231) Ghostland – La Casa delle Bambole

Il biglietto da acquistare per “La casa delle bambole – Ghostland” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto (con riserva). Sempre

“La Casa delle Bambole – Ghostland” è un film di Pascal Laugier. Con Crystal Reed, Taylor Hickson, Rob Archer, Emilia Jones, Adam Hurtig, Anastasia Phillips. Horror, 91′. Francia, Canada 2018

Sinossi:

Beth è una ragazza con la passione per Lovecraft e i racconti dell’orrore, che ama anche scrivere. La sorella maggiore Vera non apprezza molto queste sue inclinazioni, mentre la mamma la incoraggia. Le tre si trasferiscono nella isolata e spettrale casa della defunta zia Clarissa. Nella casa ci sono parecchie bambole, di cui l’anziana signora faceva collezione. Beth, turbata, ha le sue prime mestruazioni, mentre Vera è insofferente alle attenzioni che la mamma riserva alla sorella. Un furgone dei gelati le ha però seguiti.

Recensione:

Avviso allo spettatore: per comprendere e soprattutto apprezzare fino in fondo la validità drammaturgica e la creativa del nuovo film di Pascal Laugier, “La casa delle bambole – Ghostland”, è vivamente consigliato un rapido approfondimento su due aspetti (va bene anche con il contributo di Wikipedia).

Il primo è Howard Phillips Lovecraft, spesso citato nel film come H. P. Lovecraft, il secondo il disturbo noto come fuga psicogena o dissociativa.

Mi rendo conto che possa apparire stravagante presentare un film horror unendo uno dei maestri della letteratura di genere a una patologia psichiatrica, ma in fondo non è proprio dal “mondo dei pazzi” che sono usciti i personaggi più spaventosi e le migliori storie horror?

“La casa delle bambole – Ghostland” è un film al contempo disturbante, violento e crudo e delicato, fragile e commovente. Volendo utilizzare una sola frase: è un riuscito e sconvolgente “inganno della mente”.

Laugier mette in scena un avvincente, cupo e doloroso gioco di specchi, in cui l’utilizzo dei flashback più che a chiarire le idee serve a confondere maggiormente lo spettatore disperso formalmente dentro una casa ma in realtà incastrato dentro un labirinto mentale in cui è labile il confine tra realtà e follia.

Il film – che rievoca “Ghost stories” di Jeremy Dyson e Andy Nyman e “Shutter Island” di Martin Scorsese -, nonostante alcune criticità narrative e limiti strutturali, tiene inchiodato lo spettatore alla sedia fino all’ultima scena. Merito di un convincente e talentuoso cast e di uno sviluppo credibile.

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http://paroleacolori.com/la-casa-delle-bambole-ghostland-un-horror-labirintico-e-spiazzante/

230 ) L’Uomo che rubò Bansky

Il biglietto da acquistare per “L’uomo che rubò Bansky” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“L’uomo che rubò Bansky” è un film di Marco Proserpio. Con Iggi Pop, Carlo McCormick, Walidzawahrah, Mikael Cawanati, Stephen Keszler. Eventi, arte, 90′. Italia 2018

Sinossi:

Nel 2007 lo street artist universalmente noto come Banksy mette lasua firma anche sui muri di edifici privati e pubblici in Palestina.Un gesto clamoroso che porta l’attenzione del mondo sul conflittoisraelo-palestinese, “risolto” con l’edificazione,completata nel 2003, del costosissimo muro o “barriera diseparazione” tra i territori. In particolare, un suo murale,Donkey’s Documents, ritrae un soldato israeliano che controlla i documenti a un asino. L’opera non raccoglie l’entusiasmo di tutti ilocali: mentre un negoziante si sostiene vendendo con soddisfazione  i souvenir ispirati alle sue opere, meta di pellegrinaggio da tutto il mondo, e l’ex sindaco di Betlemme, Vera Baboun, lo esalta come un eroe contemporaneo, altri si sentono oltraggiati perché si sentono assimilati alle caratteristiche deteriori di quell’animale.

Recensione

Una forma d’arte può essere allo stesso tempo legale e illegale? Un’opera, per quanto sprovvista di certificato di origine e attestazione, può rivelarsi un affare lucroso per commercianti e intermediari? La risposta è sì, se si parla di street art. E in modo particolare dai “pezzi” realizzati dallo writer inglese Bansky.

