39. Tango Libre

tango libre
“Tango libre “è un film di Frédéric Fonteyne,con François Damiens, Anne Paulicevich, Sergi López, Jan Hammenecker, Zacharie Chasseriaud .
Come si può fare per spezzare la quotidianità e la monotonia di una vita?
A volte, un hobby o una passione può cambiare tutto.
Se un uomo ama due donne in contemporanea, è considerato” un seduttore”
Ma se una donna amasse tre uomini in contemporanea, come sarebbe definita?
L’amore e la passione per la danza sono i due temi del film.
Nel nostro caso la passione del protagonista, Jean-Cristophe(Damiens) guardia carceraria, è il tango.
Il film presentato nel trailer come drammatico ha fin da subito una vitalità e freschezza visiva.
La prima scena ci mostra una rapina finita tragicamente compiuta da Sergi Lopez e Jan Hammenecker.
Siamo proiettati all’interno di un carcere belga, dove sono rinchiusi i due uomini. .
Dovremmo aspettarci un ambiente cupo, drammatico, claustrofobico, invece il tango è la spinta per un film originale, divertente ed a tratti ironico.
La protagonista femminile è Alice(Paulicevich), una infermiera, amante dei due rapinatori e soprattutto anch’essa ballerina di tango.
Alice e Jean si trovavano per caso, allo stesso corso di tango.
Fra loro nasce subito un feeling, nonostante nella vita reale abbiano ruoli “diversi”
Attraverso gli occhi di Jean, il regista ci mostra la “normale” relazione a tre tra Alice e i suoi amanti.
Un equilibrio raggiunto tra l’incredulità del mondo esterno.
Jean ha come”compagnia” di vita il suo pesciolino rosso.
La solitudine lo spingerà a fare scelte imprevedibili.
Sergi Lopez,marito di Alice, geloso del feeling nato tra la guardia e la moglie, prenderà lezioni di tango in carcere da un altro detenuto, coinvolgendo in poco tempo tutto il carcere
Le scene di ballo tra i carcerati sono divertenti, coinvolgenti e suggestive
I dialoghi sono scarni, semplici, ma incisivi.
L sceneggiatura è originale, ben scritta e cinematograficamente “ariosa”.
François Damiens merita sicuramente menzione per come è riuscito a dare profondità e sentimento al suo personaggio malinconico e solitario
Tutto il cast, in vero, è convincente ed adeguato.
Il finale poetico anche se abbastanza scontato, convince il pubblico
Lo spettatore , coinvolto, danzerà con i protagonisti fino alla fine.
“Tango libre” piacerà a chi crede il ballo muove il mondo, ancora più dell’amore.
Vittorio De Agrò Essere Melvin
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38. The Monuments men

clooney
“The Monuments Men” è un film del 2014 scritto, diretto, prodotto ed interpretato da George Clooney.
Oltre a Clooney del cast fanno parte Matt Damon, Bill Murray, John Goodman, Jean Dujardin, Bob Balaban, Hugh Bonneville e Cate Blanchett.
La pellicola è la trasposizione cinematografica del libro omonimo Monuments Men. Eroi alleati, ladri nazisti e la più grande caccia al tesoro della storia scritto da Robert M. Edsel nel 2009.
Un plotone dell’esercito americano, composto da critici ed esperti d’arte, direttori di musei guidato dal Tenente George Stou(Clooney)t sul finire della seconda guerra mondiale ha il compito di cercare e recuperare ogni opera d’arte rubata dai nazisti per poterle riconsegnarle ai legittimi proprietari e salvarle dalla volontà di distruggerle di Adolf Hitler, nonostante lo scetticismo e diffidenza degli Alleati
Il film sebbene presentato come genere drammatico, a mio avviso, può essere considerato come uno bello ed efficace spot dell’eroismo e patriottismo americano.
Gli americani, oltre ad essere i difensori della Libertà e della Democrazia, sfidarono il nazismo anche nella cultura.
Il film sarebbe andato bene in un epoca pre caduta del Muro di Berlino. Visto oggi, appare retrò e poco coinvolgente soprattutto per il pubblico più giovane
La parata di stelle, tutte all’altezza della situazione, rendono digeribile una storia, seppure vera, altrimenti scontata e prevedibile.
Il film non brilla per ritmo ed intensità, nonostante alcuni momenti tragici.
Lo spettatore segue la storia, ma non si appassiona.
I tedeschi e i Russi sono raffigurati secondo stereopiti.
La regia di Clooney è semplice, ferma, matura.
Cate Blanchett, si conferma in un momento di grazia artistica. Il suo personaggio( impiegata francese di museo) è ben fatto, trasmette emozione e drammaticità.
Intensa e raffinata la scena della cena tra Blanchett e Matt Damon.
Il finale,anche se da “bacio perugina”, piace, perché se si ha un ideale alto e nobile, si può mettere in gioco anche la vita, senza mai pentirsene
“The Monument men” ha il merito di raccontare un aspetto della seconda guerra mondiale che per molti sarebbe stata sconosciuta.

