92) Doppio Amore

Il biglietto da acquistare per “Doppio amore” è:
Neanche regalato (con riserva). Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Doppio Amore ” è un film di François Ozon. Con Jacqueline Bisset, Marine Vacth, Jérémie Renier. Thriller, 110’. Francia, 2017

Sinossi:

Chloé ha un dolore che non passa. Giovane donna fragile, somatizza un segreto che custodisce nel ventre e affronta in terapia. Paul, lo psichiatra, la ascolta senza dire niente fino al giorno in cui decide di mettere fine alle sedute. La seduzione che Chloé esercita su di lui è incompatibile con la deontologia professionale. Ma Chloé ricambia il sentimento di Paul e trasloca la sua vita (e il suo gatto) nel suo appartamento. Tutto sembra volgere al meglio, quando scopre che il compagno le nasconde la sua parte oscura: Louis, gemello monozigote che svolge la stessa professione in un altro quartiere di Parigi. Intrigata, prende un appuntamento. L’attrazione è fatale. Chloé li ama entrambi, uno con dolcezza, l’altro con bestialità. Alienata e divisa, scende progressivamente all’inferno.

Recensione:

Non lo sapremo mai con assoluta certezza, ma la sensazione diffusa tra i giornalisti al termine dell’anteprima stampa dell’ultimo film di François Ozon, è che il regista francese abbia cercato di realizzare in un colpo solo due sogni erotici diffusi: avere una relazione con due gemelle e innamorarsi della propria terapista.

Proprio su questi due elementi si basa l’intero architrave drammaturgico di “Doppio amore” (L’amant double), presentato in concorso al Festival di Cannes 2017

Lo spettatore fa da subito una conoscenza assai intima di Chloe (Vatch), giovane e bella protagonista della nostra storia, grazie all’inusuale scelta di Ozon d’aprire il film entrando letteralmente dentro la donna, mentre è in visita dal ginecologo.

La donna soffre di bruciori di stomaco da qualche tempo e dopo aver fatto tutti gli accertamenti possibili decide di consultare anche uno psichiatra, per capire se l’origine del dolore sia di natura psicosomatica più che fisica.

Chloe inizia così un percorso terapeutico con il fascinoso Paul (Renier), che viene fatalmente sedotto dalla bellezza malinconica di lei, realizzando il più classico dei transfer, ma in senso inverso.

I due, innamorati e felici, decidono di andare a convivere per coronare questa favola d’amore… favola che però ben presto assume tinte oscure, quando Chloe scopre che Paul le ha tenuta segreta l’esistenza di un fratello gemello, Louis, anche lui psichiatra ma caratterialmente opposto, irruente, vanesio e sicuro di sé.

Chloe ne rimane attratta, tanto da iniziare con lui un’appassionata relazione clandestina e dando vita così a un fatale quanto travolgente triangolo.

Un triangolo in cui si fatica a comprendere dove finisca la realtà e abbia inizio l’onirico, tanto che chi guarda spesso di perde in questa sorta di ginepraio drammaturgico costruito da Ozon, infarcito anche di citazioni ed omaggi cinematografici continua su

http://paroleacolori.com/doppio-amore-una-donna-si-innamora-fatalmente-di-due-gemelli/

Annunci

91) The Silent Man

Il biglietto da acquistare per “Silent Man” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio (con riserva). Ridotto. Sempre.

“The Silent Man” è un film di Peter Landesman. Con Diane Lane, Kate Walsh, Liam Neeson, Maika Monroe, Marton Csokas, Ike Barinholtz. Biografico, 103′. USA, 2017

Sinossi:

Washington, 1972. Mark Felt (Neeson) è il vicedirettore dell’FBI, quando il suo capo, il temibile J. Edgard Hoover, muore lasciando vacante la poltrona di direttore. Ddelfino ed erede designato di Hoover, Felt viene messo da parte in favore di Pat Gray (Csokas), legato a doppio filo con la Casa Bianca. Mancano circa duecento giorni alle elezioni presidenziali, il Repubblicano Richard Nixon si aspetta una riconferma e la sua campagna elettorale non risparmia i colpi bassi: fra questi, una pesante intrusione nella sede del Partito Democratico. È l’inizio dello scandalo Watergate e le indagini dell’FBI vengono chiaramente ostacolate dalla presidenza.

