112) Il Dubbio -Un Caso di Coscienza ( 2 Recensione)

Il biglietto da acquistare per “Il dubbio – Un caso di coscienza” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio (con riserva). Ridotto. Sempre.

“Il dubbio – Un caso di coscienza” è un film di Vahid Jalilvand. Con Navid Mohammadzadeh, Amir Aghaee, Hediyeh Tehrani, Zakieh Behbahani, Saeed Dakh. Drammatico, 104′. Iran, 2017

Sinossi:

Kaveh Nariman è un medico legale che lavora in obitorio. Una sera investe accidentalmente con la sua auto una famiglia che viaggia in moto. Il bambino cade e batte la testa in modo apparentemente privo di conseguenze. A distanza di poche ore arriverà il suo cadavere. La diagnosi dell’autopsia parla di avvelenamento ma il medico ha il dubbio che la causa possa addebitarsi all’incidente. Avrà il coraggio di chiarire la situazione?

Recensione:

I non credenti accusano la Chiesa cattolica di aver esercitato, nel corso dei secoli, un opprimente dominio sui fedeli, utilizzando il senso di colpa scaturito dal peccato originale come un’arma di controllo.

Eppure a tutti – credenti e non – sarà capitato almeno una volta di doversi confrontare con la propria coscienza. Perché i nodi vengono sempre al pettine, gli errori si pagano, non c’è modo di sfuggire in eterno.

“Il dubbio – Un caso di coscienza” di Vahid Jalilvand, presentato nella sezione Orizzonti della Biennale di Venezia 2017 dove si è aggiudicato il premio per la miglior regia e il miglior attore protagonista (Mohammadzadeh), racconta in modo crudo, diretto, efficace la tragica quanto paradossale storia di due uomini diversi per cultura, estrazione sociale e carattere, accomunati e travolti da un terribile senso di colpa.

A provocarlo la morte di un bambino in un incidente. Il dottor Kaveh Nariman (Agha’ee), uomo e medico coscienzioso, ritiene di aver commesso un grave atto di negligenza la notte dell’incidente; il padre del piccolo, Moosa, di essere responsabile a sua volta. continua su

http://paroleacolori.com/il-dubbio-un-caso-di-coscienza/

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111) Il Dubbio -Un Caso di Coscienza

Il biglietto d’acquistare per “Il dubbio-un caso di coscienza” è: Di pomeriggio (Con Riserva)

“Il dubbio-un caso di coscienza” è un film del 2017 diretto da Vahid Jalilvand, scritto da Vahid Jalilvand, Alì Zarnegar, con : Navid Mohammadzadeh, Amir Aghaee, Hediyeh Tehrani, Zakieh Behbahani, Saeed Dakh, Alireza Ostadi.
Sinossi:
Il dottor Narima, anatomo-patologo, un uomo virtuoso e di solidi principi, ha un incidente con un motociclista e la sua famiglia, in cui ferisce un bambino di otto anni. Si offre di portare il bambino in una clinica vicina, ma il padre rifiuta il suo aiuto come il suo denaro. Alcuni giorni dopo, il Dottor Narima scopre che lo stesso bambino è stato portato nello stesso ospedale in cui lui lavora per un’autopsia per morte sospetta. Nariman deve affrontare un dilemma: è lui il responsabile della morte del piccolo a causa dell’incidente o la morte è dovuta a un avvelenamento da cibo, come sostiene la diagnosi degli altri medici?
Recensione :
Quanto è difficile, delicato, complesso confessare la verità?
La verità rende liberi recitano le sacre scritture.
Ma quale uomo sarebbe disposto a “praticarla”, consapevole di sicure e disastrose conseguenze personali e professionali?
“Un dubbio.un caso di coscienza” racconta la crisi morale ed esistenziale di due uomini costretti, per motivi diversi ed opposti, a dover fare i conti con la propria coscienza.
Il Dottor Narima è un ottimo e scrupolosi medico oltre che un uomo perbene, eppure nel timore di ricevere una multa per non aver rinnovato l’assicurazione dell’auto non chiama la polizia stradale e soprattutto non obbliga Moosa, il padre del bambino ferito, a sottoporre il figlio ad ulteriori accertamenti nell’ ospedale più vicino.
Il giorno dopo, scopriamo tragicamente il bambino è morto.
Il suo corpo è stato infatti portato all’ospedale, dove lavora Narima,
Perché è morto il bambino? Di chi è la colpa? Il primo referto dell’autopsia certifica l’avvelenamento da botolino escludendo ogni forma di trauma.
Una verità che devasta Moosa, responsabile d’aver fatto mangiare dei polli avariati alla propria famiglia.
Moosa reagisce con rabbia e disperazione vendicandosi dell’uomo dei polli, picchiandolo quasi mortalmente.In pochi giorni la vita di Moosa è distrutta: ha perso un figlio, sua moglie lo ritiene responsabile ed è rinchiuso in carcere con l’accusa di tentato omicidio.
Ma anche la vita di Narima non sarà più la stessa. L’uomo si sente responsabile della morte del bambino, nonostante l’autopsia certifichi il contrario.
Narima sente d’essere venuto meno ai suoi doveri di medico ed ai propri principi d’uomo.
Lo spettatore assiste al disfacimento esistenziale dei due protagonisti schiacciati da di rispettivi sensi colpa , senza che niente e nessuno possa fermarli. continua su

