126) Vivere

“Vivere” è un film di Francesca Archibugi. Con Micaela Ramazzotti, Adriano Giannini, Massimo Ghini, Marcello Fonte, Roisin O’Donovan. Drammatico, 103′. Italia 2019

Sinossi:

La piccola Lucilla Attorre soffre di asma e appare subito evidente che sia un’affezione psicosomatica. La madre Susi, insegnante di danza a un gruppo di “culone che vogliono dimagrire”, è sempre di corsa, dimentica le proprie cose dappertutto e trascina qua e là la sua bambina come un carrello della spesa. Il padre Luca è un giornalista freelance “stronzo e sfigatello” con un debole recidivo per le donne. Il fratellastro Pierpaolo è il ricco e viziato erede, da parte di sua madre, di una dinastia di avvocati ammanicati con la politica. In questo quadretto disfunzionale si inserisce Mary Ann, una au pair irlandese cattolica che scardina definitivamente i già precari equilibri domestici. Testimone (quasi) silenzioso degli andirivieni della famiglia è il vicino Perind (soprannome che sta per perito industriale), un tipo inquietante dalle strane abitudini. Riusciranno gli Attorre a sopravvivere o il loro nucleo familiare esploderà definitivamente?

Recensione :

Nel campo della Settima Arte vige ancora la democrazia: tutti – o quasi – hanno il diritto di esprimere la propria opinione, di raccontare storie, di immaginare o mettere in scena la propria visione. Tutto è consentito.

Ecco, probabilmente sarebbe auspicabile – in modo democratico, ci mancherebbe! – un giro di vite sulle libertà concesse in questo senso ai registi e agli sceneggiatori, anche italiani. Non me ne vogliano la signora Archibugi e gli altri stimati autori di “Vivere”, ma è stato il loro lavoro a far nascere in me queste riflessioni.

Quale urgenza narrativa, creativa e umana li ha spinti a firmare questa sceneggiatura – un’improbabile mix tra “Mignon è partita” e “La finestra sul cortile” dove abbondano luoghi comuni e personaggi improbabili? Perché prendere un cast di talento ed esperienza e costringerlo a recitare dialoghi improbabili e quasi grotteschi? continua su

“Vivere”: un film banale e svilente, che spreca il cast talentuoso

212) Notti Magiche

Il biglietto da acquistare per “Notti magiche” è:
Nemmeno regalato. Omaggio (con riserva). Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Notti Magiche” è un film di Paolo Virzì. Con Mauro Lamantia, Giovanni Toscano, Irene Vetere, Roberto Herlitzka, Marina Rocco. Commedia, 125′. Italia 2018

Sinossi:

Mondiali ’90, Italia – Argentina, gli azzurri buttati fuori ai rigori, un uomo buttato nel Tevere a bordo di una macchina che non sa guidare. Produttore romano sull’orlo del fallimento, Leandro Saponaro è ripescato morto ma a ucciderlo non è stata l’acqua e nemmeno l’impatto. Giusy Fusacchia, ragazza coccodè e amante del Saponaro, giura che ad ammazzarlo sono stati tre aspiranti sceneggiatori: Eugenia Malaspina, Antonio Scordia, Luciano Ambrogi. Finalisti del Premio Solinas, i ragazzi si sono conosciuti pochi giorni prima a Roma in occasione della cerimonia. Eugenia è una ricca borghese ipocondriaca che odia il padre e ama un divo francese, Antonio è un messinese colto e formale, Luciano è un baldo scriteriato che viene da Piombino. Ospiti per qualche giorno nella grande casa di Eugenia, che non vuole dormire sola, entrano nel mondo del cinema dalla porta d’ingresso, frequentando tutta la filiera e sognando di scrivere la sceneggiatura della vita. Finiranno invece al comando dei carabinieri a raccontare la loro versione dei fatti.

