45) Vita da Carlo

“Vita da Carlo” è una serie di Carlo Verdone, Arnaldo Catinari. Con Carlo Verdone, Max Tortora, Monica Guerritore, Anita Caprioli, Filippo Contri. Commedia. Italia. 2021

Recensione:

L’immagine pubblica di Carlo è quella di un uomo generoso e sempre disponibile: a chi gli chiede selfie per strada, autografi negli autogrill, Carlo non si nega mai. Il prezzo di questa costante ribalta è una vita privata estremamente frugale, scandita da ritmi sempre uguali, quasi come una prigione. O una commedia.

Essere Carlo Verdone: pensate che sia un’impresa facile? 365 giorni all’anno, 7 giorni su 7? Dei personaggi famosi, della loro vita pubblica e privata, noi “comuni mortali” vediamo soltanto i lati “positivi” – la fama, il successo, il denaro e le possibilità che questo garantisce.

In realtà far convivere lavoro e famiglia, confrontarsi con i fan e con le loro, talvolta strampalate, pretese e richieste e persino affermare la propria individualità, l’essere persona e non (solo) personaggio non è facile.

Carlo Verdone affronta questi temi, con la consueta dose di ironia, nella serie “Vita da Carlo”, presentata in anteprima alla Festa del cinema di Roma e disponibile su Prime Video dal 4 novembre.

Nell’arco dei dieci episodi – la cui visione è nel complesso leggera e godibile, al netto di qualche criticità narrativa e strutturale – il pubblico si confronta con una versione inedita dell’attore, alle prese con problemi familiari, dubbi esistenziali, scelte professionali difficili e possibilità politiche. continua su

34)Luna Park

“Luna Park” è una miniserie ideata da Isabella Aguilar. Con Simona Tabasco, Lia Grieco, Guglielmo Poggi, Edoardo Coen, Alessio Lapice, Giulio Corso, Tommaso Ragno, Milvia Marigliano, Mario Sgueglia. Drammatico. Italia. 2021-in produzione

Recensione:

La parola Luna Park rievoca in me felici ricordi, legati alla mia infanzia e adolescenza e alla mia famiglia. I miei “poveri” genitori erano costretti a fermarsi in qualsiasi fiera con giostre esistente, per soddisfare i capricci di quel figlio che mal sopportava, invece, i musei e le città d’arte.

Per me, Luna Park significava gioia, stupore, divertimento, magia. Una meravigliosa pausa da una realtà spesso noiosa e ripetitiva. Da teledipendente, invece, mi vengono in mente i pre-serali di Rai1 degli anni ‘90, condotti da personaggi del calibro di Pippo Baudo e Mara Venier.

Questa personale divagazione era necessaria per rendervi partecipe de mio sincero rammarico da attempato recensore nel dover associare, da oggi, a questa bella parola anche un senso di noia e inutilità. Sono queste le sensazioni dominanti, dopo aver visto i sei episodi della miniserie ideata e scritta da Isabella Aguilar.

Dispiace vestire nuovamente i panni del guastafeste, criticando senza remore un progetto Netflix, e per giunta italiano, ma mi è oggettivamente impossibile elogiare qualcosa dove non ho compreso la linea narrativa, l’evoluzione dei personaggi, il senso.

“Luna Park” è una serie priva di riferimenti di genere, indicazioni stilistiche, identità. Sei ore di ibrido pasticciato. Thriller, dramma, melò si mescolano in una sceneggiatura priva di mordente, che lascia lo spettatore freddo e distaccato. E questo nonostante una vera e propria montagna russa di colpi di scena e cambi di registro.

La ricostruzione storica, quanto meno, è attenta, e lo sforzo produttivo importante si vede (l’Italia degli anni ’60 rivive nei costumi e nelle scenografie). continua su

86) Voci Capitoline ( Sabrina Sciabica)

“Voci Capitoline” è una raccolta di racconti scritta da Sabrina Sciabica e pubblicata da L’Erudita Editore nel Febbraio 2019.