Potrebbe sembrarvi strano che io lo conosca, me ne rendo conto, ma dopo il clamoroso quanto curioso incidente verificatasi alla casta d’asta Sotheby (l’auto-distruzione di una sua opera, appena battuta per 1,2 milioni di dollari) era alquanto difficile rimanere all’oscuro.

Marco Proserpio ha utilizzato la figura di questo artista come escamotage per girare un documentario che può essere visto come una sorta di thriller artistico/politico.

“L’uomo che rubò Bansky” è un progetto durato sei anni, “nato inaspettatamente”, come ha ammesso lo stesso regista, un giorno che si trovava a Betlemme. Mentre era in taxi si sentì raccontare da Waild “The Beast” di quella volta che aveva organizzato il furto e la successiva vendita di un’opera di Bansky.

Correva l’anno 2007 e i più importanti esponenti della street art internazionale vennero invitati in Palestina per dare il loro personale contributo artistico nel denunciare la brutalità e gravità del muro eretto nel 2000 dal governo israeliano.

Banksy e la sua squadra realizzarono un murales dal titolo “L’asino con il soldato” che scatenò però la reazione indignata dei palestinesi. Nel mondo arabo essere paragonati a un asino è un insulto molto grave. Trovandosi il pezzo su un muro privato, questo venne tagliato e messo in vendita su eBay dal proprietario come forma di rivalsa sull’artista.

Proserpio ricostruisce con bravura, precisione e scaltrezza le tappe di questa vicenda utilizzando uno stile incisivo, chiaro e diretto, amplificato da un efficace montaggio e da un’azzeccata colonna sonora. Il racconto è impreziosito dalla voce di Iggy Pop che non soltanto consente allo spettatore di prendere fiato di tanto in tanto ma svolge anche la funzione di Grillo Parlante, ponendo domande fintamente retoriche che spingono alla riflessione.

“L’uomo che rubò Bansky” è un progetto ambizioso e creativo, che si presta a diverse chiavi di lettura. Lo spettatore entra in contatto con l’affascinante e bizzarro mondo dei collezionisti d’arte, con persone pronte a tutto pur di appendere in casa una certa opera. Ma dietro l’eccesso e le bizzarria, Proserpio effettua anche una scrupolosa indagine sull’arte e in particolare sulla street art e sulla sua continua evoluzione. continua su

http://paroleacolori.com/l-uomo-che-rubo-bansky-tra-documentario-e-thriller/

229 ) Un giorno all’improvviso

Il biglietto da acquistare per “Un giorno all’improvviso” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Un giorno all’improvviso ” è un film di Ciro D’Emilio. Con Anna Foglietta, Giampiero De Concilio, Massimo De Matteo, Lorenzo Sarcinelli, Biagio Forestieri. Drammatico, 88′. Italia 2018

Sinossi:

Antonio ha diciassette anni e un sogno: essere un calciatore in una grande squadra. Vive in una piccola cittadina di una provincia campana. Con lui vive Miriam, una madre dolce ma fortemente problematica che ama più di ogni altra persona al mondo. Inoltre Carlo, il padre di Antonio, li ha abbandonati quando lui era molto piccolo e Miriam è ossessionata dall’idea di ricostruire la sua famiglia. All’improvviso la vita sembra regalare ad Antonio e Miriam una vera occasione: un talent scout, Michele Astarita, sta cercando delle giovani promesse da portare nella Primavera del Parma e sta puntando sul ragazzo.

Recensione :

È diventata ormai una sorta di fastidiosa litania dire che i giovani di oggi sono indolenti, lavativi, insensibili, ignoranti, attenti solo all’apparenza e determinati a ottenere tutto e subito, possibilmente impegnandosi il meno possibile.

Certo, basta fare un giro su un qualsiasi social per rendersi conto del vuoto culturale, morale e civile dilagante, ma mai come in questo caso è vero il detto: non fare di tutta l’erba un fascio. Sì perché fortunatamente ci sono ancora adolescenti seri, onesti, con la testa sulle spalle, pronti a impegnarsi per realizzare un sogno, nonostante le difficili condizioni di partenza.

Un anno fa, nella sezione Giardino della Mostra del cinema di Venezia, venne presentato “Manuel” di Demetrio Albertini, con un bravissimo Mattia Lattanzi, storia di un ragazzo chiamato a scegliere tra il proprio futuro e la madre malata, che ha ottenuto importanti riconoscimenti.

