206) The Walk – Registro di Classe

the walk

C’è chi da bambino sogna di fare il calciatore, chi l’astronauta, chi l’attore. E poi c’è Philippe Petit, un ragazzo parigino come tanti, che scopre di avere una passione per il funambolismo, un talento naturale e doti fisiche per essere giocoliere e acrobata.
Philippe Petit non è un semplice funambolo, è un artista, un teatrante dell’aria. Quando si trova su una corda si sente vivo e in armonia con l’essenza della vita. Una vita dedicata a fare imprese impossibili. “The Walk” è il nuovo film di Robert Zemeckis, scritto da lui stesso con Christopher Browne, in cui si racconta la vita di Philippe, interpretato da un magistrale Joseph Gordon-Levitt, e di come questi decise a tavolino di “camminare” lungo un cavo tra le due Torri Gemelle di New York il 7 Agosto del 1974. Phillippe è un autodidatta del funambolismo che nel corso della sua vita, sfidando divieti e problemi organizzativi, riesce a compiere imprese uniche.
La scelta delle Torre Gemelli arriva quasi spontanea quando il protagonista, leggendo per caso un articolo su un giornale, apprende della loro prossima inaugurazione. Philippe decide di coinvolgere in questa folle impresa la sua fidanzata Annie e alcuni amici fidati. Si esercita per lunghi mesi con Papa Rudy (Ben Kinsley), anziano e esperto funambolo di circo per imparare questa rischiosa forma d’arte.
Philippe e la sua squadra, una volta giunti a New York e dopo aver studiato per mesi come poter aggirare la sicurezza delle Torri e trasportare l’attrezzatura necessaria, all’alba del 7 agosto stupiranno il mondo.
Se la prova generale per il funambol francese era stata la cattedrale di Notre Dame, le Torri rappresentano un livello ancora superiore di rischio ed eccitazione.
Il film di Zemeckis non è altro che un straordinario concentrato di egocentrismo di un uomo che ha scelto di vivere non una vita spericolata, semmai diversa dal solito perché solo cosi era capace di esprimere la sua arte. Come ha detto Philippe in conferenza stampa, il funambolismo non potrà mai essere sport perché è piuttosto una forma di arte in cui c’è bisogno di solitudine e concentrazione oltre che di grandi doti atletiche. Zemeckis è bravo nel delineare la figura dell’uomo prima e dell’artista, poi, che vive in simbiosi con il cavo e i suoi progetti.
Sebbene abbia una fidanzata e degli amici, Philippe non sogna una famiglia o un lavoro stabile, ma nuovi e impossibili luoghi dove esibirsi. Il film, ben scritto, diretto e avvolgente, ha però una struttura narrativa a due tempi, una prima parte lenta e meno interessante, in cui lo spettatore scopre il protagonista e l’evoluzione della sua vita per poi diventare intensa e vivace nella seconda parte, quando l’azione si sposta a New York e si segue con curiosità e interesse le operazioni del team di Philippe. E, come una tragedia greca, il climax arriva puntuale e in maniera spettacolare dal punto visivo ed emotivo quando lo spettatore sale sul filo sospeso in aria tra le due Torri con il protagonista. Da quel momento la regia, che prima era stata pulita, semplice , ma senza particolari acuti, sale di tono e Zemeckis dimostra talento ed esperienza, facendo trattenere il respiro allo spettatore durante le ben quattro traversate di Philippe. Un film che ruota tutto attorno al protagonista Joseph Gordon Levitt, che si dimostra all’altezza del compito e capace di risultare credibile nel ruolo, creando empatia con il pubblico. Anche se va detto che dopo aver ascoltato e visto l’originale nella spumeggiante conferenza stampa, l’attore americano ne risulta una copia sbiadita.
“The Walk” merita sicuramente un biglietto “Ridotto” perché permette di far conoscere anche alle nuove generazioni un personaggio davvero atipico e istrionico, che ancora oggi continua a misurare la sua vita con un filo e la possibilità di unire due punti sulla carta impossibile.

registro di classe amelio
La mia mattinata al Festival, dopo aver trattenuto il respiro e rischiato le vertigini, è virata su un argomento più terreno, ma assai scivoloso e complesso come la nostra scuola con l’interessante documentario di Gianni Amelio e Cecilia Pagliarinim “Registro di classe Libro I”. 55 minuti di girato selezionati tra la grande quantità di materiale a disposizione negli archivi del MIUR. I registi hanno compiuto delle scelte felici, mostrando le mutazioni della nostra scuola dai primi del novecento fino agli anni sessanta, di come la scuola sia stata usata dal regime fascista per plasmare e manipolare le giovani generazioni rispetto ai loro scopi. Lo spettatore osserva come la scuola fosse, non molto tempo fa, un vero luogo di aggregazione sociale e quanto fosse importante il suo ruolo per vincere la piaga dell’analfabetismo. Non si può non riflettere, guardando le immagini, su come la scuola sia servita a diffondere la lingua italiana in tutto Paese e a unificarlo veramente, quando all’interno dei nuclei familiari si era solito parlare in dialetto. Magari il montaggio poteva essere pensato per dare maggiore ritmo, che alla lunga risulta abbastanza compassato. continua su

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Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci, nonostante tutto”

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There is a child who dreams of becoming a soccer player, who the astronaut, who the actor. And then there’s Philippe Petit, a Parisian boy like many, who discovers he has a passion for acrobatics, a natural talent and physical attributes to be a juggler and acrobat.
Philippe Petit is not an easy tightrope walker, is an artist, a theatrical air. When you find a rope feels alive and in harmony with the essence of life. A life dedicated to doing business impossible. “The Walk” is the new film by Robert Zemeckis, written by himself with Christopher Browne, which tells the life of Philippe, played by a masterful Joseph Gordon-Levitt, and how they decided to table to “walk” along a cable between the two Twin Towers in New York on August 7, 1974. Phillippe is a self-taught acrobatics that during his life, defying bans and organizational problems, can perform feats unique.
The choice of the Twin Tower comes almost spontaneously when the protagonist, she read an article in a newspaper, he learns of their next inauguration. Philippe decides to engage in this crazy business his girlfriend Annie and some trusted friends. It exercises for long months with Pope Rudy (Ben Kinsley), senior and expert tightrope walker in the circus to learn this risky form of art.
Philippe and his team, once they arrive in New York and after studying for months how to circumvent the security of the Towers and carry the necessary equipment, at dawn on August 7 will astonish the world.
If the dress rehearsal for the funambol French had been the cathedral of Notre Dame, the towers represent an even higher level of risk and excitement.
Zemeckis’s film is nothing but an extraordinary concentration of self-centeredness of a man who chose not to live a reckless life, rather than the usual because the only way he was able to express his art. As Philippe said in a press conference, the acrobatics will never be sport because it is rather a form of art where there is need for solitude and concentration as well as the great athletic skills. Zemeckis is good at delineating the figure of the man and the artist first, then, living in symbiosis with the cable and its projects.
Although he has a girlfriend and friends, Philippe does not dream of a family or a stable job, but new and impossible places to perform. The film, well written, directed and enveloping, however, has a narrative structure in two stages, the first part slow and less interesting, in which the viewer discovers the star and the evolution of his life before becoming intense and lively in the second half When the action moves to New York and follows with curiosity and interest in the operations of the team of Philippe. And, like a Greek tragedy, the climax arrives on time and in spectacular fashion from the point of view and emotional when the viewer gets on the wire hanging in the air between the two towers with the protagonist. Since that time, he directed that before had been cleaned, simple, but with no particular acute rises in pitch and Zemeckis demonstrates talent and experience, making the audience hold their breath during the four crossings Philippe. A film that revolves around the protagonist Joseph Gordon Levitt, who proves up to the task and able to be credible in the role, creating empathy with the public. Although it must be said that after hearing and seeing the original in sparkling press conference, the American actor it is a poor imitation.
“The Walk” is definitely worth a ticket “reduced” because it allows you to make known to the younger generation a really atypical and histrionic, which still continues to measure his life by a thread, and the ability to join two points on the card impossible.
My morning at the Festival, after holding his breath and almost dizzy, you turn on a topic more ground, but very slippery and complex as our school with the interesting documentary by Gianni Amelio and Cecilia Pagliarinim “Gradebook Book I “. 55 minutes of footage selected from the vast amount of material available in the archives of the Ministry of Education. The directors have made choices happy, showing the transformations in our school from the early twentieth century until the sixties, of how the school was used by the fascist regime to shape and manipulate the young generation than their purposes. The viewer observes how school was, not long ago, a real place for social gatherings and how important it was his role to overcome illiteracy. One can not but think, looking at pictures, on how the school has served to spread the Italian language throughout the country and unify it really, when in households is used to speak in dialect. Maybe the assembly could be thought to give more rhythm, which in the long run is quite stiff. continues on