Sinossi:
Le Voci capitoline sono venti reportage sulla vita quotidiana in una delle più antiche e immense città del mondo: uno sguardo rapido e fulmineo, una narrazione di mondi possibili, personaggi realmente incontrati ed episodi accaduti. Questi screenshot metropolitani possono essere letti anche singolarmente o in un ordine diverso da quello presentato. Essi offrono uno spaccato della società con_ temporanea e hanno, come argomento e sfondo comune, la città eterna. Alcune storie sono realistiche, basate su incontri e scontri sui mezzi pubblici, altre invece partono da fatti e atmosfere concreti per arrivare a situazioni surreali, corrispondenti a sogni o desideri dei personaggi che animano questo teatro fantastico che è la vita. Racconti ironici e comici si susseguono a quelli più riflessivi e malinconici, catturando così il lettore in un multiforme vortice emozionale. Con uno stile ironico e mai banale, Sabrina Sciabica ci fa viaggiare sulle montagne russe di una vita selvaggia che è quella della Roma odierna.
Recensione:
Roma caput mundi.
Roma città eterna.
Roma capoccia
Roma ed ancora Roma.
Quanti autori, poeti, cantanti, filosofi hanno provato nel corso dei secoli a raccontare, catturare, rappresentare l’anima più intima e sfuggevole di questa città?
Tanti per dire troppi, illudendosi d’aver trovato la giusta ispirazione per questa impossibile missione artistica
Quando paradossalmente sarebbe stato più efficace lasciarsi guidare dalle semplici emozioni ed esperienze personali
È quello che ha fatto con bravura ed intelligenza Sabrina Sciabica scrivendo la convincente e poetica raccolta di racconti “Voci capitoline”.
Sabrina Sciabica, dopo il brillante esordio letterario de “L’Imbarcadero per Mozia”, omaggia la sua città d’azione firmando 20 racconti/reportage capaci d’emozionare, coinvolgere e far sorridere il lettore.

In ogni racconto viviamo e vediamo Roma attraverso gli occhi e sensazioni del personaggio sempre diverso, particolare e mai banale
“Voci capitoline” è una lettura piacevole, intrigante, divertente, magica in cui sono mescolati con sagacia ed armonia ricordi personali dell’autrice ad altri passaggi di pura finzione dando vita ad un ‘inedita visione e rilettura della città eterna.
Sabrina Sciabica si conferma un ‘autrice creativa, poliedrica oltre che dotata di uno stile narrativo elegante, intenso quanto diretto e comprensibile.
“Voci capitoline” è una raccolta che vi scalderà il cuore e la mente facendovi conoscere e amare in modo diverso grazie alla bella penna della sensibile osservatrice  Sabrina.

38) La Fuga

“La Fuga” è un film di Sandra Vannucchi. Con Donatella Finocchiaro, Filippo Nigro, Lisa Ruth Andreozzi, Madellena Halilovic, Andrea Atzei. Drammatico, 80′. Svizzera, Italia 2017

Sinossi:

Una ragazzina di undici anni di nome Silvia vive schiacciata dalla depressione clinica della madre. Quando capisce che nessuno potrà aiutarla a esaudire il sogno di visitare Roma, Silvia scappa con l’intenzione di vedere la città da sola. Sul treno incontra Emina, una ragazza rom, e decide di seguirla per le strade della capitale.

Recensione:

Quante volte, da bambini, arrabbiati con i nostri genitori abbiamo pensato di scappare di casa o desiderato di poter cambiare famiglia? Quante volte, da adolescenti, abbiamo fantasticato di lasciarci tutto alle spalle per vivere una vita o quanto meno una giornata memorabile, lontani dai rimproveri di mamma e papà?

Visto quanto possano rivelarsi precari gli equilibri familiari, potremmo andare avanti all’infinito con questo elenco di “quante volte”.

“La fuga”, opera prima di Sandra Vannucchi, racconta in modo semplice, sincero ma incisivo il disagio vissuto dalla protagonista Silvia (Andreozzi) davanti allo stato depressivo cronico della Giulia (Finocchiaro). Silvia è una ragazzina tranquilla, giudiziosa, studiosa, ma è pur sempre una ragazzina che vorrebbe essere amata, coccolata e seguita dai genitori.

Il film racconta altresì la storia di un’inaspettata, sincera e profonda amicizia, quella tra Silvia e la coetanea Emina (Amatovic), di etnia rom. Questo permette allo spettatore di conoscere meglio una realtà discussa come quella dei rom a Roma, attraverso lo sguardo ingenuo e libero da pregiudizi della protagonista.