Vittorio De Agrò – Essere Melvin
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37. Sotto una buona stella

stella
“Sotto una buona stella “è un film scritto, diretto, interpretato da Carlo Verdone, prodotto dalla Filmauro di Aurelio e Luigi De Laurentiis , con Paola Cortellesi, Tea Falco, Lorenzo Richelmy
Federico Picchioni (Verdone) è un ricco broker che improvvisamente perde il lavoro, e subito dopo, tragicamente l’ex moglie. È’ costretto a convivere con i due figli e con la nipotina di colore.
Si troverà di fronte a mille difficoltà di adattamento. Diventerà “un mammo”, ma troverà conforto nell’aiuto di una vicina di casa, Luisa Tombolini, una tagliatrice di teste dal cuore d’oro, (Paola Cortellesi)
Verdone con questo film prova a raccontarci le difficoltà esistenziali e materiali di un padre e soprattutto uomo di mezza età , tra malinconia ed ironia.
Il film procede a strappi. Alterna momenti divertenti a fasi noiosi e banali.
E’ una commedia agrodolce che nel complesso risulta godibile, anche se povera d’idee originali.
La sceneggiatura scorre via, senza strappi o colpi d scena.
I dialoghi sono abbastanza realistici e ben costruiti.
Paola Cortellesi si conferma una “Prima Attrice” e “nobilita” il film con il suo talento e verve.
La coppia Verdone-Cortellesi funziona e convince il pubblico.
Bravi i “figli” di Verdone.
Falco e soprattutto Richelmy, a mio avviso, sono la speranza di un ricambio generazionale tra i nostri attori.
Da ricordare, in particolar modo, le scene del “Bacio” e dell’”amplesso” della coppia Verdone- Cortellesi.
Verdone è come un’auto familiare: solido, sicuro, ma non chiedetegli di fare il Gran Premio.
Valido per tutte le stagioni della vita.

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36. Storia d’inverno

storia d'inverno
Storia d’inverno è un film del 2014 scritto, diretto e prodotto da Akiva Goldsman, con protagonisti Colin Farrell, Jessica Brown Findlay. Russell Crowee e Jennifer Connelly e Will Smith
Questo film segna il debutto alla regia dello sceneggiatore e produttore Akiva Goldsman.
La pellicola è la trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Mark Helprin, scritto nel 1983.
Peter Lake(Colin Farrel) è un ladro di grande “talento”, adottato da piccolo dal demone Pearly Soames(Russell Crowe) , perché destinato a una carriera criminale.
Ma Lake rifiuta questa scelta e scappa da un Pearly furente. Durante la fuga, Lake conosce Beverly Penn(Findlay), giovane ragazza malata di consunzione.
E’ amore a prima vista tra i due ragazzi
. Pearly cercherà in tutti i modi di divederli, con conseguenze tragiche per i protagonisti.
Il film è una via di mezzo tra fantasy e commedia d’amore, ma il risultato è comunque deludente.
La sceneggiatura è povera di contenuti e noiosa, non ha mai picchi coinvolgenti.
I dialoghi sono scontati e prevedibili,
Il film ha poco ritmo e arranca su ideali retorici , senza alcun tipo di respiro cinematografico
Uscito per San Valentino, con la speranza di trascinare i giovani innamorati, non riesce a scaldare il cuore.
Tutto sembra costruito a tavolino.
Lo spettatore non riesce a farsi coinvolgere dalla storia.
Seppure il cast svolga il compito con professionalità, i risultati restano modesti.
I personaggi appaiono freddi e poco carismatici.
Merita comunque una menzione, Russel Crowe,. Riesce comunque ad essere credibile nel ruolo” del cattivo.
Le sue smorfie facciali sono ben costruite.
Il cameo di Will Smith , nella vesti del Diavolo è ben fatto.
Le scene tra Smith e Crowe sono le parti più riuscite del film.
Impalpabile la presenza della Connelly.
A San Valentino dovrebbe vincere l’amore, non la melassa ad ogni costo.
Vittorio De Agrò – Essere Melvin
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95. Essere Melvin