Recensione:

Chi era Mark Felt (1913-2008) – alias “gola profonda“? Cosa significò per gli Stati Uniti e per il mondo della stampa il caso Watergate, che portò alle dimissioni del presidente Richard Nixon?

Chi ha avuto modo di vedere il film “The Post” di Steven Spielberg con protagonisti Meryl Streep e Tom Hanks (qui la recensione) sarà in grado, almeno in parte, di rispondere a queste domande.

Per i diversamente ignoranti, e per chi non ha avuto modo o voglia di documentari, ecco che il mondo del cinema offre un altro appello. “The silent man” di Peter Landesman è infatti, involontariamente, un sequel, un film complesso, articolato, denso di passaggi politici e istituzionali che probabilmente non saranno di facile comprensione per il grande pubblico.

Landesman decide di raccontare il caso Watergate dalla prospettiva dell’uomo che mise in ginocchio la Casa Bianca, rendendo pubblico il contro-sistema di potere costruito negli anni da Nixon. Soprannominato dalla stampa “gola profonda”, ha rivelato la sua identità nel 2005, in un’intervista a “Vanity Fair”. Si chiamava Mark Felt e per trent’anni è stato vicedirettore dell’Fbi.

“The silent man” è un thriller politico, uno spy movie in cui non si assiste né a inseguimenti né a sparatorie, interamente costruito sul personaggio di Felt (Neeson).

Se convincente appare il racconto dell’uomo pubblico (non un eroe nel senso classico del termine, ma qualcuno che ha ben chiara la differenza tra giusto e sbagliato), meno incisivo è quello della sua sfera privata. continua su

http://paroleacolori.com/the-silent-man-trhiller-politico-con-liam-neeson/

90) La Casa sul Mare

Il biglietto d’acquistare per “La Casa sul mare/ La Villa” è: Ridotto (Con Riserva)

“La Casa sul Mare/ Villa” è un film del 2017 diretto da Robert Guédiguian , scritto da Serge Valletti, Robert Guédiguian, con : Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Gérard Meylan, Jacques Boudet, Anaïs Demoustier, Robinson Stévenin.

Sinossi:
Quando l’anziano padre subisce un ictus che lo rende non più autosufficiente, Joseph e Angèle raggiungono il fratello Armand nella casa di famiglia per aiutarlo. Per i fratelli che non si riuniscono in quel luogo da più di vent’anni, è l’occasione di fare insieme un bilancio esistenziale.
Recensione:
L’ improvviso quanto tragico malore di un anziano genitore, spesso si tramuta, per i figli grandi accorsi al suo capezzale, nel pretesto per un ‘amara e definitiva resa dei conti, rinviata da molto tempo.
Ed ancora più spesso con il corpo ancora saldo del genitore, hanno inizio furiosi litigi per vecchie incomprensioni e dispute sull’eredità.

“La Villa” di Robert Guèdiguian, presentato in concorso alla 74 Mostra cinematografica di Venezia, ha proprio questo incipit narrativo e scenico facendo pensare, erroneamente, al pubblico di dover assistere alla classica e scontata guerra fraterna sulla “robba” in salsa francese.
Fortunatamente per lo spettatore “La villa” si rivela essere narrativamente tutt’altro.
I tre fratelli, dopo tanti anni di distanza non solamente fisica, si riuniscono intorno al padre morente, “approfittando” di questa condizione per stilare un bilancio delle loro esistenze segnate da delusioni professionali e dolori personali e soprattutto trovando il modo di chiarire e appianare le loro vecchie divergenze.
La morte imminente del vecchio patriarca diventa la cornice narrativa in cui il regista Guèdiguian dà vita a una comune seduta familiare di auto analisi: impietosa, sincera e dura.
Joseph (Darrosuin) è un ex operaio divenuto poi dirigente, messo forzatamente in pensione dalla sua azienda. L’uomo vive con profondo disagio e cinico questa sua nuova condizione altresì costretto, suo malgrado, a prendere atto della fine della storia d’amore con la giovane ed inquieta fidanzata Berangère (Demoustier).
Angele (Ascaride) è una famosa attrice teatrale di mezz’età, ma emotivamente distrutta dalla precoce e tragica morte della sua unica figlia, avvenuta anni prima proprio qui alla Villa.
Infine Armand (Meylan) è l’unico fratello rimasto a vivere alla Villa ed a credere al progetto paterno di rendere la Casa sul mare, un luogo aperto, accogliente, semplice in cui uomini e donne potessero condividere le gioie e dolori delle rispettive vite.
I tre fratelli sono tre anime inquiete, arrabbiate, deluse dal mondo e dalla vita, ma il ritrovarsi insieme segna l’opportunità di poter scrivere una nuova pagina felice della loro esistenza. continua su

