89 ) Drive my car

Il biglietto d’acquistare per “Drive my car” è : Omaggio (Con Riserva)

“Drive my car” è un film di Ryûsuke Hamaguchi. Con Hidetoshi Nishijima, Toko Miura, Reika Kirishima, Masaki Okada, Perry Dizon. Drammatico, 179′. Giappone 2021

Sinossi:

Yûsuke Kafuku, un attore e regista che ha da poco perso la moglie per un’emorragia cerebrale, accetta di trasferirsi a Hiroshima per gestire un laboratorio teatrale. Qui, insieme a una compagnia di attori e attrici che parlano ciascuno la propria lingua (giapponese, cinese, filippino, anche il linguaggio dei segni), lavora all’allestimento dello “Zio Vanja” di Cechov. Abituato a memorizzare il testo durante lunghi viaggi in auto, Kafuku è costretto a condividere l’abitacolo con una giovane autista: inizialmente riluttante, poco alla volta entra in relazione con la ragazza e, tra confessioni e rielaborazione dei traumi (nel suo passato c’è anche la morte della figlia), troverà un modo nuovo di considerare se stesso, il proprio lavoro e il mondo che lo circonda.

Recensione:

Onestamente, devo confessarvi che durante il Festival di Cannes 2021 ho evitato volutamente di vedere “Drive my car” di Ryûsuke Hamaguchi. A frenarmi sono stati tre motivi: Paese di provenienza, lunghezza (eccessiva) e sinossi (poco convincente).

Manco a dirlo, il karma festivaliero mi ha punito, facendo vincere al film il premio per la migliore sceneggiatura. E ho dovuto quindi recuperarlo, all’anteprima italiana.

Nei commenti della stampa nostrana e internazionale ho riscontrato un’inusuale convergenza su un punto, che mi permetto di sintetizzare: “Drive my car” è lungo, dilatato nei tempi e soporifero in alcuni passaggi, ma è solo accettando questa sua lentezza che lo spettatore acquisisce l’indispensabile chiave di lettura per apprezzare la bellezza delle parole ed entrare in sintonia coi personaggi.

Non me vogliano gli illustri colleghi, ma “Drive my car” sarebbe, forse, stato un film perfetto da vedere in un mondo pre covid. Oggi chiedere allo spettatore un sacrificio di tre ore, dentro una sala, con la mascherina, nell’attesa dell’illuminazione sembra più che altro una provocazione.

La pellicola di Hamaguchi non è brutta, anzi presenta diversi elementi interessanti sul piano narrativo e stilistico, ma l’intreccio è oltremodo dilatato, bloccato nel tempo e nello spazio, e il senso dei dialoghi lo si capisce solo sul finale. Una bella gara di resistenza, per lo spettatore medio.

Mettete in conto di non capire, per una buona ora e mezzo, cosa provi il protagonista, un esperto di teatro che sembra impassibile davanti alle avversità, familiari o lavorative. Yûsuke Kafuku ha dedicato la vita a mettere in scena le emozioni umane eppure, nel privato, appare bloccato, paralizzato dal dolore e dai sensi di colpa. continua su

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