Nonostante “La fuga” sia una pellicola low budget, spicca per la qualità della scrittura, per la ricchezza emozionale trasmessa attraverso una struttura narrativa puntuale, funzionale quanto avvolgente, e per la bravura del cast. continua su

http://paroleacolori.com/la-fuga-alla-scoperta-di-una-roma-diversa-pera-prima-di-sandra-vannucchi/

13) Il Primo Re

“Il Primo Re” è un film del 2019 diretto da Matteo Rovere, scritto da Matteo Rovere, Filippo Gravino, Francesca Manieri, con : Alessandro Borghi, Alessio Lapice, Fabrizio Rongione, Tania Garribba, Massimiliano Rossi, Michael Schermi, Vincenzo Crea, Max Malatesta, Vincenzo Pirrotta, Lorenzo Gleijeses, Antonio Orlando, Florenzo Mattu, Martinus Tocchi.
Sinossi:
Il Primo Re, il film di Matteo Rovere, vede protagonisti Romolo (Alessio Lapice) e Remo (Alessandro Borghi), due fratelli gemelli che vivono in pace, allevando le loro pecore.
Travolti da una spettacolare piena del fiume Tevere, vengono catturati, assieme ad altri – dai crudeli guerrieri di Alba Longa.
Grazie alla loro astuzia e alla loro forza, riescono a fuggire assieme agli altri prigionieri, portando con loro una vestale (Tania Garribba) e il Sacro Fuoco che custodisce.
Da quel momento in avanti, con Romolo gravemente ferito, dovranno lottare per la sopravvivenza, attraversando foreste oscure e affrontando feroci nemici. E dovranno fare i conti con un Destino divino che metterà i due fratelli di fronte a scelte difficili e a confrontarsi con la loro voglia di esercitare il libero arbitrio. Fino al raggiungimento delle sponde del Tevere, e alla fondazione di una nuova civiltà. Dal loro sangue nascerà una città, Roma, il più grande impero che la Storia ricordi. Un legame fortissimo, destinato a diventare leggenda.

Recensione:
Matteo Rovere è indubbiamente una persona “coraggiosa” nell’intraprendere costantemente nuovo sfide produttive ed artistiche scontrandosi contro le logiche commerciali dominanti.
Se poi al coraggio dell’uomo uniamo la creatività autoriale e lungimiranza produttiva allora è “quasi” scontato sottolineare come Matteo Rovere abbia vinto pienamente la sua scommessa realizzando “Il Primo Re”.
Ma qualè metro di giudizio e paragone dobbiamo utilizzare per questa pellicola? .
E’ indispensabile fare questa premessa, a nostro parere, donde evitare equivoci intellettuali e soprattutto “alimentando” vane e fuorvianti attese nello spettatore.
Se dovessimo valutare “Il Primo Re” nell’esclusivo quanto limitante panorama cinematografico italiano , il nostro giudizio sarebbe davvero semplice quanto immediato :
“ Il Primo Re è uno straordinario colpo di vitalità del cinema italiano nel dimostrare come sia ancora possibile realizzare un film di “genere” .
Oltre a stupire e sconvolgere positivamente lo spettatore con numerose scene di combattimento davvero credibili quanto efferate.
Gli sceneggiatori del “Il Primo Re” sono stati abili quanto bravi nell’ unire, mescolare tematiche così difficili quanto opposte : il mito, azione e religione . Firmando una sceneggiatura potente, solida, suggestiva e permettendo allo spettatore diverse quanto corrette letture ed interpretazioni su quanto visto, sentito e percepito.
La stessa “ardita” scelta d’utilizzare” il “protolatino” come strumento di comunicazione e dialogo tra gli attori imponendo un duplice e gravoso sforzo recitativo e professionale agli interpreti e soprattutto lo sforzo allo spettatore di dover leggere sottotitoli per oltre due ore, è complessivamente “vinta” oltre a garantire un salto di qualità e profondità narrativa al progetto stesso.
“Il Primo Re” non soltanto conferma il talento e poliedricità recitativa di Alessandro Borgi nel ruolo del rude, potente e carismatico Remo, ma accende meritamente i riflettori sugli altri due interpreti principali: Alessio Lapice (Romolo) e Tania Garibba (la mistica quanto fascinosa vestale Satnei), altrettanto credibili, valorosi , talentuosi e dotati di una significativa presenza scenica.
Matteo Rovere riadatta con il proprio stile ed idea di cinema tre film “cult” del calibro di “Apocalypto” di Mel Gibson, “Revenant” di Inarritu ed infine “Silence” di Martin Scorsese, mettendo in scena un film che complessivamente non “sfigura” con questi tre “mostri sacri” del cinema internazionale.
Ma se volessimo “superare” il perimetro italico e valutare “Il Primo Re” , come giustamente merita, inserendolo in una cornice internazionale?
Allora, caro lettore, qualche problema e criticità sono opportune oltre che doverose evidenziarle.
“Il Primo Re” è un film visivamente bello (davvero magistrale la fotografia del Maestro Daniele Ciprì) quanto però freddo e solamente a tratti davvero coinvolgente ed avvolgente.
“Il Primo Re” appare drammaturgicamente come una “fusione fredda” di più generi avendo voluto soddisfare esigenze autoriale ed interessi commerciali, alla lunga difficilmente compatibili.
L’impianto narrativo risulta così diviso in due netti e chiari tronconi:

http://www.nuoveedizionibohemien.it/index.php/appuntamento-al-cinema-73/?fbclid=IwAR2sVh55655kraGM-3o5jNOH6sZguZooESxYx-K0P2X6fantZXu_j5pAKt4

219) Nero a Metà

“Nero a Metà” è una serie diretta da Marco Pontecorvo. Con Claudio Amendola, Miguel Gobbo Diaz, Fortunato Cerlino, Rosa Diletta Rossi, Alessandro Sperduti, Margherita Vicario, Sandra Ceccarelli, Alessia Barela, Antonia Liskvova, Angela Finocchiaro, Roberto Citran.

Sinossi:

Neanche il tempo di salutare, con rammarico, gli amati Bastardi di Pizzofalcone che mamma Rai propone al suo pubblico, forse per evitargli una possibile astinenza da crime, una nuova serie: “Nero a metà”.

Recensione:

Dalla bella e ricca Napoli si ritorna a Roma, precisamente nel multietnico quartiere Monti, dove operano l’ispettore Carlo Guerrieri (Amendola), cinico ma fortemente legato alla figlia Alba, e la sua squadra. Gli equilibri cambiano quando in commissariato arriva un nuovo collega, Malik Soprani (Diaz), trentenne di colore, perfettino e modaiolo.

Ma attenzione, come hanno voluto ribadire in conferenza stampa prima Tinni Andretta, direttore Rai Fiction, e poi il regista Marco Pontecorvo, lo spettatore non deve aspettarsi una serie tutta costruita sul contrasto umano e professionale tra i due protagonisti.

“Nero a metà”, infatti, è un progetto più complesso, prima di tutto tematicamente, che vuole cercare di combattere i pregiudizi mostrando, con ironia, come in ogni persona – bianca, nera, ricca, povera – possano nascondersi dei lati oscuri.

Claudio Amendola torna a indossare i panni di un tutore dell’ordine in una serie dopo l’esperienza di “Tutti per Bruno” (2010). Questa volta, però, il suo personaggio è più sfaccettato, coraggioso e carismatico ma con diversi scheletri nell’armadio.

La serie – basata su una sceneggiatura originale e non, come spesso accade, su romanzi di successo – si propone di portare lo spettatore alla scoperta di una Roma inedita, attraverso storie e casi ispirati all’attualità e alla cronaca nera degli ultimi anni.

Dopo aver visto in anteprima la lunga puntata pilota (questa dura ben 130′, mentre gli altri episodi staranno sui classici 50′), volendo evitare ogni forma di spoiler, posso anticiparvi che il mio giudizio è un ni, con riserva. continua su

http://paroleacolori.com/nero-a-meta-in-onda-sui-rai-1-la-serie-crime-con-claudio-amendola/

133) 2 Night

Il biglietto da acquistare per “2night” è:Neanche regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto (con riserva). Sempre.

Un film di Ivan Silvestrini. Con Matilde Gioli, Matteo Martari, Giulio Beranek. Drammatico, 74′. Italia, 2016

Nel 2017 è ancora possibile essere romantici? Un uomo e una donna possono parlarsi e conoscersi, prima di portare il rapporto su un piano fisico, oppure tutto ormai inizia con il sesso? Ma soprattutto, i più giovani sanno ancora parlare con il cuore oppure seguono solo l’istinto?

Tranquilli, non vogliamo iniziare un dibattito su cosa sia meglio tra l’edonismo imperante nella nostra società e la ricerca di spiritualità new age che molti, almeno sulla carta, dicono di cercare. Sono solamente riflessioni sparse dopo aver visto “2night” di Ivan Silvestrini.

