24) Le madri non dormono mai (Lorenzo Marone)

“Le madri non dormono mai” è un romanzo scritto da Lorenzo Marone e pubblicato il 10 Maggio 2022 da Einaudi.

Sinossi:

Un bambino, sua madre. Due vite fragili tra altre vite fragili: donne e uomini che passano sulla terra troppo leggeri per lasciare traccia. Intorno, a contenerle, un luogo che non dovrebbe esistere, eppure per qualcuno è perfino meglio di casa.

Lorenzo Marone scrive uno struggente romanzo corale, un cantico degli ultimi che si interroga, e ci interroga, su cosa significhi davvero essere liberi o prigionieri.


Diego ha nove anni ed è un animale senza artigli, troppo buono per il quartiere di Napoli in cui è cresciuto. I suoi coetanei lo hanno sempre preso in giro perché ha i piedi piatti, gli occhiali, la pancia. Ma adesso la cosa non ha più importanza. Sua madre, Miriam, è stata arrestata e mandata assieme a lui in un Icam, un istituto a custodia attenuata per detenute madri. Lì, in modo imprevedibile, il ragazzino acquista sicurezza in sé stesso. Si fa degli amici; trova una sorella nella dolce Melina, che trascorre il tempo riportando su un quaderno le «parole belle»; guardie e volontari gli vogliono bene; migliora addirittura il proprio aspetto. Anche l’indomabile Miriam si accorge con commozione dei cambiamenti del figlio e, trascinata dal suo entusiasmo, si apre a lui e all’umanità sconfitta che la circonda. Diego, però, non ha l’età per rimanere a lungo nell’Icam, deve tornare fuori. E nel quartiere essere più forte, più pronto, potrebbe non bastare.

«Miriam tornò ai suoi panni, e tolse l’aria dai polmoni con uno sbuffo. Il sole mattutino s’affaccendava a portare un po’ di calore, permetteva ai bambini di restare fuori a giocare, ma proiettava l’ombra delle sbarre sulla parete alla sua destra, sezionava il muro come fosse una scacchiera. S’appese alle spranghe e allungò l’esile collo, come a voler uscire da lì, lei così minuta, e si ritrovò sulle punte senza volerlo, da dietro pareva un puma pronto a spiccare il balzo. Pensò di andarsi a riprendere quel figlio cretino che a quasi dieci anni si lasciava sfottere da un moccio setta e manco lo capiva. Invece vide qualcosa d’inaspettato, vide la bambina ridere ancora per le parole del suo Diego, e però subito dopo vide anche il viso di lui aprirsi in un gioioso sorriso, e poi in una fragorosa risata che liberò farfalle, una risata per lungo tempo attesa, che le tolse l’ombra dalla faccia e la spinse a donare al cielo, alle nuvole dense che soffocavano quel carcere tra i monti, un moto appena percettibile di labbra».

Recensione:

Avviso al lettore:  Non aprite questo romanzo se avete deciso di trascorrere un’estate tranquilla o comunque “scevra” da forti ed indelebili  emozioni .

Lorenzo Marone supera sé stesso  firmando, a mio modesto parere, il  libro più bello, straziante e poetico della propria carriera.

“Le madri non dormono mai”  è un romanzo volutamente   “infingardo”   illudendo il    lettore di leggere un racconto di  donne , madri detenute insieme ai loro figli e come questa condizione possa condizionare  o magari salvare le vite dei secondi.

L’ intreccio narrativo /esistenziale   scritto da Marone si dimostra fin dall’inizio :  solido,  profondo,  sincero , quanto sofferto.

L’Icam rappresenta un mondo assestante quanto delicato  rispetto alla realtà carceraria tradizionale, che Lorenzo Marone   ha descritto e mostrato   in modo   asciutto ed  essenziale  ed    allo stesso tempo con una modalità di racconto capace d’emozionare e coinvolgere

 Il lettore entra in punta di piedi in questo microcosmo in cui  queste  donne si scrutano, litigano, fanno amicizia,  avendo  la sola certezza di non poter apparire nè   deboli o insicure.

La maternità porta con sé una  forza, coraggio e  ferocia determinazione impensabili di possedere prima.

Non si smette d’essere madri in carcere . Se possibile, l’istinto materno di protezione aumenta  quando si ritrova  in queste  difficili condizioni.

Il lettore  è testimone delle vite e soprattutto degli errori commessi da queste donne provenienti da culture lontane e realtà diverse, ma accomunate dalla paura comune di non poter più proteggere il proprio figlio.

L’incubo peggiore di ogni madre si concretizza legalmente nei centri Icam, quando il minore compie 10 anni  venendo  affidato ai parenti o conoscente della detenuta.

Si respira   l’  angosciante attesa  vissuta dentro l’Icam da    ogni detenuta che  vede  il tempo    paradossalmente come  un nemico e non un alleato come in altri casi.

 Lorenzo Marone  ha dato vita ad un impianto narrativo  che per  tre quarti   alterna    passaggi teneri ed introspettivi  ad altri più duri ed amari  creando le condizioni per una forte ed intensa connessione emotiva tra il  lettore e protagoniste.

Ma la  parte finale  è sorprendente , straziante  cancellando ogni tenue  illusione di lieto fine   sulle vite   di Miriam e Diego,  riportando il lettore alla cruda realtà di certi quartieri napoletani in cui fatalità e tragedia si mescolano sempre più spesso.

“Le madri non dormono mai” è una lettura che ti tocca, colpisce, scuote in ogni aspetto come solo un grande romanzo  di un bravo scrittore è capace di compiere .