“Un giorno all’improvviso” di Ciro D’Emilio ha avuto la sfortuna di essere presentato un anno dopo sempre alla Biennale ma nella sezione Orizzonti, facendo scattare, nonostante le profonde differenze narrative, ambientali e recitative rispetto al precedente film, un inevitabile confronto nello spettatore. Confronto da cui ha difficoltà a uscire vincitore.

L’opera prima di D’Emilio è sicuramente degna di nota per la sua autenticità e tragicità, ma presenta alcune criticità di scrittura e stile dovute alla poca esperienza del regista che la rendono altalenante a livello di ritmo e pathos. continua su

http://paroleacolori.com/un-giorno-all-improvviso-opera-prima-di-ciro-d-emilio/

228) Donne che non perdonano (Camilla Lackberg)

“Donne che non perdonano” è un romanzo scritto da Camilla Lackberg e pubblicato in 1 edizione mondiale da Einaudi /Stile Libero nel Novembre 2018.
Sinossi:
«È vero, stava per uccidere un uomo, ma avrebbe anche liberato una donna. La somma algebrica delle sue azioni sarebbe stata uguale a zero. E poi un’altra persona avrebbe liberato lei».
Recensione:
Può essere, almeno parzialmente, giustificato l’omicidio di una persona responsabile di costanti e ripetute violenze o tradimenti?
C’è un limite all’umana sopportazione?

E se gli omicidi fossero addirittura tre?
Camilla Lackberg ritorna con un nuovo romanzo destinato a scatenare polemiche e divisioni tra i lettori.
L’autrice svedese ispirandosi, probabilmente, alla pellicola “Il delitto perfetto” (1954) firmata dal Maestro Alfred Hitchcock ed all’acclamata serie tv “Le Regole del Delitto Perfetto”, decide d’utilizzarne l’idea come spunto narrativo della sua storia di violenza e vendetta in chiave femminile.
“Donne che non perdonano” ci conduce nella vita di tre donne (Birgitta, Ingrid e Victoria) che scopriremo essere, allo stesso tempo, vittime e carnefici.
Tre donne che per motivi diversi hanno “scelto” di privilegiare, servire e sostenere il proprio marito nell’ascesa professionale, ritagliandosi chi il ruolo di brava moglie, chi di madre e chi dell’ubbidiente donna di casa.
Ma nonostante l’enorme “sacrificio” esistenziale e professionale dettato anche dall’amore, queste donne hanno ricevuto come “premio” dai loro rispettivi mariti soltanto violenza fisica, vessazioni psicologiche e tradimento.
Lo spettatore si rende conto come le tre protagoniste siano giunte al punto di rottura: Aggiungersi alla tragica lista di femminicidio o ribellarsi prima che sia troppo tardi.
Birgitta è una maestra di scuola picchiata vigliaccamente da anni dal marito
Victoria invece una giovane e bella ragazza russa scappata da doloroso passato e costringendola a sposare e soddisfare ogni capriccio di un grossolano uomo.
Infine Ingrid , un tempo brillante giornalista di un quotidiano nazionale che per amore del compagno nonché collega, ha rinunciato alle proprie ambizioni professionali per poi scoprirne il tradimento con una collega più giovane.
Sono tre anime apparentemente deboli, sole e disperate, ma che troveranno nella comune disperazione l’opportunità ed il modo per “eliminare” contemporaneamente quanto definitivamente la causa di tanta ed ingiusta sofferenza.
Camilla Lacbkerg utilizzando uno stile sincero, diretto ed intenso oltre che contrassegnato dalla consueta sensibilità e delicatezza umana, regala un romanzo straziante, crudo, feroce ed angosciante.
La convincente struttura narrativa impostata sull’alternanza dei pensieri e sentimenti delle tre donne e sulla comune volontà di resistere all’orco cattivo alias marito, consente al lettore d’entrare immediatamente dentro la storia ed in connessione con la parte più profonda ed intima dei personaggi.
“Donne che non perdonano” è sì il racconto di una vendetta altrettanto sanguinaria quanto magistralmente ordita.
Ma il lettore prima di giudicare negativamente la scelta compiuta dalle tre donne forse dovrà riflettere quante altre donne in questo stesso momento stiano tragicamente subendo, nella totale indifferenza, violenze se non peggio dall’ “amato” e ” stimato” compagno di vita.