93) Beautiful Boy (David Sheff)

“Beautiful boy” è un romanzo scritto da David Sheff e pubblicato da Sperling & Kupfer nel Gennaio 2019

Sinossi:
“Perché il mio meraviglioso ragazzo si è perso? Che cosa è successo alla mia famiglia? Dove ho sbagliato?” Sono le laceranti domande che hanno ossessionato David Sheff in ogni istante dello straziante viaggio nella tossicodipendenza del figlio Nic e nel difficile percorso verso la guarigione. Beautiful Boy è un memoir spietatamente sincero, scritto con il cuore e con le lacrime di un padre che ama disperatamente un figlio per il quale sembra non esserci speranza. Prima dell’incontro con la droga, Nic era un ragazzo fantastico, il figlio che ogni genitore vorrebbe: allegro e simpatico, studente modello, campione nello sport e adorato dai fratellini. Ma le metamfetamine lo rendono un relitto tremolante “con due buchi neri al posto degli occhi” che non fa che mentire, rubare, scappare di casa. David Sheff ci racconta i primi segnali d’allarme, le bugie, le telefonate alle tre del mattino (sarà Nic? la polizia? l’ospedale?), i tentativi di disintossicazione, le ricadute. Lo stato di continua preoccupazione diventa per lui, a sua volta, una forma di dipendenza; panico, ansia e stress incessanti richiederanno un prezzo altissimo. Eppure non si è mai arreso e, da buon giornalista, ha istintivamente sondato e percorso ogni strada possibile per salvare il figlio.
Recensione:
Perché una persona incomincia a fumare, bere o financo drogarsi?
Perché un individuo diviene schiavo dei propri vizi?
Esistono particolari condizioni genetiche, sociali, culturali nel determinare una qualsiasi dipendenza?
L’uomo della strada vedendo, leggendo ascoltando drammatiche e sempre più tragiche storie di giovani vite spezzate dalla droga si pone questi ed altri quesiti. Cercando una spiegazione, giustificazione o se preferite una vana rassicurazione affinché simili disgrazie non si verificano nelle proprie famiglie.
Alla luce di questi legittimi dubbi e soprattutto crescenti paure è quanto mai opportuno leggere con grande attenzione lo scioccante , sincero ed a tratti brutale “resoconto” della “via crucis” vissuta dallo scrittore David Sheff quando scoprì che il suo amato primo genito Nic divennne un tossicodipendente.
“Beautiful boy” è un racconto lacerante, duro, spietato in cui il narratore, suo malgrado, è parte integrante di una storia iniziata con un doloroso e conflittuale divorzio di una giovane coppia e successivamente con l’aspra battaglia legale per l’affido del figlio.
È stato dunque il divorzio dei genitori e il conseguente affido congiunto quanto alternato a spingere il piccolo Nick verso la droga?
È lo stesso Sheff ad interrogarsi più volte su come sia stato possibile che il suo bello, sensibile ed intelligente figlio Nick abbia intrapreso questo percorso autodistruttivo.
“Beautiful boy” fa venire meno i luoghi comuni o pregiudizi basati sull’importanza di una famiglia solida e presente come argine alle possibili tentazioni negative dei figli.
Infatti Nick, nonostante il divorzio, può contare sull’amore e comprensione d’entrambi i genitori e dei rispettivi nuovi compagni di quest’ultimi.
Nonostante le ideali condizioni affettive ed ambientali, il ragazzo inizia a “perdersi” lentamente quanto inesorabilmente complice amicizie sbagliate a scuola o per lo stupido desiderio d’emulazione o curiosità.
La “parabola” discendente di Nic travolge tutto e tutti spingendo vicino al baratro lo stesso Sheff incapace di proteggersi emotivamente e fisicamente da questo costante e crescente dolore.
“Beautiful boy” è un viaggio nell’inferno della droga vissuto attraverso gli occhi di un padre nonché giornalista, consentendo così al lettore d’entrare completamente dentro la storia respirandone i rari momenti “buoni” e le tante rovinose “cadute” di Nick e le nefaste conseguenze sulla sua famiglia.
Il lettore “scopre” il costoso e variegato mondo dei centri di recupero popolati da decine di migliaia di uomini e donne di differenze ceto sociale con la vita devastata dall’utilizzo di droga ed alcool.
David Sheff con maestria, umanità e creatività alterna all’interno della struttura narrativa passaggi di divulgazione scientifica e giornalistica ad altri di carattere personale e familiare trovando così un perfetto equilibrio drammaturgico ed apprezzabile scelta di toni. Evitando cadute retoriche e/0 melense oltre a mantenere vivo e forte fino alla fine la partecipazione ed interesse del lettore,
Leggendo “Beautiful Boy” non si potrà non voler bene a Nic tifando e sperando che ogni recupero sia quello definitivo e liberatorio anche per il povero David.
“Beautiful boy” è una lettura interessante, toccante oltre che indispensabile per ogni genitore attuale o futuro affinché il monito o se preferite guida della sofferenza provata e vissuta da David e Nick possa risparmiare ad altri analoghe esperienze.