20) Fedeltà (Marco Missiroli)

“Fedeltà” è un romanzo scritto da Marco Missiroli e pubblicato da Einaudi nel Febbraio 2019.

Sinossi:

«Il malinteso», cosí Carlo e Margherita chiamano il dubbio che ha incrinato la superficie del loro matrimonio. Carlo è stato visto nel bagno dell’università insieme a una studentessa: «si è sentita male, l’ho soccorsa», racconta al rettore, ai colleghi, alla moglie, e Sofia conferma la sua versione.
Margherita e Carlo non sono una coppia in crisi, la loro intesa è tenace, la confidenza il gioco pericoloso tra le lenzuola. Le parole fra loro ardono ancora, così come i gesti. Si definirebbero felici. Ma quel presunto tradimento per lui si trasforma in un’ossessione, e diventa un alibi potente per le fantasie di sua moglie. La verità è che Sofia ha la giovinezza, la libertà, e forse anche il talento che Carlo insegue per sé. Lui vorrebbe scrivere, non ci è mai riuscito, e il posto da professore l’ha ottenuto grazie all’influenza del padre.
La porta dell’ambizione, invece, Margherita l’ha chiusa scambiando la carriera di architetto con la stabilità di un’agenzia immobiliare. Per lei tutto si complica una mattina qualunque, durante una seduta di fisioterapia. Andrea è la leggerezza che la distoglie dai suoi progetti familiari e che innesca l’interrogativo di questa storia: se siamo fedeli a noi stessi quanto siamo infedeli agli altri? La risposta si insinua nella forza quieta dei legami, tenuti insieme in queste pagine da Anna, la madre di Margherita, il faro illuminante del romanzo, uno di quei personaggi capaci di trasmettere il senso dell’esistenza.
In una Milano vivissima, tra le vecchie vie raccontate da Buzzati e i nuovi grattacieli che tagliano l’orizzonte, e una Rimini in cui sopravvive il sentimento poetico dei nostri tempi, il racconto si fa talmente intimo da non lasciare scampo.
Con una scrittura ampia, carsica, avvolgente, Marco Missiroli apre le stanze e le strade, i pensieri e i desideri inconfessabili, fa risuonare dialoghi e silenzi con la naturalezza dei grandi narratori.

Recensione:

Cosa è la fedeltà: Una parola? Un simbolo? Una richiesta? Una predisposizione d’animo? Una condizione morale?

Abbiamo un disperato bisogno di fedeltà.

La pretendiamo in ogni rapporto che costruiamo nella nostra vita.

Rimanere fedeli ad un’ idea, all’amicizia, alla parola data e soprattutto alla persona amata è forse una delle prove più difficili ed impegnative da sostenere.

Quando iniziamo una relazione sentimentale giuriamo “amore eterno” e soprattutto di rimanere fedeli.

Il tradimento è l’antitesi della fedeltà,  eppure nessuno dei due avrebbero ragion d’essere senza l’altro.

Si può rimanere comunque fedeli tradendo?

Sono alcune delle domande  e soprattutto riflessioni che Marco Missiroli  spinge a farci attraverso il suo romanzo “Fedeltà”.

“Fedeltà” è stato  acclamato dalla critica e dai lettori divenendo un  bestseller fin dalla prima pubblicazione e che il sottoscritto ha “recuperato” solamente ora dopo aver visto tre episodi della deludente  serie Tv targata Netflix.

Devo ammettere che la lettura del romanzo mi ha lasciato piuttosto “tiepido”.

Non ho compreso come questo romanzo abbia potuto scatenare l’entusiasmo generale , fare vincere premi allo scrittore e spingere Netflix alla produzione della serie.

“Fedeltà” si è rivelato complessivamente una lettura banale, piena di stereotipi sul matrimonio e sulla vita di coppia.

L’intreccio narrativo mostra rari passaggi originali e/o particolarmente intensi  sul piano introspettivo ed emozionale.

Missiroli  fa entrare il lettore dentro la vita di Carlo e Margherita,  una giovane coppia milanese apparentemente felice  quanto innamorata , ma che in vero si rivelerà fragile e pronta a cedere alla tentazione.

Entriamo dentro la testa dei due protagonisti e dei loro amanti,  sentiamo i loro dubbi, incertezze esistenziali, ma solo in parte abbiamo una sentita partecipazione con i personaggi.

“Fedeltà” vorrebbe raccontare una storia di sentimenti, di scelte, d’amore , ma poi tutto rimane freddo quanto auto referenziale in scrittura.

Milano è la vera protagonista del romanzo, quella che cambia e pulsa  davvero negli anni del racconto.

 La casa della “Concordia” inseguita, bramata ed infine acquistata con furbizia da Margherita, incarna   l’essenza del libro, ovvero il desiderio impossibile ma alla fine raggiunto insieme da una coppia.

Il matrimonio in quanto tale vive di alti e bassi.

Una coppia si può tradire, litigare, allontanarsi, ma alla fine ritrovarsi  per un figlio, per un’affinità elettiva o più  banalmente per dover pagare un mutuo monstre di una casa.

“Fedeltà” è un romanzo dal taglio elitario, dall’animo radical  chic, ma almeno conserva nel finale quel calore popolare ed universale che solamente l’unità familiare può dare specialmente nei momenti difficili come l’addio ad una persona cara.

17) Rancore (Gianrico Carofiglio)

“Rancore” è un romanzo scritto da Gianrico Carofiglio e pubblicato da Einaudi il 29 Marzo 2022.