Recensione:

La quasi totalità degli italiani, al solo sentire le parole “Notti magiche”, viene percorsa da un’intensa delusione mista a rabbia, ripensando al dramma sportivo consumatosi ai Mondiali di calcio del 1990, quando la nazionale italiana padrona di casa venne eliminata in semifinale, ai rigori, dall’Argentina di Maradona.

“Notti magiche” cantavano Edoardo Bennato e Gianna Nannini nell’inno dell’evento, e così ha deciso di chiamare il suo nuovo film anche il regista Paolo Virzi, sfidando ogni forma di scaramanzia cinematografica.

Nelle intenzioni degli sceneggiatori il film doveva essere un agrodolce viaggio nell’ultima età dell’oro del cinema italiano, sviluppato attraverso il tragicomico racconto delle vicissitudini di tre giovani e talentuosi sceneggiatori (chiari gli aspetti autobiografici), vincitori del prestigioso Premio Solinas e desiderosi di farsi strada in questo fantomatico Paese delle meraviglie.

Purtroppo quello che manca a “Notti magiche” è la coerenza. Il regista livornese si sforza di tenere insieme operazione-nostalgia e satira pungente al mondo degli artisti, spesso eccentrico, ma con scarsi risultati. La sceneggiatura e la successiva messa in scena sono caotiche, dispersive. continua su

http://paroleacolori.com/notti-magiche-tra-commedia-e-giallo-nellitalia-degli-anni-90/

22) Il nome del figlio.

