252) Kilo Two Bravo, Borsalino City, Lo Scambio

La vita è bella perché varia e soprattutto complessa. Nell’arco di un’esistenza viviamo momenti, sentimenti, azioni anche contrarie e antitetiche. L’uomo è artefice del proprio destino e molto spesso vittima di se stesso e della sua stupidità.
Il Torino Film, come ogni buon festival, si sforza di mostrare e raccontare le diverse sfumature della vita e dell’uomo. Negli ultimi due giorni il vostro cronista ha visto un modo sciocco e amaro di morire, ha apprezzato l’eleganza e la moda italiana e, infine, ha osservato come anche i mafiosi abbiano sentimenti e crisi di coscienza. Ed eccone i risultati…

kilo two bravo

Kilo Two Bravo

L’uomo non riesce a stare in pace, sentendo il costante bisogno di farsi del male.
La guerra è sicuramente più vantaggiosa dal punto di vista economico. Non si spiega in altro modo il fatto che le truppe Nato siano ancora in Afganistan.
Non si sa più chi sia il nemico da combattere, eppure non passa un giorno che non ci sia la morte di un militare. Quanto sangue versato, in nome di cosa e di chi?
Forse sembrerò cinico, ma si può morire lontani da casa per colpa di una mina messa chissà da chi?
Il paradosso delle missioni di pace.
Il film inglese dell’esordiente Paul Katis (sezione “After Hours” del festival) ci racconta un fatto realmente accaduto a un plotone di militari inglesi in Afghanistan nel 2006. Un conflitto di quindici anni che non sembra avere mai una fine. Tanti, troppi militari di diversa nazionalità hanno perso la vita e non sempre durante un conflitto a fuoco. Sì, perche tutto il territorio afghano è pieno di mine antiuomo, posizionate ai tempi dell’invasione sovietica negli anni Ottanta. Anche una semplice operazione di controllo del territorio può essere fatale. Esattamente quello che successe al plotone inglese quando finì bloccato in una sperduta vallata. I militari non si accorsero delle mine e ben presto molti di loro furono feriti quasi mortalmente. Se non fosse un fatto tragicamente vero, si potrebbe affermare che lo spettatore stia assistendo a una vicenda tra il kafkiano e il fantozziano, all’interno di una banale e ordinaria giornata di un conflitto permanente. I soldati inglesi cadono uno dopo l’altro, non per mano nemica, bensì per qualche forza militare straniera che ha scelto di rendere inaccessibile questo luogo sperduto. Lo spettatore assiste alla lenta agonia dei feriti, costretti ad attendere ansiosamente e lungamente i soccorsi e all’eroico impegno dell’ufficiale medico di curarli e rincuorarli con i pochi mezzi a disposizione. È un film bellico, eppure non c’è azione, movimento. Tutta la storia si svolge in pochi metri come se fossimo su un palcoscenico teatrale. Il film è paradossalmente claustrofobico, sebbene da una parte la scena sia limitata e quasi soffocante, dall’altra gli occhi dello spettatore non possono non notare lo sconfinato deserto afghano e le maestose montagne che lo circondano. Una struttura scenica e narrativa che evoca il teatro, ma non ne ha la forza comunicativa ed espressiva. Nonostante le vicende drammatiche, il film non trasmette pathos e coinvolgimento emotivo. La regia, seppure volenterosa e scrupolosa nel ricostruire al meglio le vicende, non è stata capace di dare un’anima al film. Il risultato è un prodotto magari dignitoso artisticamente, ma lento nel ritmo e noioso da vedere. Alla lunga Il cast risulta privo di mordente e carisma interpretativo. Una storia vera e tragica che sicuramente meritava di essere raccontata, ma purtroppo il film non va oltre un biglietto “Omaggio”.