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205) Pan, viaggio sull’isola che non c’è – Room

pan viaggio all'isola che non c'è

Il bello di un Festival del cinema è che puoi scegliere di vedere diversi generi di film per oltre dieci ore e uscire sfatto alla fine della giornata.
Il vostro caro accreditato si gode una breve pausa in sala stampa, cercando di riordinare le idee su quanto visto oggi. Stamattina il mio lato infantile era di buonumore, per cui la scelta del film è stata inevitabile: “Pan, il viaggio verso l’isola che non c’è” di Joe Wright e scritto da Jason Fuchs. Lo so, conoscete tutti la storia di Peter Pan e, se siete uomini, almeno una volta la vostra compagna o moglie vi avrà accusato di esserne una brutta copia. Però noi già conosciamo il buon Peter, bravo a volare e fiero rivale di Capitan Uncino. Ma chi era prima di compiere il suo destino?
Sì avete capito, ad Hollywood hanno deciso di fare una sorta di prequel di Peter Pan per raccontare le sue origini. Peter (Levi Miller) è stato abbandonato in un orfanotrofio di Londra da sua madre Mary (Seyfried) e per dieci anni è stata cresciuto dalle cattive e avide suore. Siamo nel pieno della seconda guerra mondiale e Peter ha ormai dieci anni e, nonostante tutto, continua a sperare che sua madre torni a riprenderselo. Una notte Peter e altri orfani vengono misteriosamente rapiti da una nave pirata che solca magicamente i cieli di Londra e condotti come prigionieri all’isola che non c’è, dove regna con durezza e fermezza il pirata Barbanera (Hugh Jackman) determinato ad ottenere l’eterna giovinezza. Contro questa dittatura combattono gli indigeni guidati dalla principessa Giglio Tigrato (Rooney Mara) e dalle fate. Questa lotta è sorretta dalla speranza che si avveri la leggenda di Pan, ovvero che un bambino nato nell’isola e poi cresciuto dall’uomo torni per sconfiggere Barbanera.
Peter, insieme al suo amico Uncino (Hedlund), sì avete letto bene, decidono di unirsi alla lotta e per il primo inizia il viaggio di maturazione e consapevolezza che lo porta a capire chi sia veramente. Dunque, convince questo prequel di Peter Pan? Vale la pena aspettare novembre per vederlo? Sì, però pagando un biglietto pomeridiano perché è visivamente interessante, merita il grande schermo per osservare le magnifiche scenografie, stupirsi per gli effetti speciali e apprezzare i costumi. Una produzione grandiosa che dalle nostri parti sarebbe impensabile. Hugh Jackman è un villain credibile, elegante e incisivo oscura il resto del cast per la sua presenza scenica e la capacità di dare intensità al suo personaggio. Rooney Mara è, nel complesso, apprezzabile nel ruolo: dopo una partenza opaca, nella seconda parte il suo personaggio prende quota, riuscendo a dare un segno del suo passaggio. I tasti dolenti vengono da una sceneggiatura che non convince fino in fondo. Se l’idea di partenza è originale, si perde poi nello sviluppo, finendo per risultare poco incisiva e fluida evidenziando limiti strutturali. Vedere un Capian Uncino buono può anche andar bene, ma Hedlund è davvero scialbo nel ruolo. L’esordiente Levi Miller ci mette cuore e impegno e ha tutte le potenzialità per crescere artisticamente. Oggi il suo Peter Pan ha convinto solo a sprazzi, non ha bucato lo schermo, non invogliando lo spettatore a seguirlo nell’avventura e, sebbene il finale sia ben costruito e aperto al sequel, lo spettatore preferisce rispettare le tradizioni.

room

Dopo una mattinata di spazi aperti forse per la legge del contrappasso ho sentito il bisogno di chiudermi in me stesso decidendo di vedere nel pomeriggio “Room”(In italia a marzo 2016) di Lenny Abrahamson, scritto da Emma Donoghue, immergendomi così in una storia cupa,angosciosa e drammatica che prende spunto non solo da un romanzo di successo, ma anche dalla realtà. Un film sicuramente notevole e interessante che merita anche un biglietto “Ridotto”.
Lo spettatore inizia ad osservare la vita di una giovane donna e di un bambino all’interno di una stanza senza finestre. I due non escono mai e vivono la loro esistenza all’interno della stanza, apparentemente sereni. Il bambino, Jack (Jacob Tremblay), ha appena compiuto cinque anni e la madre, Joy (Brie Larson), lo convince a creare insieme una storia. Il loro status quo viene interrotto dall’ingresso nella stanza di uomo, Old Jack, che porta loro da mangiare, e dal trascorrere alcune ore in intimità con Joy…. fino al colpo di scena..
Un film che ti colpisce e scuote, soprattutto nella prima parte, per un’impostazione narrativa e scenica di taglio teatrale che amplifica le emozioni e le sensazioni dei personaggi. Non può non scattare l’empatia con il pubblico grazie alle formidabili e intense interpretazioni dei protagonisti che formano una coppia affiata e credibile in cui gli scarni dialoghi sono comunque vivi, forti e umani. Jacob Tremblay, se possibile, mostra ancora maggiormente il suo talento nella seconda parte dove la scelta di allargare l’orizzonte visivo e il numero dei personaggi fa perdere fuoco e incisività alla storia. La scelta di raccontare il ritorno alla “normalità” di madre e figlio non convince fino in fondo a scapito di ritmo e pathos narrativo.
Menzione particolare per Joan Allen nel ruolo della nonna di Jack, poche e intense scene. Una garanzia.

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Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci, nonostante tutto”