http://www.nuoveedizionibohemien.it/index.php/appuntamento-al-cinema-60/

110) Si Muore Tutti Democristiani

Il biglietto da acquistare per “Si muore tutti democristiani” è:
Nemmeno regalato. Omaggio (con riserva). Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Si Muore Tutti Democristiani” è un film di Pietro Belfiore, Davide Bonacina, Andrea Fadenti, Andrea Mazzarella, Davide Rossi (III). Con Walter Leonardi, Massimiliano Loizzi, Marco Ripoldi, Paolo Rossi, Valentina Lodovini. Commedia, 89′. Italia, 2017.

Sinossi:

Enrico, Fabrizio e Stefano sono amici e colleghi di una vita. Si barcamenano tra video per sindacati, matrimoni, piccoli video per il sociale, mantenendo una “purezza etica” a cui loro tengono molto e agognando di poter tornare a realizzare documentari. Improvvisamente arriva la proposta lavorativa che potrebbe cambiare le loro vite: un grosso documentario per una Onlus che si occupa di immigrazione. Una proposta troppo bella per essere vera, e infatti dopo pochi giorni scoppia un grosso scandalo che coinvolge il capo della Onlus. Cosa decideranno di fare i nostri eroi? Rifiuteranno in nome dell’etica oppure accetteranno rischiando di compromettere i loro valori?

Recensione :

Oggi è ancora possibile rifiutare un lavoro per motivi politici o ideologici oppure questo è diventato un lusso per pochi – solitamente per persone ricche di famiglia?

Da giovani ci si può permettere di essere idealisti, intransigenti, incorruttibili, ma una volta giunta la maggiore età e con essa le responsabilità tutti sono costretti prima o dopo a imparare l’arte del compromesso. Perché a fine mese, in un modo o nell’altro, bisogna arrivarci…

“Si muore tutti democristiani”, presentato nella sezione Panorama Italia di Alice nella città 2017, è l’atteso esordio al cinema del gruppo noto come Il Terzo Segreto di Satira.

Personalmente ho seguito con discreto interesse il loro percorso online, riscontrando nei video una certa qualità, e un’ironia dissacrante e un cinismo cortese nel mostrare il non sense della società contemporanea.

Il passaggio dal web al cinema non è semplice – in tanti, negli anni, hanno fallito miseramente – perché i due mondi sono diversi sia per lo stile, il linguaggio e la scrittura dei video che per il tipo di pubblico che ne fruisce.

