate veramente.
Infatti la nostra non è la favola, ma la storia vera delle figlie di Maria Teresa d’Austria, destinate a diventare rispettivamente: Maria Antonietta consorte del re di Francia Luigi XVI e Maria Carolina moglie del re di Napoli Ferdinando di Borbone.
Due ragazze costrette ad interrompere, per ragion di Stato, la loro giovinezza ed accettando di essere il sigillo di un contratto politico ed economico tra nazioni.
Ma che cosa pensavano, provavano Maria Antonietta e Maria Carolina? Erano pronte a coprire questi difficili incarichi?
Mirko Di Martino si prende la responsabilità di rispondere a questi quesiti e soprattutto di raccontare gli aspetti più intimi e personali delle due giovani donne, scrivendo una drammaturgia divertente, frizzante ed allo stesso tempo incisiva e profonda, portando lo spettatore a vivere con coinvolgimento ed interesse le vicissitudini delle due protagoniste.
Se De Martino con talento e creatività getta le basi per uno spettacolo storico e contemporaneamente rock e moderno, Titti Nuzzolese dà vita a un monologo di straordinaria intensità, personalità scenica e carisma.
Titti Nuzzolese non si risparmia sulla scena, dando cuore e anima a tutti i personaggi che si alternano nel corso dello spettacolo, risultando sempre credibile, naturale.
Titti , con sensibilità, esperienza e talento, mette in scena la sfera più intima e sofferta di Maria Antonietta e Maria Carolina, mostrando le loro fragilità ed insicurezze al pubblico.
“Regine Sorelle” emoziona, diverte, e nel finale anche commuovendo lascia allo spettatore la viva e sincera consapevolezza quanto le nostre due Maria siano state ragazze coraggiose e degne del nostro affetto e stima.

Roberto Sapienza presenta “Ninni, mio padre”

54) Barriere

barriere

Il biglietto da acquistare per “Barriere” è: 1)Neanche regalato; 2)Omaggio; 3)Di pomeriggio (con riserva); 4)Ridotto; 5)Sempre.

Un film di Denzel Washington. Con Denzel Washington, Viola Davis, Mykelti Williamson, Saniyya Sidney, Russell Hornsby, Jovan Adepo, Stephen Henderson. Drammatico, 138′. 2016.

“Barriere” è tratto dall’omonima pièce teatrale del 1987 di August Wilson, che valse all’autore il Pulitzer e vinse numerosi premi interpretata a Broadway da James Earl Jones.

Nel 2010 Denzel Washington e Viola Davis hanno ripreso l’opera per portarla nei teatri, bissando il primo successo.

Leggendo queste poche righe tratte dal materiale stampa di “Barriere” nel sottoscritto è sorta una domanda spontanea: un ottimo spettacolo teatrale può diventare un bel film?

Degli esempi di trasposizioni di successo esistono. In questo caso specifico, però, la risposta per me è “nì”. Portata sul grande schermo, infatti, la storia originaria perde molta della sua forza, tutta giocata sui dialoghi e sul talento degli interpreti, e parte della sua essenza.

Troy (Washington), ex promessa del baseball, lavora duramente come netturbino a Pittsburgh. La sua vita è scandita dal rapporto con l’amata seconda moglie Rose (Davis), e dalle complicate relazioni con i figli e gli amici.

Quella di “Barriere” è l’America post bellica, in cui i neri soffrono e lottano per avere un posto al sole dove i loro diritti possano essere rispettati.

Troy è un uomo nato e cresciuto in un ambiente povero e senza prospettive, deluso da una vita priva di soddisfazioni, che giorno dopo giorno sente crescere dentro di sé il seme del malcontento e della frustrazione.