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The beauty of a Film Festival is that you can choose to see different kinds of films for over ten hours and unmade out at the end of the day.
Your dear credited enjoying a short break in the press room, trying to collect his thoughts on what we saw today. This morning my childish side was in a good mood, so the choice of the film was inevitable: “Pan, the journey to Neverland” by Joe Wright and written by Jason Fuchs. I know, you all know the story of Peter Pan and, if you are men, at least once your girlfriend or wife you will be accused of a draft. But we already know the good Peter, good to fly and fierce rival of Captain Hook. But who was the first to fulfill his destiny?
Yes you read, Hollywood decided to make a sort of prequel to Peter Pan to tell its origins. Peter (Levi Miller) was abandoned in an orphanage in London by his mother Mary (Seyfried) and for ten years has been raised by the bad and greedy sisters. We are in the midst of World War II and Peter has now ten years old and, despite everything, continues to hope that her mother come back to retrieve it. One night Peter and other orphans are mysteriously kidnapped by a pirate ship that sails magically skies of London and conducted as prisoners to Never Land, where he reigns with toughness and firmness the pirate Blackbeard (Hugh Jackman) determined to get the ‘eternal youth. Against this dictatorship fight the natives led by Princess Tiger Lily (Rooney Mara), and fairies. This struggle is supported by a hope that it will be the legend of Pan, or that a child born on the island and then grown man back to defeat Blackbeard.
Peter, along with his friend Hook (Hedlund), yes you read that right, they decide to join the fight for the first and begins the journey of maturity and awareness that leads him to understand who he really is. So convinced this prequel to Peter Pan? Worth the wait to see it in November? Yes, but paying a ticket afternoon because it is visually interesting, it deserves the big screen to watch the magnificent scenery, surprising special effects, and appreciate the costumes. A grand production that from our side would be unthinkable. Hugh Jackman is a credible villain, elegant and incisive dark the rest of the cast for his stage presence and the ability to give strength to his character. Rooney Mara is, overall, appreciated the role: After a dull start, in the second part of his character takes off, failing to give a sign of his passing. Buttons are sore from a screenplay that does not convince all the way. If the idea is original, then you lose in the development, only to be not very effective and fluid highlighting structural limits. Access to a good Capian Hook can also be good, but Hedlund is really bland in the role. The rookie Levi Miller puts heart and commitment and has the potential to grow artistically. Today his Peter Pan has convinced only in flashes, not washing the screen, not enticing the viewer to follow the adventure and although the ending is well built and opened to the sequel, the viewer prefers to respect the traditions.
After a morning of open space for perhaps the law of retaliation, I felt the need to lock myself in the afternoon and decided to see “Room” (In Italy in March 2016) by Lenny Abrahamson, written by Emma Donoghue, immersing himself in a story dark, dramatic and distressing that he inspired not only by a successful novel, but also from reality. A film certainly remarkable and interesting that deserves a ticket “Reduced”.
The viewer begins to observe the life of a young woman and a child in a room without windows. They never go out and live their lives in the room, apparently serene. The child, Jack (Jacob Tremblay), has just turned five years old and her mother, Joy (Brie Larson), convinces him to create a story together. The status quo is interrupted by the entrance into the room of a man, Old Jack, which leads them to eat, and spend some time in intimacy with Joy …. until the plot twist ..
A film that hits you and shakes, especially in the first part, for narrative and scenic setting of the theatrical cut that amplifies the emotions and feelings of the characters. It can not take empathy with the public thanks to the formidable and intense interpretations of the characters that form a pair affiata and credible where skinny dialogues are still alive, strong and human. Jacob Tremblay, if possible, even more shows his talent in the second part where the decision to extend the visual horizon and the number of the characters lose focus and effectiveness to the story. The choice to tell a return to “normalcy” of mother and child does not convince all the way at the expense of rhythm and narrative pathos.
Special mention to Joan Allen in the role of the grandmother of Jack, and a few intense scenes. A guarantee.

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204) L’amica geniale (Elena Ferrante)

l'amica geniale

“L’amica geniale” è un romanzo scritto da Elena Ferrante e pubblicato nel 2011 dalle edizioni E/O

Probabilmente ero uno dei pochi fino a qualche settimana fa a non aver mai letto un rigo di Elena Ferrante. Amata dai lettori e osannata dai critici mi ero tenuto lontano da suoi libri probabilmente condizionato da alcuni film davvero brutti tratti dai suoi scritti.
Poi pur essendo una persona curiosa non mi ha mai particolarmente entusiasmato il mistero su chi sia veramente Elena Ferrante e sul suo assoluto riserbo sulla sua vita.
Onestamente di uno scrittore mi interessa più quello che scrive piuttosto come sia fisicamente.
Una mia collega di lavoro quest’estate mi ha consigliato di leggere “L’amica geniale” il primo di una serie di quattro perché certa che mi sarebbe piaciuto.
Ebbene sapendo di andare controcorrente confesso che lo stile di Elena Ferrante non mi ha convinto completamente non facendomi entrare immediatamente dentro la storia di un’amicizia lunga una vita. Pur riconoscendone la creatività e il talento nel costruire un intreccio narrativo complesso e articolato le pagine non sono volate tra le mie dita. Il ritmo narrativo è frammentario e un continuo “stop e go” nella storia che facilita il lettore nell’entrare in empatia con personaggi.
Partendo da un incipit di genere thriller, l’autrice introduce Elena Greco protagonista nonché voce narrante della storia che preoccupata per la scomparsa della cara amica Lila decide di mettere per iscritto i suoi ricordi. Il lettore entra così nel mondo di Elena in cui si alternano diversi personaggi e soprattutto spicca la figura carismatica e forte di Lila, una bambina di umili origine e con il padre scarparo, ma dotata di un’ intelligenza viva.
Un’amicizia che ha inizio già da piccole e che se da una parte nel corso degli anni si rafforza dall’altra notiamo come Elena nutra nei confronti dell’amica sentimenti contrastanti: ammirazione e invidia.
Elena vorrebbe essere come intelligente e bella come lei, ma non lo è. Si impegna molto nello studio, cerca di curare il suo corpo al meglio non potendo però evitare di soffrire della sindrome del brutto anatroccolo nei confronti dell’amica. continua su

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Vittorio De Agrò e Cavinato Editore presentano “Essere Melvin”

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“The brilliant friend” is a novel written by Elena Ferrante and published in 2011 by Editions AND / OR

I was probably one of the few up to a few weeks ago that he had never read a line of Elena Ferrante. Beloved by readers and acclaimed by critics I was kept away from his books probably influenced by some really bad movies based on his writings.
Then despite being a curious person, I was never particularly enthusiastic about the mystery of who is really Elena Ferrante and his absolute secrecy about his life.
Honestly a writer really care about what he writes quite as physically.
One of my co-worker this summer suggested I read “The brilliant friend” the first in a series of four because certain that I would have liked.
Well knowing that I confess to go against the style of Elena Ferrante has not convinced me completely not making me enter immediately into the story of a life long friendship. While recognizing their creativity and talent to build a storyline complex and the pages are not flown through my fingers. The narrative rhythm is fragmented and continuous “stop and go” in history that facilitates the player in entering into empathy with the characters.
Starting with an opening words of the thriller genre, the author introduces Elena Greek protagonist and narrator of the story that concerned about the loss of dear friend Lila decided to write down his memories. The player comes into the realm of Elena alternating different characters and especially stands out the strong and charismatic figure of Lila, a girl of humble origin and with his father shoemaker, but with a ‘lively intelligence.
A friendship that starts already by small and that if one part over the years is strengthened as we see the other Elena nourish against the friend mixed feelings: admiration and envy.
Elena would be as clever and beautiful like her, but it is not. He works hard in the studio, trying to cure his body better but could not avoid suffering the syndrome of the ugly duckling against friend. continues on

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Vittorio De Agro and Cavinato Publisher present “Being Melvin”

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203) The Wolfpack

the wolf

Festa del Cinema di Roma – Alice nella città: “The Wolfpack – il branco”, regia Crystal Moselle, con Mukunda Angulo, Govinda Angulo, Narayna Angulo, Bagahvan Angulo, Krisna Angulo, Jagadesh Angulo, Susanne Angulo, Oscar Angulo.
Il biglietto da acquistare per “The Wolfpack” è : 1) Neanche regalato,2) Omaggio 3) Di pomeriggio 4) Ridotto 5) Sempre

“The Wolfpack” è il documentario diretto da Crystal Moselle che ha ottenuto il Premio della Giuria all’ultimo Sundace Festival.