Sinossi:
Come è morto, davvero, Vittorio Leonardi? Perché Penelope Spada ha dovuto lasciare la magistratura? Un’investigazione su un delitto e nei meandri della coscienza. Un folgorante romanzo sulla colpa e sulla redenzione. Un barone universitario ricco e potente muore all’improvviso; cause naturali, certifica il medico. La figlia però non ci crede e si rivolge a Penelope Spada, ex Pm con un mistero alle spalle e un presente di quieta disperazione. L’indagine, che sulle prime appare senza prospettive, diventa una drammatica resa dei conti con il passato, un appuntamento col destino e con l’inattesa possibilità di cambiarlo. Nelle pieghe di una narrazione tesa fino all’ultima pagina, Gianrico Carofiglio ci consegna un’avventura umana che va ben oltre gli stilemi del genere; e un personaggio epico, dolente, magnifico.
Recensione:
Carofiglio ha deciso di fare finalmente sul “serio” con il personaggio di Penelope Spada, dedicandole un vero e pieno romanzo, dopo l’antipasto del racconto datati gennaio 2021.
“Rancore” consente al lettore di conoscere, apprezzare e scoprire la sfera privata, abitudini, manie e soprattutto fantasmi di questa donna tosta quanto misteriosa.
“Rancore” conferma il potenziale creativo, emozionale e drammaturgico di questo nuovo personaggio femminile creato da Carofiglio.
Penelope che nella vita precedente è stata un ex magistrato, oggi è un’ investigatrice sui generis caratterizzata da un carattere forte e con un’anima travagliata.
“Rancore” inizia con il desiderio di una figlia d’ottenere giustizia e verità sulla morte del padre affidando l’incarico a Penelope di revisionare il caso archiviato come suicidio
Una revisione che permetterà inaspettatamente alla stessa Penelope di potersi pacificare con il proprio passato da giudice.
“Rancore” pur presentando una struttura tradizionale da thriller, si rivela una lettura avvincente ed incalzante sul piano del ritmo e pathos.
Gianrico Carofiglio firma un’indagine stratificata sulla natura umana capace di covare rancore e rabbia per anni per poi esplodere in modo feroce e spietato.
Penelope Spada è un personaggio ruvido, essenziale, che si è rinchiusa in una prigione esistenziale come forma di espiazione per quanto commesso nella sua vita precedente da magistrato.
Il lettore entra in empatia con la protagonista condividendone i momenti cruciali sul piano professionale ed umano.
“Rancore” è una lettura consigliata che stuzzica l’interesse e curiosità su una donna che indubbiamente ha ancora molto da dire e raccontare al lettore nei prossimi libri.

15) Sono felice, dove ho sbagliato? (Diego Da Silva)

“Sono Felice, dove ho sbagliato ?” è un romanzo scritto da Diego Da Silva e pubblicato il 15 Marzo 20022 da Einaudi .
Sinossi:
Vincenzo Malinconico è tornato ed è alle prese con un’ingiusta causa. D’amore. Già, c’è di mezzo l’amore anche stavolta, ma un tipo d’amore con cui Malinconico non ha avuto ancora a che fare, professionalmente parlando: l’amore impantanato, quello di chi pensa di avere diritto a un risarcimento per il dolore. Perché è proprio questo che gli chiedono gli Impantanati, sei donne e due uomini uniti in una strampalata associazione: di intentare una causa epocale per danni da sinistri sentimentali. E l’assurdo può sembrare a tratti possibile, al più eccentrico avvocato d’insuccesso di sempre.

L’amore può ingolfare una vita, metterla in attesa, in balia degli anni che passano. Tutti conosciamo coppie sfinite da rapporti senza futuro: amori dove i progetti, i desideri e persino i diritti ristagnano. A volte è proprio il legame, il problema. I rapporti di forza, il tempo sul groppone, il presente che dà dipendenza. Poi capita che una mattina la parte debole si svegli e decida che è venuto il momento di fare i conti. È quello che succede nella sesta avventura di Vincenzo Malinconico, l’avvocato delle cause perse ancor prima d’essere discusse, quando Veronica, la sua compagna, gli manda in studio una coppia di amici che gli chiedono d’intentare, con una class action, una causa epocale per l’infelicità di coppia. La pretesa dei due, apparentemente demenziale (ma Malinconico è avvezzo a questo genere di situazioni), si basa su un assunto neanche così sbagliato: se esiste un diritto privato, perché la sfera privata dei sentimenti non dovrebbe andare soggetta alla stessa legge che regola i rapporti patrimoniali? Fosse per Malinconico la chiuderebbe lì, anche perché ha altro di cui occuparsi (Alagia che sta per farlo diventare nonno, Alfredo in fibrillazione per il suo primo cortometraggio, uno strano figuro che lo pedina), ma finisce per cedere alle insistenze del suo socio Benny e si ritrova a partecipare con lui agli incontri degli Impantanati. E noi lo sappiamo bene: quando Malinconico si fa trascinare in una situazione che gli sta stretta, sbrocca ma riesce persino a divertirsi. Sicuramente a farci divertire come non mai, in questo che è uno dei romanzi più mossi e vivi di Diego De Silva. Fra risate, battibecchi, colpi di scena e ordinarie drammaturgie familiari, Malinconico riuscirà ad articolare una stralunata difesa. Ma di sé stesso, soprattutto.