Tutto quello che di negativo c’è nella sua vita, Troy lo sfoga essendo un padre autoritario, incapace di ascoltare i bisogni dei figli e di sostenerli. continua su

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Roberto Sapienza presenta “Ninni, mio padre”

36) Bedda Maki -come reSUSHitare il ristorante e vivere felici

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“Bedda Maki – come reSuSHItare il ristorante e vivere felici” è uno spettacolo teatrale di Chiara Boscaro e Marco Di Stefano, regia di Roberto Marafante, con: Roberta Azzarone, Caterina Gramaglia, Franco Mirabella, Loreno Parrotto, Arturo Scognamiglio.
“Bedda Maki” è in scena fino al 19 febbraio al Teatro De Servi di Roma.
È più rock mantenere fede ai propri principi, ideali e visione della vita rischiando di essere bollato come vecchio e conservatore o piuttosto cedere al nuovismo, alla modernità, mescolando insieme tradizione ed innovazione?
In ogni campo dal lavoro alla moda, alle relazioni umane fino alla scelta del ristorante dove mangiare è una continua diatriba con noi stessi e con gli amici.
Dimmi dove vai, che cosa mangi e come visti e ti dirò chi sei.
Viviamo in una società in cui conta più l’apparenza che la sostanza è in cui basta scrivere un menù in una lingua straniera per rendere appetibile e richiesto un semplice piatto di spaghetti.
Il marketing della comunicazione è l’obbligato passaggio per chiunque voglia avere fortuna nel campo della ristorazione.
Chiara Boscaro e Marco Di Stefano prendendo spunto dal relativismo delle forme e parole hanno scritto “Bedda Maki”, una commedia che con garbata ironia prende in giro le contraddizioni di questa nostra società.
La Tonnara di Toni(Mirabella), ristorante siculo situato in un quartiere operaio di Milano, un tempo era pieno di clienti, oggi è in profonda crisi, vittima della riconversione degli stabilimenti e dello street food, ora tanto di moda.
Toni è strozzato dai debiti, dovendo restituire in poco tempo centomila euro alla banca, pena altresì il fallimento.
Toni è orgoglioso delle sue origini siciliani e del menù tradizionale, nonostante viva a Milano da più di trent’anni, ed è restio a cambiare nonostante i consigli della sua fidata e storica cameriera e confidente Maria(Gramaglia).
In una situazione già difficile e gravosa si inserisce Calogero (Parrotto), figlio di Toni, studente universitario all’Accademia dell’Arte, che batte sempre soldi da una parte e dell’altra si vergogna delle umili e rustiche origini del padre, inventandosi un’altra vita per farsi bello agli occhi della fidanzata snob Ginevra(Azzarone).
Di fronte alla possibilità di perdere ogni cosa, Calogero e Toni decidono di mettere da parte ogni conflitto e di unire le forze insieme alla saggia e frizzante Maria elaborando un piano di rilancio del ristorante in modo gattopardesco “cambiare tutto affinché nulli cambi”.
Così lo spettatore assiste alla goffa e farsesca mutazione dalla “Tonnara di Toni” al fusion “Bedda Maki” in cui il Giappone si fonde con la Sicilia.
La prova del 9 consisterà nel convincere Jannis(Scognamiglio), famoso ed eccentrico blogger food, che “Bedda Maki” è la nuova frontiera della cucina.
“Bedda Maki” è una commedia godibile, leggera, ben scritta, che regala allo spettatore due ore di piacevole intrattenimento e allo stesso tempo di riflessione sulle contraddizioni del nostro tempo.

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Brilla la stella di Caterina Gramaglia per talento, personalità scenica e perfetti tempi comici sul resto del cast comunque di buon livello, esperto e capace di rendere credibile ogni personaggio.
La regia di Roberto Marafante è semplice, lineare, esperta e soprattutto capace d’esaltare le doti di ogni singolo attore e di costruire uno show agile, fresco e divertente e dotato di buon ritmo narrativo.
Il finale a lieto fine conferma allo spettatore da una parte che il vero successo in cucina dipende dalla passione e dall’amore che metti nel tuo lavoro e dall’altra conferma quanto il gattopardismo continua ad essere un evergreen.

Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci, nonostante tutto”

13) Io so e ho le prove

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“Io so e ho le prove” è uno spettacolo teatrale di Giovanni Meola, regia di Giovanni Meola, liberamente tratto dall’omonimo libro di Vincenzo Imperatore (e Chiare Lettere), musiche originali di Daniela Esposito, con: Giovanni Meola e Daniela Esposito.
Lo spettacolo di e con Giovanni Meola ha debuttato ieri sera al Teatro Piccolo Re di Roma, in replica oggi alle 18.30. Per andare in scena, poi, anche Milano, Torino, Bologna, Napoli, Salerno, Avellino, Potenza.