La libertà è un dono prezioso, non si può soffocare l’istinto di un individuo perché, alla fine, prevarrà sempre. Ormai, nel quotidiano, leggiamo storie di straordinaria follia nelle normali famiglie. Conferma di come non ci sia un luogo veramente sicuro.
“The Wolfpack” è l’incredibile storia della Famiglia Angulo che, in maniera volontaria, ha scelto per lungo tempo di isolarsi dal mondo e di vivere rinchiusa dentro casa.
Una scelta fatta dal signor Angulo convinto che, per il bene dei suoi sette figli, in questo modo non ci fosse possibilità di contanimazione con la società. Sette ragazzi che fino al febbraio 2010 non hanno avuto modo di avere un contatto con l’esterno. Una madre debole e succube del marito che funge da insegnate di scuola. Un padre padrone, lavativo e incapace di comprendere quali danni stia provocando ai suoi figli. I ragazzi dimostrano fin da subito di essere curiosi e creativi e, non potendo uscire, si “nutrano” di cinema al punto di replicare alla perfezione alcune scene cult di film, pur di vincere la noia. continua su

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Vittorio De Agrò e Cavinato Editore presentano “Essere Melvin”

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Rome Film Festival – Alice in the City: “The Wolfpack – the herd”, directed by Crystal Moselle, with Mukunda Angulo Angulo Govinda, Narayna Angulo Angulo Bagahvan, Krisna Angulo Angulo Jagadesh, Susanne Angulo, Oscar Angulo.
The ticket to buy for “The Wolfpack” is: 1) Not even a present, 2) Tribute 3) In the afternoon 4) Reduced 5) Always

“The Wolfpack” is a documentary directed by Crystal Moselle which received the Jury Prize at the last Sundance Festival.

Freedom is a precious gift, you can not stifle the instinct of an individual because, in the end, will always prevail. Now, in the newspaper, we read stories of extraordinary folly of average families. Confirms that there is a really safe place.
“The Wolfpack” is the incredible story of the family Angulo, voluntarily, she chose for a long time to isolate themselves from the world and living locked inside the house.
A choice made by Mr. Angulo convinced that, for the sake of her seven children, so there was no possibility of contanimazione with the company. Seven boys up to February 2010 have not been able to have contact with the outside. A mother weak and dominated by the husband acting as a school teacher. A master father, slacker and unable to understand what is causing damage to her children. The kids show from the beginning to be curious and creative, and unable to get out, is “nourished” movie to the point of perfection to replicate scenes from cult movies, but of boredom. continues on

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202) Lo stagista inaspettato

Lo stagista inaspettato

Il biglietto d’acquistare per “Lo stagista inaspettato” è : 1) Neanche regalato, 2) Omaggio 3) Di pomeriggio 4) Ridotto 5) Sempre
“Lo Stagista inaspettato” è un film del 2015 scritto e diretto da Nancy Meyers, con Robert De Niro, Anne Hathaway, Rene Russo.

“L’Italia è un Repubblica fondata sul lavoro” così recita la Costituzione.
Vennero poi creati lo Statuto dei Lavoratori e l’Art 18 e deciso che ci fosse il diritto alla pensione.
Già i nostri padri costituenti sarebbero da rinchiudere se vivessimo ai giorni nostri.
Oggi il nostro Paese ha poche certezze: niente pensione le nuove generazioni, precarietà nel mondo del lavoro e nessun diritto.
Come allora uno spettatore italiano dovrebbe reagire alla nuova commedia di Nancy Myers che ci racconta un mondo in cui un’azienda invece di licenziare non solo assume, ma essendo interessata alla terza età decide di creare il ruolo di “stagista senior”
E’ dunque un film di fantascienza? Comicità demenziale? La storia è ambientata su Marte?
No, cari amici lettori, Nancy Meyers ci vuole dimostrare che tutto ciò è possibile in America e precisamente a New York dove un simpatico settantenne di nome Ben (De Niro), vedovo e in pensione da sei anni, stanco di non fare nulla coglie al volo l’opportunità di una nuova e ambiziosa azienda e-commerce guidata dalla giovane Jules(Hathaway) di farsi assumere come stagista”senior”
Ben si dimostra fin da subito una persona affidabile, disponibile e giovale conquistando la stima e il rispetto di tutto il team. Destino vuole che venga scelto come stagista personale di Jules, una giovane donna divisa tra il lavoro crescente e la necessità di salvare il suo bel matrimonio.
Una rapporto che dopo l’iniziale diffidenza di Jules si tramuta in amicizia. Infatti Ben diventa per Jules la persona con cui sfogarsi e confidare potendo contare sulla sua esperienza e lealtà. Lo spettatore così vede svilupparsi una serie di situazioni e gag tese a dimostrare come uno stagista improbabile risulti fondamentale e come l’ età e l’esperienza possano risultare importanti per le nuove generazioni. Il problema è che queste buone intenzioni naufragano in un testo modesto, banale e retorico che fatica a decollare e creare un ponte emotivo con lo spettatore. Il ritmo è compassato e lento e con un pathos narrativo è latitante. I dialoghi sono scolastici e privi di mordente e in alcuni eccessivamente melensi.
La regia della Meyers è semplice, pulita, essenziale, ma incapace di dare uno scossone alla storia o di farle cambiare marcia. Tutto troppo scontato e prevedibile. Il film si regge sulla coppia Oscar De Niro-Hathway che davvero non può fare miracoli.
I due ci provano con lodevole impegno e nel complesso trasmettano una discreta alchimia emotiva e artistica,ma i loro personaggi hanno evidenti limiti strutturali per convincere e risultare credibili.
Un punto in più per Robert De Niro che appare più sciolto e naturale rispetto alla Hathway potendo contare anche sulla grande esperienza che ancora manca alla bella e talentuosa attrice.
Un finale frettoloso e stiracchiato non aiuta a risollevare le sorti del film e soprattutto spinge lo spettatore italiano medio a chiedersi se davvero in America esiste qualcuno che assuma senza ricorrere all’ingannevole Jobs Act renziano.

Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci, nonostante tutto”

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The ticket da’acquistare for “The intern unexpected” is: 1) Even given, 2) Tribute 3) In the afternoon 4) Reduced 5) Always
“The Intern unexpected” is a film of 2015 written and directed by Nancy Meyers, starring Robert De Niro, Anne Hathaway, Rene Russo.
“Italy is a republic founded on work” states the Constitution.
They were then created the Workers’ Statute and Article 18 and decided that there was a right to a pension.
Already our founding fathers would be locked up if we lived today.
Today our country has few certainties: no board the new generations, insecurity in the job market and no rights.
Then as a spectator Italian should react to the new play by Nancy Myers tells us that a world in which a company instead of dismissing not only takes, but being interested in the seniors decided to create the role of “senior intern”
And ‘therefore a science fiction movie? Screwball comedy? The story is set on Mars?
No, dear readers, Nancy Meyers we want to show that everything is possible in America and in New York where a friendly septuagenarian named Ben (De Niro), a widower and retired six years ago, tired of doing nothing captures the the chance of a new and ambitious company e-commerce led by young Jules (Hathaway) to get hired as an intern “senior”
Ben shows immediately a reliable, helpful and jovial winning the esteem and respect of the whole team. Fate has it that is chosen as an intern staff of Jules, a young woman torn between the work and the increasing need to save her beautiful wedding.
A report that after the initial distrust of Jules turns into friendship. Well in fact it becomes for the Jules person romp and trust relying on his experience and loyalty. The viewer thus sees develop a series of situations and gags designed to demonstrate how an intern unlikely proves crucial and as the ‘age and experience may still be important for the new generations. The problem is that these good intentions are shipwrecked in a text modest, trivial and rhetoric which is struggling to take off and create an emotional bridge with the viewer. The pace is slow and stiff and with a narrative pathos is a fugitive. The dialogues are school and no bite and in some exceedingly dull.
Director of the Meyers is simple, clean, basic, but unable to shake the story or to make them shift gears. All too obvious and predictable. The film is based on the Oscar De Niro-Hathway couple who really can not work miracles.
The two hit on commendable commitment and overall transmit a discrete emotional and artistic alchemy, but their characters have obvious structural limits to convince and be believable.
A plus point for Robert De Niro appears more loose and natural compared to Hathway being able to count on the experience is lacking in beautiful and talented actress.
A final hasty and stretched does not help to revive the fortunes of the film and especially pushes the viewer to wonder if you really mean Italian in America there is someone who takes without deceitful Jobs Act fer.
Vittorio De Agro presents “Let us love, despite everything”

201) Truth

Truth

Il biglietto d’acquistare per “Truth” è : 1) Neanche regalato 2) Omaggio 3) di pomeriggio 4) Ridotto 5) Sempre

“Truth” è un film del 2015 scritto e diretto da James VanderbiltJames Vanderbilt, con: Cate BlanchettC, Robert Redford, Grace Topher ,Dennis Quaid, Elisabeth Moss, Bruce Greenwood.

