73) Sweet girl

Il biglietto da acquistare per “Sweet girl” è:
Neanche regalato (con riserva). Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Sweet girl” è un film di Brian Andrew Mendoza. Con Jason Momoa, Isabela Moner, Manuel Garcia-Rulfo, Amy Brenneman, Adria Arjona. Azione, 110′. USA 2021

Sinossi:

Quando sua moglie si ammala di cancro e la malattia progredisce rapidamente verso una condanna a morte, Raymond Cooper riceve una speranza: un farmaco sperimentale che potrebbe migliorare le condizioni della donna. Il giorno in cui dovrebbe iniziare le nuove cure, però, il farmaco viene ritirato da una manovra sporca di una “big pharma”, che vuole tagliare le gambe alla concorrenza. Raymond, contrariando la figlia Rachel, giura vendetta pubblicamente, telefonando al manager della compagnia farmaceutica mentre questo è in diretta TV. Successivamente, un giornalista che ha raccolto informazioni sulla corruzione del gruppo lo contatta, ma la situazione prende molto presto una tragica piega.

Recensione:

I manager delle cosiddette “big pharma” sono un bersaglio facile, contro cui indirizzare l’odio generale – già di per sé sono abbastanza detestati dall’opinione pubblica, diciamocelo. “Sweet girl” di Brian Andrew Mendoza, disponibile su Netflix, quindi, avrebbe potuto avere vita facile nel conquistare il pubblico.

Prendete un marito e padre innamorato e affettuoso; una malattia mortale che un farmaco sembra poter curare – o quanto meno rallentare; un colosso farmaceutico che briga, con metodi più o meno legali, per far ritirare il suddetto farmaco dal mercato. Metterli insieme in una storia convincente era possibile.

Gli sceneggiatori di “Sweet girl”, invece, hanno dato vita a un intreccio inverosimile, caotico, contraddittorio. Una sceneggiatura contraddistinta da troppi buchi narrativi e salti temporali ingiustificati, senza una linearità. continua su

131) Il meglio deve ancora venire

Il biglietto da acquistare per “Il meglio deve ancora venire” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Il meglio deve ancora venire” è un film di Alexandre de La Patellière, Matthieu Delaporte. Con Fabrice Luchini, Patrick Bruel, Zineb Triki, Pascale Arbillot, Marie Narbonne. Commedia, 117′. Francia 2019

Sinossi:

Arthur e César sono amici da quando entrambi frequentavano controvoglia lo stesso severissimo collegio. Ma non potrebbero essere più diversi: Arthur è un ricercatore medico puntiglioso e ossessionato dal rispetto delle regole; César è un guascone imprudente e trasgressivo che è appena stato sfrattato da casa in seguito alla propria bancarotta. E se Arthur, divorziato con figlia, sta ancora aspettando pazientemente che l’ex moglie torni a casa, César colleziona avventure senza legarsi a nessuna. Per un equivoco, Arthur viene a conoscenza della gravissima condizione medica di César, e César si convince che sia Arthur a trovarsi in punto di morte. Da quel momento i due faranno a gara per realizzare i desideri finali l’uno dell’altro, anche quelli più lontani dal proprio gusto personale, e questo li porterà a sbloccare lo stallo esistenziale in cui si trovavano entrambi.

Recensione:

 

L’amore finisce. I legami familiari si spezzano. I contratti sono disattesi. In una società in cui sembra quasi impossibile non litigare o finire per allontanarsi, appare come un piccolo, grande miracolo che l’amicizia sia ancora un sentimento possibile, capace di sostenere nei momenti di difficoltà.

Negli ultimi anni sono usciti diversi film sul tema dell’amicizia, e possiamo dire che le storie con protagonisti due o più uomini e connotate da sfumature drammatiche hanno dato il là a un vero e proprio sotto-genere.

In questo si inserisce anche “Il meglio deve ancora venire” di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte, presentato in concorso alla Festa del cinema di Roma 2019, che si mette in mostra positivamente per almeno tre motivi.

