8) Tribes of Europa

“Tribes of Europa” è una serie ideata da Philip Koch. Con Emilio Sakraya, Henriette Confurius, David Ali Rashed, Melika Foroutan, Oliver Masucci, Ana Ularu. Fantascienza, drammatico. Germania. 2021-in produzione

Sinossi:

Nel 2074, trentacinque anni dopo il “Dicembre nero”, un evento improvviso che ha spento ogni strumento tecnologico e ha causato il fallimento dell’Unione Europea, gli Stati così come li conosciamo non esistono più. Al loro posto ci sono numerosi micro-stati in lotta per il domino sul continente. Al clan degli Origini appartengono i fratelli Liv, Kiano ed Elja, la cui vita cambierà quando entreranno in possesso di un misterioso cubo.

Recensione:

Se alla sinossi di “Tribes of Europa” aggiungessimo la minaccia dall’Oriente che sta per abbattersi sul continente, ci verrebbe solo da sperare che gli sceneggiatori non abbiano un talento visionario, oltre che creativo…

La serie tedesca disponibile su Netflix è visivamente bella, curata nella scenografia, maestosa nell’ambientazione ma purtroppo piuttosto povera a livello drammaturgico.

L’incipit è sicuramente potente, duro, spietato nel suo mostrare la brutalità e la ferocia dell’uomo “del futuro”, che privato di ogni tecnologia e comfort è costretto ad adattarsi di nuovo a un mondo selvaggio, compiendo una sorta di “ritorno alla origini”. continua su

2) Picciridda (Catena Fiorello)

“Picciridda” è un romanzo scritto da Catena Fiorello e pubblicato per la seconda volta nel 2017 da Giunti Editore.

Sinossi:

Cosa può mai accadere a una bambina, una picciridda per dirla nel dialetto locale, che nei primi anni Sessanta vive in un minuscolo villaggio di pescatori, Leto, lungo la costa tra Messina e Catania? Può accadere, ad esempio, che i genitori si trovino costretti a emigrare in Germania in cerca di fortuna e che decidano di portare con sé solo il più piccolo dei due figli, affidando “la grande”, pur sempre picciridda, alla nonna paterna. È la storia di Lucia, l’indimenticabile protagonista di questo romanzo, a cui l’idea di essere figlia di emigrati non va per nulla a genio. Come tutti i bambini che non hanno fortuna, lei è «figlia della gallina nera» e questo significa una vita di sacrifici e rinunce. Lo sa bene. Lo dicono tutti. Lo ripete la nonna, così burbera e austera da essersi guadagnata il nomignolo di Generala. Ma col passare dei mesi, l’esistenza di Lucia si popola di persone e di affetti: le zitelle Emilia e Nora, l’amica del cuore Rita, la Massara Donna Peppina… Ci sono anche gli uomini, misteriosi e taciturni, un mondo da cui stare alla larga (come dice sempre la nonna) o tutto da scoprire (come sente Lucia). E proprio uno di quegli uomini nasconde un terribile segreto a cui Lucia si avvicina sempre più, ignara di ciò a cui va incontro…

Attraverso la voce incredibilmente autentica di una bambina, Catena Fiorello ci regala un romanzo profondo e toccante, che ci parla con intelligenza e passione della sua terra e della sua gente.

Recensione:

Il siciliano non è un semplice dialetto, bensì è una lingua “assestante” avendo avuto molte contaminazioni linguistiche nel corso dei secoli.

Ogni parola può infatti assumere diversi significati e sfumature a seconda dell’intonazione e del contesto in cui è inserita.

“Piccirida” letteralmente ed in “senso stretto” significa bambina, piccola.

Ma può assumere sia una valenza positiva quanto affettuosa assume verso una  persona innocente, da proteggere, creatura fragile ed inesperta.

Come definire una persona in senso negativo viene usata  anche adulta non in grado d’assumersi le proprie responsabilità, incapace di maturare.

Ho voluto farvi questo breve “excursus” etimologico per farvi comprendere, almeno spero, il significato più autentico del romanzo di Catena Fiorello.

“Piccirida” va visto come una sorta di coming age “ante litteram” di una ragazza   di undici anni negli anni sessanta in Sicilia.

È difficile per una ragazza d’oggi poter anche solamente immaginare come potesse essere la vita di una propria coetanea in uno sperduto paesino della Sicilia.

Catena Fiorello consente di “colmare” questa lacuna esistenziale oltre sociale firmando una storia intensa, ingenua quanto toccante sotto forma di diario dando voce ai pensieri ed emozioni della giovane Lucia alias “picciridda”.

Lucia è stata affidata alle cure della burbera nonna dopo che i genitori e il fratello più piccolo sono stati “costretti” ad immigrare in Germania per lavoro.

Lucia si sente inizialmente abbandonata, tradita, sola non comprendendo la dolorosa scelta dei suoi genitori.

“Picciridda” inizia così un anno difficile, sofferto in cui da una parte dovrà affrontare e superare la nostalgia, assenza della propria famiglia e dall’altra sarà costretta a dover maturare più velocemente quanto traumaticamente scoprendo il volto adulto e duro della vita fatto di morte, violenza, follia e delusioni amorose.

“Piccirridda” è una bambina di 11 anni, ma si dimostrerà di possedere una testa e cuore di una giovane donna.

Il lettore legge con curiosità, affetto e partecipazione l’anno di vita di Lucia scandito da sorprese, delusioni e terribili soprusi.

