152) The Secret -Le Verità Nascoste

Il biglietto d’acquistare: Di pomeriggio
“Le verità nascoste” è un film del 2020 diretto Yuval Adler, scritto da Yuval Adler, Ryan Covington , con : Noomi Rapace, Joel Kinnaman, Chris Messina, Amy Seimetz, Jackson Dean Vincent, Madison Paige Jones, Jeff Pope, David Maldonado, Ed Amatrudo, Ritchie Montgomery, Lucy Faust, Victoria Hill.

Sinossi:
The Secret – Le verità nascoste, film diretto da Yuval Adler, è ambientato nel Secondo dopoguerra, in America, e racconta la storia di Maja (Noomi Rapace), una donna sopravvissuta alla tragedia dell’Olocausto, che si trasferisce in un quartiere residenziale degli States per iniziare una nuova vita in serenità insieme al marito (Chris Messina).
Un giorno sente qualcuno fischiettare un motivetto a lei molto familiare, lo stesso dell’aguzzino che torturava le i e la sua famiglia durante la guerra. Convinta che il suo vicino di casa (Joel Kinnaman) sia proprio quel sadico, decide di rapirlo per vendicarsi di tutti i crimini di guerra commessi dall’uomo. Nel frattempo suo marito, al corrente del piano, inizia a dubitare di sua moglie tanto da arrivare a pensare che Maja, ancora fortemente scossa da quanto accaduto, si stia vendicando sull’uomo sbagliato…

Recensione:
Si può fuggire dalle proprie responsabilità?
È più “semplice” odiare, vendicarsi piuttosto che saper perdonare il proprio aguzzino.
Le vessazioni, le violente fisiche e psicologiche patite dalla comunità room per mano dei nazisti durante la seconda guerra mondiale sono tragicamente equivalenti a quelle subite dagli ebrei.
Un Olocausto forse meno “mediatico”, ma altrettanto terribile e feroce che ha distrutto un’intera generazione e condizionato la vita dei sopravvissuti.
Quanto la mente può sopportare tutto questo dolore?
È possibile vivere con questi ricordi traumatici?
Maja, madre e moglie di origine room, quando scopre d’avere a pochi metri da casa il proprio aguzzino, non esiterà un attimo a realizzare un piano di vendetta mettendo a rischio sé stessa e la sua stessa famiglia.
“Le Verità nascoste” è la drammatica resa di conti lungamente attesa dalla protagonista provata nel corpo e nell’animo da un passato che non le hai mai concesso un attimo di tregua.
Per Maja è stato sufficiente riascoltare quella voce per essere certa che il vicino di casa non fosse il pacifico padre di famiglia appena giunto in città.
Maja sa bene dietro quella facciata di perbenismo si cela un mostro nazista
Maja vuole, pretende la verità. E per ottenerla diventerà prima rapitrice, poi carceriera ed infine torturatrice, facendo vacillare le certezze dell’amato marito che si ritroverà, suo malgrado, coinvolto nel rapimento.
“Le Verità nascoste” è un thriller esistenziale vissuto sull’angosciante e costante scontro/confronto tra Maja e il vicino.
Un accusarsi reciprocamente che porta allo spettatore a chiedersi chi tra due dica la verità
Maja ha ragione o un “falso ricordo” la sta spingendo verso un orribile crimine?
“Le Verità Nascoste” pone allo spettatore un interrogativo morale oltre che legale: un criminale nazista ha diritto alla difesa o una sua vittima è giustificata nel farsi giustizia da sola.
E se all’epoca dei fatti il nazista era solamente un ragazzo buttato allo sbaraglio ed invece da adulto si dimostra sinceramente pentito va egualmente punito con la stessa feroce vendetta?
Un film incalzante, teso, eticamente controverso che da una parte dividerà il pubblico e dall’altra mostrerà ancora una volta come gli effetti negativi del nazismo possano rivelarsi anni dopo.
“Le Verità nascoste” presenta il limite narrativo e strutturale di fermarsi solamente alla legittimità o meno della vendetta, lasciando tutto il resto appena accennato.
Così facendo la storia diventa monotematica e di conseguenza alla lunga lenta e ripetitiva nonostante la presenza di un cast artistico di buon livello e complessivamente credibile nei rispettivi ruoli.
“Le verità nascoste” sfrutta solo parzialmente il potenziale emotivo, storico ed esistenziale della storia, deludendo così le attese del pubblico.
Il perdono non è di questo mondo dice un vecchio proverbio. La conferma arriva da un finale inaspettato, scioccante e definitivo nel riaffermare che il nazismo ha rappresentato uno dei momenti peggiori dell’umanità e da quella esperienza nessuno è tornato più lo stesso.