I talentuosi registi hanno raccontato il lungo addio tra due cari amici utilizzando una struttura narrativa da commedia degli equivoci, ironica e leggera nella prima parte, intimistica e amara nella seconda, ma sempre sobria. L’alternanza tra i toni risulta riuscita, equilibrata. continua su

“Il meglio deve ancora venire”: toccante e delicata storia sull’amicizia

65) I valori che contano (avrei preferito non scoprirli ) – (Diego De Silva)

“I valori che contano (avrei preferito non scoprirli) “è un romanzo scritto da Diego De Silva e pubblicato il 3 Giugno da Einaudi.

Sinossi:
Se non vi è mai successo di nascondere in casa una ragazza in mutande appena fuggita da una retata in un bordello al quarto piano del vostro palazzo, non siete il tipo di persona a cui capitano queste cose. Vincenzo Malinconico lo è. Dovrebbe sapere che corre un rischio bello serio, visto che è avvocato, e invece la fa entrare e poi racconta pure un sacco di balle al carabiniere che la inseguiva e va a bussargli alla porta. È così che inizia “I valori che contano (avrei preferito non scoprirli)”, il romanzo in cui Malinconico – avvocato di gemito, più che di grido – oltre a patrocinare la fuggiasca in mutande (che poi scopriremo essere figlia del sindaco, con una serie di complicazioni piuttosto vertiginose), dovrà affrontare la malattia che lo travolgerà all’improvviso, obbligandolo a familiarizzare con medici e terapie e scatenandogli un’iperproduzione di filosofeggiamenti gratuiti – addirittura sensati, direbbe chi va a cena con lui – sul valore della pena di vivere. Un vortice di pensieri da cui uscirà, al solito, semi-guarito, semi-vincente e semi-felice, ricomponendo intorno a sé quell’assetto ordinariamente precario che fa di lui, con tutti i suoi difetti e le sue inettitudini, una persona che sa farsi voler bene, pur essendo (o forse proprio perché è) un uomo così così.

Recensione:
Solamente quando si vede la morte in faccia, molti comprendono la bellezza della vita e la fortuna di poter contare su chi ti ama e protegge davvero.
Il cancro è allo stesso tempo una iattura quanto un’opportunità nel cambiare stile ed atteggiamenti di vita.
Quando sei malato scopri o forse riscopri i veri valori e quali sono le reali priorità.
Questa nuova consapevolezza esistenziale e profonde ed intime considerazioni si palesano a chi si imbatte con il “brutto male”.
Poteva il nostro amato avvocato Malinconico sottrarsi a questo processo di revisione e cambiamento?
Ovviamente no, anche se il caro avvocato, scopertosi malato, più che altro “subirà” i cambiamenti delle persone che gravitano alla sua vita.
Malinconico è uno spettatore “passivo” della sua malattia, facendosi guidare nella ricerca del migliore chirurgo e poi oncologo senza mai opporre resistenza.
“I valori che contano” è il nuovo episodio della saga del celebre avvocato che ci piace vederlo come il momento della maturità professionale e forse della stabilità affettiva per Malinconico.
“I valori che contano” è una storia agrodolce in cui temi scabrosi come il cancro, la chemioterapia ed infine la morte sono affrontati, descritti con un tono leggero, quasi distaccato e vagamente ironico, senza risultare mai irriverente ed offensivo.
Diego De Silva ci regala una storia intesa, commovente, quasi inaspettata per questa saga, mantenendo però uno stile brioso e disincantato che consente al lettore di non sentire il peso o l’angoscia di tali tematiche.
“I valori che contano” è una lettura piacevole, calda, densa di umanità e sincerità ben celati dallo sfottente e disarmante cinismo di Malinconico.
L’uomo Vincenzo, forse per la prima volta ha davvero paura di non farcela, scoprendosi debole e fragile.
Invece è “circondato” dall’affetto e protezione della sua nuova compagna Veronica, dagli amici e dai suoi figli.
Vincenzo Malinconico si scopre così ricco sul piano affettivo. ed inaspettatamente rivalutato anche in campo professionale.
“I valori che contano” è infatti anche la storia della turbolenta quanto bella pacificazione del rapporto tra un padre ed una figlia.
Il primo è il sindaco e la seconda ha deciso di fare nella vita l’escort come professione.
Malinconico, nel pieno del suo dramma personale, si ritroverà invischiato in questa complessa e scabrosa “affair familiare” salvando prima la figlia del sindaco da uno pericoloso scandalo giornalistico e poi favorendo chiarimento e riavvicinamento tra i due.
“I valori che contano” pur essendo forse il romanzo più sentimentale, buonista e strappalacrime firmati da Diego De Silva, dona sorriso e gioia al lettore felice d’aver sostenuto e condiviso con l’amico Malinconico anche questo difficile passaggio.
Sarebbe meglio non doverli scoprire, ma in fondo certi valori è preferibile possederli, lo garantisce Vincenzo Malinconico