Nel complesso “Si muore tutti democristiani” è un esordio dignitoso, che ha dalla sua alcuni spunti narrativi interessanti, che spingono alla riflessione, e dei momenti spassosi. Appare evidente, però, che i ragazzi del TSS debbano ancora lavorare molto per trovare una chiara identità anche al cinema. continua su

http://paroleacolori.com/si-muore-tutti-democristiani-etica-morte-o-sopravvivenza/

109) Il Capitano Maria

“Il Capitano Maria” è  una miniserie di Andrea Porporati. Con Vanessa Incontrada, Andrea Bosca, Giorgio Pasotti, Camilla Diana, Tancredi Patriarca, Beatrice Grannò, Martino Lauretta, Christian Burruano, Carmine Buschini, Lucia Sardo, Gino Nardella.

Un esperimento coraggioso quanto, purtroppo, pasticciato e deludente dal punto di vista registico e narrativo – almeno stando a quanto visto nella prima puntata. Il tentativo di mostrare al pubblico il lavoro “oscuro” delle forze dell’ordine, che ogni giorno si impegnano per evitare che accadano fatti di sangue.

In estrema sintesi è questo “Il capitano Maria”, miniserie in 4 puntate con Vanessa Incontrada che va in onda su Rai 1 a partire da lunedì 7 maggio.

Il titolo è stato scelto per evidenziare fin da subito come questa storia sia incentrata da un lato sulla vita professionale di una donna in un mondo ancora troppo maschilista, dall’altro sulle sue doti umane e sulle sue fragilità.

Vanessa Incontrada, al primo ruolo in divisa, è la protagonista, divisa tra le responsabilità di ufficiale dei carabinieri in una città del Sud dilaniata da una guerra criminale e quelle di madre. Dopo aver perso il marito in un misterioso incidente, Maria sta infatti crescendo da sola tra mille difficoltà i due figli, la 18enne Luce (Grannò) e Riccardo di 9 anni (Lauretta).

Ma insomma, quali sono le criticità della miniserie? Il primo giorno di servizio della protagonista e di scuola dei figli fanno sembrare film come “Una serie di sfortunati eventi” o “Lo iettatore” favolette per bambini.

Infatti Maria nell’ordine salva un bambino (che indossa una cintura esplosiva), e poi guida una squadra di carabinieri dentro una scuola per disinnescare una bomba – e la scuola, manco a dirlo, è quella dei figli. Dietro a tutto, il feroce boss Patriarca, soggetto da anni al 41bis e ormai gravemente malato, che pur di ottenere la libertà non esita a minacciare direttamente lo Stato.

“Il capitano Maria” è un caotico e dispersivo guazzabuglio narrativo, nonostante i lodevoli sforzi del cast, che risulta poco credibile se non inverosimile in molte scene. I dialoghi risultano forzati, privi di pathos e di autenticità.

Se dovessimo scommettere un euro su una possibile sorpresa in positivo della serie, punteremmo su Camilla Diana, date le sue grandi potenzialità. Tutto il cast, comunque, soprattutto quello dei giovani, ben figura nei rispettivi ruoli.

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http://paroleacolori.com/il-capitano-maria-debutta-la-miniserie-con-vanessa-incontrada/

108) Manuel

Il biglietto da acquistare per “Manuel” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio (con riserva). Ridotto. Sempre.

“Manuel” è un film di Dario Albertini. Con Andrea Lattanzi, Francesca Antonelli, Renato Scarpa, Giulia Elettra Gorietti, Raffaella Rea. Drammatico, 98′. Italia, 2017

Sinossi:

Manuel (Lattanzi), al compimento dei diciotto anni esce dall’istituto per minori privi di un sostegno familiare e deve reinserirsi in un mondo da cui è stato a lungo lontano. Sua madre, che è in carcere, può sperare di ottenere gli arresti domiciliari solo se lui accetta di prenderla in carico. Si tratta di una responsabilità non di poco conto.

Recensione :

In Italia un ragazzo che compie diciotto anni viene considerato formalmente maturo, pronto ad assumersi i propri doveri di cittadino, come ad esempio il voto. Questo per lo Stato. Quanti ragazzi, però, lo sono davvero? Siamo onesti: pochi, pochissimi. Sono questi esemplari rari che il WWF dovrebbe preservare dall’estinzione, altro che panda!