comencini
Il biglietto d’acquistare per “Il nome del figlio” è :1)Neanche regalato 2)Omaggio 3)Di pomeriggio 4)Ridotto 5) Sempre
“Il nome del figlio” è un film del 2014 diretto da Francesca Archibugi, scritto da Francesca Archibugi e Francesco Piccolo, tratto dalla piece teatrale francese “ Le prénom” di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte ,con: Alessandro Gassman, Valeria Golino, Luigi Lo Cascio, Micaela Ramazzotti e Rocco Papaleo.
Uscire, andare al cinema o cenare da solo è triste oltre che da sfigati e invece mangiare in compagnia degli amici allunga la vita sostengono dicono gli uomini di mondo
Personalmente ritengo che chi ha elaborato queste massime di vita probabilmente sia stato in vero un misantropo che prima di passare a migliore vita abbia voluto regalare al mondo l’ultimo velenoso regalo.
Una cena in famiglia nove volte su dieci finisce in tragedia e quella tra amici non è mai una passeggiata dove spesso basta anche solo un innocuo pretesto per incrinare e distruggere rapporti durati anni.
Come avviene durante la cena organizzata a casa di Betta (Golino) e di suo marito Sandro(Lo Cascio) per festeggiare la futura nascita del figlio della coppia composta dal Paolo (Gassman) e Simona(Ramazzotti).
Una cena in cui si ritrovano amici di lunga data come Betta, Paolo, Sandro e Claudio (Papaleo), legati da reciproco affetto e da ricordi di gioventù, ma che le scelte di vita e di lavoro hanno posto su posizioni politiche e di vita diverse. Betta e Paolo sono fratelli e provengono da una importante e storica famiglia ebraica con convinte idee di sinistra. La prima è un insegnante delle medie e il secondo è un affermato agente immobiliare. Sandro è un stimato professore universitario e twitter dipendente e invece Claudio è un talentuoso musicista, anche loro di sinistra.
Paolo, nonostante le origini e le tradizioni di famiglia, ha uno stile di vita e di pensare meno “ortodosso” e più liberal, provocando il disappunto e le critiche dei suoi vecchi amici.
Disappunto che si tramuta in stupore e rabbia quando Paolo annuncia di voler chiamare, d’accordo con la moglie scrittrice di successo e distante dall’ambiente e ideali di sinistra, il proprio figlio Benito.
Un nome che suscita negli altri conviviali e soprattutto in Sandro una scontata e forte vis polemica dando così il via a una serata caratterizzata da reciproche rivelazioni, accuse e scambi polemici, dove ognuno si sentirà libero di sfogarsi e di togliersi tutti i sassolini dalle scarpe.
La cena diventa in qualche modo una sorta di terapia di gruppo in cui ogni amico racconta di sé e di come è stato considerato e compreso erroneamente dagli altri nel corso degli altri.
Sebbene il testo sia di origine teatrale e ci sia già stata una versione cinematografica, il testo “italico” non va considerato una mera opera di traduzione e di copia e incolla.
Gli autori hanno inserito degli elementi diversi e soprattutto modellato la struttura narrativa seguendo lo spirito e soprattutto il modus operandi di noi italiani. Il risultato è un riuscito mix tra parola e azione che rende la storia vivace e frizzante e soprattutto credibile.
Un testo ben scritto, fluido e ricco di suggestioni e iperboli verbali che rispecchia in modo efficace come la nostra società sia mutata e come gli stessi salotti “buoni ed elitari” del nostro Paese non siano più come quelli di un tempo.
Nel caso specifico gli autori descrivono allo spettatore un salotto romano, ma che in vero potrebbero osservare e vedere ogni parte d’Italia caratterizzati da diversi e variopinti personaggi come nel film, che se vogliamo con una punta di cinica ironia definire nuovi mostri “nostalgici”.
I personaggi sono ben tratteggiati e le loro contraddizioni e frustrazioni vengono ben evidenziate grazie a dei dialoghi e monologhi intesi e ben ideati e costruiti.
La regia piace e convince soprattutto per la capacità e abilità di aver dato al film un ritmo costante e avvolgente rispetto alla versione francese che risultava troppo statica e lenta.
Francesca Archibugi ha il merito di costruire una storia pensando ai gusti del pubblico locale inserendo così l’elemento fisico nella recitazione degli attori rendendola cosi godibile e divertente.
E’ una versione più “caciarona”, probabilmente, ma ciò evita cali di attenzione e soprattutto noia da parte dello spettatore.
“Il nome del figlio” è un bello esempio di come dovrebbe essere sempre fatto e interpretato un film corale. Il cast si muove sulla scena nei modi e nei tempi giusti. Ogni personaggio è costruito in maniera efficace e significativa. La coppia Gassman-Lo Cascio , dopo il riuscito e intenso lavoro in “I nostri ragazzi” come fratelli, qui come cognati si conferma perfetta nel completarsi a vicenda. Il primo scuro di sé e l’altro forte dei suoi ideali. Due uomini diversi e personalità differenti che con classe e bravura attraggono e coinvolgono il pubblico durante i loro sentiti e divertenti scambi di opinioni sulla vita e politica.
Papaleo interpreta il suo Claudio in punta di fioretto, ma sa quando dare la giusta stoccata comica colpendo il cuore e la mente del pubblico.
Forse il testo premia di più le figure femminili con dei monologhi molto vibranti e sentiti nella seconda parte in cui non sfigurano né la Golino né la Ramazzotti, anche se la personale preferenza va a quest’ultima anche per la capacità di bucare lo schermo e tenere la scena.
Il finale , forse, forzatamente a lieto fine invita lo spettatore a riflettere che in un mondo anche se solo sulla carta ancora legato a simboli e principi, l’amicizia e l’amore restano comunque solide e indissolubili realtà a cui a credere e appoggiarsi.