35) L’ Agnello

Il biglietto da acquistare per “L’agnello” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio (con riserva). Ridotto. Sempre.

“L’Agnello” è un film di Mario Piredda. Con Nora Stassi, Luciano Curreli, Piero Marcialis, Michele Atzori.
Drammatico, 97′. Italia, Francia 2019

Sinossi:

Sardegna in un’area sottoposta alle servitù militari. La sedicenne Anita non ha più la madre, il padre Jacopo si è ammalato di leucemia e ha bisogno di un trapianto di midollo osseo. Né lei né il nonno paterno sono compatibili e la situazione rischia di peggiorare in assenza di un donatore. Non resta che andare a cercare lo zio Gaetano che da anni non parla più con il fratello per un rancore che non sembra poter estinguersi.

Recensione:

È sempre più difficile avere rapporti cordiali, civili e rispettosi con il prossimo. Se poi il prossimo in questione è un fratello, un genitore o comunque un parente, sembra diventare ancora tutto più complicato. E così finiamo per avere maggiori difficoltà a perdonare chi ci è vicino rispetto a coloro che conosciamo poco.

“L’agnello”, film di esordio di Mario Piredda, presentato in concorso ad Alice nella città 2019, ci porta in un angolo della Sardegna ancora rurale e selvaggia per raccontarci una storia familiare tragica, sofferta quanto universale.

Un forte litigio ha allontanato i fratelli Jacopo e Gaetano. Il primo, un serio e onesto lavoratore, dopo la morte della moglie vive con la figlia Anita (Stassi). Il secondo, invece, dopo un anno di reclusione si arrangia vendendo ferro vecchio recuperato illecitamente e passa il tempo in bar discutibili. Ma quando Jacopo si ammala gravemente, Anita e il nonno cercano di riportare Gaetano in seno alla famiglia…

“L’agnello”: un dramma familiare duro e schietto, una grande Nora Stassi

235) Storia Della Mia Ansia (Daria Bignardi)

“Storia della Mia Ansia” è un romanzo scritto da Daria Bignardi e pubblicato da Mondadori Editore nel Febbraio 2018.
Sinossi:
Un pomeriggio di tre anni fa, mentre stavo sul divano a leggere, un’idea mi ha trapassata come un raggio dall’astronave dei marziani. Vorrei raccontare così l’ispirazione di questo romanzo, ma penso fosse un’idea che avevo da tutta la vita. “Sappiamo già tutto di noi, fin da bambini, anche se facciamo finta di niente” dice Lea, la protagonista della storia.
Ho immaginato una donna che capisce di non doversi più vergognare del suo lato buio, l’ansia. Lea odia l’ansia perché sua madre ne era devastata, ma crescendo si rende conto di non poter sfuggire allo stesso destino: è preda di pensieri ossessivi su tutto quello che non va nella sua vita, che, a dire il vero, funzionerebbe abbastanza. Ha tre figli, un lavoro stimolante e Shlomo, il marito israeliano di cui è innamorata. Ma la loro relazione è conflittuale, infelice.
“Shlomo sostiene che innamorarci sia stata una disgrazia. Credo di soffrire più di lui per quest’amore disgraziato, ma Shlomo non parla delle sue sofferenze. Shlomo non parla di sentimenti, sesso, salute. La sua freddezza mi fa male in un punto preciso del corpo.” Perché certe persone si innamorano proprio di chi le fa soffrire? E fino a che punto il corpo può sopportare l’infelicità in amore?
Nella vita di Lea improvvisamente irrompono una malattia e nuovi incontri, che lei accoglie con curiosità, quasi con allegria: nessuno è più di buon umore di un ansioso, di un depresso o di uno scrittore, quando gli succede qualcosa di grosso.
Recensione:
L’idea di morire ci spaventa?
Ovviamente si
Scoprire d’aver un cancro ed obbligandoci, senza alcuna certezza di guarigione, a dolorosi cicli di chemioterapia può renderci preda dell’angoscia e dell’ansia?
Si, naturalmente.

