98) I Fantasmi d’Ismael

Il biglietto da acquistare per “I fantasmi d’Ismaël” è:
Nemmeno regalato. Omaggio (con riserva). Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“I Fantasmi d’Ismael”  è un film di Arnaud Desplechin. Con Marion Cotillard, Charlotte Gainsbourg, Louis Garrel, Mathieu Amalric, Alba Rohrwacher. Drammatico, 110′. Francia 2017

Sinossi:

Ismaël Vuillard, regista febbrile, scrive di notte per ricacciare gli incubi. Legato sentimentalmente a Sylvia, astrofisica con la testa tra le stelle, ha perso Carlotta, la giovane consorte inghiottita vent’anni prima dal nulla. Da allora si prende cura di Henri Bloom, autore cinematografico, mentore e padre inconsolabile di Carlotta, che una mattina d’estate ritorna dall’aldilà. Fantasma tangibile, la sua morte non è mai stata accertata, rientra da una fuga ostinata e da un soggiorno in India, dove si è risposata e dove è rimasta vedova. Di nuovo sola nel mondo, ripara nella sua vecchia vita e tra le braccia di Ismaël, sopraffatto dalle emozioni e dallo sconcerto. Il fantasma di Carlotta lo appressa e finisce per frangere i suoi sentimenti e la sua produzione artistica.

Recensione:

Mai dire mai, nella vita. Anche quando ci si illude di aver raggiunto un equilibrio mentale e sentimentale dopo tanto penare, possono sempre sbucare dei fantasmi pronti a rovinare tutto. Perché ognuno di noi ha dei conti aperti con il passato.

Nel caso di Ismael (Amalric), protagonista del film “I fantasmi d’Ismael” di Desplechin che ha aperto il Festival di Cannes 2017 fuori concorso, sceneggiatore e regista intento a completare il suo nuovo lavoro, il fantasma è quello della moglie Carlotta (Cotillard), scomparsa misteriosamente ventuno anni prima.

Le vite di tutti i personaggi verranno sconvolte dall’improvviso ritorno della donna, che sembra intenzionata a riprendere il suo posto al fianco del marito, come se i ventuno anni d’assenza non si fossero mai verificati.

“I fantasmi d’Ismael” si presta a diverse chiavi di lettura e offre più sfumature sul piano drammaturgico. Dopo un inizio da commedia pura, diventa un melo sentimentale con venature esistenziali, per poi tornare commedia, ma grottesca, e finire con toni agrodolci poco convincenti.

La maggiore criticità del film è una sceneggiatura eccessivamente fumosa, che sebbene nel complesso sia ben scritta non riesce ad avere una chiara identità, né a rendere l’intreccio scorrevole e coinvolgente dall’inizio alla fine. continua su

http://paroleacolori.com/i-fantasmi-d-ismael/

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92) Doppio Amore

Il biglietto da acquistare per “Doppio amore” è:
Neanche regalato (con riserva). Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Doppio Amore ” è un film di François Ozon. Con Jacqueline Bisset, Marine Vacth, Jérémie Renier. Thriller, 110’. Francia, 2017

Sinossi:

Chloé ha un dolore che non passa. Giovane donna fragile, somatizza un segreto che custodisce nel ventre e affronta in terapia. Paul, lo psichiatra, la ascolta senza dire niente fino al giorno in cui decide di mettere fine alle sedute. La seduzione che Chloé esercita su di lui è incompatibile con la deontologia professionale. Ma Chloé ricambia il sentimento di Paul e trasloca la sua vita (e il suo gatto) nel suo appartamento. Tutto sembra volgere al meglio, quando scopre che il compagno le nasconde la sua parte oscura: Louis, gemello monozigote che svolge la stessa professione in un altro quartiere di Parigi. Intrigata, prende un appuntamento. L’attrazione è fatale. Chloé li ama entrambi, uno con dolcezza, l’altro con bestialità. Alienata e divisa, scende progressivamente all’inferno.

