124 ) Non Odiare

Il biglietto da acquistare per “Non odiare” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio (con riserva). Ridotto. Sempre.

“Non Odiare” è un film  di Mauro Mancini. Con Alessandro Gassmann, Sara Serraiocco, Luka Zunic, Lorenzo Buonora, Cosimo Fusco. Drammatico, 96′. Italia, Polonia 2020

Sinossi:

In una città del nord-est vive Simone Segre, affermato chirurgo di origine ebraica: una vita tranquilla, un appartamento elegante e nessun legame con il passato. Un giorno si trova a soccorrere un uomo vittima di un pirata della strada, ma quando scopre sul suo petto un tatuaggio nazista, lo abbandona al suo destino. Preso dai sensi di colpa rintraccia la famiglia dell’uomo. Marica la figlia maggiore, Marcello adolescente contagiato dal seme dell’odio razziale, il piccolo Paolo. Verrà la notte in cui Marica busserà alla porta di Simone, presentandogli inconsapevolmente il conto da pagare.

Recensione

 

Odiare è semplice, in fondo. La vera sfida, il vero coraggio, li si dimostra nel saper perdonare e andare avanti. Ma un sopravvissuto ai campi di stermino o un parente dei milioni di vittime dell’Olocausto potrà mai perdonare un nazista? E accettare che, nel 2020, ci sia ancora chi si professa nazista?

Mauro Mancini e Davide Lisino, scrivendo la sceneggiatura di “Non odiare”, presentato in concorso alla Settimana internazionale della critica di Venezia, hanno cercato di coniugare
impegno civile, intrattenimento e operazione catartica. Un progetto ambizioso, riuscito solo in parte per l’indecisione di scegliere, alla fine, una direzione precisa per la storia. continua su

“Non odiare”: un progetto ambizioso, sul perdono e la resilienza

194) Opera senza autore

Il biglietto da acquistare per “Opera senza autore” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Opera senza autore ” è un film di Florian Henckel von Donnersmarck. Con Tom Schilling, Sebastian Koch, Paula Beer, Saskia Rosendahl, Oliver Masucci. Drammatico, 188′. Germania 2018

Sinossi:

Dresda, 1938. Kurt Barnert ha pochi anni e una passione segreta per la zia Elizabeth, una fanciulla sensibile con cui frequenta i musei, fa lunghe passeggiate e suona il piano. Prodigiosa ma fragile, nella Germania nazista non c’è più spazio per le persone come lei. Ricoverata in un ospedale psichiatrico fa appello al cuore del Professor Carl Seeband perché non la sterilizzi ma il suo destino sarà più crudele e preludio di uno sterminio abominevole. Sopravvissuto al bombardamento di Dresda e cresciuto nel blocco dell’Est, Kurt ha un talento per il disegno e apprende gli studi classici imposti dal realismo socialista. Ma l’incontro con Ellie, figlia del ginecologo nazista che ha condannato sua zia, e il passaggio all’Ovest, cambieranno il suo destino artistico e faranno riemergere il rimosso.

Recensione:

È un tragico paradosso che il Novecento sia stato caratterizzato da un continuo alternarsi di atti di orrore estremo e di altri di estrema bellezza, dimostrazione di come l’uomo possa elevarsi verso le vette più alte, e precipitare in quelle più basse. Ne sono un emblema l’ascesa del nazismo in Germania e il parallelo sviluppo dell’arte.

Orrore e bellezza, odio e amore, rigidità e creatività, dittatura e libertà: potrei andare avanti a lungo a elencare le emozioni e gli spunti di riflessione che mi ha trasmesso la visione del nuovo film di Florian Henckel von Donnersmarck.

“Opera senza autore”, pur presentandosi con il poco invitante biglietto da visita di 188 minuti complessivi di durata, si rivela una visione fluida, interessante, godibile e coinvolgente in molti passaggi, che forse non passerà alla storia come un capolavoro ma quanto meno ha evitato il premio per il film più urticante della Biennale di Venezia 2018.

