109) Un Divano a Tunisi

Il biglietto d’acquistare per “Un divano a Tunisi” è: Ridotto.

‘Un divano a Tunisi” è un film del 2019 diretto da Manele Labidi , con: Golshifteh Farahan, Hichem Yacoubi, Majad Mastoura, Aisha Ben Med.

Sinossi:

Selma Derwich, psicanalista trentacinquenne, lascia Parigi per aprire uno studio nella periferia di Tunisi, dov’è cresciuta. Ottimista sulla missione, sdraiare sul lettino i suoi connazionali e rimetterli al mondo all’indomani della rivoluzione, Selma deve scontrarsi con la diffidenza locale, l’amministrazione indolente e un poliziotto troppo zelante che la boicotta. A Tunisi, dove la gente si confessa nelle vasche dell’hammam o sotto il casco del parrucchiere, Selma offre una terza via, un luogo protetto per prendersi cura di sé e prendere il polso della città.

Recensione:
Anche il cinema negli ultimi anni è stato “costretto” a raccontare e certificare il fallimento della cosiddetta “primavera araba” mostrando i disastri sociali ed economici dei Paesi “liberati “dai sanguinari e feroci dittatori.
Anche la Tunisia non è sfuggita a questo triste “rimbalzo” della realtà, dopo la caduta del regime di Zine El-Abidine Ben Ali, cadendo in una spirale di caos e precariato politico, economico oltre che morale.
Se il caos spinge chi può alla fuga, invece ha paradossalmente spinto al ritorno casa la 35 psicoanalista Selma (Farahan) dopo essersi professionalmente formata a Parigi.

“Un divano a Tunisi” è un agrodolce affresco della società tunisina vista e vissuta dalla bella e combattiva protagonista, che desidera “essere utile” agli uomini e donne di Tunisi offrendo il proprio talento, sapere e professionalità.
Selma è una donna libera, indipendente, solitaria, orgogliosa dei propri tatuaggi e pronta a scontrarsi con i pregiudizi ed arretratezza culturale, mentale e financo burocratica del suo Paese natio.
Manele Labidi utilizzando con creatività ed ironia l ‘ escamotage narrativo di una psicanalista dallo spirito “donchisciottesca” stende sul celebre lettino una serie di bizzarri, buffi, istrionici pazienti che incarnano perfettamente le contraddizioni e malessere della Tunisia di oggi.
Agli occhi degli estranei e degli stessi parenti è Selma ad essere considerata pazza avendo rinunciato alla vita e benessere parigino per ritornare nella caotica Tunisi.
“Un divano a Tunisi” è una storia semplice, magari prevedibile ma comunque godibile, briosa, autentica facendo sentire anche lo spettatore come fosse uno dei pazienti di Selma.
Manele Labidi forma un esordio positivo dimostrando talento, sensibilità ed acutezza nel cogliere le sfumature dell’animo e mettendolo in scena con garbo, umana ed efficacia cinematografica.
Golshifteh Farahan sfodera una performance magnetica, malinconica, brillante caricandosi sulle spalle con bravura e personalità il peso e responsabilità dell’intero film dimostrando pienamente il proprio valore e bellezza di star di prima grandezza.
Farahan incarna con il volto, sguardo e smorfie e nei rari sorrisi l’affascinante risolutezza della protagonista e come una donna possa farcela da sola ad imporsi in un mondo arabo senza doversi “legare” ad un uomo.
“Un divano a Tunisi” piace e convince anche per il modo moderno d’affrontare narrativamente l’aspetto romance evitando cadute melense e sentimentali esaltando la libertà di scelta della donna.
“Un divano a Tunisi” è un film consigliato per potersi concedere un amaro sorriso sul fallimento della primavera araba e magari riflettere sulla possibilità d’iniziare un percorso analitico sperando d’avere la coraggiosa e bella Selma come guida.