http://www.nuoveedizionibohemien.it/index.php/appuntamento-al-cinema-54/

89) Io sono Tempesta

Il biglietto da acquistare per “Io sono Tempesta” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Io Sono Tempesta” è un film di Daniele Luchetti. Con Marco Giallini, Elio Germano, Eleonora Danco, Jo Sung, Francesco Gheghi, Carlo Bigini. Commedia, 97′. Italia, 2018

Sinossi:

Il finanziere Numa Tempesta (Giallini) sta per avviare un grande progetto immobiliare in Kazakistan. Ma proprio al momento di chiudere le trattative con gli investitori internazionali i suoi avvocati lo informano che dovrà scontare una condanna per frode fiscale: non in carcere, che gli avvocati sono riusciti ad evitargli, ma prestando servizi sociali presso un centro di accoglienza. Passaporto e cellulare gli vengono ritirati da Angela (Danco), che gestisce il centro, e Numa è adibito a vari compiti di assistenza – compreso quello di tenere puliti i bagni comuni.

Recensione:

Un facoltoso quanto spregiudicato imprenditore italiano è condannato in via definitiva per frode fiscale. L’uomo ha davanti a sé due scelte: andare in carcere o scontare la pena svolgendo lavori socialmente utili.

Questa storia ti ricorda qualcosa, mio scaltro lettore? Ti fa tornare in mente un fatto di cronaca risalente magari al 2013? Ebbene sì, ci hai visto giusto! L’imprenditore in questione di nome faceva Silvio Berlusconi, e scontò la sua pena presso la struttura per anziani di Cesano Boscone.

Il film “Io sono Tempesta” ha avuto una gestazione complessa e articolata, come hanno ammesso gli stessi sceneggiatori in conferenza stampa.

L’idea di partenza era appunto quella di prendere spunto dal caso politico-giudiziario sopracitato per raccontare uno spaccato tragicomico del nostro Paese, che starà anche cambiando ma non riesce proprio a lasciarsi alle spalle i suoi atavici difetti.

Ma in fase di scrittura, Luchetti e gli altri si sono resi conto che sarebbe stato riduttivo e probabilmente banale descrivere solo la caduta dell’uomo politico. La pellicola ha subito così una svolta da favola buffa, con toni più grotteschi che dark.

Obiettivo: dimostrare come nella società di oggi – avida, egoista e asservita al dio denaro – sia più facile corrompere un uomo per bene che riabilitare un evasore.

Se l’idea era buona, non lo è altrettanto la realizzazione. “Io sono Tempesta” risulta infatti forzato e poco convincente, sia sul piano narrativo che su quello registico e interpretativo. continua su

http://paroleacolori.com/io-sono-tempesta-italia-cambia-ma-resta-legata-ai-suoi-difetti/

88) Nella tana dei Lupi

Il biglietto da acquistare per “Nella tana nei lupi” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Nella Tana Dei Lupi” è un film di Christian Gudegast. Con Gerard Butler, Pablo Schreiber, O’Shea Jackson Jr., 50 Cent, Jordan Bridges. Azione, 140′. USA, 2018

Sinossi:

«Big Nick» O’Brien (Butler) dirige una squadra anticrimine a Los Angeles, la capitale mondiale del cinema e delle rapine in banca. Una rapina più sanguinosa delle altre, con poliziotti abbattuti per rubare un furgone blindato vuoto, gli ha tolto il sonno. Piantato dalla moglie, che non sopporta più il suo stile di vita, O’Brien si butta a capofitto nel lavoro. Con un manipolo di uomini indaga sul crimine e incontra Donnie (Jackson Jr.), gestore di un pub e chiave di accesso al mistero. In una corsa contro il tempo, O’Brien deve vedersela con un cattivo professionista che ha deciso di espugnare la Federal Reserve Bank, un palazzo governativo ritenuto impenetrabile, per trafugare trenta milioni di dollari ritirati dalla circolazione e destinati al macero. Ma O’Brien ancora non lo sa.

