34) Il Buco in Testa

Il biglietto da acquistare per “Il buco in testa” è:
Neanche regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto (con riserva). Sempre.

“Il Buco in Testa” è un film di Antonio Capuano. Con Teresa Saponangelo, Francesco Di Leva, Pietro Juliano.
Drammatico, 95′. Italia 2020

Sinossi:

Maria Serra ha un buco in testa: una zona oscura che condiziona tutta la sua vita, ferma al giorno in cui suo padre è stato ucciso. Mario Serra era un vicebrigadiere che il 14 maggio 1977 è rimasto a terra dopo essere stato colpito a morte da Guido Mandelli, attivista di Autonomia Operaia. Ora Maria vive a Torre del Greco con la madre Alba che non parla praticamente più, e sopravvive fra lavoretti precari e frequentazioni con alcuni maschi locali: un poliziotto, un insegnante, un ladruncolo di strada. Finché la sua psicologa la incoraggia ad incontrare a Milano l’assassino di suo padre, uscito di galera dopo aver scontato la sua pena. E Maria è intenzionata ad andare a quell’incontro con una pistola al fianco.

Recensione:

Non è semplice in linea generale avere una vita serena e felice. Lo è ancora meno se vivi nel sud Italia, ti ritrovi orfano di padre fin da neonato e tua madre si chiude in una sorta di mutismo assoluto come risposta al dolore.

“Il buco in testa” di Antonio Capuano, presentato fuori concorso al Torino Film Festival 2020, è ad oggi una delle più interessanti e piacevoli sorprese della kermesse. Ispirata a fatti realmente accaduti, è un’intensa storia di rabbiosa solitudine al femminile, magistralmente interpretata da Teresa Saponangelo.

La sua Maria è una donna indipendente, forte ma allo stesso tempo fragile, consapevole dei limiti che non avere mai conosciuto il padre (poliziotto caduto in servizio durante una manifestazione) le ha lasciato in dote. Come avere “un buco in testa“. continua su

23) Io, l’infame (Patrizio Peci)

“Io, l’infame” è l’autobiografia scritta da Patrizio Peci pubblicata nell’ottobre 2008 da Sperling & Kupfer.

Sinossi:
Scegliendo di diventare il primo terrorista dissociato della storia italiana. Patrizio Peci diede uno scossone micidiale alle Brigate Rosse. Quando poi qualche anno più tardi – uscì questo libro, le seppellì definitivamente sotto i colpi mortali della descrizione cruda, reale, farsesca e irrimediabilmente tragica della quotidianità della lotta armata. I brigatisti che uscivano dal suo racconto erano quanto di più lontano da quell’immagine di romantici idealisti e di eroi rivoluzionari che ancora persisteva in una certa iconografia. Oggi, partendo da quel libro, Peci ne ha scritto un altro, raccontando tutto ciò che allora non si poteva dire: come si convive con il dolore e il senso di colpa per un fratello morto al posto tuo, come funziona la “seconda vita” di un collaboratore di giustizia, come si riesce a raccontare a un figlio che, sì, quel Peci di cui si parla talvolta in tivù è proprio suo padre; cosa significa diventare il migliore amico di quei carabinieri che fino a ieri progettavi di uccidere. Non c’è analisi dotta o studio dettagliato che regga il confronto con una storta di vita, per capire cosa furono veramente le Brigate Rosse.