È un racconto lineare, diretto quanto incalzante e realistico che proietta il lettore in un’epoca e società, sulla carta, ormai lontani nel tempo e nello spazio.

Tanti siciliani sono stati costretti a lasciare la propria terra ed affetti per sopravvivere.

Un’isola povera, economicamente arretrata, ingrata che ha spinto tanti suoi figli all’immigrazione in Germania, Svizzera, sottoponendoli ad innumerevoli sacrifici, umiliazioni e sacrifici.

“Picciridda” è una lettura consigliata, preziosa oltre che utile per conoscere chi siamo stati e soprattutto come il controverso tema della “migrazione” nello scorso secolo ha investito anche milioni di nostri concittadini.

“Picciridda” è una storia universale, trasversale che trasuda umanità, povertà, orgoglio capace di toccare le corde più profonde del lettore lasciando in dono uno speranzoso sorriso e malinconico ricordo.

137) Undine – Un amore per sempre

“Undine – Un amore per sempre” è un film di Christian Petzold. Con Paula Beer, Franz Rogowski, Maryam Zaree, Jacob Matschenz,
Gloria Endres de Oliveira. Drammatico, 90′. Germania, Francia 2020

Sinossi:

Undine lavora come storica presso il Märkisches Museum di Berlino: il suo compito è spiegare ai visitatori i plastici che raffigurano la città nei suoi progressivi stadi evolutivi. Undine è appena stata lasciata da Johannes, nonostante lui abbia giurato di amarla per sempre. All’improvviso, però, nel bar del museo compare il sommozzatore Christoph, ed è amore a prima vista. Undine ricostruisce la sua vita come Berlino ha ricostruito molteplici volte se stessa, ma una sera Christoph la chiama infuriato perché si sente tradito, dal momento che non gli mai rivelato l’esistenza di Johannes. Come farà Undine a ricucire con Cristoph? E riuscirà a vendicarsi di Johannes, come aveva promesso prima di essere abbandonata?

Recensione;

Le recensioni di titolati colleghi su “Undine – Un amore per sempre” di Christian Petzold, presentato lo scorso febbraio alla Berlinale, evidenziano come si tratti di un film destinato a dividere il pubblico. C’è chi lo amerà, e chi invece vorrà indietro i soldi del biglietto.

Personalmente ho difficoltà a prendere una posizione netta, perché alla fine della visione mi sono ritrovato con più dubbi che certezze.

Certo è che il regista ha provato a rielaborare alla sua maniera la figura mitologica dell’ondina, creatura marina del folklore europeo, con una storia d’amore e vendetta che si sviluppa a Berlino, co-protagonista del film e non solo sfondo passivo.

Ma ci sono diversi elementi che convincono poco. Lo spettatore fatica a trovare una logica e un senso in quello che vede, e alla fine si rassegna al fatto di capire poco e sentire soltanto a pelle. La sceneggiatura – dove si mescolano mitologia, storia d’amore, urbanistica – risulta eccessivamente stratificata e simbolica, emotivamente poco coinvolgente. continua su

“Undine – Un amore per sempre”: un film emozionante ma ermetico

129) Gli Affamati e I Sazi (Timur Vermes)

“Gli Affamati e i Sazi” è un romanzo scritto da Timur Vermes e pubblicato il 4 settembre 2019 da Bompiani Editore.

Sinossi:
In un futuro non troppo lontano la Germania ha introdotto un tetto massimo per i richiedenti asilo, l’intera Europa è chiusa ben oltre l’Africa del Nord e al di là del Sahara nascono enormi lager in cui milioni di migranti aspettano. Aspettano così a lungo che se non significasse morte certa attraverserebbero il deserto a piedi pur di andarsene. Quando la famosa presentatrice tedesca Nadeche Hackenbusch visita il più grande di questi lager, il giovane Lionel intravede un’occasione unica per andarsene: insieme a 150mila migranti sfrutta l’attenzione del pubblico televisivo e si mette in marcia verso l’Europa. La bella presentatrice e i migranti diventano campioni di ascolti. E mentre l’emittente televisiva gioisce per la cronaca dal vivo, i record di telespettatori e le entrate milionarie della pubblicità, la politica tedesca volge lo sguardo altrove e aspetta. Ma più il corteo di migranti si avvicina, più il ministro dell’interno Leubl si trova davanti a una scelta: accoglierli o respingerli?
Recensione:
“…Tutto potrebbe accadere in un modo completamente diverso.
Tuttavia è improbabile”