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92) Blue My Mind -Il Segreto dei Miei Anni

Il biglietto da acquistare per “Blue my mind – Il segreto dei miei anni” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio (con riserva). Ridotto. Sempre.

” Blue My Mind ” è un film di Lisa Brühlmann. Con Luna Wedler, Zoë Pastelle Holthuizen, Regula Grauwiller, Georg Scharegg. Drammatico, 97′. Svizzera, 2017

Sinossi:

Proprio al finire delle vacanze estive la quindicenne Mia trasloca con i genitori alle porte di Zurigo. Sentendosi da sempre estranea ai suoi genitori, si ritrova spesso a chiedere se è stata adottata ma la madre, seppur offesa dalle illazioni, non risponde. Mentre Mia si butta in una selvaggia adolescenza cercando di fronteggiarla, il suo corpo comincia a cambiare in modo strano. All’inizio in modo poco percettibile, ma successivamente con una veemenza che la manda fuori di testa. Nella sua disperazione, cerca di anestetizzarsi con sesso e droghe, sperando di fermare questo fiume in piena che la sta travolgendo. Ma la natura è più forte. La trasformazione di Mia prosegue inesorabile, facendola diventare quell’essere che è per anni si è assopito dentro di lei… e ora sta prendendo il comando.

Recensione:

Sopravvivere all’adolescenza senza portarsi dietro traumi o ricordi dolorosi è una vera impresa per chiunque. Ma se sei una ragazza emotivamente fragile, che si vede come “un mostro”, distante dai compagni, in conflitto perenne con i genitori l’esperienza può essere ancora più delicata e provante.

“Blue my mind – Il segreto dei miei anni” di Lisa Brühlmann, vincitore del premio Taodue “Camera d’oro” ad Alice nella città, affronta il tema della crescita in un’insolita chiave fantasy, ma quello che in realtà distingue davvero il film dalle decine di altri sullo stesso argomento sono due aspetti.

Prima di tutto la sceneggiatura, originale, ben scritta, mai scontata, attenta nel delineare e approfondire il carattere, la psicologia e le emozioni della protagonista Mia e degli altri personaggi. La seconda parte è forse un po’ troppo caotica e dispersiva, ma comunque la storia e la costruzione di quest’ultima sono un punto di forza del film.

Il secondo elemento per cui “Blue my mind – Il segreto dei miei anni” spicca è sicuramente la giovane Luna Welder, che regge senza timore, quasi da sola, il peso del film, mostrando una straordinaria naturalezza, grande carisma e tranquillità, e in generale un enorme potenziale. continua su

“Blue my mind – Il segreto dei miei anni”: originale percorso di formazione in chiave fantasy

90) Lena e La Tempesta ( Alessia Gazzola)

“Lena e la Tempesta” è un romanzo scritto da Alessia Gazzola e pubblicato da Garzanti nel Maggio 2019.

 

Sinossi:

Si dice che ciascuno di noi, nel corso della propria vita, accumuli in media tredici segreti. Di questi, solo cinque sono davvero inconfessabili. Lena ne ha soltanto uno, ma si fa sentire dentro come se ne valesse mille. E per quanto si sforzi di dimenticarlo, è inevitabile per lei ripensarci mentre dal traghetto scorge l’isola di Levura, meta del suo viaggio. Levura, frastagliata e selvaggia, dove ha passato le estati indimenticabili della sua giovinezza. Dove non ha più rimesso piede da quando aveva quindici anni. Da quando ogni cosa è cambiata. Ora suo padre le ha regalato la casa di famiglia e lei ha deciso di affittarla per dare una svolta alla sua esistenza. Perché si sente alla deriva, come una barca persa tra le onde. Perché il suo lavoro di illustratrice, che ama, è ad un vicolo cieco. Lena non sarebbe mai voluta tornare a Levura, non sarebbe mai voluta tornare tra quelle mura. Ma è l’unica possibilità che ha. Mentre apre le finestre arrugginite e il vento che sa di mare fa muovere le tende, i momenti trascorsi dell’ultima vacanza lì riaffiorano piano piano: le chiacchierate, gli schizzi d’acqua sul viso, le passeggiate sulla spiaggia. E insieme il ricordo di quel giorno impresso a fuoco nella sua mente. II suo progetto è quello di stare sull’isola solo qualche giorno, trovare degli affittuari e ricominciare altrove tutto quello che c’è da ricominciare. Eppure nulla va come aveva immaginato. Lena non sa che quei giorni che abbronzano il suo viso chiaro e delicato saranno per lei molto di più. Ancora non sa che ci si può proteggere dalle emozioni con una corazza, ma c’è sempre qualcuno pronto a scalfirla, come Tommaso l’affascinante ragazzo che giorno dopo giorno la aiuterà a capire chi vuole essere davvero. Non sa che la verità ha mille sfumature. Che nulla è davvero inconfessabile perché la colpa spesso non è dove credevamo che fosse.

Recensione:

“Tanto rumore per nulla” direbbe il buon Shakespeare .

“La montagna ha partorito il topolino” se preferite invece la saggezza popolare alla letteratura inglese.

Entrambe le frasi sono assai esaustive nel manifestare la mia delusione  letterari sull’ atteso nuovo romanzo della Dott.ssa Gazzola, non avendo come protagonista la celebre quanto pasticciona Alice Allievi.

Era stata la stessa Gazzola nei consueti ringraziamenti del suo ultimo libro  de “L’Allieva” ad annunciare il desiderio di cimentarsi in un genere diverso volendo prendersi una “creativa pausa” dal suo amato personaggio.

“Lena e la Tempesta” avrebbe dovuto  essere narrativamente e strutturalmente  nelle intenzioni dell’autrice  un romanzo  introspettivo, esistenziale,  catartico   teso a raccontare e soprattutto mostrare  come  una ragazza vittima di uno stupro possa avere nefaste  conseguenze psicologiche e traumi nel resto della propria vita.

Alessia Gazzola consapevole come  tali tematiche fossero delicate e complesse ha cercato di renderle meno “pesanti” e fruibili al lettore inserendole dentro una commedia agrodolce  ambientata  nella bella isola  siciliana di Levura.

Una scelta creativa   dimostratasi  sfortunatamente poco convincente e non  funzionale alla storia principale.

“Lena e la Tempesta” appare infatti un confuso ibrido tra dramma e commedia  possedendo pochi pregi e positività  dei due generi.

Lena Santoruvo, talentuosa  disegnatrice trentenne ma  in piena crisi creativa, risulta al lettore come “una sbiadita copia” di Alice Allevi.

 

La storia, nonostante abbia le ottime potenzialità drammaturgiche ed emozionali,  fatica a “decollare”  conquistando solamente a tratti l’ attenzione e curiosità del lettore.

Leggendo il testo si avverte la strana quanto crescente sensazione  che l’’autrice  abbia avuto più di una difficoltà  nell’individuare una precisa e chiara identità narrativa

Una difficoltà che si evince  fin dalle prime pagine nell’introdurre superficialmente   la protagonista ed gli altri personaggi oltre ad essere  narrativamente  quasi corpi estrani tra loro.

Il forzoso inserimento dell’elemento romance nella storia non soltanto convince poco, ma  paradossalmente “banalizza” le domande  più interessanti della storia:

Cosa è reamente accaduto a Lena 15 anni? E soprattutto chi è il responsabile di quel odioso crimine

Il  frettoloso ed inaspettato  finale  fornisce alla protagonista le liberatorie risposte dandole la forza d’amare ed essere amata, finora bloccata dalla tempesta di ricordi e relativi blocchi emozioni .

Ma lasciando altresì al lettore in  una tempesta di dubbi  critiche su quanto scritto dalla Dott.ssa Alessia Gazzola.