per i social
                                    Roma 14 Febbraio ore 9
Ho sempre amato parco dei Daini, è la parte di Villa Borghese che prediligo.
Ho passato tanti sabato pomeriggio qui….
Quante partite ho giocato come portiere
Mi siedo su una panchina ed osservo mio nipote  che corre dietro a un pallone.
Mi sento chiamare, improvvisamente alle spalle.
Ciao Vittorio.
Sorrido e gli offro un sigaro :Come stai, Mel?
Lo sai, invecchio ed ingrasso, ma a vederti c’è chi sta peggio di me.
Si vede, amico mio, che non usi più specchi in casa.
Allora, Vittorio, è arrivato il gran giorno?
Sì, Mel, tra poche ore il  “nostro” libro sarà disponibile su Lulu.com
Sai che non ho ben capito come funziona questo Lulu.
Te l’ho spiegato decine di volte, Mel, vai sul sito, cerchi “Essere Melvin” e puoi ordinare il libro in formato e-book o cartaceo.
Ma un editore, no?
Mel, dobbiamo avere pazienza. Dopo il blog, il libro è la nostra nuova scommessa.
La vinceremo, Vittorio, ci puoi contare.
Comunque vada, Mel, abbiamo già vinto.
Tu hai vinto Vittorio, io non ho fatto nulla.
Mi dispiace di tante cose. Per colpa mia  hai perso l’arbitraggio e la fiducia di Caterina.
So quanto tenevi ad entrambi.
Mel ne abbiamo già parlato, non devi scusarti di nulla, la responsabilità è stata solo mia.
L’arbitraggio sarà sempre un bel ricordo.
Caterina c’è ancora, a modo suo. Ci capiamo nel silenzio e a distanza. Non posso costringerla.
Almeno Flavia non è scappata via.
Sorrido :  Nessuno  dei miei amici è scappato, questa è stata la mia vera forza!
Cosa farai adesso, Vittorio?
Sai che non sono capace di stare fermo. Ho tante idee, tutto a suo tempo.
Già il tempo è galantuomo, dimenticavo.
Mel, l’Onore viene prima di ogni cosa.
Lo so, Vittorio, grazie per aver riabilitato il mio nome.
Hai un bel nipote, sarai un bravo zio.
 Spero d’esserlo, sono fiero di Aldo.
Allora questo è il momento di salutarci, vero?
Sì, Mel
Lo immaginavo, ora tocca a te, amico mio, scrivere le nuove pagine di questa storia.
Tu che farai invece?
Si alza  stringendo il bastone: Sai ho riflettuto che alla mia di storia, manca qualcosa.
Cosa Mel?
Devo mantenere una vecchia promessa per entrambi.
Quale promessa? Non ti seguo, Mel.
Niente di particolare,  devo solo farmi “una Seriosa chiacchierata”  e sorride.
Zio, vieni a giocare a pallone!
Guardo per un momento Aldo e quando rivolgo indietro lo sguardo, è scomparso.
Scuoto la testa, sorridendo.
Aldo mi guarda e mi dice: Zio, ma con chi parlavi?
Con un vecchio amico, ma è andato via.
Zio, ma chi è Melvin?
Spengo il sigaro e gli sorrido” Un amico, Aldo, un amico…”.
Vittorio De Agrò- Essere Melvin
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35. Boss in Incognito – Sconosciuti