Quello che avete appena letto è la conclusione della nota firmata dallo stesso Timur Vermes
Parole che assumeranno una differente prospettiva ai vostri occhi, emozione al cuore e soprattutto stimoleranno una sollecita ed inquietante riflessione al vostro intelletto alla fine del romanzo.
Timur Vermes è Tornato… a colpire, scuotere le coscienze dei lettori tedeschi ed internazionali immaginando una storia assurda, bizzarra, surreale quanto paradossalmente possibile, concreta e verosimile sulla controversa tematica dell’immigrazione.
Ci illudiamo che il “problema” dei migranti sia qualcosa di lontano, fastidioso e riconducibile esclusivamente alle strazianti e tragiche immagini di uomini, donne e bambini salvati in mezzo al mare dall’Ong di turno.
Pensiamo che schierarci nella folle quanto sterile diatriba tra accoglienza e fermezza sia sufficiente a far scomparire il problema e soprattutto far tacere le nostre coscienze.
Il vaso di Pandora è ormai rotto eppure ci ostiamo a vederlo integro o comunque riparabile.
Sbaglia chi sostiene che il flusso migratorio verso l’Europa possa tramutarsi in un’invasione etnica studiata e preparata da chissà quale forza oscura e minacciosa.
L’Africa è stata saccheggiata, impoverita, sfruttata dalle vecchie e nuove superpotenze, pronte ora ad erigere muri e fili spinati nel vano tentativo di fermare la marcia di milioni di disperati.
Timur Vermes ipotizza un futuro in cui la Germania ed il Resto dell’Europa non esiteranno a creare dei “lager legalizzati” dove rinchiudere tutti i migrati e consentendone un limato e controllato ingresso annuale
Una politica migratoria accettata e consolidata, che se realmente applicata, cozzerebbe oggi con qualsiasi principio di umanità ed accoglienza tanto reclamizzati.
Ma che cosa accadrebbe se questa massa di “prigionieri” decidesse di mettersi in marcia verso l’Europa potendo contare sull’aiuto di un’ambiziosa star della TV tedesca?
Sarebbe possibile marciare fino al cuore dell’Europa trasformando un’emergenza umanitaria in una sorta di Grande Fratello mondiale?
E se e come potrebbero reagire le cancelliere del Vecchio Continente?
“Gli affamati e I sazi” è il tragicomico affresco di come la nostra società potrebbe divenire perseverando nell’errore di non comprendere la “grandezza e gravità” del fenomeno migratorio, e continuando a dare credito alle scellerate politiche dei nostri governanti privi di una chiara e lungimirante visione politica.
Consideriamo “i migranti” come una massa informe, non pensante, gestibile allo strenuo di carne da macello, non ritenendoli capaci di potersi organizzare e strutturare.
Vermes “gioca” con l’arroganza e stupidità dei politici tedeschi mettendo in scena un melodramma inizialmente dai toni brillanti, ironici seppure conditi da una forte dose cinismo facendo credere al lettore che questa “favola” si possa concludere con lieto fine.
Uno stratagemma narrativo e creativo abilmente costruito che disvela tutta la propria efficacia e riuscita nell’inaspettato e tragico finale, in cui l’autore inchioda il lettore ad immaginare che cosa significhi chiudere le frontiere e respingere chi è in difficoltà.
Vermes non risparmia critiche e sarcasmo nei confronti dei media co- responsabili dell’attuale clima d’odio ed intolleranza diffusosi in tutta Europa –

“Gli affamati e i Sazi” è un romanzo apparentemente leggero, semplice, quasi frivolo, ma in vero nasconde diverse chiave di letture e notevoli spunti di riflessione.
Vermes veste nuovamente i panni dell’irriverente oracolo o se preferite creativo visionario, sperando che il suo appello letterario, umanitario non cada nel vuoto al punto di costringerlo a smentire sé stesso scrivendo come l’improbabile sia divenuto reale e concreto.

194) Opera senza autore

Il biglietto da acquistare per “Opera senza autore” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Opera senza autore ” è un film di Florian Henckel von Donnersmarck. Con Tom Schilling, Sebastian Koch, Paula Beer, Saskia Rosendahl, Oliver Masucci. Drammatico, 188′. Germania 2018

Sinossi:

Dresda, 1938. Kurt Barnert ha pochi anni e una passione segreta per la zia Elizabeth, una fanciulla sensibile con cui frequenta i musei, fa lunghe passeggiate e suona il piano. Prodigiosa ma fragile, nella Germania nazista non c’è più spazio per le persone come lei. Ricoverata in un ospedale psichiatrico fa appello al cuore del Professor Carl Seeband perché non la sterilizzi ma il suo destino sarà più crudele e preludio di uno sterminio abominevole. Sopravvissuto al bombardamento di Dresda e cresciuto nel blocco dell’Est, Kurt ha un talento per il disegno e apprende gli studi classici imposti dal realismo socialista. Ma l’incontro con Ellie, figlia del ginecologo nazista che ha condannato sua zia, e il passaggio all’Ovest, cambieranno il suo destino artistico e faranno riemergere il rimosso.

Recensione:

È un tragico paradosso che il Novecento sia stato caratterizzato da un continuo alternarsi di atti di orrore estremo e di altri di estrema bellezza, dimostrazione di come l’uomo possa elevarsi verso le vette più alte, e precipitare in quelle più basse. Ne sono un emblema l’ascesa del nazismo in Germania e il parallelo sviluppo dell’arte.

Orrore e bellezza, odio e amore, rigidità e creatività, dittatura e libertà: potrei andare avanti a lungo a elencare le emozioni e gli spunti di riflessione che mi ha trasmesso la visione del nuovo film di Florian Henckel von Donnersmarck.

“Opera senza autore”, pur presentandosi con il poco invitante biglietto da visita di 188 minuti complessivi di durata, si rivela una visione fluida, interessante, godibile e coinvolgente in molti passaggi, che forse non passerà alla storia come un capolavoro ma quanto meno ha evitato il premio per il film più urticante della Biennale di Venezia 2018.