Non puoi che prendere atto che gli Stati Uniti siano uno dei paesi leader del mondo, seppure con le sue contraddizioni, quando vedendo un semplice film ti rendi conto di come il giornalismo venga lì considerato qualcosa di serio, importante e indispensabile.
Gli americani non accettano di essere ingannati e puniscono i politici che mentono. Questa ricerca di verità diventa assoluta quando sono in gioco le elezioni presidenziali, atte a scegliere l’uomo più potente del mondo.
Nel novembre del 2004, a pochi giorni dalle elezioni americane che vedevano in gara il Presidente Bush e John Kerry, le loro vite furono messe al setaccio per scoprire eventuali segreti e omissioni.
Tutti i maggiori talk politici del Paese conducevano campagne a favore o contro i candidati, ma avendo come stella cometa la ricerca della verità.
La verità è il motivo che spinge Mary Mapes (Blanchett) ad essere un’ottima produttrice televisiva e realizzare scoop giornalistici che rendono orgogliosa la sua rete CBS.
Il suo programma di punta è “60 minuti”, condotto dal bravo e fascinoso giornalista Dan Rather (Redford). Mapes decide di investigare sul passato di George Bush e, in particolare, su come fosse riuscito ad evitare di combattere in Vietnam e se fosse legittimo il suo collocamento nella Guarda Nazionale del Texas.
La produttrice forma così un competente e tenace pool investigativo che mira a scoprire i “buchi neri” della storia e dimostrare come il Presidente fosse il primo di una lunga serie di “imboscati” di lusso nel GN per evitare la guerra. Mapes e la sua squadra lavorano con scrupolo ed efficienza e, in soli cinque giorni, mettono su un dettagliato e in apparenza inattaccabile servizio che possa inchiodare Bush e svelare le sue menzogne.
La soddisfazione professionale di Mapes dura poco, quando si scatena la controffensiva mediatica dei repubblicani e, soprattutto, di vari blogger conservatori sul web. Inizia così una serrata battaglia tra le parti su come sia stata ideata, pensata e condotta l’inchiesta e se la produttrice si sia dimostrata professionale. La CBS, spaventata dai possibili ‘nemici’, impone a Rather di scusarsi pubblicamente per il servizio e mette “sotto processo” interno Mary, per indicare all’opinione pubblica divisa un capro espiatorio.
Ad Hollywood è l’anno dei giornalisti coraggiosi e, dopo il bello e intenso “Spotlight”, visto a Venezia ecco arrivare alla Festa di Roma “Truth”, di James Vanderbilt, a raccontarci una storia intensa e vibrante su cosa significhi essere giornalisti. Rispetto a “Spotlight”, in cui la forza narrativa era seguire i drammatici fatti di pedofilia raccontanti dalla grintosa redazione di un giornale, qui l’autore americano porta lo spettatore all’interno di un pool televisivo e mostra come venga costruita un’inchiesta e si proceda con attenzione e prudenza. Il testo è ben scritto, fluido, capace di catturare l’attenzione dello spettatore e di tenerlo incollato allo schermo fino alla fine. Si sente però una certa enfasi nel costruire i personaggi che crea una linea sottile tra i buoni e cattivi nella storia. Sebbene in conferenza stampa regista e produttori abbiamo insistito nel dire che il film non abbia pretese politiche o voglia lanciare accuse, lasciando al pubblico il giudizio finale, rimane la sensazione di una certa partigianeria nei confronti della protagonista. continua su

http://www.mygenerationweb.it/201510172703/articoli/palcoscenico/cinema/2703-truth-apre-la-festa-del-cinema-di-roma

Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci,nonostante tutto”

http://www.ibs.it/ebook/de-agr-vittorio/amiamoci-nonostante-tutto/9788891176837.html

Vittorio De Agrò e Cavinato editore presentano “Essere Melvin2

http://www.ibs.it/code/9788899121372/de-agrograve/essere-melvin-tra.html

The ticket purchase for “Truth” is: 1) Not even gave 2) Tribute 3) afternoon 4) Reduced 5) Always

“Truth” is a 2015 film written and directed by James Vanderbilt VanderbiltJames, with Cate BlanchettC, Robert Redford, Topher Grace, Dennis Quaid, Elisabeth Moss, Bruce Greenwood.

You can not but take note that the United States is one of the leading countries of the world, albeit with its contradictions, when seeing a simple film you realize how journalism is there considered something serious, important and indispensable.
The Americans refuse to be deceived and punish politicians who lie. This search for truth becomes absolute when the presidential elections are in play, designed to choose the most powerful man in the world.
In November 2004, just days before the US elections that saw the race President Bush and John Kerry, their lives were put through a sieve to discover any secrets and omissions.
All major political talk of the country were campaigning for or against candidates, but having as comet the search for truth.
The truth is the reason that pushes Mary Mapes (Blanchett) to be a great television producer and realize journalistic scoops that make her proud network CBS.
Its flagship program is “60 minutes”, conducted by the clever and charming journalist Dan Rather (Redford). Mapes decides to investigate the past of George Bush and, in particular, on how he managed to avoid fighting in Vietnam and had it legitimate its placement in the Texas National Guard.
Producer forms a competent and tenacious investigative pool that aims to discover the “holes blacks” in history and show how the President was the first of a long series of “ambush” Luxury GN to avoid war. Mapes and his team work with care and efficiency and, in just five days, put on a detailed and seemingly unassailable service that can nail Bush and reveal his lies.
Job satisfaction of Mapes did not last long, when it unleashed a media counter the Republicans and, above all, of various conservative bloggers on the web. Thus began a fierce battle between the parties on how it was conceived, designed and conducted the investigation and if the manufacturer has proven professional. CBS, frightened by the potential ‘enemies’, requires Rather to apologize publicly for the service and put “on trial” inside Mary, to show the public divided a scapegoat.
Hollywood is the year of courageous journalists and, after the beautiful and intense “Spotlight”, seen here arriving at the Venice Festival of Rome “Truth”, by James Vanderbilt, to tell us a story intense and vibrant of what it means to be journalists. Compared to “Spotlight”, in which the narrative force was to follow the dramatic events of pedophilia raccontanti from gritty a newspaper, here the American author takes the viewer inside a pool television and shows how it is built and an investigation proceed with care and caution. The text is well written, fluid, able to capture the viewer’s attention and keep it glued to the screen until the end. He feels, however, some emphasis in building the characters that creates a fine line between good and bad in the history. Although a press conference director and producers have insisted that the film does not have political pretensions or desire accusations, leaving the final decision to the public, it is the feeling of some partisanship towards the protagonist. continues on

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Vittorio De Agro presents “Let us love, despite everything”

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Vittorio De Agro Cavinato and publisher have “Being Melvin2

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200 ) Suburra

suburra

Il biglietto d’acquistare per “Suburra” è: 1)Neanche regalato; 2)Omaggio; 3)Di pomeriggio; 4)Ridotto; 5)Sempre.

Un film del 2015 di Stefano Sollima. Con PierFrancesco Favino, Claudio Amendola, Elio Germano, Alessandro Borghi, Greta Scarano, Giulia Elettra Goretti. Drammatico, 130′. 2015

Tratto dal romanzo omonimo di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini, edito da Einaudi.

Ha ancora senso parlare di Roma caput mundi? Leggendo le cronache degli ultimi mesi è normale avere qualche dubbio a riguardo.

La mafia, dopo aver tirato fuori anche il sangue dalle pietre in Sicilia, quasi per necessità ha cambiato base operativa. Dal sud si è spostata, al centro, al nord, infettando altri luoghi e altre città.