Durante la visione si ha la sensazione che il regista avesse pensato il film, in origine, come progetto televisivo o miniserie, e forse in un contesto diverso l’idea di raccontare un lungo quanto delicato periodo della Germania moderna avrebbe avuto maggiore efficacia e incisività, e alcuni passaggi, trattati qui in modo troppo rapido, avrebbero potuto avere il giusto spazio. continua su

http://paroleacolori.com/opera-senza-autore-film-politico-senza-tabu/

141) La Svastica sul Sole ( Philip K. Dick)

dick

“La svastica sul sole” è un romanzo scritto nel 1962 da Philip. K. Dick e pubblicato in Italia per 1 volta nel 1997 da Fanucci Editore.

Confesso la mia ignoranza nell’ammettere che fino a poche settimane fa non avevo mai letto nulla di Dick. Pur sapendo che i più bei film di fantascienza e utopici degli ultimi trent’anni erano stati ispirati dai suoi romanzi.
Quando lo scorso novembre ho avuto modo di vedere, in anteprima, al Roma Fiction Fest la punta pilota “The Man in High Castle” prodotta da Amazon, la mia curiosità si è accesa.
Così ho deciso d’acquistare l’omonimo per capire e apprezzare il genio creativo dello scrittore americano.
Immaginare come sarebbe stato il mondo se la seconda guerra mondiale fosse stata vinta dal Giappone e dalla Germania anziché dagli Alleati presuppone sicuramente una fantasia non comune.
Non è stata una lettura facile e avvolgente, come speravo.
Lo stile di Philip Dick sebbene sia lineare e diretto presenta comunque degli aspetti letterari e linguistici dotti e ricercati che mettono a dura prova l’intelletto del lettore medio.
Dick costruisce una realtà rarefatta e fuori dal tempo e dallo spazio in cui si muovono i diversi personaggi della storia complessa e articolata.
La scelta narrativa di mostrare gli Stati Uniti divisi in due aree di competenza: una tedesca e l’altra giapponese incuriosisce e affascina.
Gli Stati Uniti non sono superpotenza che noi oggi conosciamo, bensì è un Paese in ginocchio e prostrato dalla guerra e alla mercé dei vincitori.
Adolf Hitler è morto ma i suoi successori hanno portato avanti con ferocia e orrore le sue idee.
Il mondo è distrutto, più povero e le differenze sociali sono più evidenti e profonde. L’Africa è una landa desolata, il Mar Mediterraneo è stato prosciugato.
I Tedeschi volano su Marte e sognano d’impadronirsi della parte d’America sotto il dominio giapponese.
Si respira un’atmosfera da imminente e nefasta terza guerra mondiale.
Dick rende chiara e palpabile una decadenza morale della società americana e come gli americani siano stati colonizzati dai vincitori della guerra.
Un libro che in qualche modo ribalta la storia criticando, di fatto, gli errori compiuti dagli Stati Uniti e dagli Alleati con l’inizio della Guerra Fredda con l’Urss.
E’ un testo allegorico, criptico e feroce con un’ironia pungente e sarcastica.
Dick dimostra di essere un visionario di talento e soprattutto di essere assai pessimista e caustico sulla possibilità di salvezza della società dell’epoca.
La seconda guerra mondiale ha segnato un punto di non ritorno per l’umanità e Dick con questo particolare romanzo ci insegna come in fondo ci fossero poche differenze tra vincitori e vinti, nel sapere dare al mondo la giusta ricetta per vivere una vita senza conflitti e disuguaglianze.

Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci,nonostante tutto”

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76) Race – Il Colore Della Vittoria

race

Il biglietto d’acquistare per “Race-il colore della vittoria” è :1) Neanche regalato 2)Omaggio 3) di pomeriggio 4Ridotto  5)Sempre

“Race-Il colore della vittoria” è un film del 2016 diretto da Stephen Hopkins, scritto da Joe Shrapnel e Anna Waterhouse, con Stephan James, Jasom Sudeikis, Jeremy Irons, William Hurt.

Sport e politica dovrebbero rimanere due mondi separati e distinti. Le Olimpiadi sono il momento sportivo più importante e fascinoso che possa esistere per un atleta.

Eppure accade sempre più spesso che i politici vogliano mettere le mani sullo sport speculando sulla cassa di risonanza.