Durante la visione si ha la sensazione che il regista avesse pensato il film, in origine, come progetto televisivo o miniserie, e forse in un contesto diverso l’idea di raccontare un lungo quanto delicato periodo della Germania moderna avrebbe avuto maggiore efficacia e incisività, e alcuni passaggi, trattati qui in modo troppo rapido, avrebbero potuto avere il giusto spazio. continua su

http://paroleacolori.com/opera-senza-autore-film-politico-senza-tabu/

54) Oltre La Notte

Il biglietto da acquistare per “Oltre la notte” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto (con riserva). Sempre.

“Oltre La Notte” è un film di Fatih Akin. Con Diane Kruger, Numan Acar, Ulrich Tukur, Ulrich Brandhoff, Jessica McIntyre, Rafael Santana. Drammatico, 100’. Germania, 2017

Sinossi:

Germania. La vita di Katja cambia improvvisamente quando il marito Nuri e il figlio Rocco muoiono a causa di un attentato. La donna cerca di reagire all’evento e trova in Danilo Fava, avvocato amico del marito, il professionista che la sostiene nel corso del processo che vede imputati due giovani coniugi facenti parte di un movimento neonazista. I tempi legali non coincidono però con l’urgenza di fare giustizia che ormai domina Katja.

Recensione:

Dalla cronaca il terrorismo è protagonista anche al Festival di Cannes, fortunatamente solo sul grande schermo, con il nuovo film del regista tedesco d’origine turca Fatih Akin, “Oltre la notte”, che ha suscitato consensi e applausi alla proiezione stampa, soprattutto per merito di una straordinaria Diane Kruger.

A differenza di altre pellicole che hanno affrontato il tema, questa si apre con una romantica scena: il matrimonio, in carcere, tra Katja (Kruger) e Nuri (Acar), che sta scontando una condanna per traffico di droga.

Non è che il prologo a una favola d’amore che porta i due, una volta che lui ha pagato il suo debito con la giustizia, a metter su famiglia e salutare con gioia l’arrivo del piccolo Rocco (Santana).

Un giorno come un altro Katja lascia il bambino dal marito in ufficio, per scappare a lavoro, dandosi appuntamento a casa. Purtroppo il destino ha altri programmi: una bomba sventra il palazzo e per Nuri e Rocco non c’è scampo.

Dopo il lutto, la donna spera almeno di avere pace grazie alla giustizia. Ma quando i due neonazisti accusati della strage vengono assolti per insufficienza di prove, Katja capisce che il solo scopo della sua vita è vendicare coloro che ama.

“Oltre la notte” è il racconto doloroso e toccante del calvario emotivo di una donna, diviso in tre atti: funerale e lutto, indagini e processo, desiderio di farsi giustizia da sé. continua su

http://paroleacolori.com/oltre-la-notte-tre-atti-per-il-dramma-di-una-donna-che-ha-perso-tutto/

143) In Nome di Mia Figlia

in nome di mia fglia

Il biglietto d’acquistare per “In Nome di Mia Figlia” è : 1) Neanche regalato 2) Omaggio 3) Di pomeriggio 4) Ridotto 5) Sempre

“In nome di mia figlia” è un film del 2016 diretto da Vincent Garenq, scritto da Vincent Garenq e Julien Rappeneau, con: Daniel Auteuil, Sebastian Koch, Marie –Josèe Croze.
Il legame che unisce un padre a un figlio è più forte di qualunque cosa e del tempo.
Per un figlio un genitore è disposto a fare e a dire qualunque cosa.
Quando per la prima volta lo teniamo in braccio la prima volta, la nostra esistenza cambia.
Quello che sto per raccontarvi non è un semplice film tratto da una storia vera, è bensì la bellissima e tragica storia d’amore di un padre nei confronti della propria figlia.
Una storia vera fino a stamattina a me sconosciuta, che la Good Films ha avuto il merito di farci conoscere e che dal 9 giugno vedremo nelle nostre sale.
Non è una storia di eroi, avventure, sparatorie e passione.
> E’ semplicemente e drammaticamente la vita di un uomo comune, un contabile francese, Andrè Bamberki (Auteuil) che aveva una bella moglie Dany (Croze) e due figli e un tranquillo lavoro in Tunisia negli anni Settanta.
Una tranquillità che subisce una prima grande scossa quando Dany accetta la corte di un fascinoso medico tedesco, Dieter Krombach (Koch), costringendo Andrè all’inevitabile divorzio.
Sei anni dopo Andrè si è ricostruito una vita e ha affianco una nuova compagna.
I figli, come purtroppo accade tra genitori divorziati, si dividono tra la Francia e la Germania dove ora vive Dany con Dieter.
E’l’estate del 1982, quando Andrè accompagna i figli all’aeroporto affinché raggiungano la madre per le vacanze.
Sarà l’ultima volta che Andrè vedrà l’amata figlia Kalinka.
Infatti, pochi giorni dopo riceve la terribile notizia dell’improvvisa morte della ragazza avvenuta nella casa di Krombach.
Andrè si precipita sconvolto e incredulo in Germania volendo sapere le cause della morte.
Ha inizio così un giallo lungo e sofferto durato trent’anni. Infatti, l’uomo con caparbietà e determinazione si rende subito conto che la ricostruzione dei fatti della morte della figlia raccontata dal Dottor Krombach è contraddittoria e soprattutto la stessa autopsia rivela l’agghiacciante scoperta di una violenza sessuale.
Andrè rendendosi conto che Krombach è l’assassinio della figlia incomincia una battaglia legale e personale per trascinare l’uomo in Francia e sottoporlo a giudizio.
> Lo spettatore assiste alla traversata del deserto di questo Don Chiosciotte francese animato dal desiderio di giustizia e soprattutto dall’amore per figlia contro la burocrazia della giustizia francese e il “mobbing” di quella tedesca.
Una tragedia che diventa farsa e ciò nonostante Andrè non ha mai il minio cedimento, nonostante la stessa Dany sia passiva e omertosa sul ruolo dell’ex amante tedesco. continua su

http://www.nuoveedizionibohemien.it/index.php/appuntamento-al-cinema-in-nome-di-mia-figlia/

Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci,nonostante tutto”

http://www.ibs.it/ebook/de-agr-vittorio/amiamoci-nonostante-tutto/9788891176837.html

97) Lui è Tornato

hitler 2

Il biglietto d’acquistare per “Lui è Tornato” è : 1) Neanche regalato 2) Omaggio 3) Di pomeriggio 4) Ridotto 5) Sempre.

“Lui è Tornato” è un film del 2015 diretto da David Wnendt, scritto da  David Wnendt, Johannes Boss, Minna Fischgartl, Timur Vermes, con :Oliver Mulfasucci, Fabian Busch, Christoph Maria Herbst, Katja Riemann, Franziska W.

La storia non si fa né con i se né con i ma. Ciò nonostante un Paese può definirsi maturo e solido nelle sue fondamenta se non ha nessuno scheletro nel proprio armadio.

La Germania ha perso la seconda guerra mondiale subendo dolorose e lunghe conseguenze per aver seguito fino in fondo il folle disegno politico di Adolf Hitler.

I libri di storia ci dicono che Adolf Hitler scelse di suicidarsi nel suo bunker, a guerra ormai persa, pur di non consegnarsi agli Alleati.

E se invece Hitler tornasse vivo e forte, improvvisamente sulla scena a Berlino,che cosa accadrebbe?

Ipotesi fantasiosa? Nefasta? Certo, dipende dai punti di vista.

I tedeschi, a differenza di noi italiani, hanno semplicemente rimosso il nazismo, tramandamdo alle nuove generazioni “Mai più”.

“Lui è Tornato”, tratto dall’omonimo romanzo best seller di Timur Vermes ( la mia recensione :https://ilritornodimelvin.wordpress.com/2014/08/30/157-lui-e-tornato-timur-vermes/), immagina che Adolf Hitler inspiegabilmente riappaia nella Germania del 2014 e come il popolo tedesco reagisca al ritorno del personaggio più controverso e discusso del secolo scorso.

Il film è costruito in parte come fosse un finto documentario per mostrare allo spettatore le reazioni e i pensieri del tedesco comune quando si trova davanti all’uomo Hitler.

E’interessante e curioso scoprire come il popolo tedesco non abbia una reazione allarmata, sdegnata, ma incuriosita e attratta dalla magnetica personalità del Fuhrer. continua su

http://dreamingcinema.it/lui-e-tornato/

Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci,nonostante tutto”

http://www.ibs.it/ebook/de-agr-vittorio/amiamoci-nonostante-tutto/9788891176837.html

The ticket purchase for “He’s Back” is: 1) Not even given 2) Tribute 3) afternoon 4) Reduced 5) Always

“He’s Back” is a 2015 film directed by David Wnendt, written by David Wnendt, Johannes Boss, Minna Fischgartl, Timur Vermes, with: Oliver Mulfasucci, Fabian Busch, Christoph Maria Herbst, Katja Riemann, Franziska W.

The history is not made nor with whether or buts. Nevertheless, a country can be defined as mature and solid in its foundations if there’s no skeleton in their closet.

Germany lost World War II undergoing painful and long consequences for following the way Adolf Hitler crazy political design.

The history books tell us that Adolf Hitler chose to commit suicide in his bunker, now lost in the war, but not to surrender to the Allies.

What if Hitler to return alive and strong, suddenly on the scene in Berlin, what would happen?

fanciful hypothesis? Nefarious? Of course, it depends on your point of view.

The Germans, unlike the Italians, they simply removed the Nazis, tramandamdo to new generations, “Nevermore.”

“He’s Back” based on the bestselling novel by Timur Vermes (My Review: https: //ilritornodimelvin.wordpress.com/2014/08/30/157-lui-e-tornato-timur-vermes/) , imagine that Adolf Hitler inexplicably reappear in Germany in 2014 and as the German people react to the return of the most controversial and discussed the last century.

The film is built in part like a fake documentary to show the viewer the reactions and thoughts of the common German when in front of the man Hitler.

It is interesting and curious to find out how the German people do not have an alarm reaction, indignant, but intrigued and attracted by the magnetic personality of the Fuhrer. continues on

http://dreamingcinema.it/lui-e-tornato/

Vittorio De Agro presents “Let us love, despite everything”

http://www.ibs.it/ebook/de-agr-vittorio/amiamoci-nonostante-tutto/9788891176837.html

 

240) The Man in high castle -Deutschland 83

svastica

Giornata “Made in Germany” al Roma Fiction Fest. Un Paese che oggi come ieri condiziona e influenza la vita politica, sociale ed economica del mondo.

In mattinata abbiamo iniziato riscrivendo la storia studiata a scuola: Adolf Hiltler si è suicidato nel suo bunker pur di non farsi catturare. Il nazifascismo è stato sconfitto dopo una tragico e terribile conflitto. Gli Alleati pur di piegare l’ostinata resistenza nipponica non hanno esitato a sganciare due bombe atomiche.