Recensione:

Non lo sapremo mai con assoluta certezza, ma la sensazione diffusa tra i giornalisti al termine dell’anteprima stampa dell’ultimo film di François Ozon, è che il regista francese abbia cercato di realizzare in un colpo solo due sogni erotici diffusi: avere una relazione con due gemelle e innamorarsi della propria terapista.

Proprio su questi due elementi si basa l’intero architrave drammaturgico di “Doppio amore” (L’amant double), presentato in concorso al Festival di Cannes 2017

Lo spettatore fa da subito una conoscenza assai intima di Chloe (Vatch), giovane e bella protagonista della nostra storia, grazie all’inusuale scelta di Ozon d’aprire il film entrando letteralmente dentro la donna, mentre è in visita dal ginecologo.

La donna soffre di bruciori di stomaco da qualche tempo e dopo aver fatto tutti gli accertamenti possibili decide di consultare anche uno psichiatra, per capire se l’origine del dolore sia di natura psicosomatica più che fisica.

Chloe inizia così un percorso terapeutico con il fascinoso Paul (Renier), che viene fatalmente sedotto dalla bellezza malinconica di lei, realizzando il più classico dei transfer, ma in senso inverso.

I due, innamorati e felici, decidono di andare a convivere per coronare questa favola d’amore… favola che però ben presto assume tinte oscure, quando Chloe scopre che Paul le ha tenuta segreta l’esistenza di un fratello gemello, Louis, anche lui psichiatra ma caratterialmente opposto, irruente, vanesio e sicuro di sé.

Chloe ne rimane attratta, tanto da iniziare con lui un’appassionata relazione clandestina e dando vita così a un fatale quanto travolgente triangolo.

Un triangolo in cui si fatica a comprendere dove finisca la realtà e abbia inizio l’onirico, tanto che chi guarda spesso di perde in questa sorta di ginepraio drammaturgico costruito da Ozon, infarcito anche di citazioni ed omaggi cinematografici continua su

http://paroleacolori.com/doppio-amore-una-donna-si-innamora-fatalmente-di-due-gemelli/

80) I Segreti di Wind River

Il biglietto da acquistare per “ I segreti di Wind River” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre (con riserva).

” I Segreti di Wind River” è un film di Taylor Sheridan. Con Elizabeth Olsen, Jeremy Renner, Jon Bernthal, Gil Birmingham, Martin Sensmeier, Julia Jones. Thriller, 111’. USA, 2017

Sinossi:

Cory Lambert è un cacciatore di predatori nella riserva indiana di Wind River, perduta nell’immensità selvaggia del Wyoming. Sulle tracce di un leone di montagna che attacca il bestiame locale, trova il corpo abusato ed esanime di una giovane donna amerinda. Il crimine prolunga il dolore di Cory che ha perso tre anni prima una figlia in circostanze altrettanto brutali. Per fare chiarezza sul caso, l’FBI invia Jane Banner, una recluta di Las Vegas senza esperienza. Tosta e disposta ad imparare, Jane chiede a Cory di affiancarla nell’indagine. Fortemente legato alla comunità indiana, è l’uomo giusto per aiutarla.

Recensione:

La perdita di un figlio è probabilmente il dolore più atroce e devastante che un genitore possa provare. Se poi il figlio in questione viene brutalmente ucciso le cose diventano ancora peggiori.

Presentato nella sezione Un certain regard del Festival di Cannes e vincitore del premio per la miglior regia, “Wind river” di Taylor Sheridan è molto di più un crime movie, è un percorso accidentato, quello che i diversi personaggi devono compiere per vincere i propri demoni.

Lo spettatore si prepari a un viaggio interiore e profondo dentro anime ferite e cuori spezzati, scandito da contorni drammatici e disperati.