Dario Albertini, al suo esordio come regista di lungometraggio, racconta una storia diversa, originale e commovente per il panorama italiano, quella di Manuel, un 18enne costretto a diventare adulto rinunciando alla spensieratezza della sua età.

Uscito dalla casa famiglia, non avrà tempo di adattarsi di nuovo al mondo, perché dovrà prendersi cura e fare da garante alla madre, in carcere da 5 anni, affinché le vengano concessi gli arresti domiciliari.

Il film risulta nel complesso convincente, e fa scoprire due potenziali talenti, da tenere d’occhio per il futuro: il regista Albertini e l’attore protagonista, Andrea Lattanzi.

Il primo ha il merito di aver firmato una sceneggiatura lineare, chiara, fluida e misurata – un bel risultato, per un esordiente. Se la costruzione del personaggio di Manuel è curata, profonda, mai retorico o buonista, però, quella degli altri caratteri è troppo stringata.

Lo spettatore, ad esempio, non fa in tempo a conoscere la bella e compassionevole attrice/volontaria Francesca (Goretti) o Erol (Beranek), il fraterno amico di Manuel riapparso dopo anni di separazione, che questi sono già usciti di scena. Non sono i classici “buchi” di una sceneggiatura quanto piuttosto la prova che Albertini, come autore, debba ancora crescere. continua su

http://paroleacolori.com/manuel-il-racconto-vivido-della-paure-e-le-crisi-di-un-18enne/

107) Ci vuole un fisico

“Ci vuole un fisico ” è un film di Alessandro Tamburini. Con Alessandro Tamburini, Anna Ferraioli Ravel, Francesca Valtorta, Niccolò Senni, Gianpaolo Fabrizio. Commedia, 80′. Italia, 2018

Sinossi:

Alessandro (Tamburini) ha un appuntamento con Francesca (Valtorta), la ragazza dei suoi sogni: un nove pieno, nella classifica ingenerosa che colloca le persone su una scala da uno a dieci in base al loro aspetto fisico. Anna (Ferraioli Ravel) ha un appuntamento con Pietro (Bigagli) per cui ha perso trenta chili in tre mesi, proprio cercando di conformarsi a quel canone estetico che lascia poco spazio per la differenza individuale. L’appuntamento di entrambi è fissato nello stesso ristorante di Modena, ma a entrambi verrà data buca: il frequente destino di chi appartiene alla categoria “un po’ sopra il brutto” e molto sotto la sicurezza di sé, cui appartengono sia Alessandro che Anna. Proprio dal reciproco incontro potrà (forse) scaturire quella consapevolezza e quella sana attitudine a fregarsene delle apparenze (proprie e altrui) che apre la porta alle relazioni di qualità.

Recensione:

“Ci vuole un fisico speciale
per fare quello che ti pare
perché di solito a nessuno
vai bene così come sei”

Iniziava con questa strofa rivelatrice la canzone del 1991 “Ci vuole un fisico bestiale”, che sarebbe diventata non solo un tormentone di quegli anni ma anche un cult per le generazioni successive.

Non ho idea se Alessandro Tamburini l’abbia mai ascoltata – probabilmente sì – e soprattutto se si sia fatto ispirare per realizzare, nel 2013, il pluripremiato cortometraggio “Ci vuole un fisico”.

Cinque anni dopo, il regista ha deciso di andare oltre quel lavoro, traendone un film d’esordio che nel complesso è positivo. Merito soprattutto della coppia protagonista, rodata e convincente, costituita dallo stesso Tamburini e da Anna Ferraioli Ravel.

“Ci vuole un fisico” non deve trarre in inganno lo spettatore: non si tratta della solita commedia trita e ritrita dove due estranei, complice una comune serata sentimentale da incubo, si incontrano, passano una folle notte insieme e alla fine si scoprono fatti l’uno per l’altra. Qui c’è un messaggio più incisivo e profondo, dietro la patina romance.