Ma se non fosse andata cosi? Se La Germania e il Giappone avessero vinto la guerra? Se avessero scoperto prima l’atomica decidendo di sperimentarla sul suolo americano, come sarebbe stato il mondo?

Una risposta a questi quesiti l’ha data Philip K. Dick con il suo romanzo ucronico The Man in the High Castle (La Svastica sul Sole in italiano), che non ho avuto il piacere di leggere, immaginando gli Stati Uniti sconfitti e divisi tra i tedeschi e giapponesi. Uno scenario che sicuramente ben si presta a una versione televisiva per i suoi contenuti interessanti e suggestivi.

Così Frank Spotnitz ha firmato l’adattamento televisivo del romanzo e i produttori Ridley Scott e David Zucker hanno deciso di scommettere su questa fiction che si diverte a giocare con la storia. Ambientata in America negli Anni ’60, The Man in the High Castle catapulta lo spettatore in quello che potremmo definire un incubo bellico in cui la società americana si è piegata all’ideologia nazista e ai costumi e usi nipponici.

La libertà è stata soppressa. Le SS girano indisturbate per le strade e i forni crematori per gli ebrei e i malati di mente sono un fatto normale. La Svastica sventola e Adolf Hitler è il padrone del mondo. Eppure esiste una forma di resistenza a questa orribile dittatura, c’è infatti a San Francisco una cellula desiderosa di combattere il regime. Lo spettatore conosce nell’arco della prima puntata prima il giovane ribelle Joe Blake che si offre volontario per una pericolosa missione, e subito dopo la bella Juliana Crain, amante della cultura orientale nonostante il fatto che suo padre sia stato ucciso dai giapponesi.

Dopo aver assistito all’assassinio della sorellastra Trudy da parte della polizia segreta nipponica, Juliana decide di sostituirsi a lei in una misteriosa operazione di spionaggio che la porterà ad attraversare il Paese e a conoscere casualmente Joe che si scoprirà essere in vero una spia nazista.

Pilot decisamente originale e intrigante che non lascia indifferenti: l’atmosfera cupa e angosciante è in linea con un contesto storico rovesciato; la struttura narrativa si presenta solida e asciutta e con una regia attenta e brava nel costruire i sub-plot. Il ritmo non è dei più fulminanti e brillanti ma ciò non è invalidante, e i giovani interpreti mostrano interessanti potenzialità.

83

Dopo aver immaginato e riscritto la storia, nel primo pomeriggio abbiamo fatto un tuffo nel passato con Deutschland 83 fino ai tempi della Guerra Fredda.

Guerra fredda che significava Muro di Berlino e due Germanie. La paura di una possibile Terza Guerra Mondiale era alta tra i due blocchi e la paura della bomba atomica era palpabile. Il pilot ci proietta nella Germania dell’Est dove i vertici dell’intelligence, spaventati dalle parole del presidente americano Reagan su una possibile rappresaglia decidono di mandare un loro uomo ad Ovest per spiare i piani del nemico.

La scelta ricade su una giovane recluta di nome Martin Rauch che di fatto viene obbligato ad accettare per il bene del regime. Egli assume così una falsa identità e diventa l’assistente di campo del comandante della Difesa della Germania Ovest. Sembra di vedere una sorta di 007 alla rovescia ma senza l’appeal e la forza narrativa di James Bond. continua su

http://www.mygenerationweb.it/201511192776/articoli/nerdzone/serie-tv/2776-roma-fiction-fest-made-in-germany-the-man-in-the-high-castle-e-deutschland-83

Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci,nonostante tutto”

http://www.ibs.it/ebook/de-agr-vittorio/amiamoci-nonostante-tutto/9788891176837.html

Day “Made in Germany” at the Roma Fiction Fest. A country today like yesterday affects and influences the political, social and economic world.

In the morning we started rewriting history studied at school: Adolf Hiltler committed suicide in his bunker in order not to get caught. Fascism was defeated after a tragic and terrible conflict. Allies in order to bend the stubborn resistance of Japan did not hesitate to drop two atomic bombs.
But if she did not like that? If Germany and Japan had won the war? If they had found out before the Atomic decided to try it on American soil, as would be the world?

An answer to these questions was given by Philip K. Dick with his novel ucronico The Man in the High Castle (The Swastika on the Sun in Italian), which I have not had the pleasure of reading, imagining the United States defeated and divided between the Germans and Japanese. A scenario that definitely lends itself to a television version for its content interesting and suggestive.

So Frank Spotnitz have signed the television adaptation of the novel and producers Ridley Scott and David Zucker decided to bet on this fiction that enjoys playing with history. Set in America in the ’60s, The Man in the High Castle catapult the viewer into what might be called a nightmare of war in which American society is bent to Nazi ideology and customs and uses Japanese.

Freedom was suppressed. The SS run undisturbed through the streets and crematoriums for Jews and the mentally ill are a regular occurrence. The swastika waving and Adolf Hitler is the master of the world. Yet there is a form of resistance to this horrible dictatorship, there is in fact a cell in San Francisco eager to fight the regime. The viewer knows during the first episode before the young rebel Joe Blake who volunteers for a dangerous mission, and immediately after the beautiful Juliana Crain, fond of Eastern culture despite the fact that his father was killed by the Japanese.