Avere il cancro è indubbiamente una sciagura.
Non è assolutamente un dono.
Chi riceve questa drammatica diagnosi, si può sentire, semmai, come il vincitore di una malaugurata lotteria all’incontrario.
E come reagirebbe, se dovesse ritrovarsi in questa infausta condizione, una persona già ansiosa di per sé e magari in crisi esistenziale e soprattutto sentimentale con il secondo marito?
Daria Bignardi affronta con coraggio, sensibilità ed un pizzico d’ironia queste scomode e complesse tematiche firmando una storia intensa, coinvolgente senza mai sconfinare nella banalità e/o nel retorico.
“Storia della mia ansia”, come dichiarato dalla stessa autrice, è il “romanzo più impegnativo” della propria carriera.
Daria Bignardi ha trovato il giusto equilibrio narrativo ed emotivo tra l’aspetto autobiografico ed il desiderio di dare spazio alla propria creatività , facendo risaltare l’ esperienza e piena maturazione come autrice.
Daria Bignardi racconta di sé stessa e della sua esperienza da paziente attraverso i personaggi ben calibrati, credili e potenti di questa storia, portando il lettore con grazia e talento dentro la storia e facendolo entrare in empatia con i secondi.
“Storia della mia ansia” “utilizza” il cancro come escamotage drammaturgico per raccontare il travagliato quanto decisivo passaggio esistenziale della protagonista.
Lea è una donna “quasi” di mezz’età, una madre, 2 volte moglie e soltanto alla fine una paziente oncologica, e con questa molteplice “definizione” che il lettore impara a conoscerla, ad ascoltarne i pensieri e comprenderne dubbi, tentazioni amorose e momenti di umano sconforto.
“Storia della mia ansia” è una lettura preziosa, calda, commovente, a tratti anche ruvida, ma proprio per quest’ultimo aspetto davvero universale e caldamente consigliata sia ad un pubblico femminile che maschile.
Un esempio da seguire qualora il Destino dovesse riservarci sgradite sorprese.

34) E’ arrivata la felicità 2

“E’ arrivata  la Felicità” è una serie di Riccardo Milani, Francesco Vicario. Con Claudio Santamaria, Claudia Pandolfi, Lunetta Savino, Alessandro Roja, Edwige Fenech, Ninetto Davoli, Giulia Bevilacqua. Commedia romantica. 2015-in corso, Italia

È arrivata la felicità… No, caro lettore, non sono preda di visioni né sono stato colto da un improvviso attacco di ottimismo. Dopo due anni e mezzo d’attesa, è tornata ieri, 20 febbraio, su Rai 1 la serie tv con Claudio Santamaria e Claudia Pandolfi.

Chi vi scrive è stato probabilmente uno dei pochi a stroncare, a suo tempo, la prima stagione, scritta da Ivan Cotroneo e Monica Rametta, e diretta da Riccardo Milani e Francesco Vicario, giudicandola molto al di sotto delle aspettative. Ma come sempre, sono i dati Auditel e il pubblico a dettare legge – e palinsesto.

Perché abbiamo dovuto aspettare tre anni, per rivedere Orlando, Angelica e gli altri personaggi? È stata la stessa Tinni Andreatta, direttrice di Rai Fiction, in conferenza stampa a dare la risposta. “Questo tempo è servito per dare agli sceneggiatori modo di scrivere episodi (24 da 50’ ciascuno) efficaci e di qualità, e successivamente per realizzarli al meglio”.

L’idea di “È arrivata la felicità” era quella di mettere in scena una sorta di fiaba moderna, dove ogni personaggio, alla fine di un percorso emotivo ed esistenziale, riuscisse a trovare la sua dimensione e il suo posto nel mondo. Per gli sceneggiatori, questo pareva includere l’amore – perché alla fine della prima stagione quasi tutti erano felici e innamorati.