Un esempio evidente di questa manipolazione furono le Olimpiadi di Berlino 1936 quando il regime nazista puntava a celebrare se stesso e la sua delirante ideologia di fronte a tutto il mondo.

Una terribile ambizione spazzata via da un solo uomo e dal suo talento: Jesse Ownes capace di vincere ben quattro medaglie oro ed essendo anche di colore di gelare la cosiddetta superiorità della razza ariana.

Adolf Hitler e soprattutto il suo potente e glaciale ministro della Propaganda Goebbels furono sconfitti dallo sport più forte di ogni pregiudizio.

Stephen Hopkins non ha voluto con il suo nuovo film ricostruire semplicemente la vita dello straordinario Ownes (James), bensì con bravura e maestria accompagna lo spettatore durante la dura e difficile preparazione dell’atleta verso le Olimpiadi Partendo dal suo arrivo né 1933 all’Università dell’Ohio e l’inizio della proficua collaborazione con l’allenatore Larry Snyder (Sudekis) subito colpito dal talento naturale ragazzo e convinto che possa realizzare grandi cose.

La prima parte del film è divisa tra l’aspetto agonistico e umano di Owens come dedichi tutto se stesso e ogni energia per rendere concreto il suo sogno olimpico e quello politico in cui il Comitato Olimpico Americano è diviso tra chi vorrebbe boicottare Berlino e chi come l’ambizioso costruttore edile Avery Brundage (Irons) spinge perché gli atleti americani partecipino.

La prima parte è ben calibrata, scorrevole e intensa coinvolgendo e attirando l’attenzione e curiosità dello spettatore sul tema del razzismo e più in generale dei diritti civili negli anni Trenta assai complessi e contraddittori nel mondo e non solo sotto il regime nazista. continua su

http://www.nuoveedizionibohemien.it/index.php/appuntamento-al-cinema-race-il-colore-della-vittoria/

Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci, nonostante tutto”

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The ticket purchase for “Race-the color of victory” is: 1) Not even given 2) Tribute 3) afternoon 4Ridotto 5) Always

“The Race-winning” Color is a 2016 film directed by Stephen Hopkins, written by Joe Shrapnel and Anna Waterhouse, with Stephan James, Jasom Sudeikis, Jeremy Irons, William Hurt.

Sports and politics should remain two separate and distinct worlds. The Olympic Games are the greatest sporting moment and fascinating that can exist for an athlete.

Yet it is increasingly the case that politicians want to get their hands on speculating sport on a sounding board.

An obvious example of this manipulation were the 1936 Berlin Olympics when the Nazi regime aimed to celebrate himself and his delusional ideology in front of the whole world.

A terrible ambition wiped out by one man and his talent: Jesse ownes who won four gold medals and also being color to freeze the so-called superiority of the Aryan race.

Adolf Hitler and especially its powerful and glacial propaganda minister Goebbels were defeated by the strongest sports of all prejudice.

Stephen Hopkins declined with his new film simply rebuild the lives of the extraordinary ownes (James), but with skill and mastery takes the audience during the hard and difficult athlete’s preparation towards the Olympics Starting from his arrival in 1933 or the University Ohio and the beginning of a fruitful cooperation with coach Larry Snyder (Sudekis) immediately struck by natural talented guy and believe it can achieve great things.

The first part of the film is divided between the agonistic and human aspect of Owens as devotes all of himself and all my energy to make concrete his Olympic and political dream in which the American Olympic Committee is divided between those who would boycott Berlin and those like the ambitious builder Avery Brundage (Irons) because it pushes the American athletes participate.

The first part is well-balanced, smooth and intense, involving and attracting the attention and curiosity of the viewer on the subject of racism and, more generally, of civil rights in the thirties very complex and contradictory in the world and not only under the Nazi regime. continues on

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Vittorio De Agro presents “Let us love, despite everything”

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22) The Eichmann Show – Il Processo Del Secolo

The Eichman

Il biglietto da acquistare per “The Eichman show – Il processo del secolo” è: 1)Neanche regalato; 2)Omaggio; 3)Di pomeriggio; 4)Ridotto; 5)Sempre.