After witnessing the murder of sister Trudy by the Japanese secret police, Juliana decided to replace her in a mysterious spy operation that will take her to cross the country and to know that Joe casually turns out to be true in a Nazi spy.

Pilot decidedly original and intriguing that does not go unnoticed: the gloomy atmosphere and distressing is consistent with a historical context overthrown; the narrative structure is solid and dry, with a careful direction and good at building the sub-plot. The pace is not the most scathing and brilliant but this is not disabling, and young performers show interesting potential.

Having imagined and re-written the history, in the early afternoon we had a blast from the past with Deutschland 83 until the times of the Cold War.

Cold War meant that the Berlin Wall and the two Germanys. The fear of a possible World War III was high between the two blocs and the fear of the atomic bomb was palpable. The pilot projects us in East Germany, where the leaders of intelligence, frightened by the words of President Reagan on a possible retaliation decided to send a man to their West to spy on the enemy’s plans.

The choice falls on a young recruit named Martin Rauch which in fact is obliged to accept for the sake of the regime. He thus assumes a false identity and become the field assistant of the commander of the defense of West Germany. It seems to see a sort of 007 down but without appeal and the narrative power of James Bond. continues on

http://www.mygenerationweb.it/201511192776/articoli/nerdzone/serie-tv/2776-roma-fiction-fest-made-in-germany-the-man-in-the-high-castle-e-deutschland-83

Vittorio De Agro presents “Let us love, despite everything”

http://www.ibs.it/ebook/de-agr-vittorio/amiamoci-nonostante-tutto/9788891176837.html

116 ) Fury

fury

Diamo con orgoglio e gioia il benvenuto all’amico “Polifemo” che fa il suo esordio  nel blog con questa bella recensione.

Il biglietto d’acquistare per “Fury” è : 1) Neanche regalato 2) Omaggio 3) Di pomeriggio 4) Ridotto 5)Sempre

“Fury” è un film del 2015 scritto e diretto da David Ayer con Brad Pitt, Logan Lerman, Shia LaBeouf, Jon Bernthal, Michael Peña, Scott Eastwood, Xavier Samuel, Jason Isaacs, Jim Parrack, Branko Tomovic,Brad William Henke
Fury: vita – si fa per dire – da tanker…

Ci sono molti punti di contatto tra Salvate il soldato Ryan e Fury. Il livello di ferocia nei combattimenti tra americani e tedeschi e la crudeltà reciproca, la spietatezza delle immagini nei dettagli di morte e, ovviamente, la tecnica cinematografica evidenziata dai due registi come, per esempio, la fotografia livida e i cambi di piani nelle riprese delle scene di movimento e dei primi piani degli attori. Il montaggio è molto valido, al punto che in madre patria si è “acchiappato” un premio, Hollywood Film Awards, oltre a diverse nomination.
Anche i protagonisti “non protagonisti” sono molto simili tra loro. In Ryan, l’interprete tecnico di quinto grado Timothy Upham è un passacarte che si trova gettato nel vivo dell’operazione militare più imponente della storia umana dietro le linee tedesche insieme a soldati esperti, alla ricerca di un paracadutista che andava salvato per preservare la stirpe della sua famiglia. In Fury, invece, tocca a al dattilografo Norman Ellison – da appena otto settimane sotto le armi senza aver sparato nemmeno un colpo – sedersi sul posto di aiuto-conducente (lasciato “libero” dal suo predecessore, morto in malo modo nell’ultima missione) in un carro armato M4 comandato dal sergente Don “Wardaddy” Collier e andare a presidiare un incrocio strategico.
La differenza del teatro di guerra è solo geografica tra i due film. Non c’è, infatti, molta difformità tra i paesaggi della Normandia oppure della Germania, anzi: l’assalto dei carri M4 verso una postazione fortificata di cannoni tedeschi ricorda molto l’assalto dei Rangers verso i nidi di mitragliatrice che in Ryan costerà la vita all’infermiere Irwin Wade.
Ma Fury differisce completamente da Ryan per via del carro armato che funziona, in pratica, da mini-teatro. Le scene al suo interno, necessariamente molte, oltre che di semplice combattimento sono anche delle piccole “pieces” teatrali. Molti i primi piani, i giochi di luce inquietanti per tutti i carristi eccetto che per Wardaddy, il capocarro, che essendo seduto vicino alla botola della torretta riceve la luce dall’alto come un soggetto di un dipinto di Vermeer.
Gli attori sono molto diversi tra loro – secondo l’iconografia classica dei combat-film americani – perché ciascuno rappresenta una tipologia differente di essere umano ma tutti tengono bene la tensione drammatica, e claustrofobica, della pellicola. Bella, anche per via del riferimento iconografico “fiammingo”, la scena ambientata nella casa di una donna nel villaggio tedesco appena conquistato. Sembra lunga ma in realtà è articolata in tranches differenti dove tutti gli attori coinvolti offrono una recitazione fatta di semplici stati d’animo più che di parole.
Prima dell’inizio del film una nota ci avverte che i tank americani erano inferiori a quelli tedeschi per corazzatura e armamenti. La riprova sarà la scena d’azione più bella del film, dove il reparto comandato da Wardaddy, se la vedrà con un solo Panzer VI “Tiger”: non rivelo nulla.
Il finale non sorprende ma non è importante: la guerra è una cosa orrenda ma è capace di far compiere azioni incredibili agli uomini che la combattono.
Gli attori principali
Brad Pitt è Don ‘Wardaddy’ Collier, il sergente che comanda il carro armato in modo molto particolare, quasi fosse una nave. Shia LaBeouf interpreta Boyd ‘Bibbia’ Swan: dopo anni passati a fare faccine strane di fronte a camion che diventano robot una prova convincente nei panni di un artigliere che cita la Bibbia a memoria (anche questa una similitudine con il cecchino infallibile di Ryan). Jon Bernthal è Grady ‘Coon-Ass’ Travis, motorista, elettricista e armiere del carro, alquanto coatto e sgraziato. Il conducente del carro è Trini ‘Gordo’ Garcia, interpretato da Michael Peña, che in genere vediamo in panni di ispanico truffaldino ma in questa circostanza è il rassicurante nocchiero del carro verso l’Inferno finale. E, infine, Logan Lerman, che interpreta Norman ‘Macchina’ Ellison. In realtà Macchina sta per Machine, cioè la mitragliatrice, lo strumento di morte che inizialmente non vuole azionare ma che alla fine gli varrà il soprannome. Le uniche figure femminili della pellicola, cioè Alicia von Rittberg e la giovane Anamaria Marinca, hanno concesso spessore nella scena della casa.

