38) Il Cacciatore 3 – Terza Stagione

“Il cacciatore ” è una serie ideata da Marcello Izzo, Silvia Ebreul e Alfonso Sabella. Con Francesco Montanari, Edoardo Pesce, Miriam Dalmazio, David Coco, Francesco Foti, Roberto Citran, Nicola Rignanese. Biopic, drammatico, poliziesco. Italia. 2018-in produzione

Recensione:

La paura è un sentimento naturale per l’uomo, inevitabile, potremmo dire in qualche modo anche positivo. Perché insegna a conoscere i propri limiti, ad agire con maggiore prudenza e responsabilità. Ma ci sono anche casi in cui può diventare il tuo peggior nemico, un nemico invisibile e subdolo.

Su questo tema si gioca la nuova stagione, la numero tre, della serie Rai “Il cacciatore” che ritorna su Rai2 a partire da mercoledì 20 ottobre, con otto nuovi episodi.

Fino a oggi abbiamo conosciuto il pm Saverio Barone (Montanari) come servitore instancabile e tutto d’un pezzo dello Stato nella lotta contro la mafia. La sua dedizione, unita talvolta a metodi poco ortodossi ma sicuramente efficaci, l’hanno portato ad arrestare Leoluca Bagarella (David Coco) prima, Giovanni Brusca (Edoardo Pesce) poi.

Ma nessuno può reggere a una pressione del genere, da uno contro tutti, per sempre. Ed ecco allora che nei nuovi episodi troviamo un Barone diverso. L’uomo che ha sfidato e sconfitto gli uomini più pericolosi di Cosa Nostra è vicino al punto di rottura. Per la prima volta ha paura, per sé e per la sua famiglia. Si sente fragile, impotente.

Barone è finito nel mirino del mafioso Vito Vitale (Ricca). Per questo da mesi vive rinchiuso in un bunker nella procura di Palermo, senza vedere né l’ex moglie Giada né la figlia Carlotta. Intanto continua a lavorare all’indagine segreta su Pietro Aglieri (Gaetano Bruno) e Bernardo Provenzano (Marcello Mazzarella) che gli ha affidato il suo capo. Ma ogni volta che sale in auto è vittima di attacchi di panico. Per quanto smanioso di riprendere la caccia, stavolta è il cacciatore a sentirsi accerchiato . continua su

68) Il Delitto Mattarella

“Il Delitto Mattarella” è un film di Aurelio Grimaldi. Con Antonio Alveario, Claudio Castrogiovanni, Nicasio Catanese, David Coco, Vincenzo Crivello. Drammatico, 97′. Italia 2020

Sinossi:

Il giorno dell’Epifania del 1980 il Presidente della regione Sicilia Piersanti Mattarella viene ucciso da un killer. Ad occuparsi delle prime indagini sarà il sostituto procuratore Pietro Grasso a cui farà seguito il giudice Giovanni Falcone. Le complicità saranno molteplici e gli esecutori materiali non saranno mai arrestati.

Recensione:

Un ragazzo di oggi potrebbe conoscere i nomi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, la loro storia, la loro tragica fine. Se ne è parlato e ne se parla, quindi il loro ricordo non è svanito. Eppure sono tanti, troppi, gli uomini e le donne caduti sotto i colpi mortali di “Cosa nostra” di cui sappiamo poco o niente.

Uno di questi è Piersanti Mattarella, esponente di spicco della DC siciliana e Presidente della Regione, ucciso a inizio 1980. Perché Mattarella fu brutalmente assassinato? Chi furono gli esecutori materiali? E quanto furono coinvolti, i vertici della DC siciliana e grandi personalità politiche del periodo? Sono passati quarant’anni dal quel tragico 6 gennaio e molte domande restano ancora senza risposta.

Il regista Aurelio Grimaldi, partendo dallo scrupoloso e appassionato studio delle sentenze definitive e dei documenti ufficiali del processo e delle indagini, ha voluto raccontare gli ultimi mesi di vita del Presidente, formulando alcune ipotesi sui mandanti e gli esecutori dell’omicidio .

“Il delitto Mattarella”, che arriverà nelle sale il 2 luglio, è indubbiamente un film politico, o se preferite un personale quanto esplicito J’accuse nei confronti dei vertici della DC siciliana dell’epoca e della controversa figura di Giulio Andreotti.

Grimaldi traccia un quadro oscuro e devastante di una classe politica corrotta e sottomessa ai voleri di Cosa nostra. Piersanti Mattarella era diventato un personaggio scomodo non soltanto per i vertici delle cosche mafiose ma anche per alcuni settori deviati dello Stato, tanto che, secondo il regista, ci fu complicità su molteplici livelli per eliminarlo. continua su

“Il delitto Mattarella”: un film “vecchia maniera”, tra omaggio e memoria

182) Gotti – Il Primo Padrino

Le persone normali trovano forse un po’ di conforto dalle loro quotidiane delusioni e disgrazie pensando a quanta verità si nasconde dietro la frase: anche i ricchi piangono.

Applicando la citazione al Festival di Cannes 2018, potremmo dire che anche alle star di Hollywood, qui, può capitare un passaggio a vuoto, una giornata no dove vieni rimbalzato, ignorato persino, quasi come fossi solo l’ultimo degli inviati nerd.