Un film di Paul Andrew Williams, scritto da Simon Block. Con Martin Freeman, Anthony LaPaglia, Rebecca Front, Zora Bishop, Andy Nyman. Drammatico, 95′. 2016

Al cinema il 25-26-27 gennaio

La televisione è tutt’altro che istruttiva. La televisione manda in onda programmi diseducativi e volgari. La televisione è il nuovo oppio dei popoli. Da convinto teledipendente quale sono, mi è capitato molte volte di ascoltare – con fastidio, lo ammetto – frasi come queste, pronunciate da chi si sente culturalmente diverso. Superiore, per certi versi.

Eppure chi sostiene che la televisione sia una cattiva maestra sempre e comunque probabilmente non conosce la storia del processo al gerarca nazista Adolf Eichman, svoltosi in Israele nell’aprile del 1961.

Alla fine della seconda guerra mondiale molti ex aguzzini tedeschi riuscirono a scappare e a rifugiarsi, sotto falsa identità, in Sud America. Lo stato di Israele, nato di recente, non dimenticò però gli orrori commessi sugli ebrei e avvalendosi del Mossad, i servizi segreti, iniziarono una spietata caccia ai criminali nazisti.

Un blitz del 1960 portò alla cattura di Adolf Eichman, esecutore della “Soluzione Finale”. L’uomo fu poi condotto in Israele per essere processato come criminale di guerra. Il Primo Ministro israeliano Ben-Gurion decise di predisporre un processo pubblico, che avesse un’ampia risonanza mediatica.

Per realizzare un vero e proprio show convocò il produttore americano Milton Fruchtman (Freeman), subito convinto delle straordinarie potenzialità comunicative dell’evento, che avrebbe permesso a Israele e ai sopravvissuti dei campi di sterminio di raccontare al mondo le atrocità subite e la lucida follia del nazismo.

Come regista dello show fu scelto il talentuoso e carismatico Leo Hurwitz (LaPaglia), che stava vivendo un momento di declino professionale dopo essere stato inserito nella lista McCarthy con l’accusa di agire contro gli interessi dell’America.

A molti potrà sembrare paradossale che il film di Paul Andrew Williams scelga di mettere in risalto il dietro le quinte della produzione televisiva piuttosto che il processo in sé, ma ciò che interessa è far capire come fu possibile realizzare uno show all’interno di un procedimento penale.

Lo spettatore segue la preparazione della coppia Fruchtman-Hurwitz, chiamata a fronteggiare problemi tecnici e ritrosie da parte dei giudici, molto restii ad ammettere in aula le telecamere. Il processo doveva sì essere mediato, ma anche dimostrare la capacitò dello stato ebraico di far funzionare la giustizia, garantendo un trattamento equo a Eichman.

La scommessa professionale e personale in cui si lanciò Fruchtman era enorme: da un lato si impegnò a catturare l’attenzione del mondo, scuotendo la coscienza di persone ancora quasi ignare della tragedia dell’Olocausto; dall’altro dovette subire pressioni e minacce alla sua famiglia da parte di fanatici nazisti.

Per Hurwitz, invece, il processo rappresentava l’opportunità di un riscatto professionale ma anche l’occasione di comprendere e mostrare attraverso le riprese se in Adolf Eichman fosse presente un minimo di umanità. continua su

Al cinema: The Eichmann Show – Il processo del secolo

Vittorio De Agrò e Cavinato Editore presentano “Essere Melvin”

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The ticket to buy for “The Eichman show – The trial of the century” is: 1) Not even a present; 2) Tribute; 3) In the afternoon; 4) Low; 5) Always.

Directed by Paul Andrew Williams, written by Simon Block. Martin Freeman, Anthony LaPaglia, Rebecca Front, Zora Bishop, Andy Nyman. Drama, 95 ‘. 2016

To theaters on January 25-26-27

Television is anything but instructive. Television broadcasts programs morally harmful and vulgar. Television is the new opiate of the people. From couch potato convinced that I am, I happened to hear many times – with annoyance, I admit – phrases like these, uttered by those who feel culturally different. Higher, in some ways.