Taylor Sheridan, all’esordio come regista, non si limita a mescolare gli elementi chiave di thriller e dramma, ma firma una sceneggiatura potente, incisiva, toccante e profonda, legando in modo perfetto il paesaggio invernale al freddo interiore dei protagonisti.

“Wind River” ha un impianto narrativo solido, asciutto e incalzante. Dopo una partenza lenta e prevedibile, dove si introducono i protagonisti e si raccontare l’ambiente in cui si muoveranno, la storia decolla in modo prepotente e convincente, scavando con efficacia e abilità nella sfera più intima di ogni personaggio e creando una forte connessione con lo spettatore. continua su

http://paroleacolori.com/wind-river-thriller-e-dramma-nellesordio-alla-regia-di-taylor-sheridan/

64) Petit Paysan

Il biglietto d’acquistare per “Petit Paysan” è: Di pomeriggio (Con Riserva).

“Petit Paysan” è un film del 2018 diretto da Hubert Chaurel, scritto da Claude Le Pape e Hubert Charuel, con : Swann Arlaud, Sara Giraudeau, Isabelle Candelier, Bouli Lanners, Marc Barbé, India Hair, Franc Bruneau.

Sinossi:
Pierre, un giovane allevatore di mucche da latte, è legato anima e corpo alla sua terra e ai suoi animali. Il futuro dell’azienda familiare però è messo in pericolo quando un’epidemia vaccina si diffonde in Francia. Il protagonista sarà trascinato in un vortice di colpe e speranze da cui sarà sempre più difficile uscire, spingendolo sino ai limiti estremi della legalità pur di salvare i suoi amati animali.

Recensione:
“Un cavallo! Un cavallo! Il mio regno per un cavallo! (A horse! A horse! My kingdom for a horse!) “è la celebre frase, tratto dalla tragedia di William Shakespeare, pronunciata dal re Riccardo III nel corso della battaglia in cui viene disarcionato dal suo destriero e nella quale finirà per essere ucciso.
Con buon pace di Riccardo III e del buon William, potremmo sintetizzare il giudizio sul film francese “Petit Paysan” di Hubert Chaurel, pellicola rivelazione agli ultimi Premi Cesar (Migliore Opera Prima, Migliore Attore e Migliore Attrice non protagonista), parafrasando questa celebre frase, facendo pronunciare al protagonista Pierre (Arlaud), giovane allevatore: “Una mucca! Una Mucca! Una sola mucca d’accudire per il mio allevamento!”

No, caro lettore, il vostro cronista non è impazzito né tantomeno intende mancare di rispetto al bravo regista Chaurel ed alla sua storia quanto mai attuale ed interessante, tutt’altro.
Hubert Chaurel ha il merito, con la sua coraggiosa e controversa opera prima, di far conoscere la dura ed autentica vita di un allevatore allo spettatore di citt�
“Petit Paysan” non è infatti una rappresentazione edulcorata, bucolica e semplicistica della realtà contadina, che siamo soliti vedere in TV o sul grande schermo.
Hubert Chaurel partendo dalla propria esperienza personale e dalle difficoltà ed angoscia vissuta dalla propria famiglia, allevatori da generazioni, quando nel 2001 scoppiò in Europa la psicosi della “mucca pazza” alias morbo “HDF”.
Lo stesso Hurbet scrive nelle note di regia: “La crisi della mucca pazza ha lasciato un’impressione indelebile in me. Ho un ricordo vivido di un servizio in tv sulla malattia. Nessuno capiva che cosa stesse accadendo. Hanno ucciso tutti gli animali. e mia madre disse “se succede anche alla nostra fattoria, mi uccido.”
La mano “assassina aveva il volto dell’Unione Europea, che decretando “preventivamente “la soppressione di migliaia vacche , contemporaneamente devastò la vita di altrettanti allevatori.
Pierre è un giovane allevatore che ha dedicato tutta la propria esistenza alla cura delle sue 30 vacche. Non ha una ragazza, alcun hobby e vive nella fattoria ancora con i propri genitori
Una scelta di vita compiuta volontariamente anni prima, che rischia adesso di sfaldarsi drammaticamente quando un giorno muore una delle sue mucche perché affetta dal letale morbo HDF.
Per Pierre non esistono alternative se non nascondere l’accaduto, seppellendo e bruciando la carcassa della mucca lontano dalla fattoria e fingendo che nulla sia accaduto.
Pierre ha paura di perdere soltanto le sue vacche, ma soprattutto sé stesso.
Come ammette lo stesso protagonista durante un teso dialogo con Pascale ((l’intensa e carismatica Giraudeau), sorella nonché competente e rigida veterinaria, “Io solamente questo so fare nella vita.”
Pierre decide così di rischiare il tutto per tutto, diventando prigioniero delle sue ossessione.
“Petit Paysan” potrebbe apparire, nella prima parte, allo spettatore, come un accurato quanto ripetitivo documentario/fiction sulla vita di un contadino, in cui però sono evidenziate in modo efficace gli aspetti più intimi e personali del protagonista.
Ma tali sensazioni sono spazzate via, nella seconda parte, quando per merito di una solida e convincente sceneggiatura la pellicola assume i toni, stile di un thriller agreste e ad ogni personaggio è delineata una credibile profondità psicologica, trasmettendo allo spettatore un fattivo coinvolgimento emotivo. continua su