A cura di Polifemo.

 

Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci, nonostante tutto”

http://www.ibs.it/ebook/ser/serfat.asp?site=ebook&xy=amiamoci+nonostante+tutto

Vittorio De Agrò e Cavinato Editore presentano “Essere Melvin”

http://www.cavinatoeditore.com

The ticket purchase for “Fury” is: 1) Not even gave 2) Tribute 3) In the afternoon 4) Reduced 5) Always

“Fury” is a 2015 film written and directed by David Ayer with Brad Pitt, Logan Lerman, Shia LaBeouf, Jon Bernthal, Michael Peña, Scott Eastwood, Xavier Samuel, Jason Isaacs, Jim Parrack, Branko Tomovic, Brad William Henke
Fury: life – so to speak – by tanker …

There are many points of contact between Saving Private Ryan and Fury. The level of ferocity in the fighting between the Americans and the Germans and the mutual cruelty, the ruthlessness of the images in the details of death and, of course, the technique shown by the two film directors such as, for example, photography livid and changes of plans in the filming of the scenes movement and close-ups of the actors. Installation is very valid, to the point that in the mother country was “caught” a premium, Hollywood Film Awards, as well as several nominations.
Even the protagonists’ not protagonists “are very similar to each other. In Ryan, the interpreter technician fifth grade Timothy Upham is a rubber-stamping that is thrown into the heart of the military most imposing of human history behind the German lines with experienced soldiers, looking for a paratrooper who was saved to preserve lineage of his family. In Fury, however, it’s up to the typist Norman Ellison – by just eight weeks in the army without having fired a single shot – sit in place help-driver (left “free” from his predecessor, who died in a bad way in the last mission ) in a tank M4 commanded by Sergeant Don “Wardaddy” Collier and going to guard a strategic crossroads.
The difference of the theater of war is only geographic between the two films. There is, in fact, a lot of differences between the landscapes of Normandy or in Germany, or rather: the onslaught of tanks M4 towards a fortified position of German guns resembles the assault of the Rangers to the machine gun nests that Ryan will cost life nurse Irwin Wade.
But Fury differs completely from Ryan because of the tank that works in practice, mini-theater. The scenes inside, many necessarily, beyond that of simple combat are also of small “pieces” theater. Many close-ups, the play of light disturbing for all tank drivers except for Wardaddy, the commander, that being sitting near the hatch of the turret receives light from above as a subject of a painting by Vermeer.
The actors are very different from each other – according to the classic iconography of combat-American movies – because each represents a different type of human being but all hold good dramatic tension, and claustrophobic film. Beautiful, also because of the iconic reference “Flemish”, the scene set in the home of a woman in the German village just conquered. It seems long but is actually divided into different tranches, where all actors involved have made a recitation of simple moods rather than words.
Before the beginning of the film a note warns that the American tanks were lower than those for German armor and weaponry. The proof will be the most beautiful scene of action of the film, where the department controlled by Wardaddy, will face one Panzer VI “Tiger”: do not reveal anything.
The ending is not surprising but it is not important: the war is a horrible thing, but is able to do things incredible men who fight it.
The main players
Brad Pitt is Don ‘Wardaddy’ Collier, the sergeant commanding the tank in a very particular way, as if it were a ship. Shia LaBeouf plays Boyd ‘Bible’ Swan: after years of doing odd smiley faces in front of trucks that robots become a convincing role of a gunner who quotes the Bible by heart (also a similarity with the sniper infallible Ryan). Jon Bernthal is Grady ‘Coon-Ass’ Travis, engineer, electrician and gunsmith wagon, somewhat forced and awkward. The driver of the wagon is Trini ‘Gordo’ Garcia, played by Michael Peña, who typically see in the shoes of Hispanic fraudulent but in this circumstance it is reassuring the helmsman of the wagon into Hell final. And finally, Logan Lerman, who plays Norman ‘Machine’ Ellison. In reality machine stands for Machine, that is, the machine gun, the instrument of death that initially does not want to operate but that eventually earned him the nickname. The only female characters of the film, ie Alicia von Rittberg and young Anamaria Marinca, have given thickness in the scene of the house.