Yet those who argue that television is a bad teacher always probably does not know the story of the trial of Nazi Adolf Eichmann, held in Israel in April 1961.

At the end of the Second World War many former torturers Germans managed to escape and take refuge under a false identity, in South America. The state of Israel was born recently, but did not forget the horrors committed on Jews and making use of the Mossad secret service, they began a ruthless hunt for Nazi criminals.

A blitz of 1960 led to the capture of Adolf Eichmann, executor of the “Final Solution.” The man was then taken to Israel to be tried as a war criminal. Israeli Prime Minister Ben-Gurion decided to prepare a public process, which had wide media coverage.

To make a real show called the American manufacturer Milton Fruchtman (Freeman), once convinced of the extraordinary communicative potential of the event, which would allow Israel and the survivors of the concentration camps to tell the world the atrocities suffered and lucid madness Nazism.

As director of the show was chosen the talented and charismatic Leo Hurwitz (LaPaglia), which was experiencing a time of declining professional after being listed as McCarthy on charges of acting against the interests of America.

To many it may seem paradoxical that the film Paul Andrew Williams chooses to highlight the behind the scenes of television production rather than the process itself, but what is interesting is to understand how it was possible to create a show within a process criminal.

The viewer follows the preparation of the couple Fruchtman-Hurwitz, called to deal with technical problems and reluctance by the courts, very reluctant to admit the cameras in the courtroom. The process had to be mediated yes, but also demonstrate fail to see the Jewish state to operate the justice, ensuring a fair treatment to Eichman.

The professional and personal bet in which he launched Fruchtman was enormous: first undertook to capture the attention of the world, shaking the conscience of people still almost unaware of the tragedy of the Holocaust; the other was subjected to pressure and threats to his family by fanatical Nazis.

For Hurwitz, however, the process represented an opportunity to ransom professional but also an opportunity to understand and show through filming if Adolf Eichman was present a minimum of humanity. continues on

Al cinema: The Eichmann Show – Il processo del secolo

Vittorio De Agro and Cavinato Publisher present “Being Melvin”

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240) The Man in high castle -Deutschland 83

svastica

Giornata “Made in Germany” al Roma Fiction Fest. Un Paese che oggi come ieri condiziona e influenza la vita politica, sociale ed economica del mondo.

In mattinata abbiamo iniziato riscrivendo la storia studiata a scuola: Adolf Hiltler si è suicidato nel suo bunker pur di non farsi catturare. Il nazifascismo è stato sconfitto dopo una tragico e terribile conflitto. Gli Alleati pur di piegare l’ostinata resistenza nipponica non hanno esitato a sganciare due bombe atomiche.

Ma se non fosse andata cosi? Se La Germania e il Giappone avessero vinto la guerra? Se avessero scoperto prima l’atomica decidendo di sperimentarla sul suolo americano, come sarebbe stato il mondo?

Una risposta a questi quesiti l’ha data Philip K. Dick con il suo romanzo ucronico The Man in the High Castle (La Svastica sul Sole in italiano), che non ho avuto il piacere di leggere, immaginando gli Stati Uniti sconfitti e divisi tra i tedeschi e giapponesi. Uno scenario che sicuramente ben si presta a una versione televisiva per i suoi contenuti interessanti e suggestivi.

Così Frank Spotnitz ha firmato l’adattamento televisivo del romanzo e i produttori Ridley Scott e David Zucker hanno deciso di scommettere su questa fiction che si diverte a giocare con la storia. Ambientata in America negli Anni ’60, The Man in the High Castle catapulta lo spettatore in quello che potremmo definire un incubo bellico in cui la società americana si è piegata all’ideologia nazista e ai costumi e usi nipponici.

La libertà è stata soppressa. Le SS girano indisturbate per le strade e i forni crematori per gli ebrei e i malati di mente sono un fatto normale. La Svastica sventola e Adolf Hitler è il padrone del mondo. Eppure esiste una forma di resistenza a questa orribile dittatura, c’è infatti a San Francisco una cellula desiderosa di combattere il regime. Lo spettatore conosce nell’arco della prima puntata prima il giovane ribelle Joe Blake che si offre volontario per una pericolosa missione, e subito dopo la bella Juliana Crain, amante della cultura orientale nonostante il fatto che suo padre sia stato ucciso dai giapponesi.