Prendete la giornata di ieri. Direttamente da una galassia lontana lontana è atterrato sulla Croisette l’intero cast di “Solo: a Star Wars story”, in uscita nei cinema italiani il 24 aprile. Non solo il pubblico pagante ma anche i giornalisti sono impazziti per Emilia Clarke, Woody Harrelson, Chewbecca e le guardie imperiali – tutti presenti sul red carpet per la proiezione in anteprima del film.

Nessuno ha voluto perdersi la parata di stelle, la première, se possibile l’esclusivo party successivo. E dire che il programma di Cannes proponeva anche interessanti alternative… A chi mi riferisco? Prima di tutto a John Travolta.

L’attore americano, ormai del tutto plastificato a eccezione dei celebri occhi azzurri ancora giovanili e vispi, non poteva scegliere giorno e momento peggiore per presentare il nuovo film, “Gotti”.

Non mi pronuncio sui motivi che hanno spinto il delegato Thierry a “volerlo fortemente”, ma sulla mission impossible degli addetti alla sala, che hanno cercato in tutti i modi di trovare pubblico per non lasciare le poltroncine tristemente vuote, sì.

Io c’ero, in quella sala, forse uno dei pochi “giornalisti” a vedere una pellicola talmente brutta, mal scritta, mal diretta e mal interpretata da spingerti a rivalutare alcuni film tv trasmessi in estate delle nostre reti nazionali.

Ma se il buon Travolta mi chiedessi un’opinione su questa sua debacle festivaliera gli direi: “Animo, John, un giorno da nerd non ha mai ucciso nessuno“. Io lo so bene.

175) Ho ucciso Giovanni Falcone -La Confessione di Giovanni Brusca (Saverio Lodato)

“Ho ucciso Giovanni Falcone -La Confessione di Giovanni Brusca” è un saggio /intervista di Saverio Lodato pubblicato per la prima volta nel 1999 da Mondadori Editore.

Sinossi:
Saverio Lodato ha incontrato in una cella blindata del carcere di Rebibbia Giovanni Brusca e ne ha raccolto la testimonianza: la voce del primo boss della “mafia vincente” che ha scelto la strada della collaborazione con la giustizia. In queste pagine il boss dei corleonesi racconta la storia della sua vita, senza censurare alcun particolare: il padre mafioso, gli studi interrotti, il primo omicidio, il viaggio di iniziazione dai “cugini” americani… Spiega come si svolge la vita di un latitante, rivela i retroscena della sua cattura e di quella di Riina, i segreti e le connivenze politiche, ricostruisce i giorni drammatici in cui si preparò la strage di Capaci.
Recensione:
Qualunque persona può sbagliare, dire e fatti atti terribili, macchiarsi anche di delitti sangue e poter comunque aspirare al perdono, almeno divino, se il suo pentimento è davvero sincero.
Riconoscere i propri errori e chiedere perdono alle vittime per le indicibili sofferenze subite è il primo indispensabile passo per dimostrare la reale volontà di un cambiamento esistenziale.
La storia dell’uomo e dell’Arte è ricca di numerose e diverse forme di pentimento, contrizione da parte di uomini malvagi e sanguinari.
Il “pentimento” manzoniano dell’Innominato è diventato nel tempo non solamente a livello letterario il punto di riferimento e di paragone per raccontare la decisiva e sofferta scelta di un “villain”.
Fin dall’inizio “Il pentimento mafioso” è stato oggetto di controverse e furiose polemiche e critiche da parte dell’opinione pubblica e soprattutto dei politici, poiché considerato uno strumento “delicato” quanto “ambiguo” nelle mani della magistratura.
Giovanni Falcone fu il primo a coglierne l’enorme potenzialità giuridica ed investigativa nel comprendere prima la mentalità ed organizzazione della “misteriosa” Cosa Nostra e successivamente utilizzando le dichiarazioni dei pentiti per sconfiggerla.
Lo Stato può fidarsi delle parole di mafioso, autore di disumane efferatezze e suo strenuo nemico fino al giorno dell’arresto?
È arduo dare una risposta chiara e definitiva su questo difficile quesito, ma sicuramente il lettore può ottenere utili quanto indispensabili elementi di valutazione leggendo il libro/intervista di Saverio Lodato all’ex boss Giovanni Brusca.
Giovanni Brusca è l’esecutore materiale della strage di Capaci e responsabile della.
morte di Giovanni Falcone, della compagna e degli agenti di scorta.
È quasi impossibile anche solo immaginare un ‘azione umana più feroce terribile di quella compiuta dall’ex boss di Corleone e resistere al legittimo senso di disgusto e rabbia nei confronti di questo assassinio.
Ma superando l’iniziale turbamento il lettore ha l’opportunità di “vedere” e “conoscere” da un’inedita prospettiva la realtà mafiosa di Cosa Nostra.
“Ho ucciso Giovanni Falcone” è un crudo, spietato, autentico e sconvolgente viaggio dentro la vita e l’anima di un uomo divenuto consapevolmente un mostro sanguinario, ma in origine un ragazzo privo di un un modello familiare alternativo o di tessuto sociale ed economico allettante e soprattutto legale per fuggire al proprio infausto destino.
Giovanni Brusca pur non rinnegando il proprio passato e la “filosofia mafiosa” che ha ispirato la sua esistenza, ha scelto di raccontarsi mostrando molti degli scomodi scheletri presenti nel suo “armadio”.
“Ho ucciso Giovanni Falcone” è una lettura angosciante potente, illuminante quanto tragica della storia recente del nostro Paese che da una parte scuote e sgomenta il lettore e dall’altra gli fa compiere con un efficace “Virgilio “ un viaggio dentro una realtà infernale e soprattutto prendendo coscienza dei criminosi e tragici piani sovversivi di Cosa Nostra.
Recitano i manuali di guerra:
“Conoscere il proprio nemico è il primo necessario passo per poter vincere qualsiasi tipo di guerra”.
In qualche modo il pentimento di Brusca ha permesso allo Stato d’arricchire la propria conoscenza dell’avversario mafioso.
Una ricchezza da sfruttare bene e soprattutto nei modi e tempi opportuni, evitando che l’amara ed inquietante profezia “di Giovanni Brusca possa realizzarsi “. Purtroppo Per Parlare di Mafia, ci vogliono certi morti; altrimenti l’argomento non interessa a nessuno, come è stato detto più volte. E mi dispiace che a ripeterlo devo essere io”