Recensione:
Se la felicità è una chimera, l’infelicità sentimentale è invece qualcosa di tangibile, presente e sfortunatamente un dolore universale.
Tutti almeno una volta nella vita abbiamo sofferto per amore ed altresì abbiamo fatto soffrire.
L’amore è un sentimento potente quanto destabilizzante.
Vogliamo l’amore, un compagno, ma allo stesso modo evitiamo di caderci dentro questo pozzo senza fondo.
Le relazioni tossiche possono produrre danni enormi, ma sono quelle “in stallo” di cui dobbiamo realmente preoccupare.
Si può essere infelici vivendo una storia del genere?
La risposta è , purtroppo, un sì tragicomico.
L’infelicità può essere oggetto di disputa legale? Un gruppo di infelici innamorati potrebbe unirsi in una class action contro i propri partner alias carnefici
Quello che potrebbe apparire sulla carta come una “boutade” /provocazione per la penna creativa di Diego Da Silva è stato lo spunto narrativo vincente per scrivere una nuova e divertente avventura legale del nostro caro avvocato Vicenzo Malinconico.
In attesa di vedere in autunno su Rai l’attesa trasposizione televisiva, il lettore può gustarsi una storia davvero gustosa ed allo stesso tempo agrodolce .
Pietro Da Silva conferma pienamente le sue doti narrative e stilistiche firmando un intreccio brioso, ironico, divertente e mai banale.
Il lettore da una parte sorride amaro sull’infelicità amorosa del bizzarro gruppo che reclama giustizia in un tribunale e dall’altra partecipa allegramente invece alla condizione paradossale che si trova a vivere il nostro avvocato: è felice.
La sua vita privata e sentimentale procedono bene, tutti i pezzi del suo puzzle esistenziale si sono incastrati.
Malinconico fatica ad accettare questa condizione, ne è intimorito.
La felicità improvvisa e piena esiste davvero si chiede ad un certo punto Malinconico, immaginando nefasti colpi di coda.
Da Silva affronta il tema della felicità nei rapporti regalandoci spunti di riflessione e condivisione osservando i dialoghi dei protagonisti di questo romanzo.
Anche gli infelici cronici come Vincenzo Malinconico possono vivere un lieto fine.

52) L’Arminuta ( Donatella Di Pietrantonio)

“L’Arminuta” è un romanzo scritto da Donatella Di Pietrantonio e pubblicato da Einaudi Editore il 14 Febbraio 2017.
Sinossi:
Ci sono romanzi che toccano corde così profonde, originarie, che sembrano chiamarci per nome. È quello che accade con “L’Arminuta” fin dalla prima pagina, quando la protagonista, con una valigia in mano e una sacca di scarpe nell’altra, suona a una porta sconosciuta. Ad aprirle, sua sorella Adriana, gli occhi stropicciati, le trecce sfatte: non si sono mai viste prima. Inizia così questa storia dirompente e ammaliatrice: con una ragazzina che da un giorno all’altro perde tutto – una casa confortevole, le amiche più care, l’affetto incondizionato dei genitori. O meglio, di quelli che credeva i suoi genitori. Per «l’Arminuta» (la ritornata), come la chiamano i compagni, comincia una nuova e diversissima vita. La casa è piccola, buia, ci sono fratelli dappertutto e poco cibo sul tavolo. Ma c’è Adriana, che condivide il letto con lei. E c’è Vincenzo, che la guarda come fosse già una donna. E in quello sguardo irrequieto, smaliziato, lei può forse perdersi per cominciare a ritrovarsi. L’accettazione di un doppio abbandono è possibile solo tornando alla fonte a sé stessi. Donatella Di Pietrantonio conosce le parole per dirlo, e affronta il tema della maternità, della responsabilità e della cura, da una prospettiva originale e con una rara intensità espressiva. Le basta dare ascolto alla sua terra, a quell’Abruzzo poco conosciuto, ruvido e aspro, che improvvisamente si accende col riflesso del mare.
Recensione:
Leggere il romanzo di Donatella Di Pietrantonio è stato un recupero letterario necessario dopo che lo scorso week end ho visto il bellissimo quanto toccante adattamento cinematografico di Giuseppe Bonito.
Ero curioso di confrontare il romanzo con la sceneggiatura elaborata dagli autori . Pronto ad evidenziane le differenze nell’intreccio e sottolinearne gli sconvolgimenti creativi e psicologi sui personaggi.
Raramente mi è capitato di constatare un adattamento cinematografico così rigoroso, attento e creativamente “rispettoso” del testo originale.
“L’Arminuta” cinematografica si è rivelata infatti una fedele , convincente rappresentazione di quella letteraria , dando corpo, voce ed anima ai protagonisti, all’ambiente e soprattutto ai sentimenti di una storia unica quanto allo stesso tempo universale
Già perché “L’Arminuta” è una storia di sentimenti provati, nascosti, ripudiati ed infine riscoperti che Donatella Di Pietrantonio ha costruito con talento, empatia e sensibilità.
L’Arminuta è un romanzo duro, amaro, disarmante quanto doloroso nel descrivere una parte d’Italia, della nostra società in cui “la vendita di un figlio rappresentava ed ancora oggi rappresenta, purtroppo, l’unico modo per sopravvivere oltre che garantire un futuro migliore alla creatura stessa.
Figli scambiati, prestati e ritornati indietro come “pacchi postali” per un verso fanno emergere una pratica illegale giocata sulla pelle di bambini innocenti e dall’altra ci fa comprendere quanto la miseria possa spingere una madre all’atto più doloroso ovvero privarsi del proprio figlio.
“L’Arminuta” affronta il tema della maternità da una prospettiva diversa quanto controversa mettendo a confronto due tipologie di donne.
“L’Arminuta” ha due madri: quella biologica e chi l’ha cresciuta. La prima appare anaffettiva, distante, dura. La seconda invece sempre disponibile e pronta ad aiutarla e sostenerla anche economicamente.
Inevitabilmente siamo portati a nutrire antipatia per la prima e stima per la seconda, condividendo i disperati tentativi della protagonista nel convincere la madre 2 a riprendersela.
Ma come ci insegna il passaggio biblico di “Re Salomone” sulla maternità, il vero e sincero istinto materno si svela nella necessità più estrema.
“L’Arminuta” dovrà affrontare e superare un doppio rifiuto( dalla madre biologica e poi il rifiuto della matrigna) senza aver ricevuto alcuna spiegazione .La ragazza si sente come un’ ” aliena” in una casa, una famiglia completamente diversi rispetto a dove è stata cresciuta , amata e protetta .
Donatella Di Pietrantonio firma una storia toccante, poetica, coinvolgente in cui non mancano colpi di scena e passaggi davvero drammatici inchiodando il lettore alla lettura fino all’ultima pagina.
“L’Arminuta” è anche il racconto d’emancipazione e nuova consapevolezza femminile in cui sono sottolineati l’importanza dello studio e l’obbligo scolastico funzionali al riscatto sociale e come la bellezza e ricchezza dell’anima siano più preziosi di qualsiasi retta mensile ricevuta da una matrigna succube di un marito deposta.