Per corrispondere all’ideale di donna del suo uomo dei sogni, Anna si sottopone a una durissima dieta dimagrante, che la porta a perdere 30 chili. Per ottenere l’attenzione della donna di cui è innamorato, Alessandro accetta di scriverle la tesi, diventando una sorta di zerbino… pardon, moderno cavalier servente. Eppure questo non sembra bastare…

La storia semplice, lineare, magari non originalissima, conquista lo spettatore per la sua capacità di trasmettere emozioni e far nascere domande applicabili alla vita di tutti i giorni. Fino al finale, autentico, divertente e non melenso. continua su

http://paroleacolori.com/ci-vuole-un-fisico-tra-road-movie-e-commedia-romantica/

106) A Beautiful Day

“A beautiful Day” è un film di Lynne Ramsay. Con Joaquin Phoenix, Ekaterina Samsonov, Alessandro Nivola, Alex Manette, John Doman. Drammatico, 95’. USA, Francia, 2017

Sinossi:

Joe (Phoenix) è un veterano di guerra, sopravvissuto anche a molte altre battaglie. A casa lo aspetta solo la madre anziana a malata. In una New York desolata e piena di segreti, Joe fa il mercenario per chi vuole liberarsi di nemici pericolosi ma non ne ha l’abilità o il coraggio. Il suo ultimo incarico è quello di sottrarre Nina, la figlia preadolescente di un politico locale, a un giro di prostituzione minorile.

Recensione:

È arrivata, alla fine ma inevitabilmente, la madre di tutti gli incubi per chi scrive di cinema per lavoro o per semplice passione. Sto parlando di quel film talmente particolare, stravagante, assurdo ma allo stesso ipnotico e magnetico, magari per merito dell’interpretazione eccelsa del protagonista, che costringe l’articolista a porsi un dubbio lacerante: film cult o cagata pazzesca?

“A beautiful day” di Lynne Ramsay, presentato in concorso al Festival di Cannes 2017, rientra a pieno titoli nella categoria.

Dopo che l’ultima immagine è passata sullo schermo resti sulla poltroncina per lunghi minuti, riflettendo su ciò che hai visto e credi d’aver capito di una trama semplice, scarna, con pochi e asciutti dialoghi, ma dove al contempo ogni gesto e parola hanno una valenza simbolica, onirica, metaforica.

Non si tratta di un film per tutti, e probabilmente non diventerà nemmeno un blockbuster campione d’incassi al botteghino. Però è capace di catturare e quasi stordire lo spettatore, portandolo dentro una storia dove il confine tra sogno e realtà semplicemente non esiste.

Joaquin Phoenix regala una performance all’altezza del suo talento e della sua esperienza, confermando di essere un artista poliedrico e camaleontico e di possedere una fisicità e una sensibilità forti, indispensabili per rendere indimenticabile il personaggio di Joe. continua su

http://paroleacolori.com/a-beautiful-day-film-cult-o-catastrofe-incommensurabile/

105) Dopo La Guerra

“Dopo la Guerra” è un film di Annarita Zambrano. Con Barbora Bobulova, Giuseppe Battiston, Orfeo Orlando, Fabrizio Ferracane, Charlotte Cétaire. Drammatico, 100’. Francia 2017

Sinossi:

In seguito all’omicidio di un professore universitario in un agguato terrorista, Marco, ex-militante di estrema sinistra condannato all’ergastolo e rifugiato in Francia grazie alla dottrina Mitterrand, è accusato dallo Stato italiano di essere uno dei cervelli dell’attentato e ne viene chiesta l’estradizione. Decide allora di non consegnarsi ma di trovare il modo di fuggire in America Latina con la figlia Viola adolescente. In Italia sua madre, la sorella e il cognato magistrato finiscono al centro dell’attenzione mediatica.

Recensione:

Auto sulla folla. Estremisti che si fanno esplodere a un concerto o sparano dentro un locale. Morti innocenti sulle strade. Autorità che parlano ai microfoni di innalzate misure di sicurezza, che però non sempre danno i risultati sperati.