131) Il Varco

Il biglietto da acquistare per “Il varco” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Il Varco” è un film di Federico Ferrone, Michele Manzolini. Drammatico, 70′. Italia 2019

Sinossi:

1941. Un soldato parte per il fronte russo: man mano che il treno avanza attraverso Ungheria e Ucraina, i ricordi della madre russa e della spedizione fascista in Africa gli invadono la mente, fantasmi di un passato impossibile da cancellare. Federico Ferrone e Michele Manzolini, già registi de “Il treno per Mosca”, ripropongono quell’esperimento con alcune variazioni.

Recensione:

La campagna di Russia rappresentò uno dei momento più drammatici della seconda guerra mondiale, decretando l’inizio della fine per l’alleanza nazi-fascista e spostando gli equilibri militari a favore degli Alleati. La convinzione tedesca di sconfiggere rapidamente l’Urss e arrivare fino a Mosca venne spazzata via dal Generale Inverno, fedele alleato da sempre dei russi.

“Il varco” si differenzia dai classici documentari sul conflitto mondiale grazie al talento e alla creatività degli autori – tra cui figura anche Wu Ming 2 -, capaci di firmare una sceneggiatura intensa, profonda, ricca di umanità, attingendo alle biografie e ai diari di alcuni soldati impegnati sul fronte russo.

Le memorie dei soldati mescolate e rielaborate con passione e sensibilità raccontano quasi in presa diretta il viaggio intrapreso nel 1941 dall’immaginario soldato, già veterano della campagna di Etiopia, e quindi toccato in prima persona dalla guerra.

I pensieri, i timori, i ricordi del soldato sono resi reali dalla voce di Emidio Clementi che unita alle immagini di repertorio crea una potente connessione emotiva con lo spettatore, proiettato drammaticamente nella steppa russa. Viviamo quasi in prima persona l’eccitazione della truppa, convinta di arrivare facilmente Mosca, seguita dallo scoramento e dalla disperazione. continua su

“Il varco”: immagini di repertorio per una potente narrazione di finzione

 

119) Ninfa Dormiente (Ilaria Tuti)

“Ninfa Dormiente” è un romanzo scritto da Ilaria Tuti e pubblicato nel Maggio 2019 da Longanesi Editore

Sinossi:
“Li chiamano «cold case», e sono gli unici di cui posso occuparmi ormai. Casi freddi, come il vento che spira tra queste valli, come il ghiaccio che lambisce le cime delle montagne. Violenze sepolte dal tempo e che d’improvviso riaffiorano, con la crudele perentorietà di un enigma. Ma ciò che ho di fronte è qualcosa di più cupo e più complicato di quanto mi aspettavo. Il male ha tracciato un disegno e a me non resta che analizzarlo minuziosamente e seguire le tracce, nelle valli più profonde, nel folto del bosco che rinasce a primavera. Dovrò arrivare fin dove gli indizi mi porteranno. E fin dove le forze della mia mente mi sorreggeranno. Mi chiamo Teresa Battaglia e sono un commissario di polizia specializzato in profiling. Ogni giorno cammino sopra l’inferno, ogni giorno l’inferno mi abita e mi divora. Perché c’è qualcosa che, a poco a poco, mi sta consumando come fuoco. Il mio lavoro, la mia squadra, sono tutto per me. Perderli sarebbe come se mi venisse strappato il cuore dal petto. Eppure, questa potrebbe essere l’ultima indagine che svolgerò. E, per la prima volta nella mia vita, ho paura di non poter salvare nessuno, nemmeno me stessa”.