boss
“Boss in Incognito” è un programma televisivo,ideato e prodotto dall’ Endemol, che va  in onda su Rai 2 dallo scorso 27 Gennaio, condotto da Costantino della Gherardesca.
Il format può essere considerato l’antitesi di The Apprentice, il fortunato programma condotto da Flavio Briatore su Sky Uno.
Se in The Apprentice, i concorrenti sgomitano per avere il consenso finale del “Boss”Briatore per ottenere un importante posto di lavoro, sottoponendosi  a dure prove di selezione, in Boss in Incognito, il protagonista è, invece, l’imprenditore stesso che decide di mettersi “incognito” nella sua azienda, per scoprirne le eventuali“magagne”.
Il Boss, sotto mentite spoglie, per una settimana ha la possibilità di conoscere gli altri impiegati e le loro vite ed “assaporare” la dura realtà lavorativa.
Con la scusa di un reportage, le telecamere seguono il “Boss” nel suo lavoro.
Alla fine della settimana, il Boss convoca nel suo ufficio i vari impiegati per premiare i meritevoli, svelando la sua vera identità .
Costantino della Gheradesca è la convincente ed ironica voce narrante del programma.
Gheradesca è molto cresciuto “artisticamente” dalle prime apparizioni televisive con Chiambretti.
Segue il Boss con partecipazione ed entusiasmo.
E’ una presenza discreta, mai invadente.
Il programma è divertente, a tratti volutamente commovente.
Lo spettatore  partecipa con trasporto alle vicende del Boss e alle reazioni stupite degli impiegati, una volta scoperto “l’inganno”.
Gli autori hanno, forse, solo il demerito di perdere un po’ di autenticità e di scivolare nella “fiction” nei colloqui finali tra Boss ed impiegato.
La regia si mostra all’altezza del programma.
Boss in incognito è un programma diverso e per certi aspetti innovativo.
Un evento da registrare per la nostra televisione generalista.
Se Briatore ci insegna come fare impresa, Boss in incognito ci spiega come fare impresa anche con il cuore.
Boss in Incognito,ogni lunedì  sera su Rai 2.
“Sconosciuti” va in onda ogni sera alle 20 su Rai 3.
Partito in sordina, il programma nel corso delle settimane ha conquistato  le simpatie del pubblico.
Il titolo del programma è di per sé chiaro.
In ogni puntata viene raccontata la storia del protagonista o di una coppia qualunque.
Storie, in apparenza “normali”, ma che in realtà hanno qualcosa di straordinario.
Spesso il destino ha messo il protagonista in una situazione complicata o drammatica, dalla quale sarà capace d’uscire e d’avere la forza per ricominciare.
Sconosciuti usa un linguaggio semplice, ma allo stesso tempo suggestivo ed evocativo.
Gli autori, ovviamente, mettono al centro la storia e ne esaltano le pecurialità.
Un difetto del programma, probabilmente, è un livello di buonismo, a volte, stucchevole.
Resta comunque un programma che regala una boccata di positività allo spettatore, dopo una giornata magari sofferta e complicata.
Un merito non da poco, per una TV spesso volgare ed aggressiva.
sconosciuti

34. A proposito di Davis

 davis
A proposito di Davis  è un film  diretto e sceneggiato da Joel ed Ethan Coen e con protagonisti  Oscar Isaac, Carey Mulligan, Justin Timberlake, John Goodman e F. Murray Abraham,
Il film ha partecipato in concorso al Festival di Cannes 2013, dove ha vinto il Grand Prix Speciale della Giuria.
Il film si ispira alla vita del cantante folk  Dave Van Ronk, attivo a New York negli anni sessanta.
 Probabilmente i fratelli Coen ci hanno abituato bene con la loro creatività inesauribile e capacità di raccontare storie diverse e uniche, ma a mio avviso, stavolta con questo film  non convincono.
A proposito di Davis non scalda  né il cuore né sollecita particolari riflessioni.
Una bella e intensa colonna sonora non è sufficiente a fare bello un film.
La  sceneggiatura appare debole e priva di mordente.
Davis è un giovane  uomo con il sogno di sfondare come solista cantante folk, dopo la tragica scomparsa del partner.
I Coen si concentrano sul protagonista, lasciando poco spazio agli altri personaggi, poco tratteggiati.
Davis (Oscar Isaac) è un sognatore malinconico, ma soprattutto un ragazzo con una vita privata turbolenta.
I dialoghi sono freddi e noiosi.
Il film ha poco ritmo e lo spettatore non riesce ad entrare in empatia con i personaggi.
Le scene più convincenti e riuscite sono quelle in cui sono protagonisti John Goodman e F. Murray Abraham,   perché credibili  ed esilaranti nei loro personaggi.
Il finale  lascia allo spettatore,  l’amaro in bocca e un sensazione di un film abbastanza inconcludente.
A proposito di Davis è vietato a chi crede ancora alla forza dei sogni, almeno per me.