Vittorio De Agrò e Cavinato Editore International presentano “Essere Melvin”

http://www.cavinatoeditore.com

http://www.ibs.it/code/9788899121372/de-agrograve/essere-melvin-tra.html

The ticket purchase for “The name of the child” is: 1) Not even gave 2) Tribute 3) In the afternoon 4) Reduced 5) Always
“The name of the child” is a film of 2014 directed by Francesca Archibugi, written by Francesca Archibugi and Francesco Piccolo, taken from the French theatrical piece “Le prénom” Alexandre de La Patellière and Matthieu Delaporte, with: Alessandro Gassman, Valeria Golino, Luigi Lo Cascio, Micaela Ramazzotti and Rocco Papaleo.
Get out, go to the movies or dinner alone is sad as well as losers and instead eat with friends prolongs life support men say of the world
I personally think that those who drew up these maxims of life probably was true in a misanthrope who before moving to a better life has wanted to give to the world the last poisonous gift.
A family dinner nine times out of ten ends in tragedy and that between friends is never a walk where often required only a harmless pretext to disrupt and destroy relationships lasted years.
As occurs during the dinner organized at the home of Betta (Golino) and her husband Sandro (Lo Cascio) to celebrate the forthcoming birth of the child of the couple composed of Paolo (Gassman) and Simona (Ramazzotti).
A dinner where you can find long-time friends as Betta, Paolo, Sandro and Claudio (Papaleo), linked by mutual affection and memories of youth, but the choices of life and work have placed on political positions and different life . Betta and Paul are brothers and come from an important and historic Jewish family convinced with leftist ideas. The first is a middle school teacher and the second is a successful real estate agent. Sandro is an esteemed university professor and twitter dependent and instead Claudio is a talented musician, they too left.
Paul, despite the origins and traditions of the family, has a way of life and thinking less “orthodox” and more liberal, causing disappointment and criticism of his old friends.
Disappointment that turns into astonishment and anger when Paul announces that he wants to call, along with his wife, a successful writer and distant from the environment and the ideals of the left, his son Benito.
A name that inspires in others convivial and especially Sandro in a predictable and strong polemic thereby starting an evening characterized by mutual revelations, accusations and polemical exchanges, where everyone will feel free to let off steam and to remove all the pebbles from shoes.
Dinner somehow becomes a sort of group therapy in which every friend tells about herself and how was considered and understood incorrectly by others over the other.
Although the text is original theatrical and there has already been a film version, the text “Italic” should not be considered a mere work of translation and copy and paste.
The authors have included several of the elements and especially shaped the narrative structure following the spirit and especially the modus operandi of the Italians. The result is a successful mix between word and action that makes the story lively and sparkling and above all credible.
A well-written text, fluid and full of suggestions and verbal hyperbole that effectively reflects how our society has changed and how the same salons “good and elite” of our country are not more like those of the past.
In this case the authors describe the viewer a Roman salon, but in true could observe and see every part of Italy characterized by different and colorful characters like in the movie, that if we want a bit of cynical irony define new monsters “nostalgic” .
The characters are well sketched and their contradictions and frustrations are well highlighted through dialogues and monologues understood and well designed and constructed.
Directed like and lies in its capacity and ability to have given the film a steady pace and enveloping than the French version that was too static and slow.
Francesca Archibugi has the merit of building a story in mind the tastes of the local audience, thus bringing the physical element in the acting of the actors making it so enjoyable and fun.
It ‘a more “caciarona”, probably, but it significantly boosts attention and especially boredom by the viewer.
“The name of the child” is a beautiful example of how it should always be done by and starring an ensemble film. The cast moves on the scene in the manner and at the right time. Each character is built in an effective and meaningful. The pair Gassman-Lo Cascio, after successful and intensive work in “Our boys” like brothers, in-laws here as it is confirmed in the perfect complement each other. The first dark of self and other strong of its ideals. Two different men and different personalities that with class and talent attract and involve the public during their felt and funny exchanges of views on life and politics.
Papaleo plays her Claudio in the tip of foil, but knows when to give the right jab comic hitting the hearts and minds of the public.
Perhaps the text rewards more female figures with monologues very vibrant and felt in the second half in which not disfigure nor Golino nor Ramazzotti, although personal preference is the latter also for the ability to puncture the screen and keep the scene.
The final, perhaps, forced happy ending invites the viewer to think that in a world even if only on paper still attached to symbols and principles, friendship and love are still solid and indissoluble reality that believe and lean.