45) Il Lettore sul Lettino (Guido Vitiello)

“Il Lettore sul Lettino” è un saggio scritto da Guido Vitiello e pubblicato da Einaudi nel settembre 2021

Sinossi:

Perché molti lettori sottolineano i libri, ci scribacchiano sopra, fanno le orecchie ai bordi delle pagine, mentre altri guardano con orrore al più lieve maltrattamento? E quali segreti custodiscono gli scaffali delle biblioteche domestiche? Se i volumi sono disposti in file doppie, cosa si nasconde nelle retrovie? Una ricognizione ricca e spiazzante di quelle perversioni che rendono erotico e nevrotico il nostro rapporto con i libri. Come nelle migliori famiglie, anche in quella degli amanti dei libri non manca qualche zio matto, il cui ritratto è tenuto prudentemente in soffitta: il collezionista pluriomicida, il cleptomane impenitente, quello che si mangia la carta. Ma non è di loro che parla questo libro. Più che ai lettori psicotici, si dedica ai turbamenti del lettore nevrotico, che poi altri non è che il lettore comune. C’è chi è colto dall’angoscia se deve prestare un libro; chi si obbliga, mentre legge, a non sbadigliare; c’è il lettore poliamoroso che legge più libri contemporaneamente o, al contrario, il monogamo seriale che non tocca un romanzo prima di averne finito un altro; chi si vergogna a dire di non aver letto un classico e perciò l’ha sempre, per definizione, «riletto » e chi annota i libri seguendo un proprio cifrario idiosincratico… Se è vero che la lettura è un «vizio impunito» che ci porta a considerare normali dei comportamenti che in qualunque altro ambito apparirebbero perversi – pensiamo al gesto di annusare voluttuosamente la carta –, allora non dobbiamo stupirci di fronte alle mille stramberie del lettore comune, che, visto da vicino, ci apparirà molto meno comune di quanto sembra. Un campionario brillante, colto e divertente delle abitudini che circondano l’uso dei libri e dei meccanismi profondi che regolano i piaceri e i dispiaceri della lettura.

Recensione:

Da #diversamenteignorante e soprattutto da nostalgico quanto fiero  lettore  della Gazzetta dello Sport  diretto dal compianto  Candido Cannavò  mi sono sempre chiesto se esistesse un manuale specifico in grado di   raccontare le stranezze , fobie e caratteristiche dei lettori seriali.

Dal mio punto di vista i lettori rappresentano un vero mistero, quasi  fossero delle figure mitologiche,  nel leggere qualsiasi cosa non mostrando mai una esitazione o difficoltà.

Chi sono i lettori? Che cosa provano? Esistono davvero persone disponibili a spendere  ingenti risorse  in libri  con l’unico scopo di stipare  le  loro personali librerie?

Dubbi, domande, leggende che  finalmente trovano risposta  grazie al divertente ed ironico saggio scritto dal caro Guido Vitiello.

Non me vogliano gli altri dotti letterati ed illustri saggisti italiani, ma solamente Guido Vitiello vince ogni volta  la  sfida impossibile di stimolare la mia pigra parte  letteraria.

“Il Lettore sul Lettino” seppure si presenti sulla carta come  una lettura  colta, ipercitazionista, grondante cultura  ed amore  per la letteratura,  non spaventa mai il lettore ignorante o comunque privo degli adeguati strumenti di conoscenza.

“Il Lettore sul Lettino”  è un saggio atipico perché prima ti fa sorridere e solo successivamente ti stimola una serie di  riflessioni  dimostrando cosi tutto il  talento creativo di Guido Vitiello.

Guido Vitiello possiede “il tocco” o se preferite il dono di rendere semplici, chiari, comprensibili i tempi più complessi, astrusi trovando  il più efficace e funzionale  stile di scrittura.

Guido ci porta alla conoscenza del bizzarro mondo dei lettori che visti da lontano  ci appaiono tutti seri ed uguali, ma se visti da vicino rivelano tutte le loro fragilità e “perversioni letterarie”.

La parola “saggio” di norma allontana il lettore  spaventato nel dover leggere tematiche pesanti e complesse.

Se poi il saggio ha l’ambizione di raccontare, descrivere le nevrosi e personalità del lettore, allora il rischio di un flop letterario è quasi scontato.

Il “quasi” lo si deve al talento, creatività e sensibilità di  Guido Vitiello desideroso di condividere conoscenza anziché chiudersi nella banale e fredda Torre d’Avorio.