Dopo aver assistito all’assassinio della sorellastra Trudy da parte della polizia segreta nipponica, Juliana decide di sostituirsi a lei in una misteriosa operazione di spionaggio che la porterà ad attraversare il Paese e a conoscere casualmente Joe che si scoprirà essere in vero una spia nazista.

Pilot decisamente originale e intrigante che non lascia indifferenti: l’atmosfera cupa e angosciante è in linea con un contesto storico rovesciato; la struttura narrativa si presenta solida e asciutta e con una regia attenta e brava nel costruire i sub-plot. Il ritmo non è dei più fulminanti e brillanti ma ciò non è invalidante, e i giovani interpreti mostrano interessanti potenzialità.

83

Dopo aver immaginato e riscritto la storia, nel primo pomeriggio abbiamo fatto un tuffo nel passato con Deutschland 83 fino ai tempi della Guerra Fredda.

Guerra fredda che significava Muro di Berlino e due Germanie. La paura di una possibile Terza Guerra Mondiale era alta tra i due blocchi e la paura della bomba atomica era palpabile. Il pilot ci proietta nella Germania dell’Est dove i vertici dell’intelligence, spaventati dalle parole del presidente americano Reagan su una possibile rappresaglia decidono di mandare un loro uomo ad Ovest per spiare i piani del nemico.

La scelta ricade su una giovane recluta di nome Martin Rauch che di fatto viene obbligato ad accettare per il bene del regime. Egli assume così una falsa identità e diventa l’assistente di campo del comandante della Difesa della Germania Ovest. Sembra di vedere una sorta di 007 alla rovescia ma senza l’appeal e la forza narrativa di James Bond. continua su

http://www.mygenerationweb.it/201511192776/articoli/nerdzone/serie-tv/2776-roma-fiction-fest-made-in-germany-the-man-in-the-high-castle-e-deutschland-83

Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci,nonostante tutto”

http://www.ibs.it/ebook/de-agr-vittorio/amiamoci-nonostante-tutto/9788891176837.html

Day “Made in Germany” at the Roma Fiction Fest. A country today like yesterday affects and influences the political, social and economic world.

In the morning we started rewriting history studied at school: Adolf Hiltler committed suicide in his bunker in order not to get caught. Fascism was defeated after a tragic and terrible conflict. Allies in order to bend the stubborn resistance of Japan did not hesitate to drop two atomic bombs.
But if she did not like that? If Germany and Japan had won the war? If they had found out before the Atomic decided to try it on American soil, as would be the world?

An answer to these questions was given by Philip K. Dick with his novel ucronico The Man in the High Castle (The Swastika on the Sun in Italian), which I have not had the pleasure of reading, imagining the United States defeated and divided between the Germans and Japanese. A scenario that definitely lends itself to a television version for its content interesting and suggestive.

So Frank Spotnitz have signed the television adaptation of the novel and producers Ridley Scott and David Zucker decided to bet on this fiction that enjoys playing with history. Set in America in the ’60s, The Man in the High Castle catapult the viewer into what might be called a nightmare of war in which American society is bent to Nazi ideology and customs and uses Japanese.

Freedom was suppressed. The SS run undisturbed through the streets and crematoriums for Jews and the mentally ill are a regular occurrence. The swastika waving and Adolf Hitler is the master of the world. Yet there is a form of resistance to this horrible dictatorship, there is in fact a cell in San Francisco eager to fight the regime. The viewer knows during the first episode before the young rebel Joe Blake who volunteers for a dangerous mission, and immediately after the beautiful Juliana Crain, fond of Eastern culture despite the fact that his father was killed by the Japanese.

After witnessing the murder of sister Trudy by the Japanese secret police, Juliana decided to replace her in a mysterious spy operation that will take her to cross the country and to know that Joe casually turns out to be true in a Nazi spy.