La storia ci insegna che gli stessi Santi prima di essere tali furono dei grandi peccatori.
Manzoni ci racconta come un cattivo e crudele come l’Innominato, dopo che incontrò l’ingenua e candida Lucia, ebbe un sussulto di coscienza e dopo una notte travagliata decise di cambiare vita.
Tutti hanno una coscienza e un ‘anima anche chi è dedito al malaffare.
Sì, caro lettore, anche un manager di banca, avido, spietato e famelico può essere illuminato sulla strada di Damasco e comprendere che la banca dovrebbe essere un ente al servizio del cittadino e delle imprese e non come oggi un’associazione a delinquere legalizzata e impunita.
Questa è la storia vera di Vincenzo Imperatore, importante manager Unicredit, che dopo aver lavorato per oltre vent’anni facendo gli interessi degli azionisti e dei capi piuttosto dei clienti, decise nel 2009 di dire basta a questo circolo vizioso, mettendosi contro i poteri forti. Nel 2015 ha pubblicato con Chiare lettere il romanzo “Io so e ho le prove” denunciando in modo accurato e preciso come le banche per vent’anni si siano arricchite sulle spalle di imprenditori pronti a tutto pur di ottenere un fido o un mutuo per far sopravvivere la propria azienda.
Un tema mai come oggi attuale e scottante leggendo le cronache dei nostri giornali e i programmi d’informazione.
Giovanni Meola ispirandosi al testo di Imperatore, ha deciso di scrivere e mettere in scena un monologo in cui Enzo(Meola) detto il Pazzo da piccolo, rivela a un immaginario collega bancario la sua vita ,dapprima personale di umili origini a Napoli ,e come spinto dalla madre affinché lasci il povero quartiere, e impegnandosi con proficuo nello studio. E come tanti sacrifici vengano premiati con una vita professionale da giovane e talentuoso manager ambito da diverse banche.
Enzo così è assunto in un importante banca all’inizio degli Anni Novanta scalando in breve tempo i diversi gradini della carriera, assumendo incarichi sempre più prestigiosi.
Enzo è perfettamente integrato nel diabolico ingranaggio del management che inculca ai suoi dipendenti la parola d’ordine “vendere” i propri prodotti come inutili assicurazioni agli sprovveduti clienti.
Le banche prestano soldi a chiunque senza alcuno controllo e verifica scaricando i costi di questa sciagurata gestione sulle future generazioni.
Un ventennio scriteriato e sciagurato che termina nel 2009 quando la crisi economica impone ai vertici bancari un brusco cambio di strategia imponendo il rientro dei prestiti concessi agli imprenditori.
Meola ha il merito di raccontare con un linguaggio semplice, diretto una storia vera quanto drammatica aprendo il velo su una situazione tragica e nello stesso tempo comica e dando lo spunto per un’amara riflessione allo spettatore.
Lo spettacolo si rivela nel complesso godibile ed interessante, anche se in alcuni momenti è un po’ dispersivo e ripetitivo e non sempre sostenuto da un costante ritmo e pathos narrativo.

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È sicuramente degna di menzione la performance musicale e mimica di Daniela Esposito che si dimostra una valida ed efficace spalla artistica di Meola, dando brio e forza allo show.
Enzo come un novello Innominato decide di dire basta, lasciando il posto sicuro diventando consulente per gli imprenditori in difficoltà.
Enzo sentiva la banca come una seconda mamma, ma nonostante ciò, ha preferito scegliere di seguire l’amorevole consiglio della prima di fare ciò che si sentiva di fare.
L’augurio o forse la speranza per noi tutti correntisti che ci siano altri Enzo o se volete  Vincenzo Imperatore che si rendano conto che la missione di una bianca è sostenere il privato e non ingannarlo e dargli calci in culo senza che nessun arbitro vigili su questo iniquo match.

Vittorio De Agrò e Cavinato Editore presentano “Essere Melvin”