Un film remake di un successo israeliano, girato in appena dodici giorni, con una produzione low budget, che ha il merito di raccontare con credibilità, semplicità e bravura come funzionino i rapporti sociali e sentimentali tra un uomo e una donna oggi.

È notte. In una discoteca romana due sconosciuti si incontrano e si attraggono. continua su

http://paroleacolori.com/2night-due-sconosciuti-un-automobile-la-notte-romana/

112) East End

Il biglietto da acquistare per “East End” è: 1)Nemmeno regalato; 2)Omaggio; 3)Di pomeriggio; 4)Ridotto; 5)Sempre (con riserva).

Un film di Luca Scanferla, Giuseppe Squillaci. Animazione, 85′. Italia 2016

Roma – Lazio non è solamente una partita di calcio, come dichiarò incautamente il tecnico Zdenek Zeman qualche anno fa alla vigilia di una gara – poi persa malamente.

Roma – Lazio è un derby che dura tutto l’anno, nelle case, nelle scuole, nei bar e soprattutto nelle radio della capitale.

Solamente chi vive o ha vissuto nella città eterna può comprendere fino in fondo che cosa significa vincere un derby per un romanista o un laziale. Perché la fede calcistica si sceglie sin da bambini, è una cosa per la vita.

Adesso, grazie al divertente e originale “East End”, Roma – Lazio diventa anche un caso internazionale che vede coinvolti niente meno che gli Stati Uniti, la Cia e la Nasa.

Che cosa lega l’attività della Cia contro il terrorismo islamico e l’attesa spasmodica di un gruppo di ragazzi per il derby?

Luca Scanferla e Giuseppe Squillaci, in arte Skanf & Puccio firmano una sceneggiatura divertente, ironica, dissacrante e pungente, che non cade mai in eccessi narrativi o luoghi comuni. continua su

http://paroleacolori.com/east-end-tentativo-di-cartoon-politicamente-scorretto/

Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci, nonostante tutto”