http://www.nuoveedizionibohemien.it/index.php/appuntamento-al-cinema-49/

63) Un Sogno chiamato Florida

Il biglietto da acquistare per “Un sogno chiamato Florida” è:
Nemmeno regalato. Omaggio (con riserva). Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Un sogno chiamato Florida” è un film di Sean Baker. Con Willem Dafoe, Brooklynn Prince, Valeria Cotto, Bria Vinaite, Christopher Rivera. Drammatico, 115′. USA, 2017

Sinossi:

Moonie, Scooty e Jancey vivono in Florida, in una zona degradata tanto vicina a Disneyland quanto lontana dal suo gioioso e spensierato benessere. Ma i tre hanno circa sei anni, e riescono ancora a trasformare una realtà fatta di fast food, trash televisivo e quotidiana miseria in un’avventura alla Tom Sawyer e Huckleberry Finn.

Recensione :

Il film di Sean Baker “Un sogno chiamato Florida”, presentato al Torino Film Festival, rischia di diventare il “Moonlight” 2018 per il sottoscritto, nella notte in cui saranno assegnati i prossimi Oscar.

Avevo purtroppo bucato la pellicola a Cannes, a causa di una sfortunata contemporaneità d’orari di proiezioni, e ho rimpianto più volte l’infelice scelta nei mesi successivi, leggendo gli entusiastici commenti di colleghi più o meno autorevoli durante i festival di Toronto, New York, San Sebastian e Londra.

Ho accolto quindi con gioia la notizia che Emanuela Martini aveva scelto il film come chiusura del TFF e che la caporedattrice Turillazzi lo aveva inserito nella mia temuta lista di imperdibili. Il problema è che a distanza di qualche ora dal termine della proiezione stampa, faccio fatica a inquadrare “Un sogno chiamato Florida”.

Dopo alcune ricerche in rete, ho scoperto grazie all’articolo della collega Ilaria Falcone che il titolo ha una precisa motivazione storica oltre che autoriale; riprende infatti il nome di un sogno utopico di Walt Disney, un progetto da favola che riguardava i parchi di divertimento.

La Falcone scrive poi una recensione appassionata, elogiando il film. Se andrete avanti nella lettura del mio articolo, invece, troverete più dubbi, perplessità e interrogativi che entusiasmo. L’impianto drammaturgico è sicuramente originale, fluido, vivace e ben scritto, soprattutto nella prima parte, con tematiche come degrado, povertà, disoccupazione e le difficoltà di una giovane madre single traslate in un contesto da simil commedia. continua su

http://paroleacolori.com/un-sogno-chiamato-florida-una-storia-disperazione-ma-ricca-di-allegria/

54) Oltre La Notte

Il biglietto da acquistare per “Oltre la notte” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto (con riserva). Sempre.