115) Prima che la Notte

“Prima che la notte” è un film tv di Daniele Vicari. Con Fabrizio Gifuni, Lorenza Indovina, Dario Aita, David Coco, Selene Caramazza, Fabrizio Ferracane, Carlo Calderone.

Chi era Giuseppe Fava? Perché è così urgente che il pubblico televisivo e in modo particolare i giovani conoscano la storia di questo giornalista siciliano, ucciso dalla mafia locale il 5 gennaio 1984?

“Io ho un concetto etico del giornalismo: ritengo che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella siciliana rappresenti una forza essenziale. Un giornalismo fatto di verità impedisce la corruzione, frena la violenza, la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili. Pretende il funzionamento dei servizi sociali. Tiene continuamente all’erta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo. Un giornalista incapace, per vigliaccheria o calcolo, della verità si porta sulla coscienza tutti i dolori che avrebbe potuto evitare, e le sofferenze, le sopraffazioni, le corruzioni, le violenze che non è stato capace di combattere. Il suo stesso fallimento!”

Fava firmò questo editoriale dopo che il suo editore aveva provato a censurarlo, nel 1980. E le sue parole rendono l’idea della caratura morale e del modo di pensare di questo giornalista, scrittore, drammaturgo, uomo carismatico, affascinante, solare, ironico, amante della vita e delle donne.

Il film tv “Prima che la notte”, in onda su Rai 1 il 23 maggio, in occasione della giornata della legalità, inizia il suo racconto proprio a partire da quell’anno.

Giuseppe Fava (Gifuni), sebbene abbia ottenuto numerosi successi professionali a Roma, decide di tornare a Catania accettando la proposta di un facoltoso imprenditore di fondare e dirigere un nuovo giornale. Il ritorno a casa ha un carattere privato: l’uomo vuole infatti definire il rapporto con la moglie Linda (Indovina), nonostante il loro matrimonio sia, di fatto, finito da tempo.

Fava si getta con entusiasmo nella nuova avventura professionale, formando una redazione di giovani giornalisti – carusi – tra cui anche il figlio Claudio (Aita), e dando vita a un giornale alternativo, scomodo e coraggioso, che parlava della mattanza in corso nelle strade di Catania, del boss mafioso Nitto Santapaola, dei quattro Cavalieri del lavoro, ribattezzati dell’Apocalisse, collusi con la malavita. continua su

http://paroleacolori.com/prima-che-la-notte-su-rai-1-il-film-tv-sul-giornalista-siciliano-giuseppe-fava/

56) Il Cacciatore

“Il Cacciatore ”  è una serie tv di Stefano Lodovichi, Davide Marengo. Con Francesco Montanari, David Coco, Paolo Briguglia, Francesco Foti, Marco Rossetti, Roberta Caronia, Miriam Dalmazio, Roberto Citran, Edoardo Pesce

Liberamente ispirata al libro “Cacciatore di mafiosi” di Alfonso Sabella

“Ho voluto scrivere questo libro sulle mie esperienze professionali per due motivi. Il primo era far sapere agli italiani come lo Stato seppe reagire alle stragi di Capaci e Via D’Amelio e successivamente alla stagione del terrore mafioso del ‘93. In pochi sanno o ricordano che lo Stato riuscì a smantellare parte della Cupola, arrestando uno dopo l’altro mafiosi del calibro di Bagarella e Brusca. Non ci siamo arresi, non ci siamo fermati solo al processo contro Giulio Andreotti. Il secondo era scalfire l’aura che pellicole celebri come la saga del “Padrino” hanno costruito intorno ai mafiosi. Non è vero che non erano capaci di nefandezze come sciogliere un bambino nell’acido. I mafiosi sono belve senza scrupoli e io ho voluto raccontarne l’orrore e le brutalità compiute da questi uomini. Speravo che il mio romanzo potesse diventare la base per realizzare un progetto televisivo o cinematografico, ma devo ammettere che mai avrei pensato che questa serie potesse raggiungere simili livelli.

Parla così Alfonso Sabella, ex magistrato del pool antimafia di Palermo e autore del libro “Il cacciatore dei mafiosi”, alla presentazione della serie tv “Il cacciatore” in onda per sei serate su Rai 2, a partire dal 14 marzo.

Definirla semplicemente una serie tv sulla mafia sarebbe riduttivo (vogliamo almeno ricordare che ci sono voluti 10 anni per arrivare alla messa in onda). La sfida di Rai e Cross Productions è proporre una versione italiana di “Narcos”.