Guido Vitiello è uno scrittore,  un letterato capace d’entusiasmare con uno stile originale e pop, trascinandoci  con naturalezza  alla lettura del suo spassoso saggio.

Leggere “Il Lettore sul lettino” è il primo passo per diventare magari un giorno il nuovo “caso” di studio da parte del nostro Guido Vitiello.

9) Fiori : Per i Bastardi di Pizzofalcone (Maurizio De Giovanni)

“Fiori per I Bastardi di Pizzofalcone” è un romanzo scritto da Maurizio De Giovanni e pubblicato nel dicembre 2020 da Einaudi.

Sinossi:
Savio Niola, proprietario di uno storico chiosco di fiori, è stato ammazzato. Un delitto che sconvolge Pizzofalcone, perché l’anziano era amato da tutti nel quartiere. Lo consideravano una specie di «nonno civico», che non avendo una famiglia propria si prodigava per quelle degli altri. Aiutava i giovani spingendoli a studiare, cercando di tenerli lontani da strade senza ritorno; chiunque si rivolgesse a lui poteva contare su una parola gentile, su un po’ di attenzione, se necessario su un sostegno materiale. Eppure è stato letteralmente massacrato. Chi può avere tanto odio, tanta rabbia in corpo da compiere un gesto simile? Poco tempo prima l’uomo si era esposto contro il racket che taglieggia i commercianti della zona, ma la pista della criminalità organizzata non convince i Bastardi, ancora una volta alle prese con un caso difficile da cui, forse, dipendono le sorti del commissariato. Un commissariato che, per loro, è ormai molto più di un luogo di lavoro. Come per Savio era il suo chiosco.

Recensione:
La primavera rappresenta molto più del semplice passaggio ad una stagione più calda, piacevole, in cui le giornate si allungano permettendoci d’indossare qualche indumento più leggero e comodo.
La primavera evoca il risveglio della natura, delle passioni, dei sentimenti, il desiderio d’amarsi, stringersi e magari di manifestare tramite un fiore il proprio livello d’amore e coinvolgimento.
“Dillo con i fiori” recita un vecchio proverbio.
L’amore è un sentimento capace di farti sopportare tutto, accettare sacrifici e rinunce.
Si può amare in silenzio e da lontano, ma alla lunga il desiderio di vivere anche l’ultima parte di vita insieme con l’amato è più forte di qualsiasi codice, legge e norme imposte dalla società.
“Fiori” è forse il meno riuscito drammaturgicamente sul versante thriller della saga de “I Bastardi di Pizzo Falcone” presentando un intreccio narrativo complessivamente fiacco e prevedibile.
Nonostante De Giovanni inizi con la descrizione di un omicidio orribile, sanguinario quanto inspiegabile che ha sconvolto la serenità della comunità e del commissariato di Pizzo Falcone.
Perché tanta ferocia nell’uccidere un gentile fioraio?
Lo sbocciare della Primavera ha riaperto vecchie ferite, ricordi e soprattutto messo in crisi le certezze o se preferite minato il precario equilibrio delle vite private e sentimentali della squadra dei Bastardi.
“Fiori” più che un romanzo giallo ci appare andando avanti nella lettura come un noir esistenziale determinando un decisivo e travagliato passaggio emotivo di una saga costruita sulla diversità caratteriale, umana e psicologica del singolo personaggio.
“Fiori” risulta, come di consueto, una lettura come piacevole, godibile, briosa caratterizzata da uno stile preciso, attento e abile nel raccontare, mostrare le fragilità, limiti bellezza dell’amore “proibito”.
Eppure “Fiori” prende “quota” nell’ultima parte /finale chiarendo le reali intenzioni narrative di De Giovanni offrendo così una diversa e commovente prospettiva al lettore su una storia finora abbastanza fredda nei toni e lenta nello sviluppo.
Uno stravolgimento esistenziale, emotivo, culturale che eleva qualitativamente il testo dando forza e profondità alla creativa che ha ispirato De Giovanni nella scrittura.
“Fiori” è da una parte una struggente storia d’amore senza tempo e dall’altra ci insegna a non sciupare il tempo ed occasione di vivere con l’anima gemella perché non si deve mai provare vergogna dei propri sentimenti sfidando sciocchi pregiudizi e categorie di genere.

8) Questo è un uomo

“Questo è un uomo” è un film di Marco Turco. Con Thomas Trabacchi, Sandra Toffolatti, Werner Waas.
Biografico, drammatico. Italia 2021

Sinossi:

Marzo 1982. Primo Levi passeggia in montagna quando si sloga una caviglia. È da solo, ferito, sull’orlo di un precipizio. Viene salvato da un uomo misterioso, che lo porta con sé nella sua baita, gli fascia la caviglia e gli dà ospitalità. È a lui che Levi racconta la sua storia: l’infanzia a Torino, la scuola, le leggi razziali e la breve parentesi nella Resistenza fino all’arresto, il 13 dicembre del 1943, con la decisione di dichiararsi ebreo piuttosto che partigiano ed evitare così di essere fucilato. Primo Levi viene prima internato nel Campo di Fossoli, poi deportato ad Auschwitz il 22 febbraio del 1944, dove rimarrà fino al 1945. Quando torna a Torino, lo scrittore sente il bisogno di raccontare ciò che è accaduto ad Auschwitz e negli altri campi di concentramento nel libro “Se questo è un uomo”. L’opera, respinta dalla Einaudi, viene pubblicata da un piccolo editore e vende solo mille copie, ma riceve la bella recensione di Italo Calvino. Levi resta uno scrittore della domenica fino al 1956, quando il libro viene ripubblicato dall’Einaudi diventando un successo internazionale. E mentre racconta la sua vita, Levi scopre l’identità del suo misterioso interlocutore.