La realtà del 2018 è questa, e uno degli elementi più sconcertanti è che a poco a poco ci sta diventando familiare, tanto da non sorprenderci più come le prime volte quando il Tg o i social ci riportano qualche notizia.

Ci stiamo abituando al nuovo clima di terrore che ci circonda, dove prendere un autobus, mangiare al ristorante, andare a un concerto sono azioni rischiose, che potrebbero trasformarci in bersagli.

L’Italia, rispetto ad altri paesi europei meno abituati a questo nuovo tipo di guerra, ha già vissuto in passato sulla propria pelle gli anni del terrorismo rosso e nero, piangendo vittime innocenti oltre che servitori dello Stato brutalmente uccisi perché colpevoli di adempiere al proprio dovere.

Le Brigate Rosse sono state sconfitte grazie all’impegno e alla collaborazione tra forze dell’ordine e politica, che non hanno avuto timore di usare in certi casi anche il pugno duro, ma molti degli uomini e delle donne che scelsero la lotta armata come mezzo per esprimere il proprio dissenso politico sono riusciti a evitare il carcere, rifugiandosi in Francia.

Poterono contare in questo senso sull’appoggio dell’allora Presidente Francois Mitterrand, che volle considerare i terroristi italiani come militanti politici, meritevoli di asilo e di protezione.

La dottrina Mitterrand, pur non essendo mai diventata una legge, è stata confermata e applicata fino al 2002, quando il presidente Sarkozy fece cadere questa “consuetudine normativa”, riaprendo una pagina dolorosa e complessa della nostra storia.

“Dopo la guerra” di Annarita Zambrano inizia con un vibrante dibattito tra un professore universitario e i suoi studenti. Costretto a lasciare l’aula per una contestazione, l’uomo viene brutalmente ucciso da due giovani, in un modo che ricorda da vicino il modus operandi delle Brigate Rosse.

Nel corso dell’indagine che segue all’omicidio, la magistratura italiana chiede l’estradizione dalla Francia di Marco (Battiston), un brigatista fuggito ormai da vent’anni. L’uomo non ha però nessuna intenzione di tornare in patria e trascina la figlia Viola (Cétaire) in un tentativo disperato di fuga per evitare l’arresto.

“Dopo la guerra” racconta una storia già vista, ma lo fa, almeno, introducendo due novità. La prima è la scelta di ampliare la prospettiva del racconto, includendo non solo Marco ma anche la sua famiglia d’origine, rimasta in Italia. La seconda è mostrare quanto il peso del passato dell’uomo condizioni il futuro di Viola, che si ritrova coinvolta, senza possibilità di esprimere il suo dissenso. continua su

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104) L’Isola Dei Cani

Il Biglietto d’acquistare per “L’Isola Dei Cani” è: Ridotto (Con Riserva).

“L’isola dei Cani” è un film d’animazione in “Stop Motion del 2018 scritto e diretto Wes Anderson, con le voci originali di : Scarlett Johansson, Bryan Cranston, Liev Schreiber, Tilda Swinton, Edward Norton, Bill Murray, Greta Grewing.