borsalino city

Borsalino City

Noi italiani siamo dei grandi imprenditori. Il “made in italy” è uno dei marchi più richiesti e invidiati al mondo.
Spesso, però, ce ne dimentichiamo, come se i demeriti fossero superiori ai nostri talenti.
A chi avesse questa convinzione si consiglia caldamente di dare un’occhiata all’interessante documentario “Borsalino City” di Enrica Viola, presentato al Festival di Torino nella sezione “Festa Mobile”.
Oggi sono pochi quelli che amano indossare il cappello, un accessorio che fino a qualche decennio fa era per l’uomo non solo necessario, ma indispensabile. Il tipo di cappello raccontava chi fosse l’uomo e a quale categoria sociale appartenesse.
Quello che forse pochi sanno è che la migliore azienda al mondo di cappelli è italiana. È la Borsalino, fondata nel 1857 ad Alessandria da Giuseppe Borsalino, di umili origini, che ha il fiuto di comprendere che coprire la testa dell’uomo sarebbe potuto diventare un grande business. Così, dopo essere emigrato in Francia per apprendere le tecniche dai migliori cappellai d’Europa, Giuseppe sceglie di fondare la sua ditta e di aggredire letteralmente il mercato. La Borsalino, in poco tempo, si impone come azienda leader del settore e, quando nel 1900 all’Esposizione Universale riceve il premio come miglior cappellaio, è l’azione decisiva per farsi conoscere e apprezzare in tutto il mondo. Si sono succeduti con successo e profitto alla guida dell’azienda, dopo la morte di Giuseppe, il figlio Terencio e poi il nipote Nino, espandendo il nome Borsalino e legandolo in maniera forte e incontrovertibile alle parole moda, eleganza e glamour. I cappelli Borsalino sono stati indossati da uomini di Stato, imperatori, scrittori e, soprattutto, attori. Il connubio Borsalino – cinema risale all’inizio degli anni venti, ancor prima della nascita di Hollywood. Non c’era un personaggio, sia esso buono o cattivo, che non indossava come completamento della sua personalità un cappello dell’azienda di Alessandria. Il documentario inizia proprio con l’omaggio dell’attore americano Robert Redford alla Borsalino, che rivela il suo amore per i cappelli al punto di essere andato in “pellegrinaggio” fino ad Alessandria per acquistare il suo cappello preferito. La città di Alessandria vive da sempre in simbiosi con l’azienda. Negli anni d’oro dei cappelli la maggioranza degli abitanti aveva un lavoro nella fabbrica.
Oggi la “Borsalino” non è più in mano agli eredi di Giuseppe e i numeri di vendita sono drasticamente calati dopo che, dagli anni sessanta, la società è profondamente cambiata. Eppure, Borsalino continua a esserci e resta un marchio di qualità e orgoglio italico davanti al quale il mondo non può far altro che togliersi il cappello.

Lo scambio

Lo scambio

Siamo soliti pensare che gli uomini e le donne di mafia non abbiano sentimenti e non sappiano cosa sia la crisi di coscienza.
Nel corso degli anni il cinema e la TV hanno provato a raccontare e a mettere in scena la realtà, mafiosa cercando di spiegarne soprattutto la mentalità. È difficile però comprendere fino in fondo qualcosa che ben poco ha di umano nello spirito.
“Lo scambio”, film dell’esordiente Salvo Cuccia, cerca di raccontare non la solita storia di mafia, bensì di costruire un noir psicologico e onirico, mettendo al centro della scena una serie di personaggi che solo con lo scorrere delle scene riusciamo a collocare nella giusta prospettiva e dimensione morale e umana. Non è facile mettere a fuoco chi siano i buoni, chi i cattivi, come se il regista avesse deciso di “giocare” con lo spettatore, invitandolo a seguire le storie che più volte cambiano direzione narrativa e soprattutto evidenziando l’assenza di un vero filo rosso narrativo. Il “gioco” pirandelliano, però, finisce per penalizzare il film, rendendo altalenanti le strutture e confuso l’intreccio narrativo. Si fatica a capire il messaggio finale del film e cosa il regista speri che lo spettatore colga. C’è una donna (Barbara Tabitta) ossessionata dal rapimento del piccolo Matteo e fatalmente schiacciata dalla “colpa” di un fratello collaboratore di giustizia. Abbiamo un commissario (Filippo Luna), che poi scopriamo non essere tale, che cerca delle risposte a qualsiasi costo, arrivando perfino a torturare e uccidere un ragazzo qualunque (Maziar Firouzi) perché erroneamente considerato una fonte da spremere. Si possono formulare tante ipotesi senza però trovare un appiglio concreto cui aggrapparsi per definire il film e dargli un valore. Dispiace per un cast preparato, professionale e, nel complesso, discreto nell’interpretare i personaggi, ma penalizzato e travolto dai gravi limiti della sceneggiatura..continua su

http://www.mygenerationweb.it/201511282797/articoli/palcoscenico/cinema/2797-torino-film-festival-kilo-two-bravo-borsalino-city-lo-scambio

Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci,nonostante tutto”

http://www.ibs.it/ebook/de-agr-vittorio/amiamoci-nonostante-tutto/9788891176837.html

Life is beautiful because various and especially complex. Over the course of a life we ​​live moments, feelings, actions and even antithetical to the contrary. Man is master of its own destiny, and very often a victim of himself and of his stupidity.
The Turin Film, like any good festival, strives to show and tell the different shades of life and man. In the last two days, your reporter saw a silly way and bitter death, he appreciated the elegance and Italian fashion and, finally, it looked like the mobsters also have feelings and crises of conscience. And here are the results …