94. Mal d’Amore – Anno 1994

mal d'amore
Ormai mi sono abituato all’ambiente, mi sento a mio agio. Arrivo in anticipo, saluto la segretaria e mi siedo ad aspettare. Come sempre si apre la porta e appare lo Splendente. Ci salutiamo e ci prepariamo alla nuova puntata.
  Ciao Melvin, come va? Mi sembri più tranquillo
 Sto meglio, dottore, rivedere la mia vita mi fa un certo effetto,    non pensavo a certi episodi da anni, ma questo mi permette di capire il perché di tante cose.
 Riprendi da dove avevi finito l’ultima volta, mi sembra un punto importante.
 Il Natale del ’93 lo passammo nel buen retiro. Io osservavo tutto con animo macerato dal rimorso per il regalo non dato a Flavia. Io e i miei fratelli tornammo a Roma ai primi di gennaio. Ero appena arrivato a casa e stavo in camera mia quando squilla il telefono. Rispondo convinto che fosse mamma e invece era lei. Il cuore comincia a battere all’impazzata. Mi chiede come ho passato le vacanze. Tento d’imbastire una chiacchierata sui compiti delle vacanze e sui libri letti. Sento la sua voce esitante, come se si aspettasse da parte mia un altro discorso. Volevo dirle quanto mi era mancata, ma quelle parole proprio non volevano uscire. La telefonata diventò quasi surreale. Flavia forse si sentì delusa e chiuse la comunicazione dicendomi: “Allora, ci vediamo”, e io risposi come un cretino: “Sì, certo, alla prima partita utile”.
Nelle settimane successive riprendemmo a vederci per le partite, ma lei mi sembrava più distante. Mi rispondeva freddamente.
Poi qualcosa nella mia mente scattò.
Forse non mi sentivo considerato abbastanza. Forse era un modo d’attirare l’attenzione o probabilmente fu il modo più sbagliato per chiedere aiuto. Fatto sta che mi inventai d’aver subito un’aggressione da parte di un sedicente ultrà all’interno del Palazzetto durante una partita e di essere stato colpito alla testa non ricordo neanche più da che cosa.
Dapprima lo dissi in classe, poi lo raccontai al telefono al mio amico Gaspare, il quale rimase scioccato. Capii che avevo esagerato, ma non potevo più rimangiarmi tutto. Si scatenò un pandemonio.
La madre di Gaspare telefonò a mio padre per informarlo dell’accaduto. Ovviamente papà cadde dalle nuvole e mi chiese cosa fosse davvero successo.
Io sostenni la bugia, cercando di renderla credibile, e gli dissi che stavo bene. Il padre di Gaspare, noto giornalista di un importante giornale romano, scrisse un articolo sull’accaduto, denunciando la violenza dei tempi.
Ero sconvolto da me stesso e da cosa avevo messo in piedi.
Due giorni dopo ero solo a casa, mi sentivo annoiato, triste. Volevo fare qualcosa di diverso e decisi di ubriacarmi. Presi una bottiglia di champagne in cucina e, un bicchiere dopo l’altro, me la scolai tutta. Cominciava a girarmi la testa ma, non pago, andai in salotto e bevvi pure due o tre bicchieri di whisky. Ricordo che mi trascinai in bagno, perché sentivo crescere la nausea.
Poi ho solo qualche flash. Sento la voce di mio padre che urla: “Mel, che succede, cosa hai fatto?”, e quella del padre di Flavia, un medico, che cerca di scuotermi, chiamandomi.
Poi mi risvegliai in ospedale con una flebo attaccata al braccio e con la gola secca. Avevo un mal di testa terribile. Non capivo dove mi trovavo. Poi si avvicinò un’infermiera che cercò di tranquillizzarmi. Mi era stata fatta una lavanda gastrica ed ero stato per qualche ora in coma etilico.
L’indomani mattina uscii dall’ospedale, accompagnato da mamma e Francesco. Non avevo il coraggio di guardarli in faccia. Francesco disse: “Ci hai fatto prendere uno spavento ieri sera. Cosa ti è saltato in mente di ubriacarti in quel modo?”. Risposi, mentendo spudoratamente: “Ma cosa dici, Francesco? Io non ho bevuto nulla”.Mamma mi fulminò con lo sguardo e mi disse: “Smettila, in bagno ieri c’era il tuo vomito che puzzava d’alcol, come i tuoi vestiti. Ti abbiamo portato all’ospedale in ambulanza. Eravamo preoccupati per via della storia della botta in testa. Ti abbiamo fatto fare perfino una TAC. È venuto pure il papà di Flavia a visitarti, te lo ricordi?”. Il resto del tragitto in macchina lo passammo in silenzio.