Recensione:
Ci prendiamo convintamente la responsabilità d’ annunciare ai nostri due lettori la nascita di una vera stella nell’attuale quanto  modesto panorama letterario italiano: Ilaria Tuti.
“Ninfa Dormiente” consacra Ilaria Tuti nell’Olimpo dei giallisti, avendo dimostrato ancora una volta tutto il proprio talento, creatività, sensibilità, umanità nel tratteggiare e rendere vivi, credibili ogni personaggio in questo affascinante, cupo e magnetico secondo romanzo.
Non è per nulla azzardato sancire la nascita dello “stile Tuti” nel costruire un impianto drammaturgico in cui si mescolano splendidamente finzione, storia e spiritualismo.
“Ninfa Dormiente” ha una struttura narrativa stratificata, complessa, piena di rimandi e continui flashback ciò nonostante si rivela una lettura incalzante, fluida, intensa che non lascia spazio e modo al lettore di mollare il libro fino alla sua conclusione.
Tuti incanta, inquieta, commuove con intreccio narrativo ricco di pathos, colpi di scena spiazzando costantemente il lettore.
Teresa Battaglia affronta probabilmente l’indagine più difficile della propria carriera, ma con l’agrodolce consapevolezza d’aver trovato una vera famiglia nella sua fidata squadra, pronta a sostenerla nella risoluzione di un misterioso omicidio avvenuto nel lontano 1945 e nel voler consegnare l’assassino alla giustizia
“Ninfa Dormiente” trasporta il lettore dentro una storia in cui si alternano orrore ed amore, misticismo ed ossessione, guerra e desiderio di pace, ricerca della propria
identità personale e quella di un popolo.
“Ninfa Dormiente” è una storia d’amore, vendetta e tragica resa dei conti in cui a nessun personaggio è consentito una  via di fuga.
Tuti firma un romanzo di respiro cinematografico stimolando con facilità e naturalezza il lettore nell’immaginare luoghi e personaggi e soprattutto l’evoluzione psicologica ed interiore di quest’ultimi.
“Ninfa Dormiente” è un racconto di sofferenza, dolore e rabbia, ma che ha nella parte finale una svolta catartica e liberatoria, magari narrativamente un po’ eccessiva e frettolosa, ma emotivamente efficace e soprattutto necessaria per far tirar il fiato al coinvolto quanto commosso lettore.
Teresa Battaglia è una donna forte, orgogliosa, preparata, dura, ma dietro quella spessa corazza si cela un’anima nobile, ferita dal doloro passato oltre che giustamente spaventata all’inesorabile avanzare di una malattia che rischia di renderla “vuota” e soprattutto “impotente” nel quotidiano.
“Ninfa Dormiente” è un romanzo da leggere, divorare e consumarlo quanto prima, nonostante un finale aperto che ci trasmette contemporaneamente curiosità ed inquietudine.

233) La Resa dei Conti (John Grisham)

La resa dei conti è un romanzo scritto da John Grisham e pubblicato da Mondadori Editore nel novembre 2018.

Sinossi:
Ottobre 1946, Mississippi. Pete Banning, cittadino modello di Clanton, reduce di guerra pluridecorato, patriarca di una nota famiglia locale proprietaria di campi di cotone, amato padre di famiglia e fedele membro della locale comunità metodista, in una fresca giornata di ottobre si alza presto, sale in macchina e si dirige verso la chiesa. Entra nello studio del pastore, il suo amico reverendo Dexter Bell, e con calma e determinazione gli spara e lo uccide.
Da quel momento, l’unica cosa che Pete ripete a tutti, familiari, avvocati, uomini di giustizia, è “non ho niente da dire”. Qualunque sia stato il motivo del suo inconcepibile gesto non verrà svelato. Pete non ha paura della morte e viene giustiziato portando il suo segreto nella tomba, lasciando incredula l’intera comunità di Clanton.
Ma perché l’ha fatto?
In questo intenso romanzo, John Grisham accompagna il lettore in un incredibile viaggio colmo di suspense alla scoperta della sua verità, dagli Stati del Sud alla giungla delle Filippine durante la guerra degli americani contro i giapponesi, a un claustrofobico manicomio pieno di segreti fino all’aula del tribunale dove l’avvocato del protagonista cerca invano di salvarlo senza la sua collaborazione, mostrando gli effetti che può avere a lungo termine un crimine terribile e inspiegabile.

