192. Time out of Mind -Gli Invisibili

Gere
Il biglietto d’acquistare per “Time out of mind” è: 1)Manco regalato 2)Omaggio 3)Di pomeriggio 4)Ridotto 5) Sempre
“Time out of mind” è un film del 2014 scritto e diretto da Oren Moverman con Richard Gere.
“Time out of mind –Gli Invisibili” è un film del 2014 scritto e diretto da Oren Moverman con Richard Gere.
Basta poco per cadere e ritrovarsi con il “sedere a terra”. La crisi economica sta distruggendo la classe media e creando nuovi poveri. La soglia di povertà si è allargata al tal punto che i Centri Caritas sono “frequentati” da persone insospettabili. Oggi giorno passeggiando per le nostre città vediamo decine di barboni che dormono alla peggio su cartoni in un angolo delle strade. Di notte le stazioni diventano “alberghi” per ripararsi dal freddo.
Ai nostri occhi queste persone sono degli invisibili, non hanno un passato, un presente né un futuro. Vivono ai margini della nostra società eppure un tempo ne facevamo parte.
Una tragedia cittadina che si rinnova ogni giorno quando leggiamo sui giornali di barboni morti per il freddo, l’inedia o tristemente vittime di violenze subite da pseudo gruppi politici, ma in vero, criminali a sangue freddo.
La crisi è partita in America e i”danni collaterali” sono stati più forti e devastanti.
Il numero di disoccupati è aumentato in maniera vertiginosa. La bolla immobiliare ha portato migliaia di persone a perdere la propria casa in breve tempo non potendo permettersi di pagare il mutuo. Molte famiglie si sono rotte e molti uomini incapaci di reinventarsi un lavoro sono scivolati nella solitudine oltre che nella povertà.
Ma chi sono veramente i barboni? Come passano le loro giornate? Dove vivono, cosa mangiano?
A tutte queste domande cerca di dare una risposta, il regista Movermann con il suo terzo film portandoci a New York presentandoci la dura e cinica realtà della città che non dorme mai.
E’ un viaggio fatto attraverso lo sguardo e le azioni Richard Gere per l’occasione divenuto barbone. Lo so è difficile immaginare l’ex sexy simbol degli anni 80 con queste sembianze. Eppure la telecamera segue Gere nel suo girovagare per la città, bevendo birra, cercando disperatamente un luogo dove dormire e qualcosa da mangiare.
Un film minimalista e povero nelle parole, dove le immagini sono la vera forza del film.
Sappiamo poco di questo barbone, lo spettatore scruta la sua vita, osserva la sua sofferenza e riflette sulla sua misera condizione. Con lui conosciamo la realtà sconosciuta dei centri di accoglienza che in vero sembrano caserme dove vigono regole di comportamento rigide e severe. George questo è il nome del barbone, un tempo aveva un lavoro, una casa, famiglia, ma ha perso tutto. È lo stesso George a parlarne in maniera vaga e confusa a un amico barbone durante le loro giornate passate a chiedere l’elemosina per strada.
George ha una figlia che lavora in un bar. Non hanno nessun rapporto eppure vigila su di lei da lontano.
George non accetta la sua condizione di barbone, la sua mente è ancorata alla vita che fu. Vorrebbe lavorare e possedere una casa, ma per fare ciò deve avere per la burocrazia americana almeno un codice fiscale. Come può un barbone avere un codice fiscale se non ha neanche un certificato di nascita?
I contro sensi di una società da una parte indifferente a chi ci sta intorno e dall’altra parte impongono regole illogiche.
Più che un film sembra un docufilm con l’intensa e forte interpretazione di Richard Gere.
L’attore americano si cala con tutto se stesso nel personaggio, dandoli anima e profondità, ma non riuscendo però fino in fondo a convincere.
Il barbone Gere in confronto al clochard che frequenta la stazione Termini sembra un lord.
L’eleganza e il carisma di Gere in qualche modo nuoce al film, rendendolo meno vero e coinvolgente.
Il film concentrato sul rapporto tra il protagonista e New York funziona solo a momenti.
La sceneggiatura è nel complesso monocorde. Non regala particolari guizzi creativi o sussulti emotivi diventando cosi un mero susseguirsi di accadimenti senza scaldare il cuore dello spettatore. I pochi dialoghi sono resi vivi e partecipati dalla bravura degli interpreti.
La regia è rimasta a metà del guado tra documentario e cinema, non riuscendo a prendere d entrambi i generi, il meglio. E’ un opera coraggiosa, ma priva del quid narrativo.
Un finale che genera nello spettatore la speranza che chi anche ha perso tutto, possa esistere la possibilità di ricominciare e che l’amore di una figlia nonostante tutto vince sull’indifferenza.