Sinossi:
Wes Anderson torna all’animazione con la sperimentata tecnica a passo uno (vedi Fantastic Mr Fox), a partire questa volta da una storia originale ambientata in una dimensione distopica, in cui uomini e animali antropomorfi convivono. Nel futuro 2037, la crescita incontrollata dei cani e la diffusione di una misteriosa “influenza canina” impone al sindaco della città di Megasaki, nell’arcipelago giapponese, di adottare una drastica misura d’emergenza: mettere in quarantena tutti i cani del Paese, segregandoli su un’isola destinata all’accumulo di rifiuti e immondizia.
In seguito alla scomparsa del suo cane da guardia Spots, un dodicenne di nome Atari Kobayashi dirotta eroicamente un piccolo aeroplano e lo pilota fino all’Isola dei cani. Dopo il brusco atterraggio, viene soccorso da un manipolo di meticci, disposti a tutto pur di sfuggire alla deprimente condizione in cui versano. Commossi dal coraggio e dalla devozione del ragazzino nei confronti dell’animale domestico smarrito, Capo (voce originale di Bryan Cranston), Rex (Edward Norton), Boss (Bill Murray), Duke (Jeff Goldblum) e King (Bob Babalan), si impegnano a proteggerlo dagli uomini che gli danno la caccia e scortarlo nel pericoloso viaggio che deciderà il destino dell’intera Prefettura.
Recensione:
È possibile scrivere e realizzare pellicole di critica politica, sociale e culturale senza risultare però faziosi e retorici , regalando allo spettatore una piacevole, poetica, emozionante ed a conti fatti dando vita a un’ ironica opera d’arte?
Si, è possibile, se il regista ha il nome di Wes Anderson.
Il regista americano con il suo ultimo delicato e divertente film d’animazione in Stop motion “L’Isola Dei Cani”, presentato alla 68 Berlinale, ha dimostrato ancora una volta tutto il suo talento, creatività e sensibilità artistica ed umana.
“L’Isola Dei Cani” è un semplice quanto potente ed incisivo manifesto contro ogni forma di razzismo, intolleranza, sopruso ed abuso della politica.
“L’Isola dei Cani” è una storia lineare, chiara, forse prevedibile in alcuni passaggi narrativi e lenta sul piano del ritmo, ma ciò nonostante affascina, colpisce e coinvolge il pubblico.
Wes Anderson omaggia ancora una volta la cultura giapponese, riuscendo a mescolare l’anima nipponica con quella americana, gettando le basi per una struttura narrativa efficace ed incisivo.
Ci piace ricordare un passaggio del film quando uno dei cani protagonisti della storia chiede direttamente allo spettatore “Da quando noi cani siamo diventati pericolosi per voi umani? Perché ci Odiate? Perché ci volete confinare nell’isola dei rifiuti?”
Una domanda tenera, ingenua, stupita che potrebbe dire oggi un qualsiasi immigrato regolare che vive nel nostro Paese.
Anderson racconta attraverso la metafora dei cani come sia in atto un imbarbarimento della nostra società e come sia sufficiente un’azzeccata campagna mediatica per influenzare e condizionare in modo negativo l’opinione pubblica.
Nessun Muro è giustificabile. Nessuna razza umana od animale può essere deportata per fini politici o propagandistici. continua su

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103) 1945

“1945” è un film del 2018 diretto da Ferenc Török, scritto da Gábor T. Szántó e Ferenc Török, basato sul racconto “Homecoming” di Gábor T. Szántó, CAST ARTISTICO István Szentes, notaio/ vicario: Péter Rudolf, Anna Szentesné, moglie del vicario: Eszter Nagy-Kálózy, Árpád Szentes, figlio del vicario: Bence Tasnádi Jancsi Tamás Szabó Kimmel Kisrózsi, futura sposa: Dóra Sztarenki.

Sinossi:
“Ci serve un mondo nuovo, István.” È il 12 agosto 1945, la seconda guerra mondiale volge al termine e trascina dietro di sé i rovinosi strascichi di un orrore ancora tutto da risolvere. Alle 11 in punto, presso la stazione ferroviaria di un piccolo villaggio rurale ungherese, due misteriosi stranieri vestiti di nero scendono dal treno. È il giorno delle nozze del figlio del vicario, Árpád, con una giovane contadina, Kisrózsi, e nel villaggio si percepisce una certa agitazione. All’ombra dell’occupazione delle truppe sovietiche, mentre fervono i preparativi per il matrimonio, i due uomini, due ebrei, probabilmente padre e figlio, scaricano da un vagone del treno due casse che recano l’etichetta “profumi”, le caricano su un carro e si incamminano verso il villaggio. Nel giro di poche ore tutto cambia. L’influente vicario del villaggio, István Szentes, comincia a sospettare che i due uomini possano essere gli eredi dei concittadini ebrei deportati dai nazisti e teme che questi possano essere tornati per reclamare i beni che gli abitanti della cittadina hanno acquisito illegalmente durante la guerra. La lenta e silenziosa marcia dei due sconosciuti genera in tutti gli abitanti un panico che rivela quanto la vita di ognuno di loro sia ancora drammaticamente legata alla tragedia della deportazione di cui si sono resi, più o meno direttamente, complici. Il dolente incedere dei due ebrei scandisce il tempo della storia, mentre segreti, colpe, rimorsi, violazioni e tradimenti del passato cominciano a riemergere nell’intreccio delle relazioni tra i personaggi.