Recensione:
“La verità vi farà liberi” recitano le Sacre Scritture.
“Tutti mentono “ripeteva convintamente il Dr House.
Non voglio essere accusato di blasfemia, ma dopo aver terminato la lettura del nuovo romanzo del Maestro Grisham, mi è venuto amaramente spontaneo ripensare a queste due opposte quanto validi frasi.
Ed ancora mi sono interrogato se l’errore, un momento di debolezza di uno dei coniugi debba comportare come conseguenza la distruzione ed il futuro dell’intera famiglia.
John Grisham si rivela, ancora una volta, un attento osservatore della nostra società e sensibile indagatore dell’animo umano tematiche utilizzando un vecchio caso di cronaca come spunto narrativo per raccontare una tragica storia di vendetta amorosa.
“La resa dei conti” può essere ancje letta come una rilettura dell’Otello da parte dell’autore americano e di come la gelosia possa trasformare anche il più mite dell’uomo in una persona vendicativa e spietata.
“La resa dei conti” strutturata in tre atti ribalta l’abituale schema narrativo di un thriller o se preferite del dramma shakespeariano, portando il lettore subito nel climax più alto e violento della storia in cui accompagna il protagonista nella sua lucida e fredda missione d’uccidere l’amante di sua moglie.
Almeno questo sembra essere l’unico motivo plausibile per indurre un eroe di guerra a trasformarsi in feroce assassino.
Peccato che Pete Banning, dopo aver commesso l’efferato crimine, si rifiuti categoricamente di fornire qualsiasi motivazione o simil giustificazione e negando testardamente l’infermità mentale suggerita dai propri legali, come unica speranza, per evitare la condanna alla pena capitale.
Il lettore osserva sgomento la ferrea volontà di Bannig di farsi processare e condannare rimanendo fedele al suo ostinato ed orgoglioso silenzio .
Una scelta che inevitabilmente sconvolge la tranquillità della comunità e soprattutto getta i suoi due figli Joel e Stella, brillanti studenti universitari, nell’assoluto sconforto ed incredulità
Joel e Stella sono trascinati, loro malgrado, dentro un incubo ad occhi aperti, da dove è impossibile svegliarsi.
Infatti mentre il loro padre è in procinto d’essere ucciso mediante la sedia elettrica, la madre Liza è letteralmente rinchiusa in un ospedale psichiatrico, a seguito di un misterioso esaurimento nervoso, per preciso volere dello stesso Pete.
Cosa è successo tra Liza e Pete?
Cosa o chi ha spezzato il profondo legame che univa questa coppia innamorata e desiderosa di formarsi una numerosa famiglia sfidando nonostante il parere contrario delle rispettive famiglie d’origine

Il lettore pur intuendo nell’infedeltà coniugale di Liza come unico movente possibile accetta di seguire Grisham nella sua inusuale ricostruzione dei fatti e soprattutto nelle controverse condizioni emotive e psiche che colpirono i personaggi determinandone le fatali scelte.
Una ricostruzione contraddistinta prima dal racconto del primo incontro e successivo innamoramento dei giovani Pete e Liza e culminata dalla comune decisione stabilirsi, dopo il matrimonio, nella citta natia dell’uomo, nonostante entrambi avessero differenti ambizioni professionali.
Sarà l’entrata in guerra degli Stati Uniti nel secondo conflitto mondiale a sconvolgere la quiete e prosperità della famiglia Banning.
Costringendo da una parte Pete a vivere tre anni terribili e disumani nelle Filippine prima come prigioniero nelle mani dei giapponesi e poi da coraggioso combattente nella giungla e dall’altra allo stesso tempo imponendo Liza ed i suoi figli a doversi tragicamente rassegnare all’idea della sua precoce morte come caduto di guerra.
Grisham racconta volutamente con accurati e crudi dettagli i tre anni vissuti da Pete al fronte affinché il lettore possa sentire, provare ed infine condividere l’indicibile sofferenza fisica e psicologica patita dal protagonista e magari capirne meglio il carattere e soprattutto l’aspetto più rigoroso e tenace della propria indole.
Nel secondo atto Grisham trascinando il lettore dentro l’’orrore della guerra, facendogli rivivere la crudeltà e ferocia dei giapponesi contro gli inermi e provati prigionieri americani e filippini non soltanto compie un meritorio quanto interessante lavoro storico ma getta le basi per un finale, se possibile, ancora più tragico quanto sconvolgente: aprire “il vaso di Pandora” della famiglia Bannig.
L’ultimo atto de “La resa dei conti” svela i segreti, le bugie e soprattutto le debolezze e limiti, che di fatto, hanno caratterizzato la vita coniugale di Pete e Liza Banning e come soprattutto la paura e lo stolto orgoglio abbia minato una bella e solida storia d’amore.
Facendo altresì cadere ingiustamente “le colpe” materiali anche sugli amati ed innocenti figli.
“La resa dei conti” è un romanzo tosto, cupo, angosciante e purtroppo senza alcun riscatto finale, ma ciò nonostante liberatorio almeno per Joel e Stella, finalmente, forti e determinati nel lasciarsi alle spalle il passato e gli errori dei propri genitori.
Un insegnamento oltre che un monito rinnovato magistralmente dal Maestro Grisham.

9) L’Ora Più Buia

Il biglietto da acquistare per “L’ora più buia” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto (con riserva). Sempre.