101) Sotto un Cielo Azzurro

“Sotto un Cielo Azzurro” è uno spettacolo teatrale scritto e diretto da Mariella Pizziconi, con: Veronica Milaneschi, Simona Ciammaruconi, Veronica Cinque, Monica Cecchini, Lavinia Origoni, Lorenzo Benvenuti, Sara Persichetti.
“Sotto un Cielo Azzurro” è andato in scena fino al 23 aprile al teatro “Lo Spazio” di Roma.
Esistono delle date che rimangono impresse in modo indelebile nella memoria di una persona per il verificarsi di avvenimenti dolorosi, felici, unici.
Una data che per l’uomo ha un valore emozionale, per una città ed un’intera comunità ha assume un significato storico.
Il 19 luglio 1943 è per la città di Roma, il giorno del dolore, del sangue e dell’orrore.
Recita così al riguardo Wikipedia”
Il primo bombardamento di Roma avvenne il 19 luglio del 1943, durante la seconda guerra mondiale, ad opera di bombardieri statunitensi delle forze aeree alleate del Mediterraneo, guidati dal generale James Doolittle.
L’attacco, sferrato la mattina da quasi trecento bombardieri pesanti quadrimotori Boeing B-17 Flying Fortress e Consolidated B-24 Liberator e nel pomeriggio da altri duecento bombardieri medi, incontrò solo una debole resistenza; la città di Roma subì pesanti danni materiali e le perdite umane furono numerose. Il bombardamento di Roma fece grande scalpore ed ebbe importanti conseguenze militari e soprattutto politiche…
Dopo un triennio di ipotesi intorno all’inserimento della capitale italiana nel novero degli obiettivi aerei alleati[3], San Lorenzo fu il quartiere più colpito dal primo bombardamento degli Alleati mai effettuato su Roma, insieme al Tiburtino, al Prenestino, al Casilino, al Labicano, al Tuscolano e al Nomentano.
Le 4.000 bombe (circa 1.060 tonnellate) sganciate sulla città provocarono circa 3.000 morti e 11.000 feriti, di cui 1.500 morti e 4.000 feriti nel solo quartiere di San Lorenzo[4].
Al termine del bombardamento papa Pio XII si recò a visitare le zone colpite, benedicendo le vittime sul Piazzale del Verano.
Benché tra i soccorritori morti (morirono ventiquattro vigili del fuoco) vi fosse anche il comandante dei carabinieri generale Azzolino Hazon, fedelissimo monarchico che era accorso sul posto, la limousine di Vittorio Emanuele III fu fatta oggetto di sassate e di grida ostili che gli consigliarono un rapido dietro-front mentre un coro di donne gli gridava: “non vogliamo le vostre elemosine, vogliamo la pace, fate la pace”
Questo è il “freddo” e tragico” resoconto cronistico dei fatti sconvolsero la città eterna, ma che cosa provarono, come reagirono gli abitanti dei quartieri colpiti, e in particolare quelli di San Lorenzo?
Mariella Pizziconi risponde a queste nostre domande, scrivendo una drammaturgia semplice quanto potente e avvolgente sul piano umano ed emotivo portando lo spettatore indietro nel tempo fino a quella fatidica data, mostrandogli come i Romani, convinti che la presenza del Vaticano e del Papa fossero una garanzia d’incolumità, non fossero preparati a tale sciagura.
Era una giornata d’estate caldissima, a Roma non si respirava, così una mamma (Milaneschi) decide di portare i propri figli ad Ostia, anche per non fargli pesare l’assenza del padre impegnato da tempo al fronte.
La guerra ha portato via tutti gli uomini, in città sono rimasti vecchi, donne e bambini inseguiti dalla paura e dall’angoscia per un conflitto che li ha ridotti alla povertà e alla fame.
Nel quartiere di San Lorenzo ci si sforzava di vivere una vita “normale”. Come ogni giorno apriva il banco di frutta e verdura, sempre meno fornito, i cantastorie si aggiravano per le strade sperando di guadagnarsi la giornata.
Mussolini non è più l’uomo della Provvidenza, ma colui che ha trascinato un Paese verso il baratro.
Eppure i Romani erano sicuri che mai gli Alleati avrebbero bombardato la città, perché c’era il Papa a proteggerli.
Il 19 luglio 1943 è una ferita ancora aperta per Roma e soprattutto per il quartiere di San Lorenzo. Tanti innocenti persero la vita a causa dei bombardamenti indiscriminati degli americani.
Sul palco si alternano le toccanti e commoventi testimonianze dei sopravvissuti che rievocano quel giorno, rese vive dall’ intense e convincenti performance di ogni singolo attore o attrice.
Svetta però su tutti, la straordinaria, magnetica e profonda interpretazione di Veronica Milaneschi che con talento e sensibilità fa rivivere in modo credibile e reale i dolori e la disperazione della giovane madre per la perdita dei figli sotto le macerie.
“Sotto un cielo azzurro” è un tributo alla memoria dei caduti, un omaggio alla città eterna che è stata capace di rialzarsi e soprattutto un monito per il futuro affinché ciò non si ripeta più.
Sperando, visti i tempi, che oggi la presenza del Papa non sia uno svantaggio piuttosto che una sicurezza.

Roberto Sapienza presenta “Ninni, mio padre”

56) Il Maestro delle Ombre ( Donato Carrisi)

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“Il Maestro delle Ombre” è un romanzo scritto da Donato Carrisi e pubblicato il 1 dicembre 2016 da Longanesi Editore.