Recensione:

Qual è, secondo voi, la città con il più alto tasso di rapine in banca al mondo? Los Angeles. Avete letto bene, non è uno scherzo. Se vivete qui avete più possibilità di tenere i vostri risparmi al sicuro mettendoli sotto il materasso che in un caveau.

Lo sceneggiatore e regista Christian Gudegast, per il suo esordio “Nella tana dei lupi”, ha raccontato di aver preso spunto da una parte dal saggio “Where’s the money”, che racconta come la città californiana sia diventata la capitale mondiale delle rapine, dall’altra da una foto scattata alla Federal Reserve Bank, che ritrae un’enorme vasca piena di banconote.

Il risultato è una storia originale, intensa e ricca di colpi di scena, che mostra con autenticità l’escalation della criminalità negli Stati uniti – che si avvantaggia del commercio e della diffusione illegale di armi.

Oggi, purtroppo, la realtà ha superato qualsiasi tipo di finzione, e davanti all’ennesimo servizio televisivo su sparatorie, morti in strada, poliziotti violenti e aggressivi distinguere tra bene e male diventa complicato. È somigliare ai criminali a cui si da la caccia, la ricetta per vincere la “guerra”?

Lo spettatore se lo chiede durante tutto il film, osservando le squadre guidate da Ray Merriman (Schereiber) e “Big Nick” O’Brien (Buttler). Tutti questi uomini hanno ricevuto un’addestramento militare, sono duri, virili, coraggiosi, pronti a compiere azioni estreme, anche violente, quando necessario. La differenza è che i primi rapinano banche, i secondi cercano di fermarli. continua su

http://paroleacolori.com/nella-tana-dei-lupi/

87) Un Ragazzo Normale (Lorenzo Marone)

“Un Ragazzo Normale” è un romanzo scritto da Lorenzo Marone e pubblicato da Feltrinelli Editore nel febbraio 2018.
Sinossi:
Mimì, dodici anni, occhiali, parlantina da sapientone e la fissa per i fumetti, gli astronauti e Karate Kid, abita in uno stabile del Vomero, a Napoli, dove suo padre lavora come portiere.
Passa le giornate sul marciapiede insieme al suo migliore amico Sasà, un piccolo scugnizzo, o nel bilocale che condivide con i genitori, la sorella adolescente e i nonni.
Nel 1985, l’anno in cui tutto cambia, Mimì si sta esercitando nella trasmissione del pensiero, architetta piani per riuscire a comprarsi un costume da Spiderman e cerca il modo di attaccare bottone con Viola convincendola a portare da mangiare a Morla, la tartaruga che vive sul grande balcone all’ultimo piano. Ma, soprattutto, conosce Giancarlo, il suo supereroe. Che, al posto della Batmobile, ha una Mehari verde. Che non vola né sposta montagne, ma scrive. E che come armi ha un’agenda e una biro, con cui si batte per sconfiggere il male.
Giancarlo è Giancarlo Siani, il giornalista de “Il Mattino” che cadrà vittima della camorra proprio quell’anno e davanti a quel palazzo.
Nei mesi precedenti al 23 settembre, il giorno in cui il giovane giornalista verrà ucciso, e nel piccolo mondo circoscritto dello stabile del Vomero (trenta piastrelle di portineria che proteggono e soffocano al tempo stesso), Mimì diventa grande. E scopre l’importanza dell’amicizia e dei legami veri, i palpiti del primo amore, il valore salvifico delle storie e delle parole.
Perché i supereroi forse non esistono, ma il ricordo delle persone speciali e le loro piccole grandi azioni restano.

Recensione;
Chi sono i supereroi? Che cosa significa essere un supereroe?
Quali dovrebbero essere i veri modelli di riferimento per le generazioni d’oggi?
Viviamo un ‘ epoca storica in cui un ragazzo concepisce l’eroismo solo tramite la visione di un film della Marvel oppure nella vita reale applaudendo le gesta o le parole di un calciatore od al massimo d’un improvvisato YouTubers.