Dopo il mio gesto, ero controllato a vista. Papà mi prese in disparte e mi chiese: “Cosa ti sta succedendo? C’è qualcosa che vuoi dirmi? Mi hai fatto spaventare a morte ieri sera. La storia della botta in testa è vera?”. Gli risposi che andava tutto bene. “È stato solo un momento. Mi hanno aggredito, ma non c’è problema”.
Nei giorni successivi papà mi fece fare dei controlli per eventuali danni neurologici. Mi vergognavo molto, ma non avevo il coraggio d’ammettere la verità.
A scuola si diffuse la voce che il mio ricovero in ospedale era dipeso dall’incidente al Palazzetto. Erano tutti preoccupati per me.
Il prof Roberto si sentiva in qualche modo responsabile perché anche lui mi aveva spinto a vedere le partite di pallavolo femminile. Mi sembrava di essere finito in un vortice da cui non potevo più uscire.
Per qualche mese non ebbi notizie di Flavia, credevo che il nostro rapporto si fosse esaurito. Continuava il mio malessere interiore. Facevo finta di studiare, marinavo la scuola. Sembravo un altro. Mamma, preoccupata, mi chiese: “Per caso sei triste per via di Flavia?”. Negai recisamente. Papà, stanco di vedermi in quello stato, mi affrontò, spazientito: “Ora basta, ho aspettato una tua reazione, ma qui andiamo sempre peggio. Ti rendi conto che rischi di perdere l’anno? A scuola pensano che il tuo scarso rendimento sia dovuto alla botta in testa. Io temo che quell’incidente neanche ci sia stato. Ma ormai deve passare questa versione, se vogliamo noi salvare la faccia e tu l’anno. Però tu devi finirla qui. Santa pazienza, se non hai al momento una ragazza, come pensi di diventare un uomo facendo queste minchiate? Ci siamo capiti? Se no comincio a prenderti a schiaffi, cosa che non vorrei mai fare”.
Qualche giorno dopo il prof Roberto volle parlarmi in classe: “Non so cosa ti stia capitando. Ti abbiamo aspettato, ma tu hai preso una deriva pericolosa. La tua condotta scolastica degli ultimi mesi è sconcertante. Con i tuoi voti attuali dovresti essere bocciato. Lo dico davanti a tutti i compagni, per essere chiaro. Io so che tu vali molto. Sono certo che questa sia una crisi passeggera. Pertanto ho convinto gli altri colleghi a concederti la possibilità di riscattarti l’anno prossimo. Ma in cambio voglio da te un impegno solenne: l’anno prossimo dovrai farti interrogare per primo in storia e filosofia e dimostrarmi che sei un uomo d’onore. Siamo d’accordo?”.
Annuisco. Come promesso dal prof, ottenni la promozione per grazia ricevuta. Cominciavo a sentirmi un po’ meglio, quell’apatia che mi aveva avvolto nei mesi precedenti non c’era più, ma l’atmosfera in casa era sempre pesante.
La campagna continuava a perdere colpi. Stava andando in rovina per l’incuria di un fattore disonesto, perciò papà aveva deciso di diversificare i propri investimenti in alcune attività commerciali, come un negozio d’abbigliamento e un bar vicini a casa.
Era diventato socio di alcuni personaggi inesperti e soprattutto di dubbia onestà. Era il problema di papà, vedeva tutto a modo suo. Era convinto di ottenere facili guadagni, ma ben presto la realtà gli presentò un conto molto salato. Era stato truffato da quei signori dopo aver investito ingenti risorse e non poteva porci rimedio. Noi non sapevamo come calmare la sua nevrosi.
Ogni gesto, ogni parola poteva essere spunto per un’arrabbiatura, per un urlo. Papà sfogava in famiglia i suoi problemi. Probabilmente il linfoma era già in circolo.
Un giorno il padre di Flavia venne a casa per visitare la vecchia governante Tita e, per distrazione, lasciò la borsa da noi.