89) Non è una Storia Sporca (Giancarlo Buzzi)

“Non è una Storia Sporca” è un romanzo scritto da Giancarlo Buzzi, pubblicato con You Can Print nel Giugno 2019.

Sinossi:
Tempo di ricordi per il protagonista Angelo Rébile, che ripercorre – tra alti e bassi – momenti della sua vita in un paesino di provincia sul Lago Maggiore, a iniziare dall’adolescenza nei difficili anni ’70 sino ai giorni nostri e al colpo di scena finale, perché la vita riserva sempre qualche sorpresa.

Recensione:
Ho avuto l’Onore oltre che il piacere di leggere diversi “lavori” di Giancarlo Buzzi dall’ormai lontano 2013 quando le nostre strade umane ed artistiche si sono “incrociate”.
Ho avuto modo di conoscere ed apprezzare il talento e creatività di Giancarlo Buzzi prima come sceneggiatore, poi come drammaturgo , ed infine nelle vesti di scrittore.
Ogni lettura si è rivelata sempre una piacevole sorpresa narrativa.
“Non è un storia sporca” è stata l’ennesima conferma della verve, passione e poliedricità che il “Signor” Giancarlo riversa in ogni lavoro artistico.
“Non è una storia sporca” è infatti una storia brillante, ben scritta, lineare quanto appassionante.
Facendo emergere la bellezza interiore dei personaggi e trasmettendo al lettore sincere e vivide emozioni.
Buzzi nel raccontare la vita d’Angelo Rebile dall’adolescenza fino alla “terza età”, potrebbe erroneamente far pensare di doverci “sorbire” la biografia di un uomo “normale” e quindi teoricamente noioso.
Invece la forza narrativa di questo libro risiede nella purezza, ingenuità ed onestà morale ed intellettuale del protagonista nell’affrontare ogni difficoltà personale e professionale
Valori e principi che non solo caratterizzano fortemente in qualsiasi età Angelo, ma soprattutto rendono quest’ultimo, una “vera mosca bianca” in un ambiente dove l’ipocrisia ed i pregiudizi aumentano e si diffondono rapidamente.
“Non è una storia sporca” è anche il racconto di una profonda quanta romantica storia d’amore e di vere quanto durature amicizie che accompagnano l’esistenza del protagonista
Giancarlo Buzzi racconta le “gesta” di un bravo ragazzo e successivamente di un uomo “perbene”, facendo apparire quest’ultimo sempre credibile e coerente oltre a creare un forte legame emotivo con il lettore.
Il lettore si interroga, dopo il sorprendente ed in qualche modo “enigmatico “finale, se nella società d’oggi possa realmente esistere una persona della “statura” dell’Avvocato Angelo Rebile.
Personalmente riteniamo che l’autore abbia trasmesso al personaggio molte delle proprie virtù ed aspetti caratteriali, facendolo amare ancora di più.

88) Juliet, Naked

Il biglietto da acquistare per “Juliet, naked” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Juliet, Naked”Un film di Jesse Peretz. Con Rose Byrne, Ethan Hawke, Chris O’Dowd, Megan Dodds, Jimmy O. Yang, Lily Newmark. Commedia, 105′. Gran Bretagna 2018

Sinossi:

Duncan e Annie vivono una relazione abitudinaria da 15 anni: lui è ossessionato da un musicista ritiratosi misteriosamente dalle scene, Tucker Crowe, mentre lei vorrebbe un figlio ma non osa insistere. Quando emerge un album inedito di Crowe e il musicista entra di fatto nelle loro vite, le crepe tra i due diventano insanabili.

Recensione_

Chi la fa l’aspetti, e Chi di spada ferisce di spada perisce. Se dovessi utilizzare soltanto poche frasi per sintetizzare la trama e dare un giudizio sulla commedia romantica di Jesse Peretz “Juliet, naked”, presentata al TFF, non avrei alcun dubbio a scegliere queste due.

Se oltre alla saggezza popolare volessi aggiungere un riferimento dotto e letterario sarebbe altrettanto spontaneo pensare alla famigerata legge del contrappasso di dantiana memoria. Chissà se lo scrittore inglese Nicky Hornby nello scrivere il romanzo a cui si ispira il film abbia avuto le stesse fonti d’ispirazione.