Recensione:
La storia, purtroppo, è scritta da vincitori.
Gli storici o presunti tali che si arrogano il diritto di scrivere testi anche per uso scolastico sono spesso condizionati dall’ideologia e dai pregiudizi.
Quando dunque la Storia ha diritto di parola? Quando è possibile ottenere, sapere una verità storica?
Volendo evitare delicate e controverse religiose sulla fine del mondo, che cosa deve fare un povero cristo per avere qualche nozione storica seria e credibile?
Aspettare pazientemente.
Si, perché Il Tempo oltre essere galantuomo è senza dubbio il migliore storico che possa esserci su piazza.
La seconda guerra mondiale, l’Olocausto, la Soluzione Finale, scatenata, voluta e realizzata dai nazisti, sono ancora oggi argomenti tabù e portatori di polemiche infinite tra l’opinione pubblica
Tutti concordi, ovviamente, nel definire come male assoluto il nazismo ed Adolf Hitler come terribile incarnazione del Male sulla Terra.
Tutti solidali con il popolo ebraico per i milioni di vittime della “Shoah” e pronti a ripetere “Mai più”.
Ma chiediamoci con un pizzico di sano cinismo: l’Olocausto, pagina più orribile, tragica e vergognosa del secolo scorso, è successo “solamente per merito” dell’efficienza tedesca oppure l’eliminazione degli ebrei fece comodo anche all’innocente e buono uomo della strada?
No, caro spettatore, non inorridire al solo pensiero, perché la verità, quella vera è tragicamente brutta, sporca e fa male.
“1945” di Ferenc Török si prende la coraggiosa e rischiosa responsabilità di raccontarla questa scomoda verità, facendo conoscere al pubblico e soprattutto alle nuove generazioni, quanto furono numerosi e variegati i “responsabili” non nazisti dell’Olocausto.

“1945” è un magnifico quanto tragicomico affresco delle miserie umane e come l’uomo per meri interessi economici e personali sia disposto a compiere qualunque cosa: anche una falsa delazione di un vicino ebreo e consegnarlo ai campi di sterminio.
Ferenc Torok conduce lo spettatore in un piccolo villaggio dell’Ungheria, ormai invasa dai sovietici e prossima a diventarne uno Stato satellite.
Il mondo è un cumulo di macerie e di morte, soffia il vento del cambiamento sull’Europa e sull’Ungheria, ma prima di qualunque cosa per i protagonisti di questa storia è necessario fare i conti con la propria coscienza e con il proprio passato.


Anche in questo paesino ungherese sono stati deportati intere famiglie di ebrei, ma con la fattiva collaborazione dell’avido notaio e vicario István Szentes, smanioso di mettere le mani sui beni di questa povera gente.
Ma non è stato solamente Szentes a vendere “gli ebrei”, altri suoi bravi concittadini hanno reso falsa testimonianza, avendo in cambio case e negozi.
Dovrebbe essere un giorno di festa per Istvan Szentes in quanto il suo unico figlio maschio sta per sposare una bella quanto povera contadina, ma ben presto la festa diventa psicodramma.
L’arrivo di due misteriosi e silenzi ebrei alla stazione del paese genera panico e timore tra i responsabili della congiura compiuta anni prima.


Il terrore di perdere “la robba” dà il via a una paradossale e grottesca psicosi collettiva alimentata dai sensi di colpa e dalla consapevolezza di dover pagare il conto della loro inumana avidità. continua su

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