Probabilmente siamo stati noi stessi ad aver contribuito a generare questo perverso cortocircuito simbolico oltre che linguistico sulla vera essenza e forma di un eroe.
Siamo un Paese dove un giovane aspirante giornalista di 25 anni, diventa tragicamente un eroe, solamente perché nell’iniziare la propria carriera decide di scrivere scomodi quanti efficaci articoli sulla camorra.
Un ‘onesta intellettuale e professionale, quella di Giancarlo Siani, pagata con la propria vita.
Giancarlo Siani cosi chiamava, un ragazzo come tanti, che scriveva articoli per il Mattino di Napoli sperando, un giorno, di diventare un giornalista professionista.
Il 23 settembre del 1985 Giancarlo fu vittima di un vile agguato a pochi metri da casa sua, “colpevole” agli occhi della camorra d’aver scritto dei fastidiosi articoli sulle loro attività criminali
Lorenzo Marone ha voluto ricordare ed omaggiare la figura di Giancarlo Siani, decidendo però di costruire il suo nuovo romanzo “Un Ragazzo Normale”, “mescolando” realtà e finzione.
Un escamotage drammaturgico, in vero non originale, avendolo già utilizzato solamente qualche anno fa Alessandro D’Avenia con il suo libro “Ciò che Inferno non è ”, con il medesimo scopo di ricordare un’altra vittima di mafia: Don Pino Puglisi.
“Un Ragazzo Normale” è narrativamente e strutturalmente impostata e raccontata al lettore da una parte come una sorta “Stand by me” e dall’altra nella modalità di “coming age” ambientato nel 1985 a Napoli, con protagonista l’adolescente Domenico, detto “Mimi”. Un ragazzo atipico rispetto ai suoi coetanei, desideroso di leggere libri, di conoscere nuove e diverse parole e con l’ambizione di migliorare studiando la propria condizione sociale e culturale,
Mimi utilizza già linguaggio forbito sbalordendo i suoi coetanei e soprattutto la sua umile quanto dignitosa famiglia che vive in un alloggio destinato al portiere.
Mimi avverte dentro di sé la voglia oltre il desiderio d’andare oltre il proprio destino familiare e di compiere atti straordinari nella propria vita, come gli eroi dei suoi amati fumetti,
Mimi cerca altresì un modello, un mentore a cui ispirarsi per intraprendere la sua personale formazione da eroe, decidendo così “d’investire” di questo delicato incarico nientemeno che Giancarlo Siani, suo vicino di casa.
“Un Ragazzo Normale” diventa così la storia di una breve, toccante e divertente amicizia tra Mimi e Giancarlo, con il secondo, dapprima riluttante e poi divertito, nell’assumersi anche “la responsabilità” di spiegare il senso della vita al nostro giovane protagonista.
“Le cose, Mimì, possono cambiarle solo gli uomini. Il Male viene dagli uomini e solo gli uomini possono combatterlo. Più che Eroi, c’è bisogno di gente che ci creda, persone che aspirino a cambiare le cose in meglio”
E poi come riuscire a conquistare l’attenzione e poi il cuore dell’amata ed inarrivabile Viola
“L’Amore è l’unica cosa che ci permette di vincere la morte…”
Ispirando a Mimi, la dedica forse più bella che si possa scrivere nel donare a Viola una cassetta di Vasco Rossi
“Se fossi un supereroe, la mia unica missione sarebbe proteggerti”.
“Un Ragazzo Normale” racconta al lettore la bellezza e l’orrore della vita nell’arco di pochi caratterizzata purtroppo dalla conclusione dell’età dell’innocenza da parte di Mimì nella parte finale del romanzo.
Mimi diventa adulto assistendo impotente all’assassinio del suo supereroe Giancarlo, e nello stesso tempo sarà questo luttuoso evento ad indicargli il suo percorso di vita, ispirato dalle parole e dalla frequentazione di Giancarlo.
“Perché un supereroe è tale non tanto per i suoi straordinari talenti quanto nella capacità d’ascoltare veramente il prossimo e d’essergli vicino nei momenti decisivi della vita”. Parole semplici quanto potenti dette da un ragazzo normale quanto unico: Giancarlo Siani.

