56) Mandibules

Mandibules - Due uomini e una mosca - Film (2020) - MYmovies.it

Quando inizi a seguire i Festival  con una certa costanza e ripetitività  è inevitabile , quasi spontaneo instaurare  rapporti amicali con  gli altri colleghi.
Gli inviati festivalieri hanno caratteri comuni a te: occhiaie, facce stravolte,  stressati e sempre con i minuti contati avendo il fiato sul collo dei rispettivi capiredattori.
Il Festival è una gara di resistenza, pura sopravvivenza,  nel disperato tentativo d’ andare oltre  i propri limiti psicofisici.
Se hai la fortuna di stringere dei legami seri con i tuoi compagni di “sventura”,  possiedi  almeno un arma in più per non soccombere.
L’unione fa la forza recita un vecchio proverbio. Durante  un festival, un buon consiglio di un collega ti può salvare il c..o
Una voce, una chiacchierata fatta di corsa sulle scale o quando si è in fila  al bar per bere il nono caffè di giornata, sono questi i momenti di “fratellanza” o “muto soccorso”  che hanno amare  la vita da Festival.
Così è stato anche in questi primi giorni di Venezia 77. Due  amici prima ancore che  stimati colleghi in momenti diversi mi hanno caldamente consigliato di “recuperare”  due film che non avevo nella mia lista:
Mandibules (fuori concorso) e The Man who sold his skin (Orizzonti).
Così ho fatto, sconvolgendo il mio rigido programma e nonostante la stanchezza già ai massimi livelli.
Sono due film molto diversi, eppure legati da una sottile filo rosso : una scrittura originale, provocatoria e cinica che offre allo spettatore  risate e riflessione in egual misura.

Mandibules scritto e diretto da 
Quentin Dupieux

Interpreti:
David Marsais, Grégoire Ludig, Adèle Exarchopoulos, India Hair, Roméo Elvis, Coralie Russier, Bruno Lochet

sinossi

Quando Jean-Gab e Manu, due amici un po’ sempliciotti, trovano una mosca gigantesca intrappolata nel bagagliaio di un’auto, decidono di addestrarla per farci un sacco di soldi.

“Mandibules” è un film folle, “stupido”, grottesco, surreale , ma per questi motivi è stato amato da pubblico e critica in questa Venezia 77.

Un classico caso di passa parola tra gli addetti ai lavori.

Vedi “Mandibules” ed è pressoché naturale pensare alla saga americana di ‘Scemo più Scemo”

“Mandibules “è in qualche modo la versione corretta e adattata per i canoni francesi

Ma “Mandibules” va visto per apprezzare l’incredibile , inaspettata e riuscito parte comica di Adele Exarchopulos.

Una vera sorpresa, Straripante , carica, un vera a forza della natura.

Se entrate in questo mood , sarete pronti per “Mandibules” e fare alla fine della proiezione toro toro tutti insieme in sala

97) Sibyl

Il biglietto d’acquistare per “Sibyl” è: Omaggio (Con Riserva)

“Sibyl” è un film del 2019 diretto da Justine Triet, scritto da Justine Triey e Arthur Harari, con: Virgine Efira, Adele Exarchopoulos, Gaspard Ulliel, Sandra Huller, Niels Schneider, Laure Calamy.

Sinossi:

Sibyl ha abbandonato la scrittura per diventare psicologa, ma con il tempo la voglia di scrivere è tornata: dunque la donna chiude le terapie in corso con i suoi pazienti e comincia a immaginare la trama del suo nuovo romanzo. Ma a sorpresa una giovane attrice, Margot, la contatta telefonicamente con voce disperata: è incinta del coprotagonista del film che sta girando, e la compagna ufficiale dell’attore è proprio la regista di quel film.Per motivi che nemmeno lei sa spiegarsi, Sibyl prende in cura questa unica e ultima paziente, e diventa per lei un punto di riferimento imprescindibile soprattutto per quanto riguarda la scelta della ragazza se abortire o portare avanti la gravidanza. In realtà anche per Sibyl Margot diventa a poco a poco necessaria, con una sorta di transfert alla rovescia. La psicologa/scrittrice, che ha alle spalle una gravidanza problematica e un passato di alcolista, si identifica fin troppo nella sua paziente.