I teledipendenti potrebbero essere già saltati, inorriditi, sulla sedia davanti a questa dichiarazione avventata, ma se avete imparato a fidarvi almeno un po’ del vostro cronista, posso assicurarvi che “Il cacciatore” ha tutte le carte in regola per diventare l’evento dell’anno sulle reti generaliste – dopo “Il commissario Montalbano”.

Uno dei punti di forza della serie è sicuramente la cornice temporale in cui si inserisce la storia. Siamo nel 1993, anno delicato e drammatico per il nostro Paese. La Prima repubblica sta crollando sotto i colpi di Tangentopoli; i leader politici come Craxi e Andreotti, un tempo temuti e rispettati, sono considerati ladri o peggio.

L’Italia si trova di fronte a un bivio, scossa dagli attentati mafiosi di Roma e Firenze, e provata dalla paura collettiva che la situazione possa farsi ancora più incontrollata. continua su

http://paroleacolori.com/il-cacciatore-francesco-montanari-nella-serie-tv/

119) Maltese -il romanzo del commissario

Una serie ideata da Leonardo Fasoli, Maddalena Lavagni. Con Kim Rossi Stuart, Rike Schmid: Elisa Ripstein, Antonio Milo, Valeria Solarino, Francesco Scianna, Michela Cescon. Drammatico, poliziesco. 2017

1 serie – 8 puntate (90′)

Nuovo mese, nuova fiction in casa Rai, nuovo protagonista, ma con alcuni elementi che potrebbero suonarvi familiari. Lui infatti è un commissario, e la storia è ambientata in Sicilia.

Sì, lo so, caro teledipendente, la tv pubblica, mai come in questa stagione, sembra essere diventata la casa degli sbirri. Sono già sfilati sul piccolo schermo Rocco Schiavone, Giuseppe Lojacono e “I Bastardi di Pizzo Falcone”, l’ispettore Leonardo Caglistro de “La porta Rossa”, Montalbano e l’ispettore Coliandro.

Una lista di tutori dell’ordine che più diversi non si potrebbe, tutti però a loro modo carismatici.

C’è forse un maggiore desiderio di legalità, nel pubblico? Ne dubitiamo, ma sicuramente gli italiani hanno bisogno di eroi normali, come lo sono i servitori dello Stato capaci, anche se per finzione, di trovare sempre il colpevole.

Dall’8 maggio per quattro settimane su Rai uno avremo modo di conoscere e quasi sicuramente di apprezzare un “nuovo” commissario, Dario Maltese interpretato da Kim Rossi Stuart. Il personaggio torna in tv dopo un’assenza di tredici anni, tanto è passato dalla miniserie a lui dedicata.

Attenzione, anche se l’ambientazione è siciliana, non pensate di vedere solo una copia sbiadita del commissario Montalbano, perché le due serie sono prodotti assai diversi.

Uguale per entrambe è il produttore, Carlo degli Esposti con la sua Palomar, garanzia di qualità. Ma dopo questo, prevalgono le differenze.

La prima è temporale. Le indagini di Montalbano sono ambientate nella Vigata di oggi; con Maltese, invece, faremo un salto indietro nel tempo fino al 1976.

La seconda è geografica. Se con il personaggio di Camilleri abbiamo imparato ad amare la Sicilia Orientale (Scicli, Modica, Ragusa), con Maltese avremo la possibilità di conoscere quella Orientale e in particolare Trapani e dintorni.

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http://paroleacolori.com/maltese-kim-rossi-stuart-nel-romanzo-del-commissario/

2) Buttanissima Sicilia ( Pietrangelo Buttafuoco)

buttafuoco

“Buttanissima Sicilia” è un saggio di Pietrangelo Buttafuoco pubblicato nel 2014 da Bompiani.

Solo chi è innamorato può criticare, insultare la donna amata e nello stesso tempo proteggerla  e vederla  felice .
Pietrangelo Buttafuoco ama la Sicilia. Ama la sua terra e i siciliani con convinzione e forza.
Eppure non si tira indietro nell’ammettere che è una terra disgraziata, profanata,offesa e, in altre parole alla mercè di chiunque.
Come una “puttana” di strada o se volete una mucca da mungere, la Sicilia è stata violentata da chiunque sia salito al potere senza badare all’interesse e benessere dei siciliani.
Buttafuoco, senza alcuna remora, si scaglia contro Rosario Crocetta , attuale governatore della Regione Sicilia, criticando la sua politica vanesia e vuota fatta di annunci e di come basi il suo successo politico sul presunto primato dell’ antimafia.
Mafia e Antimafia per Buttafuoco sono il rovescio della stessa amara e tragica medaglia. L’antimafia di Crocetta e del deputato PD Beppe Lumia, se è possibile, è anche peggio della mafia stessa :e un sistema autoreferenziale che mira ad eliminare gli avversari politici non con la forza delle idee, bensì degli anatemi.
Una terra governata prima da Cuffaro, poi da Lombardo e infine da Crocetta in nome di una rivoluzione culturale che si è persa per strada.
E’ dunque Grillo, l’uomo della speranza? No, semmai è l’uomo giusto, essendo un comico, per poter dare ai siciliani, un amaro sorriso e una finta illusione che qualcosa possa cambiare.
Crocetta è per Buttafuoco la silenziosa emanazione di Raffaele Lombardo, ufficialmente uscito di scena per motivi giudiziari, ma nella realtà ancora al centro del potere grazie al suo potente giro di clientelismo.
Una Regione che perde i pezzi per strada perché in mano a politici inetti, inadeguati e ignoranti. E approfittando e abusando dello Statuto speciale vengono compiute nefandezze di ogni tipo.
Buttafuoco con il suo stile ironico e pungente non risparmia niente e nessuno, auspicando l’abolizione dello Statuto Speciale e che lo Stato torni davvero a farsi sentire in Sicilia.
Un saggio ben scritto, fluido e graffiante che non può  non scuotere e far riflettere il lettore.
Una Regione che ha perso per strada il senso della decenza, facendo diventare normali nei palazzi del potere l’insipienza politica e l’indecenza morale.
C’è dunque speranza per la Sicilia? E’ Difficile, molto difficile. Eppure Buttafuoco da uomo innamorato,seppure faccia un quadro desolante e avvilente della classe politica siciliana, auspica, e io con lui, che questa sfortunata e contraddittoria terra, possa trovare la forza per uscire dall’impasse e sentirsi finalmente una donna rispettabile.