86) Il Cratere

Il biglietto da acquistare per “Il cratere” è:
Neanche regalato (con riserva). Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Il Cratere” è un film di Luca Bellino, Silvia Luzi. Con Sharon Caroccia, Rosario Caroccia, Tina Amariutei, Assunta Arcella, Imma Benvenuto. Documentario, 93′. Italia, 2017

Sinossi:

Sharon, 13 anni, è l’unica speranza di riscatto per suo padre Rosario, proprietario di una bancarella da luna park. La ragazzina, infatti, sa cantare nello stile neomelodico napoletano e fin da quando era bambina si esibisce davanti ai clienti della bancarella. Ma Rosario vuole di più, e nella sua ambizione si trasforma in un padre padrone, uno Zampanò contemporaneo asservito alle logiche di popolarità dei talent show televisivi e di quel sottobosco di “produttori musicali” che nutre (per lo più false) speranze a suon di bigliettoni.

Recensione :

Se volete scoprire tutto quello che un padre NON dovrebbe mai fare nei confronti di un figlio, “Il cratere” è il film giusto per voi.

Silvia Luzi e Luca Bellino, al loro primo lungometraggio, decidono di portare lo spettatore all’interno della famiglia Caroccia, mettendo al centro la figura del padre Rosario e il suo travagliato rapporto con la figlia tredicenne Sharon.

Sharon è una ragazzina come tante, che fin da piccola ha mostrato una certa attitudine per il canto. Per papà Rosario questo talento è un’opportunità per cambiare vita, cogliendo quel successo che lui ha sempre sognato.

I Caroccia sono una famiglia povera ma onesta e lavoratrice, ma quando Rosario crede d’aver trovato la canzone giusta per lanciare la carriera di Sharon, non esita a utilizzare ogni risorsa economica disponibile, imponendo sacrifici a tutti i suoi cari. Perché per lui incidere la canzone e portare la figlia a esibirsi in tv è diventata una vera ossessione…

“Il cratare” racconta una storia molto attuale, per alcuni aspetti tragicomica.

Luzi e Bellino riescono a incuriosire lo spettatore, grazie soprattutto a uno stile realistico. Ma dopo un inizio promettente, l’impianto drammaturgico si rivela debole, ripetitivo e nel finale confuso, senza una vera identità. continua su

http://paroleacolori.com/il-cratere-delicato-rapporto-padre-figlia-in-un-documentario/

85) Mio Caro Serial Killer ( Alicia Gimènez Bartlett)

“Mio caro serial Killer” è un romanzo scritto da Alicia Gimènez -Bartlett e pubblicato da Sellerio Editore nell’Aprile 2018.

Sinossi:
Morte, follia, solitudine in una storia nera che racconta la Spagna di oggi. La nuova attesissima avventura di Petra Delicado, l’ispettrice con più carattere e intelligenza del romanzo giallo contemporaneo.