Nella seconda stagione si riparte proprio dal “e vissero felici e contenti”, per raccontare come sono andate le cose dopo due anni. Orlando (Santamaria) e Angelica (Pandolfi), si ameranno ancora, dopo la nascita del figlio e la convivenza con la famiglia allargata? Che a proposito, come se la starà cavando sotto un unico tetto?

Nunzia (Tabasco) e Pietro (Roja), nonostante sulla carta fossero una coppia improbabile, saranno riusciti a tenere viva la fiamma della passione e a durare? E Valeria (Bevilacqua) e la sua compagna Rita (De Cola)? Mamma Giovanna (Savino) avrà alla fine accettato pienamente il loro rapporto?

Tanti i possibili sviluppi che devono aver frullato nella testa degli sceneggiatori in fase di scrittura. Ma in realtà le novità sono dietro l’angolo. “La vera sfida è stata quella di voler inserire la tematica del cancro in una serie televisiva per famiglie – ha spiegato Cotroneo in conferenza stampa -, cercando di raccontare la malattia in modo autentico e realistico, ma trovando il giusto equilibrio tra dramma e commedia. Soprattutto volendo trasmettere il messaggio che la vita va avanti comunque, per chi è malato, per i famigliari e gli amici”.

Una sfida ambiziosa, ma che probabilmente dopo il successo della miniserie “La linea verticale” di Mattia Torre (qui la recensione su Parole a Colori) risulta meno d’impatto e originale per chi guarda, anche se sicuramente apprezzabile.

Nei primi due episodi di “È arrivata la felicità” tornano tutti i personaggi, a distanza di due anni. Ci si accorge sin da subito, però, che qualcosa è cambiato… Orlando e Angelica discutono continuamente, e si rimproverano a vicenda scarsa attenzione e scarso impegno nella gestione della nuova vita insieme. I due sembra diventati una coppia “normale”, usurata dalla convivenza e dai problemi. continua su

http://paroleacolori.com/e-arrivata-la-felicita-quando-e-vissero-felici-e-contenti-e-solo-linizio/

8)La Linea Verticale

“La Linea Verticale” è una serie scritta e diretta da Mattia Torre. Con Valerio Mastandrea, Greta Scarano, Giorgio Tirabassi, Gianfelice Imparato, Babak Karimi, Massimo Wertmuller, Barbara Ronchi, Alvia Reale, Antonio Catania, Ninni Bruschetta, Paolo Calabrese. Commedia. Italia, 2018

Ci lamentiamo tanto del lavoro, della famiglia, degli amici, della società. Ci riteniamo indispensabili, unici, indistruttibili, ma poi è sufficiente una parolina di sei lettere per minare ogni nostra certezza. La parola in questione è cancro.

Tendiamo a scandire la nostra vita con tutta una serie di “prima” e di “dopo” – prima di sposarti, prima di perdere il lavoro, dopo la nascita di nostro figlio – ma quando Luigi, quarantenne padre di famiglia, si sente diagnosticare un tumore al rene con annesso consiglio di ricovero immediato in clinica per l’asportazione, si rende conto che vivere il presente è la vera sfida. E sopravvivere all’ospedale pubblico.

“La linea verticale” è una mini serie in otto episodi (ogni puntata da 25′) scritta e diretta da Mattia Torre, nata da un’esperienza autobiografica del regista. Nel cast un maiuscolo Valerio Mastandrea, Greta Scarano, Giorgio Tirabassi, Gianfelice Imparato, Babak Karim.

Debutto televisivo sabato 13 gennaio su Rai 3, per questo prodotto coraggioso, innovativo e sperimentale. Su Rai Play, invece, gli episodi sono già tutti disponibili da una settimana circa. Dopo il successo di “Non uccidere 2” e il costante aumento degli utenti registrati sulla piattaforma, i dirigenti di Viale Mazzini hanno deciso di continuare su questa strada di stampo americano (Netflix docet).

Pensata in origine da Torre come opera teatrale, “La linea verticale” è una storia con notevoli potenzialità narrative ed emozionali. Alcune considerazioni, in vista della messa in onda tradizionale.