La nostra storia politica ha vissuto nel 2011 una fase caotica, conclusasi con le dimissioni dell’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi il 12 novembre. Nello stesso momento Benedetto XVI stava maturando la decisione senza precedenti di lasciare ante tempore il soglio pontificio. Chissà cosa racconteranno i libri, di questo momento, tra qualche decennio.

Quando i punti fermi politici e religiosi vengono meno, ad acquisire forza sono correnti oscure e trasversali. È sempre accaduto, ieri come oggi.

Il film Suburra di Stefao Sollima racconta il corto circuito dello stato di diritto e la genesi di un sottobosco in cui politica e criminalità decidono di unirsi. L’alleanza tra i due piani nasce prima di tutto per interesse economico (si pensi alla speculazione edilizia a Ostia). Il giro di soldi che viene catalizzato suscita l’interesse della mafia e allo stesso tempo porta la pace tra i boss locali. Al grido di “ce n’è per tutti”, ognuno vuole la sua fetta della torta.

Il film è una sorta di compendio narrativo di due serie come “Romanzo Criminale” e Gomorra, dove non esistono personaggi positivi, ma solo differenti sfumature di opacità e corruzione. Anti-eroi inclini al male, come Il Samurai (Amendola), potente e rispettato boss romano con un passato fascista, il Pr Seba (Germano), che pur di salvare i suoi interessi non esita a diventare un Giuda 2.0, o l’onorevole Filippo Malgradi (Favino), esponente del Governo che passa le notti tra sesso e droga.

Dietro questi tre personaggi dallo sfondo emergono altre figure, minori solo sulla carta: l’ambizioso Numero 8 (Borghi), rais di Ostia; e poi le donne, dure e spietate quanto gli uomini, come Viola, la ragazza di Numero 8 (Scarano), o la prostituta Sabrina (Goretti), amante di Malgradi.

Non c’è salvezza per nessuno, sono tutti destinati ad affondare, così come la stessa Roma. Una Roma che qui ritroviamo buia, cupa, tetra, l’antitesi perfetta della “Grande Bellezza” portata sul grande schermo da Sorrentino.

Suburra è una sorta di avvincente puntata zero di una futura serie (com’è stato per i due illustri predecessori a cui ho accennato prima). Si intuiscono le grandi potenzialità narrative di questa storia, così come la possibilità di costruire e approfondire un percorso per ogni personaggi. La Netflix, non a caso, ci ha già messo le mani sopra.

Pardossalmente, al cinema queste potenzialità che siamo certi verranno colte in un prossimo futuro diventano un limite. La pellicola tende infatti a essere troppo dispersiva. La sceneggiatura è asciutta, diretta, intensa, scorre in maniera fluida, ma fatica a tenere insieme i molteplici fili narrativi. L’attenzione del pubblico finisce così per perdersi e ritmo e pathos ne risentono. continua su

http://paroleacolori.com/al-cinema-suburra/

Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci, nonostante tutto”

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Vittorio De Agrò e Cavinato editore presentano “Essere Melvin”

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The ticket purchase for “Suburra” is: 1) Not even a present; 2) Tribute; 3) In the afternoon; 4) Low; 5) Always.

A film of 2015 by Stefano Sollima. With PierFrancesco Favino, Claudio Amendola, Elio Germano, Alessandro Borghi, Greta Scarano, Giulia Elettra Goretti. Drama, 130 ‘. 2015

Based on the novel by Giancarlo De Cataldo and Carlo Bonini, published by Einaudi.

It still makes sense to talk about Roma caput mundi? Reading the news in recent months is normal to have some doubts about it.

The Mafia, even after pulling out the blood from the stones in Sicily, almost by necessity changed operating base. From the south he moved to the center, to the north, infecting other places and other cities.

Our political history has experienced in 2011 a chaotic phase, which ended with the resignation of the then Prime Minister Silvio Berlusconi on November 12. At the same time Benedict XVI was developing the unprecedented decision to leave doors tempore the papal throne. Who knows what the books tell, this time, in a few decades.

When the fixed points are less political and religious, to gain strength are dark currents and cross. It always happened, as now.

The film tells the Suburra of Stefao Sollima short circuit the rule of law and the genesis of an underworld where crime and politics decide to join. The alliance between the two plans is born above all for economic interest (think of the speculation in Ostia). The Turn of the money that is catalyzed arouses the interest of the mafia and at the same time brings peace between the local bosses. Shouting “something for everyone”, everyone wants its slice of the pie.

The film is a kind of compendium of two narrative series as “Crime Novel” and Gomorrah, where there are no positive characters, but only different shades of opacity and corruption. Anti-heroes inclined to evil, as The Samurai (Amendola), powerful and respected boss Roman with a fascist past, Pr Seba (Germano), who in order to save its interests does not hesitate to become a Judas 2.0, or Mr Philip Malgradi (Favino), a member of the government who spends his nights of sex and drugs.

Behind these three characters emerge from the background other figures, minor only on paper: the ambitious Issue 8 (Borghi), rais of Ostia; and then the women, tough and ruthless as men, as Viola, the girl of Number 8 (Scarano), or the prostitute Sabrina (Goretti), lover of Malgradi.

There is no salvation for anyone, they are all destined to sink, as well as Rome itself. A Rome that here we find the dark, gloomy, dreary, the perfect antithesis of the “Great Beauty” brought to the screen by Sorrentino.

Slum is a kind of zero thrilling episode of a future series (as it was for the two illustrious predecessors as I mentioned before). They sensed the great potential of this narrative history, as well as the ability to build and develop a path for each character. Netflix, not surprisingly, has already got their hands on it.

Pardossalmente, to the movies this potential that we are sure will be educated in the near future become a limit. The film tends to be too dispersive. The screenplay is dry, direct, intense, flowing smoothly, but struggled to hold together the many narrative threads. Public attention ends up getting lost and rhythm and pathos affected. continues on

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Vittorio De Agro presents “Let us love, despite everything”

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Vittorio De Agro Cavinato and publisher have “Being Melvin”

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199) Life

life

Il biglietto d’acquistare per “Life” è : 1) Neanche regalato 2) Omaggio 3) Di pomeriggio 4) Ridotto 5) Sempre

“Life” è un film del 2015 diretto da Anton Corbijn, scritto da Luke Davies, con : Robert Pattinson, Dane DeHaan, Joel Edgerton, Ben Kingsley, Alessandra Mastronardi.
“Non disturbare i morti”.“Non offendere la memoria di un defunto”. “Onorare la memoria di una persona cara”.
Quanti di voi avete sentito almeno una volta una di queste frasi? E se poi il defunto è una celebrità certe parole diventano veri e propri diktat.