Recensione:
Quando ci innamoriamo, ammettiamolo, siamo capaci di compiere atti irrazionali, impensabili ed in alcuni casi anche tragici.
Si può amare fin a morire come altresì impazzire per colpa dell’amore
Un pazzo d’amore fa meno paura di una persona afflitta da un disturbo mentale?
Una cronica solitudine sentimentale può essere vista come l’anticamera di un disagio mentale?
Stai sereno, caro lettore, non voglio tediarti con le mie elucubrazioni mediche/sentimentali, quanto però avvisarti che la nuova indagine della tosta e brillante ispettrice Petra Delicado sarà molto diversa rispetto alle precedenti.
Infatti Alicia Gimènez -Bartlett con “Mio caro Serial Killer” ha deciso coraggiosamente d’affrontare e soprattutto di cimentarsi su due tematiche quanto mai delicate e attuali nella nostra società: la salute mentale e l’involuzione e degenerazione del corteggiamento in questo nuovo millennio.
“Mio Caro Serial Killer” racconta quanto possa rivelarsi difficile se non impossibile per una donna di mezz’età, rimasta vedova o single per scelta, trovare un compagno con cui condividere dei piacevoli momenti anche sessuali, senza dover obbligatoriamente formalizzare e definire il rapporto.
I giovani, ormai incapaci di relazionarsi dal vivo. si affidano ai social network o al costante “fiorire” di app specializzate nel “mordi e fuggi sentimentale”,
Quelli più “vecchi” o comunque meno smaliziati con la tecnologia si affidano alla “professionalità” di pseudo agenzie d’incontri, che non fanno altro che “lucrare” sulla solitudine di queste persone.
Petra Delicado e il suo fedele collega ed amico Fermin Garzon saranno costretti, assai riluttanti, a collaborare con Roberto Fraile, giovane e scrupoloso ispettore della Polizia Autonoma della Catalogna(Mossos), nella difficile e misteriosa risoluzione di una serie d’omicidi per mano di un possibile serial killer.
Un pericoloso psicopatico sta terrorizzando la città di Barcellona, uccidendo in modo cruento e violento donne di mezz’età e non, tutte accomunate d’essere state cliente della stessa agenzia d’incontri.
Perché tanta ferocia da parte dell’assassino? Si tratta davvero di un serial killer?
“Mio caro serial Killer” è un romanzo cruento quanto malinconico in cui la Gimenez evidenzia quanto pur vivendo nell’era dei social e dell’effimera apparenza, una persona possa sentirsi sola e vittima di predatori ed imbroglioni.
“Mio caro serial Killer” è anche però il felice e riuscito battessimo di un inedito quanto bizzarro trio investigativo, che dopo un iniziale diffidenza e freddezza umana, riesce a trovare il modo di lavorare insieme alternando momenti di leggerezza ad altri di grande tensione e coinvolgimento a livello di crime.
Roberto è un poliziotto instancabile, ma ben presto il lettore si renderà conto che il suo essere caterpillar non è animato dal desiderio di visibilità e prestigio quanto piuttosto dalla necessità d’usare il proprio lavoro come “anestetico” contro il doloroso segreto che affligge la propria sfera privata.
“Mio Caro serial Killer” seppure sia nel complesso una lettura godibile, fluida, avvincente ed incalzante, presenta più di una perplessità sia a livello strutturale che nell’intreccio narrativo.
Il lettore rischia più volte di perdere il filo rosso della storia dovendo seguire delle “micro storie” che alla fine risultano forzate ed in parte superflue.
Come invece sarebbe stato più interessante approfondire drammaturgicamente la parte più intima e privata della vita dell’ispettore Roberto, offrendo maggiori emozioni e punti di riflessione al lettore.
Alicia Gimenez propone, nella parte finale, la propria versione di “il delitto perfetto” mescolando forse con eccessiva disinvoltura da una parte la creatività di Alfred Hitchcock, e dall’altra il metodo del confronto all’americana nell’ inchiodare gli assassini all’ultimo e decisivo interrogatorio.
“Mio caro serial killer” è quel genere di romanzo giallo che una volta terminato , spingerà il lettore a riflettere come l’amore possa essere allo stesso tempo fonte di gioia quanto di indicibile violenza e sofferenza.

84) Il Giovane Karl Marx

Il biglietto da acquistare per “Il giovane Karl Max” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio (con riserva). Ridotto. Sempre.

“Il Giovane Karl Marx” è un film di Raoul Peck. Con August Diehl, Stefan Konarske, Vicky Krieps, Olivier Gourmet, Hannah Steele. Biografico, 112′. Francia, Germania, Belgio, 2017

Sinossi:

Alla metà del XIX secolo l’Europa è in fermento. In Inghilterra, Francia e Germania i lavoratori scendono in piazza per protestare contro le durissime condizioni nelle fabbriche, e gli intellettuali partecipano come possono all’opposizione. Uno di loro, il tedesco Karl Marx, a soli 26 anni è costretto a rifugiarsi a Parigi insieme alla moglie Jenny. Qui Karl conosce un suo coetaneo, Friedrich Engels, che, nonostante provenga da una ricca famiglia di industriali, simpatizza con le sue idee rivoluzionarie. Superate le prime resistenze, fra i due nasce una solida amicizia che li porterà a conquistarsi la stima dei capi dei movimenti dei lavoratori. Fino a diventarne leader a loro volta.

Recensione :

Nel 2018 c’è ancora bisogno di leggere e conoscere Karl Marx, le sue idee, la sua opera più importante (“Il Capitale“, ndr)? Alla luce dell’andamento disastroso della sinistra in giro per il mondo verrebbe da dire, cinicamente, anche no.

Ma chi ha tradito chi? È stato Marx a sbagliare, dedicando tutta la vita all’emancipazione dei lavoratori, o sono stati piuttosto i suoi seguaci a svilire le sue idee? Senza voler dare giudizi, ci sentiamo almeno di dire che, se tornasse sulla Terra oggi, Marx avrebbe serie difficoltà a trovare un vero comunista tra i leader politici.