“Juliet, naked” è sicuramente godibile, brillante e ironico, una commedia leggera ma anche contraddistinta da una sfumatura agrodolce nei toni e nei dialoghi. Una fusione riuscita tra due classici degli anni ’90, “C’è posta per te” e “Notting Hill”.

L’impianto narrativo è piuttosto semplice e magari prevedibile – c’è la coppia che dopo 15 anni di vita condivisa fatica a tenere viva la passione, un desiderio inespresso di maternità, la cittadina di provincia piuttosto monotona, il tradimento – ma non perde mai il suo brio. E il finale è tutt’altro che scontato. continua su

“Juliet, Naked”: una commedia romantica leggera ma agrodolce

87) Pallottole in Libertà

Il biglietto da acquistare per “Pallottole in libertà” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Pallottole in Libertà” è Un film di Pierre Salvadori. Con Adèle Haenel, Pio Marmaï, Vincent Elbaz, Audrey Tautou, Damien Bonnard, Hocine Choutri. Commedia, 108′. Francia 2018

Sinossi:

Yvonne è una giovane ispettrice di polizia che ogni sera, prima di andare a dormire, racconta a suo figlio delle storie sul padre morto, un poliziotto eroico. Nei racconti della giovane vedova, il capitano Santi, riconosciuto eroe locale, apre le porte a calci, annienta qualsiasi avversario ed esce integro da ogni situazione come nei migliori film polizieschi. Morto da professionista con l’arma in mano, una statua viene eretta in memoria del capitano nel porto di Marsiglia. Sfortunatamente, però, Yvonne viene a conoscenza di un passato non così lodevole. Santi non era il poliziotto coraggioso e integro che sua moglie credeva, ma un vero corrotto.

Recensione:

Recita il Vangelo di Giovanni: “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. Eppure, per ogni bambino, la mamma e il papà sono figure eroiche, infallibili, su cui si costruiscono la propria scala di valori e di ideali. È lecito raccontare qualche bugia, per non distruggere l’immagine che i più piccoli hanno dei genitori?

Pierre Salvadori, nel suo “Pallottole in libertà”, decide di affrontare la questione in un’inedita chiave comica, con coraggio, creatività e la giusta dose d’ironia dissacrante. L’impianto drammaturgico e registico della pellicola è davvero inusuale, originale e spiazzante fin dalla divertente scena d’apertura, che rievoca i polizieschi anni ’70.

Il film parla degli errori del sistema giudiziario francese, della corruzione all’interno della polizia e di quanto possa essere difficile, per una donna, scoprire il lato oscuro del proprio marito quando questo è morto e doverlo poi spiegarlo al figlio. Il tutto con delicatezza, garbo e ironia.

Pierre Salvadori alterna, in modo armonioso e surreale, senza risultare mai pesante o eccessivo, momenti comici e altri di grande intensità drammatica ed emotiva. continua su

“Pallottole in libertà”: un film comico, violento e commovente

86) Voci Capitoline ( Sabrina Sciabica)

“Voci Capitoline” è una raccolta di racconti scritta da Sabrina Sciabica e pubblicata da L’Erudita Editore nel Febbraio 2019.

Sinossi:
Le Voci capitoline sono venti reportage sulla vita quotidiana in una delle più antiche e immense città del mondo: uno sguardo rapido e fulmineo, una narrazione di mondi possibili, personaggi realmente incontrati ed episodi accaduti. Questi screenshot metropolitani possono essere letti anche singolarmente o in un ordine diverso da quello presentato. Essi offrono uno spaccato della società con_ temporanea e hanno, come argomento e sfondo comune, la città eterna. Alcune storie sono realistiche, basate su incontri e scontri sui mezzi pubblici, altre invece partono da fatti e atmosfere concreti per arrivare a situazioni surreali, corrispondenti a sogni o desideri dei personaggi che animano questo teatro fantastico che è la vita. Racconti ironici e comici si susseguono a quelli più riflessivi e malinconici, catturando così il lettore in un multiforme vortice emozionale. Con uno stile ironico e mai banale, Sabrina Sciabica ci fa viaggiare sulle montagne russe di una vita selvaggia che è quella della Roma odierna.
Recensione:
Roma caput mundi.
Roma città eterna.
Roma capoccia
Roma ed ancora Roma.
Quanti autori, poeti, cantanti, filosofi hanno provato nel corso dei secoli a raccontare, catturare, rappresentare l’anima più intima e sfuggevole di questa città?
Tanti per dire troppi, illudendosi d’aver trovato la giusta ispirazione per questa impossibile missione artistica
Quando paradossalmente sarebbe stato più efficace lasciarsi guidare dalle semplici emozioni ed esperienze personali
È quello che ha fatto con bravura ed intelligenza Sabrina Sciabica scrivendo la convincente e poetica raccolta di racconti “Voci capitoline”.
Sabrina Sciabica, dopo il brillante esordio letterario de “L’Imbarcadero per Mozia”, omaggia la sua città d’azione firmando 20 racconti/reportage capaci d’emozionare, coinvolgere e far sorridere il lettore.