Quando hai la fortuna d’incontrare una bella donna, dentro di te si scateno tante emozioni: eccitazione, curiosità, desiderio di conoscerla, il tuo cuore aumenta in modo esponenziale i propri battiti.
Sono emozioni oserei dire naturali di fronte alla scoperta di una bellezza che sconvolge la tua vita e i parametri di Paradiso in cielo.
Anche se potrà apparirvi eccessivo come paragone, ma quando mi capita di leggere il romanzo di un autore magari già famoso per il resto del mondo, ma non per il sottoscritto, è di rimanerne travolto dal talento, dalla fluidità della scrittura e soprattutto nell’abilità nel trascinarmi completamente dentro la storia, provo le stesse forti emozioni.
Questa più che recensione è una dichiarazione d’amore letterario nei confronti dello scrittore Donato Carrisi, che conoscevo solamente da spettatore avendolo visto all’opera come bravo conduttore televisivo su Rai Tre.
La sua fama come autore di romanzi gialli, mi era nota, avendo letto sul web e sui giornali le recensioni entusiastiche dei critici e soprattutto di semplici lettori.
Così nella mia ormai famosa lista di libri natalizi avevo deciso di aggiungere anche il suo ultimo romanzo, deciso finalmente di conoscere e soprattutto verificare il talento conclamato di Carrisi.
Ebbene, dopo aver letteralmente “divorato” in pochi giorni “Il Maestro delle Ombre” posso solamente aggiungere, a quanto già scritto e detto sull’autore pugliese, che Donato Carrisi merita pienamente questi consensi e a mio avviso va collocato tra i grandi giallisti stranieri come Grisham e Patricia Cornwell dei primi tempi.
Donato Carrisi con “Il Maestro delle Ombre” conduce il lettore in una Roma moderna, ma nello stesso gotica, sconosciuta ed inquietante.
Non è la Roma di Suburra o di “Romanzo Criminale”, non è sporcata, infettata dalla criminalità, bensì l’autore accende il faro sull’anima della città, che ormai sembra destinata alla perdizione eterna.
Scrivi Roma e pensi al Vaticano e quanto paradossalmente nel cuore del cristianesimo, possano esserci forze maligne ed occulte all’interno della stessa Chiesa, capaci di negare ed annullare la parola di Dio.
Carrisi immagina una Roma al buio non solamente letterale a causa di un blackout elettrico improvviso, ma quanto piuttosto di un buio esistenziale e morale, in cui personaggi ufficialmente irreprensibili e rispettabili si muovono per sovvertire l’ordine secolare della Chiesa, manipolate e sedotte dall’ambizione e dal fascino di un male non tanto di stampo luciferino quanto piuttosto intimistico ed esistenziale.
Leggendo “Il Maestro delle Ombre” il lettore non potrà non ritrovare riferimenti cinematografici a pellicole come “Il giorno del giudizio”, “Il Silenzio degli Innocenti” trovando nelle pagine continui colpi di scena e un crescente pathos e costante ritmo narrativo, abilmente costruiti e sviluppati dalla sapiente penna dell’autore.
Marcus è un penitenziere, l’ultimo dei preti appartenenti all’ordine segreto che risponde al Tribunale delle Anime. È un cacciatore del buio, un investigatore dell’oscurità che indaga sulle scene dei delitti a nome del Vaticano per risolvere, con le sue incredibili capacità d’osservazione e deduttive, i casi che altrimenti rimarrebbero senza colpevole. All’inizio del romanzo si trova nudo e ammanettato in una sorta di prigione-tomba, senza ricordare nulla su come sia finito lì o su chi l’abbia gettato in quel pozzo tenebroso. Scampato miracolosamente ad una morte per inedia, l’unico indizio che trova è un biglietto, scritto di suo pugno ma del quale non ha memoria: Trova Tobia Frai, si legge, ed il riferimento è a un bambino scomparso anni prima e mai ritrovato, né vivo né morto. Come scoprire qualcosa di più, in una città immersa in un nuovo Medioevo? Marcus non fa in tempo a mettersi all’opera che viene contattato per un altro incarico: il cardinale Erriaga vuole che sia lui a nascondere le tracce della morte del vescovo Gorda, apparentemente deceduto a causa di un gioco erotico finito male. Quello che scoprirà il penitenziere, però, cambierà totalmente la situazione.
Anche Sandra Vega dovrà risolvere un mistero. La fotorilevatrice che in seguito ai lutti subiti nei libri precedenti aveva deciso di abbandonare il lavoro sul campo per passare ad una mansione d’ufficio, viene infatti chiamata nella sezione operativa allestita per l’emergenza blackout; la sera prima è stato ritrovato un telefonino contenente un video di inaudita violenza, un’eucaristia blasfema e raccapricciante accompagnata da una sinistra preghiera: “Il Signore delle ombre cammina con me”. Vega acconsente ad occuparsi del caso solo perché l’unico indizio che hanno sull’assassino è una goccia di sangue dovuta a epistassi, la stessa patologia di cui soffre Marcus (che Sandra ha conosciuto negli altri volumi della serie).
Un romanzo che presenta un impianto narrativo composto da diverse sotto storie altrettanto forti, coinvolgenti e torbide.
Il lettore segue con il fiato sospeso la lunga notte romana in compagnia di Marcus e Sandra alla ricerca della verità e della soluzione dei misteri di un’indagine, che neanche con l’arrivo dell’alba e della provvidenziale luce serviranno a svelare completamente.
Il finale, forse la parte meno riuscita del romanzo, consegna comunque al lettore solo delle parziali risposte e lasciando aperti tanti interrogativi per un prossimo romanzo, fin da ora già atteso dal sottoscritto e dai fan di Carrisi.