Pilot decidedly original and intriguing that does not go unnoticed: the gloomy atmosphere and distressing is consistent with a historical context overthrown; the narrative structure is solid and dry, with a careful direction and good at building the sub-plot. The pace is not the most scathing and brilliant but this is not disabling, and young performers show interesting potential.

Having imagined and re-written the history, in the early afternoon we had a blast from the past with Deutschland 83 until the times of the Cold War.

Cold War meant that the Berlin Wall and the two Germanys. The fear of a possible World War III was high between the two blocs and the fear of the atomic bomb was palpable. The pilot projects us in East Germany, where the leaders of intelligence, frightened by the words of President Reagan on a possible retaliation decided to send a man to their West to spy on the enemy’s plans.

The choice falls on a young recruit named Martin Rauch which in fact is obliged to accept for the sake of the regime. He thus assumes a false identity and become the field assistant of the commander of the defense of West Germany. It seems to see a sort of 007 down but without appeal and the narrative power of James Bond. continues on

http://www.mygenerationweb.it/201511192776/articoli/nerdzone/serie-tv/2776-roma-fiction-fest-made-in-germany-the-man-in-the-high-castle-e-deutschland-83

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73. Storia di una ladra di libri

libri
“Storia di una ladra di libri” è un film del 2013 diretto da Brian Percival, con protagonisti Sophie Nélisse, Geoffrey Rush , Emily Watson, Ben Schnetzer:e Nico Liersch .La pellicola è la trasposizione cinematografica del romanzo La bambina che salvava i libri di Markus Zusak, scritto nel 2005.
Da“diversamente ignorante”, non avendo letto il libro, non posso fare un paragone tra la parola scritta e la versione cinematografica.
Posso solo raccontarvi cosa questo film, abbastanza lungo e lento, mi ha trasmesso.
La voce narrante di questa storia è la “curiosa” Morte che nonostante il suo”faticoso” lavoro, ogni tanto si concede”una vacanza” e così decide di seguire le vicende della giovane Liesel (Nelisse) in fuga con la madre e il fratello piccolo dalla Russia. La “Morte” sfiora sempre la nostra protagonista, fin da quando durante il viaggio “si prende” il fratellino e porta la madre ad abbandonarla a Hans e: Rosa Huberman (Rush e Watson), una coppia di tedeschi senza figli.
Il film è ambientato nella Germania nazista all’inizio della seconda guerra mondiale. Se Hans si mostra con Liesel fin da subito come un padre affettuoso ed attento, Rosa appare scorbutica, brontolona, insomma una vera matrigna.
Liesel non sa leggere e scrivere, a scuola viene derisa, ma trova subito l’affetto e l’amicizia del coetaneo Rudy (Nico Liersch).
Hans aiuterà la figlia a recuperare il tempo perduto, insegnandole a leggere e scrivere.
Nascerà dentro Liesel, il desiderio di leggere e conoscere nuove storie e diventerà “una ladra di libri”.
I Huberman nasconderanno per due anni l’ebreo Max(Ben Schnetzer) quando scatteranno le leggi razziali in Germania.
Liesel, con l’aiuto di Max, aprirà gli occhi sul vero volto della follia nazista.
La sceneggiatura poco originale e senza sussulti, risulta alla fine noiosa e prevedibile.
La regia senza lode e infamia, non riesce però a dare un ritmo ed intensità costante al film
I dialoghi risultano coinvolgenti ed intesi grazie alla bravura degli interpreti.
L’intero cast si dimostra valido e di talento, riuscendo a dare profondità e intensità a una storia di per sé piatta.
Menzone particolare per Emily Watson perfetta nel ruolo della matrigna brontolone, ma dal “cuore d’oro”
Bella e rappresentativa per il film la scena di Liesel e Rudy al lago dove i due ragazzi tra un sorriso e una riflessione urlano “Io odio Hiltler”.
Il finale è speranzoso ed ottimistico, nonostante sia la”Morte” a chiudere la scena, dando comunque allo spettatore il desiderio di leggere e l’augurio che “la curiosa Signora” non venga chiamata così spesso come fu nel secondo conflitto mondiale.
Vittorio De Agrò presenta “Essere Melvin”
http://www.lulu.com/spotlight/melvin2