Io mi offrii di riportargliela al campetto della parrocchia. Speravo di rivedere Flavia prima delle vacanze. La vidi da lontano parlare con dei ragazzi e mi si strinse il cuore. Andai dal padre per la borsa e poi salutai la sorella maggiore Clara e le proposi: “Perché non vieni in Sicilia quest’estate?”. Mi disse che ci avrebbe pensato. Poi salutai Flavia e, per una volta, l’abbracciai. Le feci sapere che avevo invitato sua sorella in Sicilia ed estesi l’invito anche a lei. “Ah, va bene, se non ho altro da fare…”, disse.
La sera prima della partenza per la Sicilia io e Francesco uscimmo con due care amiche siciliane, Doctor e Caterina, venute in gita a Roma. Papà, prima di uscire, ci aveva chiesto di non fare tardi e di riaccompagnarle a casa.
La serata diventò una simpatica passeggiata per il centro di Roma. Caterina era molto carina, aveva un sorriso meraviglioso. Comunque, tornammo a casa nell’orario stabilito ma, appena aperta la porta, fummo investiti dalle urla di papà: “Non potete fare come vi pare! Vi avevo detto una cosa e dovevate farla. Finché siete in questa casa, dovete fare quello che dico io. Vi ho abituato male. Ma da domani si cambia musica”. Aveva uno sguardo difficile da descrivere. Era come se un demonio si fosse impadronito di lui.
Ogni uscita era una tragedia, voleva sapere con chi uscissimo. I litigi per gli inviti in barca erano all’ordine del giorno.
Guardavo in tv una partita di calcio e urlava: “Mel, sempre ’sto calcio. Ma basta!”. Passai l’estate soffrendo e litigando con papà.
Il viaggio di ritorno a Roma lo vissi con gioia. Volevo rivedere Flavia. Appena arrivato mi precipitai da lei. Ero emozionato. Entrai in salotto e la vidi. Era seduta sul divano e teneva in braccio un bambino. Dottore, non so descriverle quel momento. Ma sentivo dentro di me suonare le campane. Sarei rimasto a guardarla per l’eternità. Per la prima volta nella mia vita ero innamorato, ormai non avevo più dubbi. Non so quanto durò quel momento prima di tornare alla realtà. Salutai Flavia e le chiesi come aveva trascorso l’estate. Mi rispose, fredda: “Prima in Grecia e poi in Toscana con i miei”, e se ne andò nella sua stanza. Io ero talmente euforico che non mi resi conto di nulla. Come promesso, mi feci interrogare per primo in storia e filosofia con esito molto positivo. Il prof Roberto disse a tutta la classe: “Prendete esempio, questo è un uomo d’onore. Bentornato, Mel”. La consapevolezza di amare Flavia mi diede una grande forza, anche se poi concretamente non facevo nulla per mostrarmi interessato. A dicembre mi invitò alla sua cresima. Ma anche in quell’occasione, dottore, non so cosa mi successe. Le comprai il regalo, una penna, scelta con l’aiuto di papà. Andai in chiesa, la vidi vestita con una giacca rossa e un pantalone a scacchi e con i capelli raccolti in una coda. Come sempre mi piacque moltissimo. Le feci gli auguri, ma non andai alla festa. Non amavo molto il suo ambiente di parrocchia. Mi sentivo a disagio tra di loro. Logicamente non prese bene il mio rifiuto, accettò il regalo con sguardo dispiaciuto.
Lo Splendente scrive a lungo, poi mi dice: Non eri in grado di gestire le emozioni provocate dal sentimento per Flavia. Non avevi l’esperienza e la maturità per dominarle. Avevi bisogno già all’epoca di un supporto psicologico importante. La bugia dell’incidente e il coma etilico sono segnali evidenti di un tuo disagio emotivo. I tuoi purtroppo non hanno capito l’origine del problema. Avevi paura di quello che non conoscevi, ovvero l’affettività.
Sospiro e  stringo il bastone : Già Dottore avevo solo rappresentato in TV l’Amore, quando arrivò, mi travolse. Non sapevo definirlo.
Lo Splendente sorride e dice:Era così bella Flavia?
Lo è ancora oggi Dottore, i suoi occhi azzurri sono unici.
Riprenderemo la prossima volta  la tua storia con Flavia, ora sparisci.
Alla prossima Dottore.
Il prossimo post sarà pubblicato Venerd’ 14