Vittorio De Agrò e Cavinato Editore presentano “Essere Melvin”

http://www.ibs.it/code/9788899121372/de-agrograve/essere-melvin-tra.html

“Buttanissima Sicily” is an essay by Pietrangelo Buttafuoco published in 2014 by Bompiani.

Only those who are in love can criticize, insult the woman he loved and at the same time protect her and see her happy.
Pietrangelo Buttafuoco loves Sicily. He loves their land Sicilian with conviction and strength.
Yet he does not hold back in admitting that it is a wretched land, defiled, offended and in other words at the mercy of anyone.
As a “whore” street or sometimes a cash cow, Sicily was raped by anyone came to power without regard to the interest and welfare of the Sicilians.
Buttafuoco, without any hesitation, he rails against Rosario Crocetta, current governor of Sicily. Criticizing his policies made vain and empty of ads and as bases his political success on the alleged primacy of ‘anti-mafia.
Mafia and Antimafia for Buttafuoco are the reverse of the same bitter and tragic story. The anti-mafia MEP Crocetta and PD Beppe Lumia, if possible, is even worse than the Mafia itself being a self-referential system which aims to eliminate political opponents not with the power of ideas but of the anathemas.
A land ruled by Cuffaro first, then from Lombardo and finally from Crocetta in the name of a cultural revolution that has lost its way.
And ‘therefore Grillo, a man of hope? No, if anything, he is the right man, being a comedian, to give the Sicilians, a bitter smile and pretend illusion that something can change
Crocetta Buttafuoco to the silent emanation of Raffaele Lombardo, officially left the scene on legal grounds, but in fact still hundred of power thanks to his patronage.
A region that loses the pieces on the street because in the hands of inept politicians, inadequate and ignorant. And taking advantage and abusing the special statute are carried out atrocities of all kinds.
Buttafuoco with his ironic style and pungent spares nothing and no one called for the abolition of special status and that the state really come back to bite in Sicily.
A well-written essay, and biting fluid that can not shake and make the reader think
A region that has lost his way a sense of decency by becoming normal in the corridors of power the political ignorance and moral indecency.
So there is hope for Sicily? It ”s hard, very hard. Yet Buttafuoco men in love, even face a bleak and disheartening of the political class in Sicily, and I and he hopes that this unfortunate and contradictory land, can find the strength to break the deadlock and finally feel a respectable woman.

252) Kilo Two Bravo, Borsalino City, Lo Scambio

La vita è bella perché varia e soprattutto complessa. Nell’arco di un’esistenza viviamo momenti, sentimenti, azioni anche contrarie e antitetiche. L’uomo è artefice del proprio destino e molto spesso vittima di se stesso e della sua stupidità.
Il Torino Film, come ogni buon festival, si sforza di mostrare e raccontare le diverse sfumature della vita e dell’uomo. Negli ultimi due giorni il vostro cronista ha visto un modo sciocco e amaro di morire, ha apprezzato l’eleganza e la moda italiana e, infine, ha osservato come anche i mafiosi abbiano sentimenti e crisi di coscienza. Ed eccone i risultati…