“Oltre La Notte” è un film di Fatih Akin. Con Diane Kruger, Numan Acar, Ulrich Tukur, Ulrich Brandhoff, Jessica McIntyre, Rafael Santana. Drammatico, 100’. Germania, 2017

Sinossi:

Germania. La vita di Katja cambia improvvisamente quando il marito Nuri e il figlio Rocco muoiono a causa di un attentato. La donna cerca di reagire all’evento e trova in Danilo Fava, avvocato amico del marito, il professionista che la sostiene nel corso del processo che vede imputati due giovani coniugi facenti parte di un movimento neonazista. I tempi legali non coincidono però con l’urgenza di fare giustizia che ormai domina Katja.

Recensione:

Dalla cronaca il terrorismo è protagonista anche al Festival di Cannes, fortunatamente solo sul grande schermo, con il nuovo film del regista tedesco d’origine turca Fatih Akin, “Oltre la notte”, che ha suscitato consensi e applausi alla proiezione stampa, soprattutto per merito di una straordinaria Diane Kruger.

A differenza di altre pellicole che hanno affrontato il tema, questa si apre con una romantica scena: il matrimonio, in carcere, tra Katja (Kruger) e Nuri (Acar), che sta scontando una condanna per traffico di droga.

Non è che il prologo a una favola d’amore che porta i due, una volta che lui ha pagato il suo debito con la giustizia, a metter su famiglia e salutare con gioia l’arrivo del piccolo Rocco (Santana).

Un giorno come un altro Katja lascia il bambino dal marito in ufficio, per scappare a lavoro, dandosi appuntamento a casa. Purtroppo il destino ha altri programmi: una bomba sventra il palazzo e per Nuri e Rocco non c’è scampo.

Dopo il lutto, la donna spera almeno di avere pace grazie alla giustizia. Ma quando i due neonazisti accusati della strage vengono assolti per insufficienza di prove, Katja capisce che il solo scopo della sua vita è vendicare coloro che ama.

“Oltre la notte” è il racconto doloroso e toccante del calvario emotivo di una donna, diviso in tre atti: funerale e lutto, indagini e processo, desiderio di farsi giustizia da sé. continua su

http://paroleacolori.com/oltre-la-notte-tre-atti-per-il-dramma-di-una-donna-che-ha-perso-tutto/

43) Quello che non so di Lei

“Quello che non so di Lei ” èUn film di Roman Polanski. Con Emmanuelle Seigner, Eva Green, Vincent Perez. Titolo originale: Based on a true story, Drammatico, 110′. Francia, 2017

Data di uscita italiana: 1 marzo 2018

Sinossi :

Delphine è l’autrice di un romanzo dedicato a sua madre che è diventato un best seller. La scrittrice riceve delle lettere anonime che l’accusano di avere messo in piazza storie della sua famiglia che avrebbero dovuto rimanere private. Turbata da questa situazione Delphine sembra non riuscire a ritrovare la volontà per tornare a scrivere. C’è però un’appassionata lettrice che entra nella sua vita. Sembra riuscire a comprenderla e a sostenerla in questo momento difficile con la sua capacità di intuizione e con il suo charme tanto da divenirle così necessaria da invitarla a condividere il suo appartamento. Sarà una buona scelta?

Recensione :

Dura la vita dello scrittore, che per vivere deve avere sempre qualche storia intrigante da tirare fuori dal cilindro, personaggi capaci di conquistare il consenso dei lettori. L’incubo di ogni professionista della parola è cadere vittima di un blocco creativo, che trasforma il file di testo nel nemico, la pagina bianca in una maledizione.