33. Dallas Buyers club

dallas
Dallas Buyers Club , tratto da una storia vera,è un film del 2013 diretto da Jean-Marc Vallée.
La pellicola vede come protagonisti Matthew McConaughey , Jared Leto e Jennifer Garner.
Il film, ambientato in Texas nel 1985, ha come protagonista Ron Woodroof( McConaughey)  un rude ed omofobo cowboy  dedito all’alcool, alla droga e al sesso sfrenato.
La sua vita cambia radicalmente quando si scopre malato di Aids, malattia  “solo” dei gay,  secondo i pregiudizi e l’ignoranza dell’epoca.
I medici gli danno solo 30 giorni di vita.
Woodroof dopo l’iniziale scoramento, decide di lottare per la sua vita e cerca disperatamente  una cura.
Farà amicizia con Rayon(Leto), un gay tossicodipendente e con la Dr. Eve Saks (Garner)
Insieme apriranno “un club” per i malati di Aids, fornendo cure alternative e più efficaci rispetto a quelle ufficiali.
Woofroof, smentirà le “cassandre mediche”” e vivrà ben oltre i 30 giorni.
Il film si regge sulla straordinaria e magistrale interpretazione di Mattew McConaughey.
Per anni siamo stati abituati a vederlo in commedie leggere nel ruolo del belloccio e del latin lover,.
In questo film la trasformazione anche fisica è impressionante.
McConaughey riesce a dare anima e corpo a un personaggio “politicamente scorretto”
Lo spettatore segue con pathos e coinvolgimento la  sofferenza e la malattia del protagonista.
Degna spalla di Mc Conaughey è Jared Leto. Il suo “Raynon” è un mix di dolcezza,  perdizione e solitudine
La sceneggiatura è scarna, semplice, ma ben scritta.
Vallèe dirige con bravura ed intensità.
Il film, specie all’inizio è brutale e forte, tiene alta l’attenzione dello spettatore.
Il linguaggio è colorito, spinto, scorretto.
I dialoghi descrivano bene la mentalità e l’ignoranza che erano presenti in America sull’ Aids negli anni Ottanta.
“Dallas buyers club” non è semplicemente un film sull’ Aids o contro l’omofobia, ma soprattutto una denuncia sul mondo delle case farmaceutiche e di quante speculazioni vengano fatte sulla pelle dei malati.
Woodroof non è un personaggio positivo, non cambierà le sue idee, ma si rende conto a sue spese, quanto  siano spietati i pregiudizi.
Il finale piace, perché nonostante non sia melenso e scontato , comunque regala  calore e speranza.
Un film da vedere, per le ottime prove degli attori, per i contenuti e soprattutto per dire no all’ignoranza e alla superficialità dilagante.

32. Robocop

robocop
Robocop è un film del 2014 diretto da José Padilha.
Il film è il remake di RoboCop – Il futuro della legge (1987) e rebot dell’omonimo franchise.
Tra gli interpreti principali figurano Joel Kinnaman,Gary Oldman, Michael Keaton, Samuel L. Jackson e Abbie Cornish.
I remake come spesso le ciambelle non vengono con il buco.
Gli americani amano rinverdire i loro” miti” per farli amare alle nuove generazioni.
Alex Murphy è un giovane e capace poliziotto,  vittima di un’ incidente quasi mortale.
Una spericolata società di robotica  e un ‘ambizioso scienziato decidono di creare Robocop, fusione tra uomo e macchina, il “moderno Centauro”
 Il Robocop del 1987  diretto da Paul Verhoeven segnò un’ epoca e il genere della fantascienza.
Era una  “lucida” visione del futuro e di come la tecnologia avrebbe preso il sopravvento e come gli uomini  sarebbero stati “dipendenti” dalle macchine.
Il film  aveva al suo interno tante tematiche etiche e filosofiche.
Il Robocop del 2014  esprime la necessità di sicurezza dell’uomo in un epoca segnata dalla violenza e dalla paura
Se il primo Robocop  faceva riflettere oltre ad entusiasmare, quello di oggi  non scalda il cuore e non libera l’immaginazione dello spettatore.
Il protagonista d’oggi Joel  Kinnaman non regge il confronto con Peter Weller.
Klinnam non riesce a dare un’anima a Robocop come fece Weller.
La sceneggiatura è banale e retorica. L’intreccio non decolla e  i dialoghi sono di poco respiro
Nonostante il cast di grido, i personaggi  appaiono caricaturali e noiosi.
Solo Samuel L Jackson nel ruolo del presentatore televisivo cinico  e feroce, funziona ed è credibile.
Non si sentiva il bisogno di questo remake.
In un epoca di dubbi, teniamoci stretti “i cult”, pochi , ma salde certezze.