kilo two bravo

Kilo Two Bravo

L’uomo non riesce a stare in pace, sentendo il costante bisogno di farsi del male.
La guerra è sicuramente più vantaggiosa dal punto di vista economico. Non si spiega in altro modo il fatto che le truppe Nato siano ancora in Afganistan.
Non si sa più chi sia il nemico da combattere, eppure non passa un giorno che non ci sia la morte di un militare. Quanto sangue versato, in nome di cosa e di chi?
Forse sembrerò cinico, ma si può morire lontani da casa per colpa di una mina messa chissà da chi?
Il paradosso delle missioni di pace.
Il film inglese dell’esordiente Paul Katis (sezione “After Hours” del festival) ci racconta un fatto realmente accaduto a un plotone di militari inglesi in Afghanistan nel 2006. Un conflitto di quindici anni che non sembra avere mai una fine. Tanti, troppi militari di diversa nazionalità hanno perso la vita e non sempre durante un conflitto a fuoco. Sì, perche tutto il territorio afghano è pieno di mine antiuomo, posizionate ai tempi dell’invasione sovietica negli anni Ottanta. Anche una semplice operazione di controllo del territorio può essere fatale. Esattamente quello che successe al plotone inglese quando finì bloccato in una sperduta vallata. I militari non si accorsero delle mine e ben presto molti di loro furono feriti quasi mortalmente. Se non fosse un fatto tragicamente vero, si potrebbe affermare che lo spettatore stia assistendo a una vicenda tra il kafkiano e il fantozziano, all’interno di una banale e ordinaria giornata di un conflitto permanente. I soldati inglesi cadono uno dopo l’altro, non per mano nemica, bensì per qualche forza militare straniera che ha scelto di rendere inaccessibile questo luogo sperduto. Lo spettatore assiste alla lenta agonia dei feriti, costretti ad attendere ansiosamente e lungamente i soccorsi e all’eroico impegno dell’ufficiale medico di curarli e rincuorarli con i pochi mezzi a disposizione. È un film bellico, eppure non c’è azione, movimento. Tutta la storia si svolge in pochi metri come se fossimo su un palcoscenico teatrale. Il film è paradossalmente claustrofobico, sebbene da una parte la scena sia limitata e quasi soffocante, dall’altra gli occhi dello spettatore non possono non notare lo sconfinato deserto afghano e le maestose montagne che lo circondano. Una struttura scenica e narrativa che evoca il teatro, ma non ne ha la forza comunicativa ed espressiva. Nonostante le vicende drammatiche, il film non trasmette pathos e coinvolgimento emotivo. La regia, seppure volenterosa e scrupolosa nel ricostruire al meglio le vicende, non è stata capace di dare un’anima al film. Il risultato è un prodotto magari dignitoso artisticamente, ma lento nel ritmo e noioso da vedere. Alla lunga Il cast risulta privo di mordente e carisma interpretativo. Una storia vera e tragica che sicuramente meritava di essere raccontata, ma purtroppo il film non va oltre un biglietto “Omaggio”.

borsalino city

Borsalino City

Noi italiani siamo dei grandi imprenditori. Il “made in italy” è uno dei marchi più richiesti e invidiati al mondo.
Spesso, però, ce ne dimentichiamo, come se i demeriti fossero superiori ai nostri talenti.
A chi avesse questa convinzione si consiglia caldamente di dare un’occhiata all’interessante documentario “Borsalino City” di Enrica Viola, presentato al Festival di Torino nella sezione “Festa Mobile”.
Oggi sono pochi quelli che amano indossare il cappello, un accessorio che fino a qualche decennio fa era per l’uomo non solo necessario, ma indispensabile. Il tipo di cappello raccontava chi fosse l’uomo e a quale categoria sociale appartenesse.
Quello che forse pochi sanno è che la migliore azienda al mondo di cappelli è italiana. È la Borsalino, fondata nel 1857 ad Alessandria da Giuseppe Borsalino, di umili origini, che ha il fiuto di comprendere che coprire la testa dell’uomo sarebbe potuto diventare un grande business. Così, dopo essere emigrato in Francia per apprendere le tecniche dai migliori cappellai d’Europa, Giuseppe sceglie di fondare la sua ditta e di aggredire letteralmente il mercato. La Borsalino, in poco tempo, si impone come azienda leader del settore e, quando nel 1900 all’Esposizione Universale riceve il premio come miglior cappellaio, è l’azione decisiva per farsi conoscere e apprezzare in tutto il mondo. Si sono succeduti con successo e profitto alla guida dell’azienda, dopo la morte di Giuseppe, il figlio Terencio e poi il nipote Nino, espandendo il nome Borsalino e legandolo in maniera forte e incontrovertibile alle parole moda, eleganza e glamour. I cappelli Borsalino sono stati indossati da uomini di Stato, imperatori, scrittori e, soprattutto, attori. Il connubio Borsalino – cinema risale all’inizio degli anni venti, ancor prima della nascita di Hollywood. Non c’era un personaggio, sia esso buono o cattivo, che non indossava come completamento della sua personalità un cappello dell’azienda di Alessandria. Il documentario inizia proprio con l’omaggio dell’attore americano Robert Redford alla Borsalino, che rivela il suo amore per i cappelli al punto di essere andato in “pellegrinaggio” fino ad Alessandria per acquistare il suo cappello preferito. La città di Alessandria vive da sempre in simbiosi con l’azienda. Negli anni d’oro dei cappelli la maggioranza degli abitanti aveva un lavoro nella fabbrica.
Oggi la “Borsalino” non è più in mano agli eredi di Giuseppe e i numeri di vendita sono drasticamente calati dopo che, dagli anni sessanta, la società è profondamente cambiata. Eppure, Borsalino continua a esserci e resta un marchio di qualità e orgoglio italico davanti al quale il mondo non può far altro che togliersi il cappello.

Lo scambio

Lo scambio

Siamo soliti pensare che gli uomini e le donne di mafia non abbiano sentimenti e non sappiano cosa sia la crisi di coscienza.
Nel corso degli anni il cinema e la TV hanno provato a raccontare e a mettere in scena la realtà, mafiosa cercando di spiegarne soprattutto la mentalità. È difficile però comprendere fino in fondo qualcosa che ben poco ha di umano nello spirito.
“Lo scambio”, film dell’esordiente Salvo Cuccia, cerca di raccontare non la solita storia di mafia, bensì di costruire un noir psicologico e onirico, mettendo al centro della scena una serie di personaggi che solo con lo scorrere delle scene riusciamo a collocare nella giusta prospettiva e dimensione morale e umana. Non è facile mettere a fuoco chi siano i buoni, chi i cattivi, come se il regista avesse deciso di “giocare” con lo spettatore, invitandolo a seguire le storie che più volte cambiano direzione narrativa e soprattutto evidenziando l’assenza di un vero filo rosso narrativo. Il “gioco” pirandelliano, però, finisce per penalizzare il film, rendendo altalenanti le strutture e confuso l’intreccio narrativo. Si fatica a capire il messaggio finale del film e cosa il regista speri che lo spettatore colga. C’è una donna (Barbara Tabitta) ossessionata dal rapimento del piccolo Matteo e fatalmente schiacciata dalla “colpa” di un fratello collaboratore di giustizia. Abbiamo un commissario (Filippo Luna), che poi scopriamo non essere tale, che cerca delle risposte a qualsiasi costo, arrivando perfino a torturare e uccidere un ragazzo qualunque (Maziar Firouzi) perché erroneamente considerato una fonte da spremere. Si possono formulare tante ipotesi senza però trovare un appiglio concreto cui aggrapparsi per definire il film e dargli un valore. Dispiace per un cast preparato, professionale e, nel complesso, discreto nell’interpretare i personaggi, ma penalizzato e travolto dai gravi limiti della sceneggiatura..continua su