“L’Ora più buia” è un film di Joe Wright. Con Gary Oldman, Ronald Pickup, Lily James, Ben Mendelsohn, Kristin Scott Thomas, Stephen Dillane, Nicholas Jones, Richard Lumsden, Brian Pettifer. Drammatico, 114′. Gran Bretagna, 2017

Sinossi:

Gran Bretagna, 1940. È una stagione cupa quella che si annuncia sull’Europa, piegata dall’avanzata nazista e dalle mire espansionistiche e folli di Adolf Hitler. Il Belgio è caduto, la Francia è stremata e l’esercito inglese è intrappolato sulla spiaggia di Dunkirk. Dopo l’invasione della Norvegia e l’evidente spregio della Germania per i patti sottoscritti con le nazioni europee, la camera chiede le dimissioni a gran voce di Neville Chamberlain, Primo Ministro incapace di gestire l’emergenza e di guidare un governo di larghe intese. A succedergli è Winston Churchill, con buona pace di re Giorgio VI e del Partito Conservatore che lo designa per soddisfare i Laburisti.

Recensione:

Probabilmente, se Indro Montanelli fosse stato, nel maggio del 1940, direttore del “Times” o di qualche altra prestigiosa testata inglese avrebbe utilizzato l’espressione “Rieccolo!”, per commentare la nomina a Primo Ministro di Winston Churchill.

La storia, lo sappiamo bene, è fatta di continui e decisivi bivi, ma solamente chi si dimostra lungimirante e lucido quando la posta in gioco è molto alta è destinato a essere ricordato sui libri. Mai come nel caso di Churchill – per i posteri, uno dei principali artefici della vittoria alleata sul nazifascismo, ultimo baluardo di democrazia, con la sua Inghilterra, contro il dilagare del regime di Hitler – è evidente come il Tempo sia il giudice ultimo dell’operato di ogni uomo e leader politico.

La storia vera, quella non scritta, racconta in realtà di come la Gran Bretagna fosse vicina ad accettare una proposta di pace tedesca, con la mediazione di Mussolini. Il 9 maggio del 1940 il Primo Ministro Neville Chamberlain (Pichup) viene sfiduciato dal Parlamento. A guidare il governo di unità nazionale, contro il parere dello stesso re Giorgio VI (Mendelsohn), viene richiamato Churchill (Oldman), considerato una testa calda persino da colleghi e amici.

Con la sua nomina si apre una drammatica puntata ante litteram di “House of Cards”. Churchill è determinato a combattere l’avanzata nazista, sostenendo l’alleato francese anche contro il parere dei vertici militari inglesi. I suoi avversari – Chamberlain e soprattutto il visconte Halifax (Dillane) – manovrano invece per far cadere il governo. continua su

http://paroleacolori.com/l-ora-piu-buia-la-vera-storia-della-resistenza-inglese/

238) La Signora dello Zoo di Varsavia

Il biglietto d’acquistare per “La Signora dello Zoo di Varsavia” è : di pomeriggio (Con Riserva)

“La Signora dello Zoo di Varsavia” è un film del 2017 diretto da Niki Caro, scritto da Angela Workman, basato sul romanzo di Diane Ackerman, con : Jessica Chastain, Daniel Bruehl, Johan Heldenbergh, Iddo Goldberg, Shira Haas, Michael McElhatton, Marta Issová, Goran Kostic, Arnost Goldflam, Martin Hofmann.

Sinossi:
Ispirato alla storia vera di Jan e Antonina Zabinski, La signora dello zoo di Varsavia è un racconto di eroismo civile in tempo di guerra, e insieme una dichiarazione d’amore per la natura e gli animali.
Sul finire del 1939, le truppe naziste bombardano la capitale polacca, riducendo il famoso zoo a un cumulo di macerie. Il direttore della struttura e sua moglie (Jessica Chastain) assistono impotenti all’occupazione del Paese e alla costruzione del ghetto ebraico. Ma con l’inizio delle deportazioni, nel 1942, la coppia si mobilita per nascondere intere famiglie di Ebrei all’interno del giardino zoologico, mascherato da allevamento di maiali. La villa degli Zabinski e le vecchie gabbie ancora intatte diventano un rifugio segreto al riparo dai feroci nazisti. “La casa sotto la folle stella”, com’era chiamato lo zoo al tempo del suo massimo splendore, viene ricordata per aver salvato circa trecento Ebrei dal genocidio.