Dopo aver visto “Life” si ha la sensazione che il regista Anton Corbijn queste frasi non le abbia mai sentite o che sia un “miscredente”. Perché non ci sono altre giustificazioni per salvare questo progetto dalla recensoria lapidazione. Turbare il sonno eterno di James Dean e rievocare la sua tormentata anima è un azzardo per chiunque, ma affidando quest’impresa a un volitivo, ma acerbo Dane DeHaan non puoi che pagare pegno. Se poi decidi di affiancargli l’inespressivo e vuoto Robert Pattinson,il risultato finale non può essere che un inevitabile sbadiglio dello spettatore.
“Life” non ha un filo rosso narrativo preciso, chiaro a cui lo spettatore si possa aggrappare. Bensì si viaggia a vista, sperando nell’ ipotetico talento e guizzo interprativo degli attori.
Chi ha avuto la possibilità di vedere un film di James Dean o una sua foto non può che scuotere la testa osservando come DeHaan tenti di imitarlo sulla scena. Non è naturale, risultando eccessivo nelle smorfie e nei gesti non trasmette inquietudine, ma fastidio e opacità emotiva.
Alternare grugniti e boccate di sigarette e avere le borse sotto gli occhi non significa essere James Dean bensì un ragazzone che ama fare tardi la sera.
Robert Pattinson nel ruolo del fotografo talentuoso e desideroso imprigionare l’assenza del giovane e emergente attore degli anni 50 risulta impacciato, mono espressivo e banale.
La coppia fatica a carburare e mal sostenuti da un testo modesto e confusionario li costringe a una recitazione scolastica e sterile.
Un testo che vorrebbe raccontare il ragazzo James restio a accettare le impostazioni degli studios e conservare la sua purezza e anima semplice. Un tentativo mal riuscito a causa di una freddezza e poca empatia che lo spettatore genera nei confronti del protagonista ben distante dall’originale.
La regia è scolastica, priva di brio e incapace di cambiare marcia a una storia di per sé lenta variando un ritmo narrativo alquanto compassato.
Menzione speciale per l’ufficio stampa di Alessandra Mastronardi per il talento dimostrato nel “vendere” come intensa e incisiva l’interpretazione della sua assistita nel ruolo dell’attrice Anna Maria Pierangeli, unica donna amata da James Dean. Auguriamoci che lassù Anna Maria finalmente serena non abbia visto come la sua collega l’abbia trasformata in una qualunque Eva Cudicini versione anni 50.
La speranza che lo spettatore dopo aver resistito anche all’insulso finale di “Life” mantenga viva la voglia di conoscere davvero James Dean tramite qualche suo film e di ammirare un talento che troppo presto ci ha tragicamente abbandonato.

Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci, nonostante tutto”

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Vittorio De Agrò e Cavinato Editore presentano “Essere Melvin”

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The ticket purchase for “Life” is: 1) Not even gave 2) Tribute 3) In the afternoon 4) Reduced 5) Always

“Life” is a film of 2015 directed by Anton Corbijn, written by Luke Davies, with Robert Pattinson, Dane DeHaan, Joel Edgerton, Ben Kingsley, Alessandra Mastronardi.
“Do not disturb the dead.” “Do not insult the memory of a dead person.” “To honor the memory of a loved one.”
How many of you have heard at least once one of these phrases? And if the deceased is a celebrity certain words become real diktat.

After seeing “Life” there is a feeling that the director Anton Corbijn these phrases do not ever feel or is an “infidel.” Because there are other justifications to save this project by recensoria stoning. Disturb the eternal sleep of James Dean, and recalling his tormented soul is a chance for everyone, but entrusting this enterprise to a strong-willed, but immature Dane DeHaan you can not pay that pledge. And if you decide to also use the blank and void Robert Pattinson, the end result can only be an inevitable yawn of the viewer.
“Life” does not have a narrative thread precisely clear to the viewer that you can hold on. But it is traveling on sight, hoping in ‘hypothetical talent and flicker interprativo actors.
Who has had the opportunity to see a movie of James Dean or a picture he can only shake his head watching as DeHaan try to imitate the scene. It is not natural, resulting in excessive grimaces and gestures not transmitting anxiety, but discomfort and emotional opacity.
Alternate grunts and puffs of cigarettes and have bags under the eyes does not mean James Dean but a guy who loves late nights.
Robert Pattinson in the role of photographer talented and eager to imprison the absence of emerging young actor of 50 years is clumsy, mono expressive and trivial.
The couple struggling to carburetor and poorly supported by a modest text confusing and forces them to an acting school and sterile.
A text that would tell the boy James reluctant to accept the settings of the studios and preserve its purity and simple soul. An unsuccessful attempt due to a cold and little empathy the viewer generates against the protagonist well away from the original.
Directed school, devoid of panache and unable to change gears in a story in itself a slow varying narrative rhythm somewhat staid.
Special mention to the press office of Alessandra Mastronardi for the talent shown in the “sell” as intense and incisive interpretation of his client in the role of the actress Pier Angeli, one woman beloved by James Dean. Let us hope that there Anna Maria finally serene did not see how his colleague has transformed the in any version Eva Cudicini 50 years.
The hope that the viewer even after resisting all’insulso finale of “Life” keep alive the desire to really know James Dean by some of his films and admire a talent that has tragically left us too soon.

Vittorio De Agro presents “Let us love, despite everything”

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198) The Program

lance amstrong

Il biglietto d’acquistare per “The Program” è: 1)Neanche regalato; 2)Omaggio; 3)Di pomeriggio; 4)Ridotto; 5)Sempre.

Un film di Stephen Frears. Con Ben Foster, Dustin Hoffman, Chris O’Dowd, Lee Pace, Jesse Plemons, Guillaume Canet. Biografico, 103′. 2015

Rispetto delle regole e lealtà sono le basi inamovibili dello sport. Così ci è stato tramandato sin dall’antichità, da quei Greci che hanno inventato le Olimpiadi. I nostri illustri predecessori, però, non potevano immaginare che un giorno sarebbe entrata nell’equazione una variabile potente quanto pericolosa: il denaro. Una variabile che, lentamente ma inesorabilmente, ha finito per cambiare nel profondo il dna stesso dell’attività sportiva.

Il ciclismo è uno sport di fatica estrema, uno sport di solitudine, di passione e di sfida contro i propri limiti. Personalmente non è tra i miei preferiti, ma quando in tv passano delle immagini di una tappa del Giro D’Italia o del Tour De France ne rimango comunque affascinato.

L’avidità non ha risparmiato neppure questo sport. Oggi tutti vogliono vincere, la sconfitta non viene accettata come un qualcosa di naturale. Per questo tra i corridoi è partita la “gara” al doping più sofisticato.

Nel suo film Stephen Frears racconta una delle figure più controverse degli ultimi decenni, almeno per ciò che riguarda il mondo delle due ruote: quella dell’americano Lance Armstrong (Fears), capace di dare vita a una vera scienza della truffa applicata allo sport, con la realizzazione di uno sciagurato Programma.

Ma chi è veramente Lance Armstrong? Un dopato? Un truffatore? Sì, ma è stato anche altro. Armstrong era un buon ciclista che, resosi conto di come intorno a lui tutti facessero uso di sostanze dopanti, decise di farlo a sua volta, ma meglio degli altri, per diventare un campione.

Armostrong è un uomo che, sopravvissuto a un cancro ai testicoli, torna con determinazione in sella.

La sua seconda vita sportiva si apre con la stipula di un patto con il dottor Michele Ferrari (Canet), il “Mengele” del ciclismo, un personaggio senza scrupoli convinto che solo con l’utilizzo di determinati farmaci (come ad esempio l’Epo) si possa arrivare a primeggiare nello sport.

Ferrari “ricostruisce” Armstrong come atleta, facendolo diventare il suo personale Frankenstein, pronto a stupire il mondo del ciclismo. L’americano infatti si presenta al Tour de France con una squadra sulla carta modesta, e proprio grazie al Programma di Ferrari in poco tempo ne diventa il padrone assoluto.

Dal 1999 al 2005, per sette anni, il giro a tappe francese è il regno incontrastato di Lance, che per i media assurge al rango di campione di dimensione epiche, e per chi lotta contro il cancro diventa un’icona.

Armstrong è un brand mondiale, osannato dai media e dal pubblico di tutto il mondo. Solo un giornalista irlandese, David Walsh (O’Dowd), non si lascia incantare e realizza, fin dalle prime vittorie dell’americano, che c’è qualcosa di strano nel suo strapotere fisico.

Walsh decide così di investigare, rompendo il muro d’omertà e silenzio che regna nel ciclismo, e di scoprire la verità su Armstrong. Questa però fatica a venire fuori, anche perché gli stessi vertici sportivi preferiscono chiudere un occhio, dati gli enormi benefici che le vittorie di Lance e la sua crescente popolarità portano.

Armstrong sembra inattaccabile, al di sopra di ogni dubbio e fuori da ogni regola, eppure Walsh non mollerà mai la presa sul caso. continua su

http://paroleacolori.com/al-cinema-the-program/

Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci,nonostante tutto”

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Vittorio De Agrò e Cavinato Editore presentano “Essere Melvin”

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The ticket purchase for “The Program” is: 1) Not even a present; 2) Tribute; 3) In the afternoon; 4) Low; 5) Always.