http://www.mygenerationweb.it/201511282797/articoli/palcoscenico/cinema/2797-torino-film-festival-kilo-two-bravo-borsalino-city-lo-scambio

Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci,nonostante tutto”

http://www.ibs.it/ebook/de-agr-vittorio/amiamoci-nonostante-tutto/9788891176837.html

Life is beautiful because various and especially complex. Over the course of a life we ​​live moments, feelings, actions and even antithetical to the contrary. Man is master of its own destiny, and very often a victim of himself and of his stupidity.
The Turin Film, like any good festival, strives to show and tell the different shades of life and man. In the last two days, your reporter saw a silly way and bitter death, he appreciated the elegance and Italian fashion and, finally, it looked like the mobsters also have feelings and crises of conscience. And here are the results …

Two Kilo Bravo

The man can not be at peace, feeling the constant need to get hurt.
The war is definitely more advantageous from the economic point of view. It can not be explained in any other way the fact that NATO troops are still in Afghanistan.
You no longer know who the enemy to fight, but not a day goes by that there is not the death of a soldier. How much blood shed in the name of what and whom?
Perhaps it will seem cynical, but you can die away from home because of a mine placed by who knows who?
The paradox of peace missions.
The British film debutant Paul Katis (the “After Hours” of the festival) tells a true story of a platoon of British soldiers in Afghanistan in 2006. A fifteen-year conflict that seems to have no end. Too many soldiers of different nationalities lost their lives and not always during a firefight. Yes, because all the Afghan territory is full of landmines, positioned at the time of the Soviet invasion in the eighties. Even a simple control of the territory can be fatal. Exactly what happened to the English squad when he finished locked in a remote valley. The military did not notice mine and soon many of them were wounded almost mortally. Were it not a fact tragically true, it could be argued that the viewer is witnessing a Kafkaesque affair between and Fantozzi, in a banal and ordinary day of a permanent conflict. British soldiers fall one after another, not to enemy hands, but for some foreign military force that has chosen to make this remote place inaccessible. The viewer watches the slow agony of the wounded, forced to wait anxiously and long relief and heroic efforts by the medical officer to treat them and cheer them up with the few resources available. It is a war film, but there is no action, movement. The whole story takes place in a few meters like we were on a theater stage. The film is paradoxically claustrophobic, although on the one hand the scene is limited and almost suffocating, the other eye of the viewer can not help but notice the endless Afghan desert and the majestic mountains that surround it. A stage structure and narrative that evokes the theater, but he has the power of communication and expression. Despite the dramatic events, the film does not convey pathos and emotional involvement. Directed, although willing and scrupulous in reconstructing the most of the events, has not been able to give a soul to the film. The result is a product maybe decent artistically, but slow in pace and boring to watch. The long cast comes without the bite and charisma of interpretation. A true story and tragic that definitely deserved to be told, but unfortunately the film goes beyond a ticket “Tribute”.

Borsalino City

We Italians are of great entrepreneurs. The “Made in Italy” is one of the most popular brands and envied in the world.
But often we forget, as if the demerits outweigh our talents.
Who we had this conviction is advised that you take a look to the interesting documentary “Borsalino City” Enrica Viola, presented at the Turin Film Festival in “A Moveable Feast.”
Today there are few who love to wear the hat, an accessory that until a few years ago was for a man not only necessary but essential. The type of hat told who the man was and what social category belonged.
What perhaps few know is that the best company in the world of hats is Italian. Is Borsalino, founded in 1857 in Alexandria by Giuseppe Borsalino, of humble origins, who has the flair to understand that cover the man’s head could have become a big business. So, after going to France to learn the techniques from the best haters of Europe, Joseph decided to found his firm and literally attack the market. Borsalino, in a short time established itself as an industry leader and, when in 1900 at the Universal he receives the award for best hatter, is decisive action to be known and appreciated worldwide. They have followed successfully and profitably running the company after the death of Joseph, the son Terencio and then his nephew Nino, expanding the name Borsalino and tying it in a strong and incontrovertible words fashion, elegance and glamor. Borsalino hats were worn by men of State, emperors, writers, and especially actors. The union Borsalino – film goes back to the twenties, even before the birth of Hollywood. There was a character, whether it be good or bad, who was not wearing as completion of his personality a hat company in Alexandria. The documentary begins with a tribute to the American actor Robert Redford Borsalino, which reveals his love of hats to the point of going on a “pilgrimage” to Alexandria to buy his favorite hat. The city of Alexandria has always lived in symbiosis with the company. In the golden years of the hats the majority of people had a job in the factory.
Today the “Borsalino” is no longer in the hands of the heirs of Joseph and sales numbers are down dramatically after that, the sixties, the company has changed dramatically. Yet, Borsalino continues to be and remains a quality brand and Italian pride before whom the world can not help but take off his hat.