Il biopic di Raoul Peck “Il giovane Karl Marx” si pone l’ambizioso obiettivo di far conoscere, soprattutto ai giovani, questo carismatico personaggio. E lo fa evitando di cadere nel banale e nel retorico, concentrandosi sui primi anni dell’intellettuale, per mostrarne passioni e impeto.

Perché Karl Max non fu solo un pensatore rivoluzionario, ma anche un uomo innamorato, un marito, un padre di famiglia. Su questa sfera privata poco nota e mai veramente approfondita al cinema si concentra il film.

Vicky Krieps, dopo il convincente esordio a fianco di Daniel Day-Lewis ne “Il filo nascosto” (qui la recensione), conferma tutto il suo talento, personalità e magnetismo. Con la moglie di Marx, Jenny, l’attrice ha modo di interpretare una donna libera, coraggiosa, indipendente, ma capace di sostenere il proprio compagno. continua su

http://paroleacolori.com/il-giovane-karl-marx-biopic-classico-con-protagonista-inedito/

83) Quanto Basta

Il biglietto da acquistare per “Quanto basta” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

“Quanto Basta” è un film di Francesco Falaschi. Con Vinicio Marchioni, Valeria Solarino, Luigi Fedele, Nicola Siri, Mirko Frezza. Commedia, 92′. Italia, 2018

Sinossi:

Arturo (Marchioni) è un cuoco stellato caduto in disgrazia a causa del suo temperamento collerico, che gli ha fruttato un arresto per percosse e lesioni aggravate. La pena alternativa che gli è stata comminata è quella di insegnare a cucinare ad un gruppetto di ragazzi autistici affidati ai servizi sociali e supervisionati dalla bella psicologa Anna (Solarino). Nel gruppetto spicca Guido (Fedele), un ragazzo affetto da sindrome di Asperger, che ha un talento innato per l’alta cucina. Guido chiederà ad Arturo di fargli da tutor per un concorso culinario: uno di quelli che lo chef odia e che hanno partorito fenomeni mediatici come il suo acerrimo rivale, il simil-Cracco Daniel Marinari. Riusciranno Arturo e Guido ad aiutarsi a vicenda a superare i rispettivi limiti comportamentali?

Recensione:

Quanto contano, oggi, la semplicità e la linearità nel dimostrare il proprio talento in contrapposizione alle smanie dei cosiddetti tuttologi? E quanto un ragazzo afflitto dalla sindrome di Asperger può rivelarsi affidabile, talentuoso e leale, professionalmente quanto umanamente?

Quanta basta… ci dimostra il regista toscano Francesco Falaschi con il suo quarto lungometraggio, una commedia di incontri, un feel good movie, un film di personaggi, che non ha paura delle emozioni e dei sentimenti positivi.

Volendo suggerire allo spettatore ulteriori suggestioni cinematografiche, potremmo vedere “Quanto basta” come un riuscito ibrido italiano tra due celebri pellicole: l’americano “Rain man” e il francese “Quasi amici” (grazie al collega Valerio Brandi per il brillante suggerimento).

Falaschi e il valido team di sceneggiatori hanno voluto raccontare il mondo dei ragazzi afflitti dalla sindrome di Asperger e le difficoltà quotidiane che si trovano ad affrontare, evitando però di scrivere una storia melensa, retorica o buonista.

L’idea brillante e vincente, piuttosto, è quella di unire il tema culinario a quella sociale, proponendo al pubblico una storia godibile, brillante, autentica e coinvolgente.

Protagonisti il burbero chef stellato Arturo (Marchioni), caduto in disgrazia per colpo del suo caratteraccio, e Guido (Fedele), un giovane aspirante pieno di talento, intenzionato a non farsi fermare dalla sua neurodiversità.

L’inedita coppia formata Vinicio Marchioni e Luigi Fedele si rivela quanto mai azzeccata, empatica, sincera, brillante e intensa. I due attori si completano e compensano a vicenda, sul piano artistico e su quello umano, offrendo due prove di assoluto valore. continua su

http://paroleacolori.com/quanto-basta-una-commedia-sulla-diversita-con-un-grande-luigi-fedele/