A film by Stephen Frears. Ben Foster, Dustin Hoffman, Chris O’Dowd, Lee Pace, Jesse Plemons, Guillaume Canet. Biographical, 103 ‘. 2015

Compliance and loyalty are the foundation immovable sport. So we have been handed down since ancient times, by those Greeks who invented the Olympics. Our illustrious predecessors, however, could not imagine that one day would come into the equation a variable powerful and dangerous: money. A variable that, slowly but surely, he ended up changing in profound DNA of the sport itself.

Cycling is a sport of extreme fatigue, a sport of loneliness, passion and defiance against their limits. Personally not one of my favorites, but when they pass on TV images of a stage of the Tour of Italy or the Tour De France will remain still fascinated.

Greed did not spare even the sport. Today everyone wants to win, defeat is not accepted as something natural. For this in the corridors it started the “race” to the most sophisticated doping.

In his film Stephen Frears tells one of the most controversial figures of recent decades, at least as far as the world of two wheels: the American Lance Armstrong (Fears), capable of giving life to a true science of scam applied to sport, with the creation of an unfortunate Program.

But who really is Lance Armstrong? A doped? A crook? Yes, but it was even more. Armstrong was a good cyclist, realizing around him as everyone did use performance-enhancing drugs, he decided to do it itself, but better than the others, to become a champion.

Armstrong is a man who survived testicular cancer, back in the saddle with determination.

His second sporting life began with the signing of a pact with Dr. Michele Ferrari (Canet), the “Mengele” of cycling, a character without scruples convinced that only with the use of certain medications (such as EPO ) you can get to excel in sports.

Ferrari “reconstructs” Armstrong as an athlete, making it his personal Frankenstein, ready to amaze the world of cycling. The American fact comes to the Tour de France with a modest team on paper, and thanks to the Program of Ferrari in a short time he became the absolute master.

From 1999 to 2005, for seven years, around the French stage it is the undisputed realm of Lance, which for the average rises to the rank of champion of epic dimension, and for those fighting cancer becomes an icon.

Armstrong is a global brand, acclaimed by the media and the public worldwide. Only an Irish journalist David Walsh (O’Dowd), not be enchanted and realizes, from the early victories of the American, there’s something odd about his physical dominance.

Walsh decides to investigate, breaking the wall of silence and the silence that reigns in cycling, and discover the truth about Armstrong. But this effort to come out, because the same top sportsmen prefer to turn a blind eye, given the enormous benefits that the victories of Lance and his growing popularity lead.

Armstrong seems unassailable, beyond all doubt, and out of every rule, but Walsh will not give up ever taking on the case. continues on

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Vittorio De Agro presents “Let us love, despite everything”

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197) Hotel Transylvania 2

hotel transylvania 2

Il biglietto d’acquistare per “Hotel Transylvania 2” è : 1) Neanche regalato 2) Omaggio 3) Di pomeriggio 4) Ridotto 5) Sempre

“Hotel Transylvania 2” è un film d’animazione del 2015 diretto da Genndy Tartakovsky e scritto da Adam Sandler e Robert Smigel.

La famiglia può essere mostruosamente difficile da vivere e, spesso, le aspettative di un padre o di un nonno possono far sentire un bambino inadeguato… un piccolo mostro.
Ma come potrebbe sentirsi il conte Dracula se suo nipote di cinque anni ancora non mostrasse alcuno segno di “mostruosità”?
Ritornano i mostri di Hotel Transylavania e, come dice la stessa locandina del film, sono ancora più mostruosamente divertenti e in formato allargato.
Già dalle prime scene, lo spettatore scopre che la bella e dolce vampira Mavis, nonché figlia di Drac, ha deciso di sposare l’imbranato umano Jonathan e di mettere su famiglia.
Dopo un anno viene alla luce il piccolo Dennis, orgoglio e cruccio di nonno Drac.
Dennis è un bambino bellissimo ma, agli occhi del nonno, troppo tristemente umano.
Drac non può, nè vuole accettare questa condizione del nipote e, per mantenere alto il blasone del casato, cerca in tutti i modi, leciti e non, di far uscire il “mostro” che è insito in lui. Scontrandosi duramente anche con la figlia Mavis che, come ogni madre, vuole solo il meglio per suo figlio.
Questo sequel segue a grandi linee il canovaccio narrativo del primo film, mettendo in risalto con ironia il concetto di diversità e di appartenenza a una razza e di come si possa e si debba conviverci..
Sebbene non ci siano guizzi creativi degni di nota, la sceneggiatura risulta comunque fluida, ben scritta, vivace e capace di divertire il pubblico con delle incisive ed efficaci gag. I dialoghi sono frizzanti, acuti e ben costruiti.
La prima parte ha più ritmo e intensità rispetto alla seconda, in cui si evidenzia la coperta troppa corta del test, apparendo cosi più sbrigativa e meno curata nello sviluppo e nell’intreccio narrativo.
La regia è invece interessante, capace di colmare i buchi della sceneggiatura con un felice montaggio e riuscendo con talento a ripetere lo spirito vincente del precedente film. continua su

http://www.mygenerationweb.it/201510102686/articoli/palcoscenico/cinema/2686-hotel-transylvania-2-chi-e-il-vero-mostro

Vittorio De Agrò presenta “Amiamoci,nonostante tutto”

http://www.ibs.it/ebook/de-agr-vittorio/amiamoci-nonostante-tutto/9788891176837.html

Vittorio De Agrò e Cavinato Editore presentano “Essere Melvin”

http://www.ibs.it/code/9788899121372/de-agrograve/essere-melvin-tra.html

The ticket purchase for “Hotel Transylvania 2” is: 1) Not even gave 2) Tribute 3) In the afternoon 4) Reduced 5) Always

“Hotel Transylvania 2” is an animated film of 2015 directed by Genndy Tartakovsky and written by Adam Sandler and Robert Smigel.

The family can be monstrously difficult to live and, often, the expectations of a father or a grandfather can make a child feel inadequate … a little monster.
But how he could feel the Count Dracula if his nephew five years still did not show any sign of “monstrosity”?
Return monsters Hotel Transylavania and, as the same movie poster, are even more monstrously funny and in enlarged format.
From the very first scenes, the viewer discovers that the beautiful and sweet vampire Mavis and Drac’s daughter, decided to marry the clumsy human Jonathan and to start a family.
After a year comes to light the little Dennis, pride and sorrow of grandfather Drac.
Dennis is a beautiful child but, in the eyes of his grandfather, too sadly human.
Drac can not, nor want to accept this condition and grandson, to keep up the coat of arms of the house, looking in every way, legitimate or not, to bring out the “monster” that is inherent in him. Colliding hard with his daughter Mavis, like every mother wants the best for his son.
This sequel broadly follows the plot of the first film narrative, emphasizing ironically the concept of diversity and belonging to a race and how we can and must live with it ..
Although there are no flashes creative noteworthy, the script is still fluid, well-written, lively and able to entertain the audience with incisive and effective gag. The dialogue is crisp, sharp and well-built.
The first part has more rhythm and intensity than the second, which shows the blanket too short test, thus appearing more expeditious and less organized in developing and interweaving narrative.
The direction is rather interesting, capable of filling the holes in the script with a happy assembly and succeeding with talent to repeat the winning spirit of the previous film. continues on

http://www.mygenerationweb.it/201510102686/articoli/palcoscenico/cinema/2686-hotel-transylvania-2-chi-e-il-vero-mostro

Vittorio De Agro presents “Let us love, despite everything”

http://www.ibs.it/ebook/de-agr-vittorio/amiamoci-nonostante-tutto/9788891176837.html

Vittorio De Agro and Cavinato Publisher present “Being Melvin”

http://www.ibs.it/code/9788899121372/de-agrograve/essere-melvin-tra.html