In ogni racconto viviamo e vediamo Roma attraverso gli occhi e sensazioni del personaggio sempre diverso, particolare e mai banale
“Voci capitoline” è una lettura piacevole, intrigante, divertente, magica in cui sono mescolati con sagacia ed armonia ricordi personali dell’autrice ad altri passaggi di pura finzione dando vita ad un ‘inedita visione e rilettura della città eterna.
Sabrina Sciabica si conferma un ‘autrice creativa, poliedrica oltre che dotata di uno stile narrativo elegante, intenso quanto diretto e comprensibile.
“Voci capitoline” è una raccolta che vi scalderà il cuore e la mente facendovi conoscere e amare in modo diverso grazie alla bella penna della sensibile osservatrice  Sabrina.

85) L’Angelo del Crimine

Il biglietto da acquisto per “L’angelo del crimine” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“l’Angelo del Crimine” è un film di Luis Ortega. Con Lorenzo Ferro, Chino Darín, Mercedes Morán, Daniel Fanego, Luis Gnecco. Biopic, 119′. Argentina, Spagna 2018

Sinossi:

Buenos Aires, 1971. Giovane, spavaldo, coi riccioli biondi e la faccia d’angelo, Carlos entra nelle case della gente ricca e ruba tutto ciò che gli piace. L’incontro a scuola con Ramón, coetaneo dal quale è attratto, segna il suo ingresso in una banda di criminali, con la quale compie altri furti e soprattutto il suo primo omicidio, di fronte al quale rimane assolutamente impassibile. Fino alla morte dell’amato Ramón e oltre, Carlos proseguirà indisturbato le sue attività criminali, uccidendo ancora e talvolta facendo ritorno dai genitori come un figlio qualsiasi. Verrà arrestato dopo un colpo andato a male e l’assassinio di un complice.

Recensione:

Recita il detto che l’apparenza inganna. Mai come nel caso di Carlos Robledo Puch (Ferro), detto “el Ángel de la Muerte”, il protagonista di questa storia, il proverbio risulta calzante.

Dopo essere stato presentato nella sezione Un certain regard del Festival di Cannes 2018, “L’angelo del crimine” di Luis Ortega, la storia vera del più famoso serial killer argentino, arrestato nel 1972 dopo aver ucciso almeno 11 persone, arriva nelle nostre sale.

Si tratta di uno scioccante quanto cupo “coming age criminale”, che colpisce ancora di più perché il protagonista, Carlos, esteticamente è quanto di più diverso dal classico criminale si potrebbe immaginare: capelli biondi, lineamenti delicati, famiglia onesta alle spalle. La sua indole, però, è violenta e spietata.

Il film di Ortega è una paradossale quanto brillante ballata criminale, con una colonna sonora davvero efficace che include canzoni pop come le versioni argentine di “Non ho l’età” e “The House of the Rising Sun”, rifatta dal padre del regista, il cantante Palito Ortega.

Il giovanissimo Lorenzo Ferro si rivela perfetto nel ruolo di Carlos, angelo biondo dall’anima diabolica. Gli esperti Cecilia Roth e Luis Gnecco, rispettivamente la madre e il padre del protagonista, danno un prezioso e fondamentale contributo. continua su

“L’angelo del crimine”: la storia del più famoso serial killer argentino

83) Quando Eravamo Fratelli

“Quando eravamo fratelli” è un film di Jeremiah Zagar. Con Evan Rosado, Isaiah Kristian, Josiah Gabriel, Raúl Castillo, Sheila Vand. Drammatico, 94′. USA 2018

Sinossi:

Tre fratelli portoricani, Manny, Joel e Jonah, vivono in una zona arretrata degli Stati Uniti chiamata Utica e rispondono come possono all’affetto precario dei loro genitori. Il padre è portoricano, impulsivo e manesco, la madre bianca, il loro amore è di quelli impegnativi, pericolosi, capaci di fare e disfare una famiglia più volte. I bambini si fanno strada nella loro infanzia, ma mentre Manny e Joel diventano sempre più simili al padre, Jonah abbraccia un mondo di immaginazione che è solo suo.