Two Kilo Bravo

The man can not be at peace, feeling the constant need to get hurt.
The war is definitely more advantageous from the economic point of view. It can not be explained in any other way the fact that NATO troops are still in Afghanistan.
You no longer know who the enemy to fight, but not a day goes by that there is not the death of a soldier. How much blood shed in the name of what and whom?
Perhaps it will seem cynical, but you can die away from home because of a mine placed by who knows who?
The paradox of peace missions.
The British film debutant Paul Katis (the “After Hours” of the festival) tells a true story of a platoon of British soldiers in Afghanistan in 2006. A fifteen-year conflict that seems to have no end. Too many soldiers of different nationalities lost their lives and not always during a firefight. Yes, because all the Afghan territory is full of landmines, positioned at the time of the Soviet invasion in the eighties. Even a simple control of the territory can be fatal. Exactly what happened to the English squad when he finished locked in a remote valley. The military did not notice mine and soon many of them were wounded almost mortally. Were it not a fact tragically true, it could be argued that the viewer is witnessing a Kafkaesque affair between and Fantozzi, in a banal and ordinary day of a permanent conflict. British soldiers fall one after another, not to enemy hands, but for some foreign military force that has chosen to make this remote place inaccessible. The viewer watches the slow agony of the wounded, forced to wait anxiously and long relief and heroic efforts by the medical officer to treat them and cheer them up with the few resources available. It is a war film, but there is no action, movement. The whole story takes place in a few meters like we were on a theater stage. The film is paradoxically claustrophobic, although on the one hand the scene is limited and almost suffocating, the other eye of the viewer can not help but notice the endless Afghan desert and the majestic mountains that surround it. A stage structure and narrative that evokes the theater, but he has the power of communication and expression. Despite the dramatic events, the film does not convey pathos and emotional involvement. Directed, although willing and scrupulous in reconstructing the most of the events, has not been able to give a soul to the film. The result is a product maybe decent artistically, but slow in pace and boring to watch. The long cast comes without the bite and charisma of interpretation. A true story and tragic that definitely deserved to be told, but unfortunately the film goes beyond a ticket “Tribute”.

Borsalino City

We Italians are of great entrepreneurs. The “Made in Italy” is one of the most popular brands and envied in the world.
But often we forget, as if the demerits outweigh our talents.
Who we had this conviction is advised that you take a look to the interesting documentary “Borsalino City” Enrica Viola, presented at the Turin Film Festival in “A Moveable Feast.”
Today there are few who love to wear the hat, an accessory that until a few years ago was for a man not only necessary but essential. The type of hat told who the man was and what social category belonged.
What perhaps few know is that the best company in the world of hats is Italian. Is Borsalino, founded in 1857 in Alexandria by Giuseppe Borsalino, of humble origins, who has the flair to understand that cover the man’s head could have become a big business. So, after going to France to learn the techniques from the best haters of Europe, Joseph decided to found his firm and literally attack the market. Borsalino, in a short time established itself as an industry leader and, when in 1900 at the Universal he receives the award for best hatter, is decisive action to be known and appreciated worldwide. They have followed successfully and profitably running the company after the death of Joseph, the son Terencio and then his nephew Nino, expanding the name Borsalino and tying it in a strong and incontrovertible words fashion, elegance and glamor. Borsalino hats were worn by men of State, emperors, writers, and especially actors. The union Borsalino – film goes back to the twenties, even before the birth of Hollywood. There was a character, whether it be good or bad, who was not wearing as completion of his personality a hat company in Alexandria. The documentary begins with a tribute to the American actor Robert Redford Borsalino, which reveals his love of hats to the point of going on a “pilgrimage” to Alexandria to buy his favorite hat. The city of Alexandria has always lived in symbiosis with the company. In the golden years of the hats the majority of people had a job in the factory.
Today the “Borsalino” is no longer in the hands of the heirs of Joseph and sales numbers are down dramatically after that, the sixties, the company has changed dramatically. Yet, Borsalino continues to be and remains a quality brand and Italian pride before whom the world can not help but take off his hat.

Exchange

We used to think that men and women of the Mafia have no feelings and does not know what the crisis of conscience.
Over the years, film and television have tried to tell and to stage the reality, especially mafia trying to explain the mentality. It is however difficult to fully comprehend something which has little of the human spirit.
“The Crossing”, films by first-time Salvo Cuccia, tries to tell not the usual story of the Mafia, but to build a psychological noir and dreamlike, putting at center stage a series of characters that only with the passing of the scenes we can place in perspective and moral and human dimension. It is not easy to focus on who the good, who the bad guys, as if the director had decided to “play” with the viewer, inviting him to follow the stories that repeatedly change direction fiction and especially highlighting the lack of a true pro Red narrative. The “game” Pirandello, however, penalizing the film, making erratic structures and confused the storyline. It is hard to figure out the final message of the film and what the director hope that the viewer will seize. There is a woman (Barbara Tabitta) obsessed by the kidnapping of little Matthew and fatally crushed by the “guilt” of a brother associate justice. We have a commissioner (Philip Moon), that we find out not to be such, that is looking for answers to any cost, going so far as to torture and kill an ordinary boy (Maziar Firouzi) because it erroneously considered to be a squeeze. You can make many hypotheses without finding a foothold concrete hold on to define the film and give it a value. Sorry for a cast prepared, professional and, overall, discreet in interpreting the characters, but penalized and overwhelmed by severe limits on sceneggiatura..continua

http://www.mygenerationweb.it/201511282797/articoli/palcoscenico/cinema/2797-torino-film-festival-kilo-two-bravo-borsalino-city-lo-scambio

Vittorio De Agro presents “Let us love, despite everything”

http://www.ibs.it/ebook/de-agr-vittorio/amiamoci-nonostante-tutto/9788891176837.html

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