Recensione :
Pensiamo, erroneamente, d’aver visto, ascoltato, letto tutto ciò che era possibile sulla Seconda Guerra Mondiale, sulla ferocia e mostruosità del nazismo e sulla tragedia dell’Olocausto, arrivando anche sbuffare quando leggiamo di una nuova pellicola sul tema.
Ma poi succede di scoprire, durante un’anteprima stampa, una storia sconosciuta ai più, ambientata durante l’occupazione nazista della Polonia, ma talmente ricca di eroismo, coraggio e nobiltà d’animo , da farti dire al termine della proiezione d’aver assistito alla “Schindler list” polacca.
Jan e Antonina Zabinski erano una coppia felice, avevano un figlio e dirigevano insieme lo zoo di Varsavia, quando la loro vita come quella di milioni di polacchi fu distrutta dall’invasione nazista del Paese , tragica conseguenza del “Patto di non aggressione” siglato tra Hitler e Stalin.
Anche in Polonia i nazisti estesero le disgustose leggi razziali dando vita al terribile e famigerato “ghetto di Varsavia” in cui furono rinchiusi, in condizioni disumane, centinaia di migliaia di ebrei tra cui numerosi bambini, vecchi e donne.
Jan e Antonina di fronte alla barbarie e repressione naziste, decisero di fare qualcosa rischiando in prima persona pur di salvare più ebrei possibili, alcuni cari amici, da una tragica ed orrenda fine.
L’amato zoo distrutto dalle bombe tedesche fu usato come rifugio e nascondiglio per 300 ebrei che Jan riuscì a far uscire di nascosto dal Ghetto con la scusa di raccogliere l’immondizia dei prigionieri per rendere credibile l’astuto piano elaborato dalla coppia d’allevare maiali per sfamare le truppe tedesche. La stessa Antonina si sacrificò , collaborando e fingendosi lusingata di ricevere le attenzioni dello zelante e presuntuoso zoologo nazista Lutz Heck( Bruehl).
“La Signora dello Zoo di Varsaria” non è solamente un film, parte più debole dell’intreccio narrativo, sulla resistenza alla furia nazista; bensì ha come cuore drammaturgico da una parte l’intento di raccontare e mostrare la vita , le emozioni, le incomprensioni e le paure di una coppia “normale” negli anni dell’invasione nazista e dall’altra come fu “straordinariamente” naturale e semplice per entrambi i coniugi decidere di fare di tutto per salvare più vite umane possibili. continua su

http://www.nuoveedizionibohemien.it/index.php/appuntamento-al-cinema-20/

166) USS Indianapolis

Il biglietto da acquistare per “USS Indianapolis” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“USS Indianapolis ” è un film di Mario Van Peebles. Con Nicolas Cage, Tom Sizemore, Thomas Jane, Matt Lanter, Weronika Rosati, Brian Presley. Azione, 128′. USA, 2016

Ci sono verità che, per ragioni di Stato, non possono essere divulgate anche a costo di passare sopra così facendo a morti, diritto e buon senso.

Sul progetto Manhattan, la corsa all’atomica che vide contrapposti Stati Uniti e Germania nazista e la fine della seconda guerra mondiale con le due bombe americana sganciate sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki sappiamo molto.

Un capitolo della storia che fino a oggi, invece, ci era ignoto è la vicenda della nave militare USS Indianapolis e del suo equipaggio.

Durante la guerra la USS si distingue come uno degli incrociatori più veloci e temuti della marina americana e sotto il comando del valoroso ammiraglio Charles Butler McVay (Nicolas Cage) combatte le più importanti battaglie sul fronte del Pacifico.

Nel luglio 1945 a McVay e ai suoi marinai viene affidata una missione top secret: trasportare una delle due bombe atomiche che metteranno fine alla guerra a Tinian. Durante il viaggio di ritorno verso le Filippine, però, la nave viene attaccata da un sommergibile giapponese e affondata.

Vista la segretezza della missione, l’equipaggio della USS viene abbandonato nel mare infestato di squali. Dei 1197 uomini a bordo solo 317 vengono ritrovati ancora in vita.

Per nascondere le proprie colpe agli occhi dell’opinione pubblica, qualche mese dopo il disastro il Governo degli Stati Uniti processa McVay davanti alla Corte Marziale.

La sinossi parla chiaro: la storia dell’USS Indianapolis, se non fosse che è tragicamente vera, sarebbe stata perfetta come materiale narrativo per un film o un romanzo, tra guerra, coraggio e segreti.

Purtroppo si tratta della realtà, e questo non può non colpire chi guarda, spingendolo a riflettere ancora una volta sul numero di vite che furono necessarie per mettere fine alla guerra. continua su

http://paroleacolori.com/uss-indianapolis-un-war-disaster-movie-poco-riuscito-e-retorico/

Roberto Sapienza presenta “Ninni, mio padre”

116 ) Fury

fury

Diamo con orgoglio e gioia il benvenuto all’amico “Polifemo” che fa il suo esordio  nel blog con questa bella recensione.