È quello che sembra succedere a Delphine (Seigner), scrittrice di successo esausta nello spirito e nel corpo durante il tour promozionale del suo ultimo lavoro. La donna non ha ancora l’idea giusta per il romanzo successivo, e sta attraversando una fase di sfiducia e malinconica anche a causa dalla lontananza dai figli, ormai grandi, e di un matrimonio finito, nonostante il rapporto cordiale mantenuto con l’ex marito (Perez).

In questo contesto emotivo e personale precario, Delphine rimane colpita dall’incontro con Her (Green), ghostwriter bella e misteriosa, con la capacità di entrare nella vita delle persone. Delphine ne è allo stesso tempo attratta e spaventata, e decide di scrivere un libro proprio basandosi sulla vita dell’altra…

“Quello che non so di lei”, scritto a quattro mani da Roman Polanski e Oliver Assayas, presenta spunti narrativi interessanti che però, nello sviluppo e nella messa in scena, perdono grande parte del loro potenziale.

La prima parte del film evoca in qualche modo “Inserzione pericolosa” di Barbet Schroeder (1992), affrontando il tema di un’amicizia che si trasforma in emulazione morbosa e simbiosi soffocante. La seconda, invece, riprende “Misery non deve morire”, con una declinazione fantasy dove si nota la mano di Assayas e che lascia in chi guarda il dubbio se ciò che ha visto sia reale o meno. continua su

http://paroleacolori.com/quello-che-non-so-di-lei-opera-affascinante-sul-rapporto-tra-finzione-e-realta/

255) Loveless

Il biglietto da acquistare per “Loveless” è:
Neanche regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto (con riserva). Sempre.

“Loveless” è un film di Andrey Zvyagintsev. Con Maryana Spivak, Alexey Rozin, Matvey Novikov, Marina Vasilyeva, Andris Keishs, Alexey Fateev. Drammatico, 128′. Russia, 2017

Sinossi:
Zhenya e Boris hanno deciso di divorziare. Non si tratta però di una separazione pacifica, carica com’è di rancori, risentimenti e recriminazioni. Entrambi hanno già un nuovo partner con cui iniziare una nuova fase della loro vita. C’è però un ostacolo difficile da superare: il futuro di Alyosha, il loro figlio dodicenne, che nessuno dei due ha mai veramente amato. Il bambino un giorno scompare.

Recensione :

Nella vita esistono poche certezze. Una di queste è che se una coppia decide di divorziare, nove su dieci avrà inizio una battaglia senza esclusioni di colpi in cui tutto è lecito pur di arrecare un danno economico, morale o emotivo all’ex.

Nel divorzio non esistono vincitori ma solamente vinti. E i figli, specie se piccoli o adolescenti, finiscono spesso per essere vittime della carneficina, spettatori impotenti e fragili della disgregazione della famiglia, costretti ad ascoltare parole di odio tra i due amati genitori.

Il trauma della separazione, vedere mamma e papà litigare e vivere in due case diverse, può condurre un figlio anche a gesti estremi.

Andrey Zvyagintsev, nello scrivere l’intreccio narrativo del film “Loveless”, presentato in concorso al 70° Festival di Cannes, non ha fatto altro che ispirarsi alla realtà, prendendo spunto dalla cronaca.

Dopo dodici anni di matrimonio e un figlio, Alyosha (Novikov), Boris (Rozin) e Zhenya (Spivak) sono ormai legati solamente dal desiderio di denigrare e distruggere l’altro.

Entrambi hanno già un nuovo compagno, e Boris sta anche per diventare di nuovo padre.

Impegnati nella loro personale guerra dei Roses in salsa russa e desiderosi di voltare pagina, i due non prestano la minima attenzione al disagio che sta vivendo il figlio, anzi, sembrano entrambi non volerlo nella loro nuova vita.

Ma quando il ragazzino scompare senza lasciare traccia, Boris e Zhenya saranno richiamati alle loro responsabilità di genitori.