Recensione :

Quante pellicole e serie tv abbiamo visto, quanti libri abbiamo letto, con al centro i rapporti e le dinamiche familiari? Tanti, forse persino troppi. Non tanto per il tema in sé, sempre interessante e meritevole, quanto piuttosto perché la rappresentazione che viene fatta di questo microcosmo è spesso edulcorata, lontana dalla realtà.

Trovare una chiave registica, stilistica e interpretativa per raccontare la famiglia in modo convincente non è facile, quindi potete immaginare il mio stupore – e la mia gioia – nel vedere che “Quando eravamo fratelli” di Jeremiah Zagar ci riesce, e piuttosto bene!

La pellicola è volutamente costruita più sulle immagini che sui dialoghi. Zagar, formatosi come documentarista, al suo secondo lungometraggio di finzione dopo “In a dream” del 2008, evita di realizzare un adattamento classico e prevedibile del breve romanzo di Justin Torres “Noi, gli animali“, optando invece per un taglio più realistico.

Sebbene il regista, nelle sue note, scrive di essersi ispirato ai lavori di Ken Loach degli anni ’60 o a film come “Ratcatcher”, personalmente ho riscontrato diversi punti di contatto con il meraviglioso “Capitan Fantastic” di Matt Ross, visto qualche anno fa. I due film hanno in comune soprattuto la prospettiva del racconto, che è quella dei figli, dei più piccoli.

“Quando eravamo fratelli” trascina lo spettatore dentro la vita apparentemente felice e normale di questa famiglia, in cui l’amore tra i genitori e un sincero legame di fratellanza tra i tre figli sembrano sufficienti per superare ogni problema economico o passaggio drammatico. continua su

“Quando eravamo fratelli”: un racconto sull’infanzia autentico

82) Dolor y Gloria

“Dolor y Gloria” è un  film di Pedro Almodóvar. Con Antonio Banderas, Asier Etxeandia, Leonardo Sbaraglia, Nora Navas, Julieta Serrano. Drammatico, 113′. Spagna 2019

Sinossi:

Salvador Mallo è un regista cinematografico oramai sul viale del tramonto, che ricorda con nostalgia tutta la sua vita. L’infanzia negli anni ’60, quando la famiglia si trasferì a Paterna, in provincia di Valencia, in cerca di una vita migliore; il primo grande amore a Madrid durante gli anni ’80 e il successivo dolore per la sua perdita; la consolazione nella scoperta della scrittura e l’amore per il cinema e il teatro che lo hanno aiutato a colmare un vuoto esistenziale.

Recensione

Dopo aver visto “Dolor y Gloria”, il sottoscritto è ancora più curioso di sapere cosa deciderà la prossima settimana la giuria presieduta da Iñárritu. La maggioranza dei colleghi presenti a Cannes, infatti, non ha alcun dubbio: Pedro Almodóvar è tornato agli antichi fasti e non tornerà in Spagna a mani vuote!

Se mi segui da qualche tempo sai bene, caro lettore, come sia un Bastian contrario per natura e vocazione, ma mai come questa volta sono sinceramente meravigliato da questa campagna “pro Pedro”. Probabilmente il 25 maggio ci sarà gloria, per questo film, ma al momento io sento solo il dolor davanti al pensiero di doverlo recensire!

Intendiamoci “Dolor y Gloria” è una pellicola sentita, sincera, appassionata come può essere quella basata su elementi autobiografici. Ma questo basta a renderla esaltante? A mio modesto parere, no.

Almodóvar usa il suo talento e la sua creatività per realizzare una straordinaria seduta pubblica di auto-analisi. Non c’è niente di male, per un artista: anche il sommo poeta Dante Alighieri avvertì l’urgenza di farlo, nel mezzo del cammin di sua vita. continua su

“Dolor y Gloria”: un film emotivamente sentito ma piuttosto monocorde