Il biglietto d’acquistare per “Fury” è : 1) Neanche regalato 2) Omaggio 3) Di pomeriggio 4) Ridotto 5)Sempre

“Fury” è un film del 2015 scritto e diretto da David Ayer con Brad Pitt, Logan Lerman, Shia LaBeouf, Jon Bernthal, Michael Peña, Scott Eastwood, Xavier Samuel, Jason Isaacs, Jim Parrack, Branko Tomovic,Brad William Henke
Fury: vita – si fa per dire – da tanker…

Ci sono molti punti di contatto tra Salvate il soldato Ryan e Fury. Il livello di ferocia nei combattimenti tra americani e tedeschi e la crudeltà reciproca, la spietatezza delle immagini nei dettagli di morte e, ovviamente, la tecnica cinematografica evidenziata dai due registi come, per esempio, la fotografia livida e i cambi di piani nelle riprese delle scene di movimento e dei primi piani degli attori. Il montaggio è molto valido, al punto che in madre patria si è “acchiappato” un premio, Hollywood Film Awards, oltre a diverse nomination.
Anche i protagonisti “non protagonisti” sono molto simili tra loro. In Ryan, l’interprete tecnico di quinto grado Timothy Upham è un passacarte che si trova gettato nel vivo dell’operazione militare più imponente della storia umana dietro le linee tedesche insieme a soldati esperti, alla ricerca di un paracadutista che andava salvato per preservare la stirpe della sua famiglia. In Fury, invece, tocca a al dattilografo Norman Ellison – da appena otto settimane sotto le armi senza aver sparato nemmeno un colpo – sedersi sul posto di aiuto-conducente (lasciato “libero” dal suo predecessore, morto in malo modo nell’ultima missione) in un carro armato M4 comandato dal sergente Don “Wardaddy” Collier e andare a presidiare un incrocio strategico.
La differenza del teatro di guerra è solo geografica tra i due film. Non c’è, infatti, molta difformità tra i paesaggi della Normandia oppure della Germania, anzi: l’assalto dei carri M4 verso una postazione fortificata di cannoni tedeschi ricorda molto l’assalto dei Rangers verso i nidi di mitragliatrice che in Ryan costerà la vita all’infermiere Irwin Wade.
Ma Fury differisce completamente da Ryan per via del carro armato che funziona, in pratica, da mini-teatro. Le scene al suo interno, necessariamente molte, oltre che di semplice combattimento sono anche delle piccole “pieces” teatrali. Molti i primi piani, i giochi di luce inquietanti per tutti i carristi eccetto che per Wardaddy, il capocarro, che essendo seduto vicino alla botola della torretta riceve la luce dall’alto come un soggetto di un dipinto di Vermeer.
Gli attori sono molto diversi tra loro – secondo l’iconografia classica dei combat-film americani – perché ciascuno rappresenta una tipologia differente di essere umano ma tutti tengono bene la tensione drammatica, e claustrofobica, della pellicola. Bella, anche per via del riferimento iconografico “fiammingo”, la scena ambientata nella casa di una donna nel villaggio tedesco appena conquistato. Sembra lunga ma in realtà è articolata in tranches differenti dove tutti gli attori coinvolti offrono una recitazione fatta di semplici stati d’animo più che di parole.
Prima dell’inizio del film una nota ci avverte che i tank americani erano inferiori a quelli tedeschi per corazzatura e armamenti. La riprova sarà la scena d’azione più bella del film, dove il reparto comandato da Wardaddy, se la vedrà con un solo Panzer VI “Tiger”: non rivelo nulla.
Il finale non sorprende ma non è importante: la guerra è una cosa orrenda ma è capace di far compiere azioni incredibili agli uomini che la combattono.
Gli attori principali
Brad Pitt è Don ‘Wardaddy’ Collier, il sergente che comanda il carro armato in modo molto particolare, quasi fosse una nave. Shia LaBeouf interpreta Boyd ‘Bibbia’ Swan: dopo anni passati a fare faccine strane di fronte a camion che diventano robot una prova convincente nei panni di un artigliere che cita la Bibbia a memoria (anche questa una similitudine con il cecchino infallibile di Ryan). Jon Bernthal è Grady ‘Coon-Ass’ Travis, motorista, elettricista e armiere del carro, alquanto coatto e sgraziato. Il conducente del carro è Trini ‘Gordo’ Garcia, interpretato da Michael Peña, che in genere vediamo in panni di ispanico truffaldino ma in questa circostanza è il rassicurante nocchiero del carro verso l’Inferno finale. E, infine, Logan Lerman, che interpreta Norman ‘Macchina’ Ellison. In realtà Macchina sta per Machine, cioè la mitragliatrice, lo strumento di morte che inizialmente non vuole azionare ma che alla fine gli varrà il soprannome. Le uniche figure femminili della pellicola, cioè Alicia von Rittberg e la giovane Anamaria Marinca, hanno concesso spessore nella scena della casa.