The ticket purchase for “Time out of mind” is: 1) gave Tribute 2) Tribute 3) In the afternoon 4) Reduced 5) Always
“Time out of mind” is a 2014 film written and directed by Oren Moverman starring Richard Gere.
All it takes to fall and end up with the “ass to the ground.” The economic crisis is destroying the middle class and creating new poor. The poverty line has expanded to such an extent that the Caritas Centers are “visited” by unsuspecting people. Today, walking around our cities we see dozens of homeless people who sleep the least worst cartoons in the corner of the streets. At night, the stations become “hotels” for shelter from the cold.
In our eyes, these people are the invisible, do not have a past, a present or a future. Living on the margins of our society and yet once they were part.
A small town tragedy that is renewed every day when newspapers leggiamosui of homeless deaths in the cold, starvation or sadly victims of violence suffered by pseudo political groups, but in true criminals in cold blood.
The crisis started in America and the “collateral damage” are the strongest and most devastating.
The number of unemployed has increased at a phenomenal rate. The housing bubble has led thousands of people to lose their homes in a short time can not afford to pay the mortgage. Many families are broken and many men incapable of reinventing a job they have lapsed into loneliness as well as poverty.
But who really are the homeless? How they spend their days? Where they live, what they eat?
To all these questions seeks to answer the director Movermann with his third film bringing in New York presenting the harsh and cynical reality of the city that never sleeps.
A journey made through the eyes and azoni Richard Gere for the occasion became homeless. I know it’s hard to imagine the former sexy simbol of the 80s with these guises. Yet the camera follows Gere in his wanderings through the city, drinking beer, looking desperately for a place to sleep and something to eat.
A minimalist and thin film in words, where the images are the real strength of the film.
We know little of this bum, the viewer examines his life, his suffering observes and reflects on his miserable condition. With him know the unknown reality of the reception centers that seem true in the barracks where the strictest rules of conduct rigid and strict. George is the name of the homeless man once had a job, a home, family, but lost everything. It’s the same George to talk about it in a vague and confusing to a friend bum during their days spent begging on the street
George has a daughter who works in a bar .. I have no report yet watches over her from afar.
George does not accept his condition as a tramp, his mind is anchored to the life that was. Would like to work and have a house, but to do what should have for the American bureaucracy at least one tax code. How can a homeless man have a tax ID number if you do not even have a birth certificate?
I against the terms of a society on the one hand indifferent to those around us and on the other hand imposes rules illogical.
More than a film seems like a documentary film with the intense and strong interpretation of Richard Gere.
The American actor goes down with all of himself into the character, giving them depth and soul, but not all the way but managed to convince.
The tramp Gere in comparison to the homeless man who frequents the Termini train station looks like a lord.
The elegance and charisma of Gere in some way detrimental to the film, making it less real and engaging.
The film focused on the relationship between the protagonist and New York only works at times.
The screenplay is overall lackluster. Does not give special creative flashes or emotional upheavals thus becoming a mere succession of events without warm the heart of the viewer. The few dialogues are made alive and participated by the skill of the performers.
The director has remained in midstream between documentary and cinema, failing to take the best of both genders. A courageous work, but without the quid narrative.
A final that generates in the viewer hope that even those who have lost everything, there can be

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