“Loveless” ha un’impostazione drammaturgica duplice. Nella prima parte sono raccontate in chiave neo-realista e in maniera alternata, con un ritmo a mio parere eccessivamente compassato, le dinamiche sentimentali dei due protagonisti. Chi guarda si sente un po’ guardone un po’ spinto a parteggiare per uno dei due. continua su

http://paroleacolori.com/loveless-uno-sguardo-impietoso-sulla-cattiveria-delluomo/

Vittorio De Agrò e Cavinato Editore presentano: Essere Melvin

249) Happy End

Illustri colleghi – mi permetto di chiamarvi così anche se a dividerci ci sono decenni d’esperienza oltre che il tesserino da giornalista. Nonostante la disparità, oggi mi sento di scrivervi.

Voi ovviamente non conoscete me, ma io conosco voi, quanto meno di nome.

Grandi firme che dalle colonne del Times, del new York Times, di Hollywood Reporter e di molti altri, che alla vigilia del 70° Festival del cinema di Cannes avete stilato la lista dei film imperdibili e dei papabili vincitori, cosa mi dite di “The killing of a sacred deer” di Yorgos Lanthimos e “Happy end” di Michael Haneke?

Siete ancora convinti nel ribadire che possono ambire alla Palma d’oro? No perché a me, modesto cronista, dopo aver assistito alle proiezioni qualche dubbio è venuto. Qualche dubbio bello grosso.

Dall’alto della mia seppur minima esperienza ho già sperimentato come le giurie dei festival siano capaci di tutto e del contrario di tutto, eppure assegnare la sera del 28 maggio un qualsivoglia premio a una delle due pellicole sopracitate sarebbe da irresponsabili.

Perché se si predica che il cinema d’autore dovrebbe sapersi evolvere per avvicinare alle sale le masse… questa non è la strada giusta…

HAPPY END

Un film di Michael Haneke. Con Isabelle Huppert, Mathieu Kassovitz, Jean-Louis Trintignant, Fantine Harduin, Dominique Besnehard. Drammatico, 110’. Francia, 2017

Uno dei grandi favoriti del concorso ufficiale Michael Haneke, invece, con il suo “Happy end” – definito dai critici una sorta di sequel dell’acclamato “Amour” (Oscar come miglior film straniero e Palma d’oro nel 2012) – decide di continuare a raccontarci la sua famiglia borghese, ormai disgregata, cinica, anaffettiva, egoista, senza morale né passioni.

A dominare, la noia.

Lo spettatore si trova davanti un film dove non succede nulla di rilevante per oltre un’ora, né sul piano dell’azione né su quello delle emozioni, segno evidente che il regista austriaco probabilmente non aveva nulla di nuovo da aggiungere sull’argomento.

La scelta di affidarsi a un cast di talento ed esperienza guidato da Isabelle Huppert e Jean-Luois Trintignant non riesce a riempire il vuoto drammaturgico di “Happy end”.

Quando, dopo un’ora di supplizio, anche il più incallito fan del Maestro o ha abbandonato la sala o si è lasciato vincere da Morfeo, ecco che nell’ultima mezz’ora il film si accende, conquistando i pochi spettatori ancora svegli e scuotendo gli altri dal torpore.

Il merito di questa scossa si deve alla giovanissima Fantine Harduin che interpreta Eve, la più giovane della famiglia Laurent, figlia dell’eterno fedifrago Thomas (Kassovitz) e nipote dell’acido e incupito patriarca George (Trintignant).

La ragazza instaura con il nonno un rapporto sincero quanto amaro e cupo. I dialoghi tra loro sono potenti ma anche devastanti e terribili, un duro colpo per chi ancora crede nel futuro.

La scena finale è un piccolo grande capolavoro da inserire nel genere commedia nera cult.