A cura di Polifemo.

 

Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci, nonostante tutto”

http://www.ibs.it/ebook/ser/serfat.asp?site=ebook&xy=amiamoci+nonostante+tutto

Vittorio De Agrò e Cavinato Editore presentano “Essere Melvin”

http://www.cavinatoeditore.com

The ticket purchase for “Fury” is: 1) Not even gave 2) Tribute 3) In the afternoon 4) Reduced 5) Always

“Fury” is a 2015 film written and directed by David Ayer with Brad Pitt, Logan Lerman, Shia LaBeouf, Jon Bernthal, Michael Peña, Scott Eastwood, Xavier Samuel, Jason Isaacs, Jim Parrack, Branko Tomovic, Brad William Henke
Fury: life – so to speak – by tanker …

There are many points of contact between Saving Private Ryan and Fury. The level of ferocity in the fighting between the Americans and the Germans and the mutual cruelty, the ruthlessness of the images in the details of death and, of course, the technique shown by the two film directors such as, for example, photography livid and changes of plans in the filming of the scenes movement and close-ups of the actors. Installation is very valid, to the point that in the mother country was “caught” a premium, Hollywood Film Awards, as well as several nominations.
Even the protagonists’ not protagonists “are very similar to each other. In Ryan, the interpreter technician fifth grade Timothy Upham is a rubber-stamping that is thrown into the heart of the military most imposing of human history behind the German lines with experienced soldiers, looking for a paratrooper who was saved to preserve lineage of his family. In Fury, however, it’s up to the typist Norman Ellison – by just eight weeks in the army without having fired a single shot – sit in place help-driver (left “free” from his predecessor, who died in a bad way in the last mission ) in a tank M4 commanded by Sergeant Don “Wardaddy” Collier and going to guard a strategic crossroads.
The difference of the theater of war is only geographic between the two films. There is, in fact, a lot of differences between the landscapes of Normandy or in Germany, or rather: the onslaught of tanks M4 towards a fortified position of German guns resembles the assault of the Rangers to the machine gun nests that Ryan will cost life nurse Irwin Wade.
But Fury differs completely from Ryan because of the tank that works in practice, mini-theater. The scenes inside, many necessarily, beyond that of simple combat are also of small “pieces” theater. Many close-ups, the play of light disturbing for all tank drivers except for Wardaddy, the commander, that being sitting near the hatch of the turret receives light from above as a subject of a painting by Vermeer.
The actors are very different from each other – according to the classic iconography of combat-American movies – because each represents a different type of human being but all hold good dramatic tension, and claustrophobic film. Beautiful, also because of the iconic reference “Flemish”, the scene set in the home of a woman in the German village just conquered. It seems long but is actually divided into different tranches, where all actors involved have made a recitation of simple moods rather than words.
Before the beginning of the film a note warns that the American tanks were lower than those for German armor and weaponry. The proof will be the most beautiful scene of action of the film, where the department controlled by Wardaddy, will face one Panzer VI “Tiger”: do not reveal anything.
The ending is not surprising but it is not important: the war is a horrible thing, but is able to do things incredible men who fight it.
The main players
Brad Pitt is Don ‘Wardaddy’ Collier, the sergeant commanding the tank in a very particular way, as if it were a ship. Shia LaBeouf plays Boyd ‘Bible’ Swan: after years of doing odd smiley faces in front of trucks that robots become a convincing role of a gunner who quotes the Bible by heart (also a similarity with the sniper infallible Ryan). Jon Bernthal is Grady ‘Coon-Ass’ Travis, engineer, electrician and gunsmith wagon, somewhat forced and awkward. The driver of the wagon is Trini ‘Gordo’ Garcia, played by Michael Peña, who typically see in the shoes of Hispanic fraudulent but in this circumstance it is reassuring the helmsman of the wagon into Hell final. And finally, Logan Lerman, who plays Norman ‘Machine’ Ellison. In reality machine stands for Machine, that is, the machine gun, the instrument of death that initially does not want to operate but that eventually earned him the nickname. The only female characters of the film, ie Alicia von Rittberg and young Anamaria Marinca, have given thickness in the scene of the house.