Recensione:

A volte ho la sensazione che siamo colpevoli d’essere sopravvissuti. Questa è una delle frasi più forti e significative che Primo Levi (un intenso e credibile Thomas Trabacchi) rivolge, nella docufiction trasmessa su Rai1, all’amica editrice Natalia Ginzburg, che con la Einaudi gli aveva rifiutato, nel 1949, la pubblicazione del romanzo “Se questo è un uomo”.

Il passaggio, molto intenso, fa subito capire allo spettatore il tono di “Questo è un uomo“, nato da un soggetto di Salvatore De Mola, che non si limita al mero racconto biografico, ma porta avanti una mission più profonda, intima, malinconica.

Il regista Marco Turco racconta gli affanni, i dolori, le delusioni dell’uomo prima che dello scrittore o del sopravvissuto al campo di sterminio di Auschwitz. continua su

71 ) Mancarsi – La Donna Di Scorta (Diego De Silva)

“Mancarsi” è un romanzo scritto da Diego De Silva e pubblicato nel gennaio 2013 da Einaudi

Sinossi:
Diego De Silva fa un passo a lato, si allontana dalle irresistibili vicende di Vincenzo Malinconico e ci regala una semplice storia d’amore. Semplice per modo di dire, perché la scommessa è tutta qui: nel nascondere la profondità in superficie, nel tratteggiare desideri e dolori, speranze e rovine, con poche parole essenziali, dritte e soprattutto vere. Perché, come diceva Fanny Ardant ne La signora della porta accanto, solo i racconti scarni e le canzoni dicono la verità sull’amore: quanto fa male, quanto fa bene. Solo lì si cela l’assoluto. Cosi De Silva prende i suoi due personaggi e li osserva con pazienza, li pedina, chiedendoci di seguirlo – e di seguirli – senza fare domande. Irene vuole essere felice, e quando il suo matrimonio inizia a zoppicare se ne va. Nicola è solo, confusamente addolorato dalla morte di una donna che aveva smesso di amare da tempo. Anche lui, come Irene, è mosso da un’assoluta urgenza di felicità. Anche lui vuole un amore e sa esattamente come vuole che sia fatto. Sarebbero destinati a una grande storia, se solo s’incontrassero una volta nel bistrot che frequentano entrambi. Ma il caso vuole che ogni volta che Nicola arriva, Irene sia appena andata via. Se le vite di Nicola e Irene non s’incontrano fino alla fine, le loro teste invece s’incontrano nelle pagine di questo libro: i pensieri, le derive, il sentire si richiamano di continuo, sono ponti gettati verso il nulla o verso l’altro. Forse, verso l’attimo imprevisto in cui la felicità finalmente abbocca.

“La Donna di Scorta” è un romanzo scritto da Diego De Silva e pubblicato nel aprile 2014 da Einaudi.

Sinossi:
Un uomo sposato e una giovane single s’incrociano su un marciapiede in una mattina di pioggia. Subito s’innamorano. Ma i ruoli di quella che potrebbe sembrare una normale relazione fra amanti, s’invertono fin dall’inizio. Livio, antiquario radicato in una solida vita matrimoniale, si trova invischiato in un rapporto privo di gerarchie che la sua normalità non può reggere: Dorina non vuole prendere il posto di sua moglie. Non chiede niente di più di quello che Livio è disposto a darle, sconvolgendo in questo modo l’assetto ordinato della vita di lui. Il romanzo mette a nudo un sentimento vero e autosufficiente che non ricatta, non pretende, non ha bisogno di sacrifici, riconoscimenti, ma nel puro desiderio dell’altro trova la sua ragion d’essere.

Recensione Unica:
Ero curioso di leggere questi due romanzi di Diego De Silva, avendo percepito dalla lettura delle due  sole sinossi che in qualche modo fossero legati da un filo rosso narrativo.
Una sensazione confermata dopo averli letti entrambi.
Anche se scritti in momenti diversi De Silva ha realizzato una sorta di manifesto sull’infedeltà coniugale o se preferite una chiave di lettura “tollerabile per accettare il triangolo amoroso e/o vedere la perdita di un coniuge mal sopportato come il primo segno per rinnamorarsi una seconda volta.
“Mancarsi” e “La Donna di Scorta” vanno assolutamente letti uno dietro l’altro per cogliere il senso più profondo del messaggio amoroso messo in campo da Silva.
L’amore non può essere considerata una proprietà privata né una persona può reclamarne l’esclusività.
L’innamoramento secondo De Silva sfugge a qualsiasi regola, codice, imposizione travolgendo tutto e tutti.
Un uomo può amare contemporaneamente la propria moglie e la giovane amante, non trovando il coraggio né la forza di scegliere.
Un’indecisione deprecabile in linea generale, ma nella storia tra Livio e Dorina, vede quest’ultima stranamente non interessata a reclamare maggiore spazio, visibilità e tempo rispetto alla famiglia di Livio.
Livio ama Dorina, ma allo stesso tempo è irritato dalla natura pacifica e tranquilla dell’amante.
Livio vorrebbe vedere, sentire una Dorina nelle vesti dell’amante appassionata, arrabbiata, esigente.
Ma Dorina non gli concederà mai questo sazio.
La loro storia travolgente, intensa finirà con la modalità straordinariamente normale voluta da Dorina.
Invece Nicola è rimasto improvvisamente vedovo. Costretto a piangere una moglie che purtroppo non amava più.
Un lutto che se da una parte si è rivelato paradossalmente liberatorio, dall’altra ha obbligato il protagonista a guardarsi dentro e comprendere se sia ancora capace d’amare.
Irene invece ha detto basta ad un matrimonio che la rendeva ogni giorno più triste e vuota emotivamente.
Nicola e Irene sono soli per motivi diversi, ma entrambi cercano, vogliono una seconda chance d’amare ed essere amati.
Il Destino in versione romantica gli darà una mano, facendoli causalmente incontrare in un luogo caro ad entrambi.
“Mancarsi” rievoca nella struttura narrativa e soprattutto nel continuo sfiorarsi dei due protagonisti, il celebre quanto romantico film americano “Insonnia d’amore” di Nora Ephron con protagonisti i bravissimi Tom Hanks e Meg Ryan.
“Mancarsi” ci spinge a credere, sperare che la fine di un amore, di un matrimonio non debba per forza significare la fine di tutto, anzi.
Diego De Silva regala vivide e sincere emozioni al lettore tramite questi due scritti , facendoci riflettere sulla nostra intima e personale idea sull’amore di coppia.