Recensione:
Nell’immaginario collettivo la parola traditore, infame, spia ha una connotazione negativa, spregevole.
Guida è il traditore per eccellenza. L’apostolo più amato da Gesù, eppure pronto a tradirlo per trenta denari.
Se però valutiamo, guardiamo il tradimento sul piano giudiziario /investigativo ecco che tutto cambia radicalmente.
Per quanto possa apparire paradossale lo Stato ha superato i momenti più tragici e drammatici della nostra storia repubblicana avvalendosi di pentiti e traditori.
La guerra prima alle Brigate Rosse e successivamente alla sanguinaria Cosa Nostra sono state vinte o “quasi “grazie all’intuizione di coraggiosi servitori dello Stato, lungimiranti nel comprendere che solo ottenendo “informazioni” dall’interno si sarebbe potuto indebolire il sistema criminoso delle rispettive organizzazioni.
Il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ed il giudice Giovanni Falcone vinsero le loro rispettive guerre ribaltando il “ruolo di Guida” a vantaggio dello Stato.
Inoltre il Generale comprese la necessità “bellica” d’infiltrare i propri uomini all’interno delle “colonne rosse” al fine di demolirne la compattezza mostrata spavaldamente all’opinione pubblica.
Oggi molti politici e gran parte dei media mettono in discussione l’utilità e validità del “pentitismo” ritenendolo ormai uno strumento opaco e sovente mistificatorio.
Personalmente ritengo che durante un conflitto sia necessario, opportuno avvalersi di qualsiasi mezzo per vincere.
Riguardo il “pentitismo”, il problema semmai è saperlo gestire con intelligenza.
Comprendere se le informazioni rivelate dal criminale siano davvero credibili, verificabili, utilizzabili.
Un traditore va tutelato, protetto se si rivela utile per la vittoria dello Stato.
Conoscevo poco o nulla della vita di Patrizio Peci, il brigatista rosso che una volta arrestato dagli uomini del Generale Dalla Chiesa accettò di collaborare con lo Stato.
Peci si “dissociò” in modo netto e chiaro dal terrorismo rosso, aprendo una falla decisiva all’interno della struttura delle Br.
Le “confessioni” di Peci portarono all’arresto di centinaia di brigatisti ed allo smantellamento di molte colonne sparse in tutta Italia.
Peci pagò questo tradimento con la morte dell’amato fratello ucciso come rappresaglia dai suoi ex compagni di lotta.
Ma Patrizio Peci è andato ben oltre la scelta di tagliare i ponti con il suo burrascoso passato, sentendo il bisogno di mettere su carta “le proprie memorie” di ex brigatista.
E da questo momento inizia un” curioso “giallo editoriale
“Io, l’infame” pubblicato inizialmente nel 1983 paradossalmente provocò maggiore danno alle BR, più delle stesse audizioni rese dal Peci nei vari processi.
Peci scrivendo quelle pagine svelò il lato umano, miserabile e quasi grottesco dei brigatisti, fino ad allora ammanti da un insensato quanto sciocco velo d’eroismo e mistero.
La penna di Pecci colpì ed affondò con crudezza l’orgoglio di un gruppo criminale che si riteneva investito dall’alto compito di guidare la rivolta del proletariato.
Patrizio Pecci scrivendo di sé, dei passi che lo portarono alla lotta armata descrisse le contraddizioni di una società, le paure, ingenuità di una generazione priva di strumenti culturali , economici adeguati ad evitare la pericolosa fascinazione della lotta armata.
“Io, l’infame” ebbe all’epoca un importante successo editoriale (30 mila copie vendute), ma allo stesso tempo fu oggetto di una durissima campagna denigratoria da parte dei critici e soprattutto di certi spezzoni della società civile restia ad accettare la verità nuda e cruda sulle Brigate Rosse.
Il libro fu ritirato inspiegabilmente dalle librerie per molti anni, diventando un “libro fantasma”.
Solamente nel 2008 grazie alla tenacia di Luca Telese e della casa editrice Sperling & Kupfer, il librò fu ripubblicato ed aggiornato con nuovi capitoli.
Ancora una volta “Io, l’infame” si rivelò un successo editoriale provocando divisioni letterari e scontri ideologici.
Un libro che piace, vende ma che continua ad apparire “scomodo”, “intollerabile” per troppe persone.
Così per la seconda volta “Io, l’infame” scomparve dagli scaffali entrando di diritto in quella cerchia di libri introvabili quanto ricercati.
Una mia amica mi ha dato l’opportunità di leggerlo in questi giorni.
Un “prestito letterario” quanto mai gradito che mi ha dato l’opportunità di colmare molte mie mancanze storiche, politiche e soprattutto generazionali.
“Io, l’infame” è una confessione sincera, forte, appassionante, libera, che per l’autore svolge una duplice funzione: catartica e vendicativa.
Magari il testo è stilisticamente imperfetto, alcuni passaggi sono ripetitivi, altri prolissi, ma per il lettore assume un grande valore simbolico oltre che di conoscenza.
“Io, l’Infame” è una lettura consigliata soprattutto alle nuove generazioni inclini a farsi manipolare dando credito ai cattivi Maestri e seguendo le idee sbagliate e pericolose