La prima è di natura personale. Vent’anni fa ho vissuto un’esperienza analoga a quella del protagonista con mio padre, ed ho quindi avvertito l’autenticità e la sincerità della serie, ben rappresentate, nel primo episodio, dal colloquio quasi surreale tra il neo specializzando e Luigi. continua su

http://paroleacolori.com/la-linea-verticale-la-rai-innova-la-serie-tv-e-sfida-netflix/

3. Il passo più difficile – Parte I

Roma, 15 Settembre 2009. Nella vita di un uomo può capitare di perdere la diritta via e di ritrovarsi nella selva oscura. Una volta dentro è arduo uscirne. Bisogna avere coraggio, freddezza e forza di volontà. Chi non possiede queste qualità è costretto a chiedere aiuto.
Bisogna avere l’umiltà di riconoscerlo e affidarsi a un estraneo.
È il primo passo, ma il più difficile da compiere. Questo è il mio caso.
Sono Melvin, e dopo aver vagato per trentadue anni nella selva, ho capito il 31 luglio del 2009 che da solo non ne sarei più uscito. Dopo aver trascorso un’estate piangendo e disperandomi per le mie azioni, mi sono deciso a consultare uno specialista. La scelta è ricaduta sullo Splendente, consigliatomi da mio fratello Francesco. Mi sento veramente frastornato e oppresso. La mia mente è in balia dei pensieri. Quei pochi passi dalla macchina allo studio mi sono apparsi eterni. Barcollo. La mente mi sta scoppiando. Ho davvero paura.
Arrivo e mi siedo nella sala d’attesa. Cerco di farmi forza e di riordinare le idee. Guardo quella porta con ansia. Penso che li dentro c’è uno sconosciuto che deve salvarmi la vita. Finalmente la porta si a apre e lo Splendente mi fa cenno d’entrare. Quei pochi metri mi sembrano lunghissimi. Gli stringo la mano e mi invita a sedermi. Mi accascio sotto il peso delle mie colpe. Il momento è arrivato, penso, non posso più scappare.
– Buonasera Melvin, cosa la porta qui?
– Dottore, non so da dove iniziare. La mia è una vita particolare. Ho fatto tante cose di cui non vado fiero. Comincio con il dirle che sono un bugiardo, un puttaniere e molto altro. Mi vergogno di me stesso.
Lo Splendente annota qualcosa e poi mi guarda.
– Aspetti, Mel, non sia frettoloso. Che lavoro fa? La sua famiglia? Quanti anni ha?
– Ho trentadue anni e mi occupo dell’azienda agricola di famiglia. Vivo tra la Sicilia e Roma. Ho mamma e due fratelli: Francesco e Piero. Papà l’ho perso nel ‘96 per un cancro.
– Mi sembra agitato. Stia tranquillo, abbiamo tutto il tempo.
– Dottore, oggi essere qui è come se mi avessero condannato all’ergastolo o alla pena di morte. Ma non posso fare altrimenti. Mi scoppia la testa. Mi sento male. Non so da dove cominciare. Per favore mi aiuti, Dottore. Io devo guarire. Devo uccidere il Mostro che mi ha fatto fare cose assurde. Mi vergogno così tanto. Mi dica lei come procedere.
Lo Splendente mi osserva.
– Mel, direi che può iniziare da dove vuole. Qui dentro non c’è nessun tribunale. Nessuna sentenza verrà emessa. Lasciamo i giudizi morali agli altri.
– Dottore, mi sento così confuso. Sono settimane che dormo male. Faccio fatica a capire le mie azioni. In questi giorni ho provato a fare una scaletta delle cose da dirle. Ma ora mi sembra così inutile. Ho ingannato tante persone. Ho inventato cose assurde. Ho mancato di rispetto e di sensibilità a  tutti. Ho tradito i valori che mi hanno insegnato i miei genitori. Sono qui perché devo assumermi la responsabilità delle mie azioni. Mi sento travolto dagli eventi. Mi perdoni, Dottore, ma sono angosciato. Sono stato in ospedale qualche giorno fa. Mi hanno prescritto dello Xanax per calmarmi e un antidepressivo. Ma non credo che stiano funzionando. Comunque proverò a spiegarle in qualche modo. Si metta comodo, per favore.