65) I valori che contano (avrei preferito non scoprirli ) – (Diego De Silva)

“I valori che contano (avrei preferito non scoprirli) “è un romanzo scritto da Diego De Silva e pubblicato il 3 Giugno da Einaudi.

Sinossi:
Se non vi è mai successo di nascondere in casa una ragazza in mutande appena fuggita da una retata in un bordello al quarto piano del vostro palazzo, non siete il tipo di persona a cui capitano queste cose. Vincenzo Malinconico lo è. Dovrebbe sapere che corre un rischio bello serio, visto che è avvocato, e invece la fa entrare e poi racconta pure un sacco di balle al carabiniere che la inseguiva e va a bussargli alla porta. È così che inizia “I valori che contano (avrei preferito non scoprirli)”, il romanzo in cui Malinconico – avvocato di gemito, più che di grido – oltre a patrocinare la fuggiasca in mutande (che poi scopriremo essere figlia del sindaco, con una serie di complicazioni piuttosto vertiginose), dovrà affrontare la malattia che lo travolgerà all’improvviso, obbligandolo a familiarizzare con medici e terapie e scatenandogli un’iperproduzione di filosofeggiamenti gratuiti – addirittura sensati, direbbe chi va a cena con lui – sul valore della pena di vivere. Un vortice di pensieri da cui uscirà, al solito, semi-guarito, semi-vincente e semi-felice, ricomponendo intorno a sé quell’assetto ordinariamente precario che fa di lui, con tutti i suoi difetti e le sue inettitudini, una persona che sa farsi voler bene, pur essendo (o forse proprio perché è) un uomo così così.

Recensione:
Solamente quando si vede la morte in faccia, molti comprendono la bellezza della vita e la fortuna di poter contare su chi ti ama e protegge davvero.
Il cancro è allo stesso tempo una iattura quanto un’opportunità nel cambiare stile ed atteggiamenti di vita.
Quando sei malato scopri o forse riscopri i veri valori e quali sono le reali priorità.
Questa nuova consapevolezza esistenziale e profonde ed intime considerazioni si palesano a chi si imbatte con il “brutto male”.
Poteva il nostro amato avvocato Malinconico sottrarsi a questo processo di revisione e cambiamento?
Ovviamente no, anche se il caro avvocato, scopertosi malato, più che altro “subirà” i cambiamenti delle persone che gravitano alla sua vita.
Malinconico è uno spettatore “passivo” della sua malattia, facendosi guidare nella ricerca del migliore chirurgo e poi oncologo senza mai opporre resistenza.
“I valori che contano” è il nuovo episodio della saga del celebre avvocato che ci piace vederlo come il momento della maturità professionale e forse della stabilità affettiva per Malinconico.
“I valori che contano” è una storia agrodolce in cui temi scabrosi come il cancro, la chemioterapia ed infine la morte sono affrontati, descritti con un tono leggero, quasi distaccato e vagamente ironico, senza risultare mai irriverente ed offensivo.
Diego De Silva ci regala una storia intesa, commovente, quasi inaspettata per questa saga, mantenendo però uno stile brioso e disincantato che consente al lettore di non sentire il peso o l’angoscia di tali tematiche.
“I valori che contano” è una lettura piacevole, calda, densa di umanità e sincerità ben celati dallo sfottente e disarmante cinismo di Malinconico.
L’uomo Vincenzo, forse per la prima volta ha davvero paura di non farcela, scoprendosi debole e fragile.
Invece è “circondato” dall’affetto e protezione della sua nuova compagna Veronica, dagli amici e dai suoi figli.
Vincenzo Malinconico si scopre così ricco sul piano affettivo. ed inaspettatamente rivalutato anche in campo professionale.
“I valori che contano” è infatti anche la storia della turbolenta quanto bella pacificazione del rapporto tra un padre ed una figlia.
Il primo è il sindaco e la seconda ha deciso di fare nella vita l’escort come professione.
Malinconico, nel pieno del suo dramma personale, si ritroverà invischiato in questa complessa e scabrosa “affair familiare” salvando prima la figlia del sindaco da uno pericoloso scandalo giornalistico e poi favorendo chiarimento e riavvicinamento tra i due.
“I valori che contano” pur essendo forse il romanzo più sentimentale, buonista e strappalacrime firmati da Diego De Silva, dona sorriso e gioia al lettore felice d’aver sostenuto e condiviso con l’amico Malinconico anche questo difficile passaggio.
Sarebbe meglio non doverli scoprire, ma in fondo certi valori è preferibile possederli, lo garantisce Vincenzo Malinconico