18. L’insostenibile leggerezza della Stupidità – Parte II

– Pensi che sia colpa di Ambrosia se ti sei inventato queste minchiate?
– No ovviamente, Dottore. Ambrosia non c’entra nulla. Fu solo il colpo di grazia. Sono mesi che cerco una risposta logica a questa domanda. Ricordo che ero nel salotto di mia nonna. Era ormai notte. Non so cosa scattò nella mia mente. Forse volevo crearmi una via d’uscita “teatrale” dal forum, cercando di dare ascolto in qualche maniera al Melvin “serio”. Probabilmente il peso della solitudine era diventato insopportabile. Avvertivo il bisogno di essere al centro dell’attenzione. Forse mi inventai quella storia perché mi sentivo morto dentro. Il linfoma non-Hodgkin era l’unico modo per esprimere questo disagio. Forse perché, considerandomi inutile e senza uno straccio di futuro, avvertivo più che mai l’assenza di mio padre. Forse lo dissi senza riflettere sulle conseguenze, come un vero cretino. Mi creda, potrei stare qui una settimana nel vano tentativo di fornirle una spiegazione plausibile, ma non la troverei. Non sono una persona cattiva. Ricordo che quella sera feci la rivelazione all’Oscuro e al Lumacone. Entrambi ne rimasero colpiti. All’inizio mi chiesero se stessi scherzando. Io tenni il punto e li pregai di tenere “segreto” il mio stato di salute. Li invitai a comportarsi come se niente fosse. Dovevano trattarmi come una persona sana. Non volevo che l’Aspirante venisse a sapere della  mia “malattia”. L’Oscuro disse che apprezzava il mio coraggio. Entrambi mi promisero il riserbo. Grazie ai ragazzi del forum le mie giornate erano più allegre e spensierate. Quella sera non mi resi conto completamente della gravità delle mie parole. Il mio malessere mi aveva spinto a esternare in quel modo il mio dolore. Non so cosa dirle. È successo così. È stata la minchiata più schifosa della mia vita di bugiardo. So bene cosa significa avere in casa una persona cara che muore di cancro. So bene cosa è un reparto oncologico. So cosa significa iniettarsi veleno nelle vene per avere anche un giorno in più di vita. Quando rivedo quella scena nella mia mente vorrei sparire per la vergogna. Ricordo mio padre nel fondo di un letto. Mi creda, Dottore, non so cosa dire di più. Non cercavo pietà. Ero stanco di tutto. Guardandomi indietro vedevo il fallimento di una vita. La campagna non mi dava soddisfazioni. I miei inquilini mi martellavano ogni giorno. Avevo inseguito e coltivato l’illusione di Ambrosia per sette anni. Era finito tutto. La mente resuscitò un argomento che conoscevo. Stavo riaprendo una ferita mai rimarginata completamente.
Lo Splendente mi guarda a lungo, poi annota qualcosa sul quaderno e dice:
– E la minchiata della professione?
– Nel corso della mia vita tante volte ad amici ed estranei ho millantato i miei studi e il mio titolo. Mi vergognavo di quel che ero. Avevo paura di essere giudicato per le scelte che avevo fatto. Non volevo raccontare cosa mi aveva spinto a rinunciare allo studio. Già mia madre ogni giorno me lo faceva pesare. Sapevo che non mi avrebbero capito. Il rifiuto di Flavia e la morte di mio padre mi hanno cambiato, Dottore. Non ero più lo stesso. Non ho avuto la forza di reagire. Mi sono chiuso. Il mondo mi aveva già dato la patente di strano. Cominciai a inventare una vita per non sentire le critiche. Mentivo sapendo di mentire. Ma era l’unico modo che conoscevo per difendermi. Inventandomi di avere il cancro ho superato un limite, ne sono consapevole. Quella sera non pensai. Fu tanto stupido ed infantile.
– Tuo padre ti voleva playboy, tua madre avvocato. Ti hanno messo sulle spalle grandi attese. Pochi avrebbero retto a questa pressione. Il giudizio degli altri incide sul tuo senso d’inadeguatezza. Ne riparleremo, Mel. Cosa successe dopo?
– Vorrei tanto dirle che non successe nulla, Dottore. Ma avevo iniziato la discesa e non mi sarei più fermato.
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