Exchange

We used to think that men and women of the Mafia have no feelings and does not know what the crisis of conscience.
Over the years, film and television have tried to tell and to stage the reality, especially mafia trying to explain the mentality. It is however difficult to fully comprehend something which has little of the human spirit.
“The Crossing”, films by first-time Salvo Cuccia, tries to tell not the usual story of the Mafia, but to build a psychological noir and dreamlike, putting at center stage a series of characters that only with the passing of the scenes we can place in perspective and moral and human dimension. It is not easy to focus on who the good, who the bad guys, as if the director had decided to “play” with the viewer, inviting him to follow the stories that repeatedly change direction fiction and especially highlighting the lack of a true pro Red narrative. The “game” Pirandello, however, penalizing the film, making erratic structures and confused the storyline. It is hard to figure out the final message of the film and what the director hope that the viewer will seize. There is a woman (Barbara Tabitta) obsessed by the kidnapping of little Matthew and fatally crushed by the “guilt” of a brother associate justice. We have a commissioner (Philip Moon), that we find out not to be such, that is looking for answers to any cost, going so far as to torture and kill an ordinary boy (Maziar Firouzi) because it erroneously considered to be a squeeze. You can make many hypotheses without finding a foothold concrete hold on to define the film and give it a value. Sorry for a cast prepared, professional and, overall, discreet in interpreting the characters, but penalized and overwhelmed by severe limits on sceneggiatura..continua

http://www.mygenerationweb.it/201511282797/articoli/palcoscenico/cinema/2797-torino-film-festival-kilo-two-bravo-borsalino-city-lo-scambio

Vittorio De Agro presents “Let us love, despite everything”

http://www.ibs.it/ebook/de-agr-vittorio/amiamoci-nonostante-tutto/9788891176837.html

87) Ciò che Inferno non è

d'avenia

“Ciò che Inferno non è” è un libro scritto da Alessandro D’Avenia e pubblicato nell’autunno del 2014 da Mondadori Editore.

Cosa è l’inferno? Dove si trova? Anche gli atei spesso pronunciano con timore questa parola consapevoli di quale terribili conseguenze abbia. Eppure in questo nostro mondo ci sono stati inferni, perché l’uomo è più,aihmè, bravo a fare del male che del bene.

E’ inferno dove si soffre, dove si uccide, dove si offende il nome di Dio. E’ inferno dove non c’è amore.

L’inferno può essere anche dietro casa tua e non saperlo. L’inferno per la Sicilia è la mafia che prospera e si nutre della povertà,ignoranza e debolezza degli uomini. L’inferno si allarga a macchia d’olio e molto spesso si mangia interi quartieri come il quartiere Brancaccio a Palermo, città bella e dannata in cui odio e amore si mescolano. Ma c’è chi si ribella all’inferno sulla terra e combatte anche a mani nude questa guerra con la forza dell’amore e in nome di Dio. Questa è la storia di Don Pino Puglisi o 3P come lo chiama Federico il coprotagonista di questa storia. A molti il nome Don Puglisi dirà poco eppure anche i preti possono essere eroi. Già perche Don Pino fu l’eroe per conto di Dio a Brancaccio donando amore e speranza a tanti ragazzi e ragazze che vivevano per strada abbandonati dallo Stato.

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http://www.passionelettura.it/recensioni-libri/cio-che-inferno-non-e-alessandro-davenia/

Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci, nonostante tutto”

http://www.amazon.it/Amiamoci-nonostante-tutto-Vittorio-Agr%C3%B2-ebook/dp/B00TJEWLZU/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1429628978&sr=1-1&keywords=amiamoci+nonostante+tutto

Vittorio De Agrò e Cavinato Editore presentano “Essere Melvin”

http://www.cavinatoeditore.com

What is Hell “is a book written by Alessandro D’Avenia and published in the fall of 2014 by Mondadori Editore.

What is hell? Where is it? Even atheists often speak fearfully aware of this word which has terrible consequences. Yet in our world there have been hell, because man is more, Aihm, good at doing harm than good.

And ‘hell where one suffers, where you kill, where it offends the name of God.’ Hell where there is no love.

Hell can be even behind your house and not know it. Hell for Sicily is the mafia that thrives and feeds on poverty, ignorance and weakness of men. Hell spreads like wildfire, and very often you eat whole neighborhoods like the Brancaccio quarter in Palermo, the beautiful and damned where hate and love are mixed. But some rebels in hell on earth and also fights barehanded this war with the power of love and in the name of God. This is the story of Don Pino Puglisi 3P or as he calls Frederick the co-star of this history. To many the name Don Puglisi say little and yet even the priests can be heroes. Already because Don Pino was the hero for God to Brancaccio giving love and hope to many boys and girls living on the street abandoned by the state.

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Vittorio De Agro presents “Let us love, despite everything”

http://www.amazon.it/Amiamoci-nonostante-tutto-Vittorio-Agr%C3%B2-ebook/dp/B00TJEWLZU/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1429628978&sr=1-1&keywords=amiamoci+nonostante+tutto

Vittorio De Agro and Cavinato Publisher present “Being Melvin”

http://www.cavinatoeditore.com