I due film potrebbero meritare entrambi, con buona volontà, un biglietto omaggio (con riserva), ma da stasera la critica internazionale per il sottoscritto brilla un po’ meno.

http://paroleacolori.com/lettera-aperta-ai-grandi-nomi-della-critica-cinematografica-internazionale/

246) Directions

Il biglietto d’acquistare per “Directions-Tutta in una notte a Sofia” è : Ridotto (Con Riserva)

“Directions- Tutta in una notte a Sofia”” è un film del 2017 diretto da Stephan Komandarev, scritto da Stephan Komandarev, Simeon Ventsislavov, con : Vasil Banov, Ivan Barnev, Assen Blatechki, Stefan Denolyubov, Dobrin Dosev, Gerasim Georgiev.
Sinossi: A Sofia, nell’odierna Bulgaria, durante un incontro con un banchiere, un piccolo imprenditore, che guida un taxi per arrivare alla fine del mese, scopre di dover pagare una tangente per mantenere la sua licenza. Vuole rimanere un uomo onesto, ma anche la commissione che valuta la sua denuncia di estorsione chiede la sua parte. Preso dalla disperazione, uccide il banchiere, per poi suicidarsi. Mentre il caso fa esplodere su tutte le radio un dibattito sullo stato di disperazione in cui versa la società civile, 5 tassisti, con i loro passeggeri, percorrono le strade notturne della città in cerca di nuove direzioni, nuovi modi per affrontare la vita.

Recensione :
Noi italiani siamo campioni del mondo nel lamentarci del nostro Paese, dell’inettitudine dei nostri politici, dei disastri della burocrazia e dei furti perpetrati da parte delle banche con la convivenza dello Stato
Sono, ovviamente, lamentele legittime , figlie di un disagio economico, sociale e politico che si rivela ogni giorno più forte e diffuso.
Basta entrare in un bar , in un negozio o salire su un autobus per ascoltare il livello di sfiducia, rabbia, ed esasperazione dei cittadini comuni, desiderosi di un vero repulist della classe dirigente.
Ma è solamente l’Italia a vivere questa profondo , lungo e inarrestabile declino?
Il saggio proverbio “Mal comune mezzo guadio” , mai come nell’attuale contesto storico, si rivela utile ed efficace ne dimostrare il fallimento economico e politico di quest’Unione Europea voluta dai banchieri e burocrati e subita dai cittadini.
“Directions” è un crudo, spietato, amaro spaccato della corruzione politica, povertà e degrado morale, sociale in cui la società bulgara è drammaticamente immersa, descritta in modo asciutto, essenziale , ma quanto mai incisivo e profondo dai due valenti sceneggiatori Stephan Komandarev, Simeon Ventsislavov, che si rivelano prima di tutto degli attenti , sensibili ed acuti osservatori della loro societ�
Preso spunto da un reale fatto di cronaca avvenuto a Sofia due anni fa, Stephan Komandarev conduce lo spettatore all’interno di un microcosmos in cui è protagonista la dura e feroce realtà bulgara magistralmente interpretata e rappresentata dai 5 taxisti che svolgono il loro abituale lavoro notturno per le strade della capitale bulgara.
Lo spettatore italiano ascolta e tocca con mano come le tematiche di povertà, avversione all’immigrazione e d’esasperazione e rabbia contro banche e politici , siano uguali se non ancora più forti e divisorie tra i cittadini bulgari.
Komandarev utilizza uno stile semplice, scarno preferendo dare spazio alle immagini, alle parole ed ai dialoghi davvero potenti, amari e pieni di emotività e rassegnazione.
“Directions” è una pellicola che colpisce, scuote, indigna e fa riflettere lo spettatore , potendo contare su una sceneggiatura solida ed accurata e soprattutto per merito di un cast dotato di talento, carisma, esperienza e presenza scenica, che hanno reso credibile ogni personaggio. continua su

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Roberto Sapienza presenta “Ninni, mio padre”