Recensione :
Che cosa accadrebbe se la nostra terapeuta avesse un crollo nervoso?
Oppure decidesse improvvisamente d’abbandonare i propri pazienti volendo seguire l’antica aspirazione di diventare una scrittrice di successo?
Ed ancora se quest’ultima registrasse le sedute utilizzando le nostre confessioni più intime come materiale per un libro?
Il solo pensare ad uno di questi scenari provocherebbe un vero momento di panico in chi è stato ed è tutt’ora impegnato in un percorso terapeutico.
“Sybil” di Justine Triet è l’ultimo film concorso di Cannes 72 ad essersi svelato ieri sera alla critica ed al pubblico.
Una chiusura di competizione rivelatasi non all’altezza di quanto visto prima.
“Sybil” è il nome della bella quanto inquieta psicoterapeuta (Efira) che ha deciso d’abbandonare la propria professione dedicandosi completamente alla scrittura.
La scelta di Sybil non trova il supporto né del marito né dell’eccentrica sorella Edith. Entrambi, per motivi opposti, cercano di scuotere la donna da tempo chiusa dentro una propria realtà e solitudine emotiva.
Inoltre scopriamo che Sybil ha avuto un passato da ex alcolista ed una relazione amorosa bruscamente interrotta con un giovane di nome Gabriel (Schneider), nonostante la nascita di una figlia.
“Sybil” sembra essere la versione femminile di un tipico personaggio di Woody Allen ovvero costantemente in bilico tra normalità e sfuriate nevrotiche.
“Sybil” si trova, suo malgrado, a dover accettare come paziente la bella e disperata Margot (Exarchopoulos), di professione attrice in dolce attesa.
Margot ha avuto una relazione clandestina con Igor (Ulliel) suo collega di set nonché compagno ufficiale della regista Mika (Huller).
“Sybil” si ritrova “risucchiata” come consulente psicologico nel bizzarro set cinematografico in piedi nella splendida cornice dell’isola di Stromboli.
Sybil supera nettamente i limiti deontologici oltre che etici della professione finendo lei stessa coinvolta nelle beghe sentimentali da set.
Accentuando così la propria instabilità emotiva ed esistenziale.
“Sybil” è il tragicomico racconto di una donna che, nonostante terapeuta, si rivela fragile, dipendente e debole di fronte alle pene d’amore ed ossessioni della mente.
“Sybil” pur avendo alcuni spunti narrativi potenzialmente forti oltre ironici, nello scrivere lo “script” i due sceneggiatori disperdono gran parte del “tesoro narrativo” volendo mescolare più generi e tematiche nella vana speranza di stupire e toccare nuove vette autoriali.
Un peccato di presunzione pagato pesantemente visto che la pellicola vive di fiammate interpretative e di passaggi narrativi decisamente brillanti ad altri momenti d’eccessività verbale e caricaturale rappresentazione di cliché dei personaggi sulla scena.
“Sybil” non era un ruolo facile, probabilmente il più difficile finora affrontato dalla bella e brava attrice belga Virginie Efira
La sensazione che l’attrice belga abbia fatto il passo più lungo della gamba.
La sua performance è generosa, appassionata, volenterosa eppure riuscendo solamente a tratti ad essere all’altezza del compito.
La sua Sybil convince di più nei passaggi più leggeri ed ironici dell’intreccio, mentre appare decisamente poco “centrata” nell’aspetto più introspettivo e mentale.
Complessivamente Adele Exarchopoulos e Sandra Huller sono apparse decisamente più dentro i rispettivi personaggi, crescendo scena dopo scena fino ad arrivare ad all’apice con gli esilaranti quanti epici scontri di gelosia sul set di Stromboli.
“Sybil” lascia l’agrodolce consapevolezza allo spettatore/paziente che neanche il più solido e bravo dei terapeuti è immune ai dispiaceri dell’amore e che si può anche vivere una propria versione della realtà, purché lucidamente consapevole.

97) Nureyev – The white crow

Il biglietto da acquistare per “Nureyev – The white crow” è:
Nemmeno regalato. Omaggio (con riserva). Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Nureyev -The White Crow” è un film di Ralph Fiennes. Con Oleg Ivenko, Adèle Exarchopoulos, Chulpan Khamatova, Ralph Fiennes, Aleksey Morozov. Biopic, 122′. Gran Bretagna 2018

Sinossi:

Ballerino intrepido e fuori da ogni schema, Rudolf Nureyev cresce in tecnica e splendore. Avido di conoscenza, la tournée del 1961 a Parigi è la risposta ai suoi desideri e al bisogno di conoscere più da vicino la cultura e il balletto occidentali. Le lezioni di ingleseprese in Russia gli permettono di avvicinare i ballerini dell’Opéra, di comunicare con loro e di condividere i rispettivi punti di vista sulla danza e sul mondo. Incontenibile e ribelle, Nureyev sfora gli orari della ‘ricreazione’ e si attira i sospetti del KGB, che lo marca stretto. Le intemperanze hanno conseguenze drammatiche, il ballerino non andrà a Londra con la compagnia e deve essere immediatamente rimpatriato.

Recensione:

Anche se, come il sottoscritto, non nutrite per la danza classica una particolare passione, il nome di Rudolf Nureyev dovrebbe comunque farvi suonare qualche campanellino mentale, data la levatura del personaggio, paragonabile, nel suo campo, a una vera e propria rock star.

Il ballerino russo conquistò le luci della ribalta internazionale non solo per il suo indiscutibile talento, ma anche per il forte carisma, l’intelligenza, la caparbietà e il desiderio di elevarsi socialmente oltre che economicamente.

“Nureyev – The white crow” di Ralph Fiennes si concentra sulla vita complessa di Nureyev, articolata in diversi momenti temporali e scandita da diversi colpi di scena. La scelta di realizzare un unico film, però, non si rivela particolarmente felice. Forse una miniserie sarebbe stata meglio.

Nato su un treno nel 1938, proveniente da una famiglia di umili origini, Rudolf prese lezioni private prima di entrare a far parte della prestigiosa scuola di ballo del Teatro Kirov di Leningrado. Il soprannome il corvo bianco – che si ritrova anche nel titolo del film – era legato alla sua personalità bizzarra, particolare, unica.

Il cuore temporale e logistico del film di Fiennes è la Parigi del 1961, dove il giovane ballerino arrivò con la sua compagnia di danza. Qui strinse rapporti di amicizia con colleghi francesi e si rese conto di dover “tradire” il suo Paese, per poter essere davvero un professionista libero.

“Nureyev – The white crow” cerca di andare oltre il biopic tradizionale e di tenere insieme l’aspetto politico, personale e artistico della vicenda. Questo va a discapito dell’intreccio in quanto tale, che si riduce a un’accozzaglia di flashback sulla vita del protagonista. continua su

“Nureyev – The white crow”: un biopic romantico ma frammentato